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domenica 24 maggio 2026

IL SIONISMO IERI E OGGI

 

Un fenomeno
 storico complesso




 -di Pasquale Hamel


Il sionismo è una delle idee politiche più discusse e controverse della modernità.

Nato alla fine dell’Ottocento come movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, si sviluppò in un’Europa attraversata da nazionalismi, antisemitismo e persecuzioni.

Per milioni di ebrei rappresentò la possibilità di uscire da una condizione storica di precarietà e vulnerabilità, costruendo finalmente uno Stato capace di garantire sicurezza, continuità culturale e sovranità politica.

Dopo secoli di discriminazioni, pogrom ed esclusione sociale, e soprattutto dopo la tragedia dell’Olocausto, l’idea sionista apparve a molti come una necessità storica oltre che politica.

La nascita di Israele nel 1948 fu vissuta da gran parte del mondo ebraico come il compimento di un processo di emancipazione nazionale. Accanto alla dimensione politica, il sionismo produsse anche una straordinaria rinascita culturale: la lingua ebraica tornò a essere lingua viva, si svilupparono università, istituzioni democratiche, ricerca scientifica e una forte capacità di innovazione economica e tecnologica.

Per i suoi sostenitori, il sionismo rappresenta dunque un movimento di liberazione nazionale, non diverso da altri movimenti europei che rivendicavano il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La sua idea originaria non era fondata sulla superiorità razziale, ma sulla convinzione che anche gli ebrei avessero diritto a una patria e a una protezione politica.

Tuttavia, come molti movimenti nazionali, anche il sionismo ha conosciuto nel tempo tensioni, contraddizioni e possibili degenerazioni.

Nel corso della storia israeliana, le guerre, il conflitto permanente e la centralità della sicurezza hanno alimentato correnti sempre più identitarie e nazionaliste.

Alcune critiche sostengono che determinate politiche abbiano prodotto forme di esclusione e forti squilibri nei diritti e nella rappresentanza politica

È soprattutto qui che nasce l’equivoco più frequente: identificare l’intero sionismo con il razzismo. In realtà il quadro è molto più complesso. Esistono infatti diversi sionismi: liberali, socialisti, religiosi, pacifisti, nazionalisti. Alcune correnti hanno sostenuto la coesistenza e la piena uguaglianza tra ebrei e arabi; altre invece hanno sviluppato visioni più identitarie e territoriali.

A complicare ulteriormente il dibattito è stata la crescente polarizzazione politica occidentale.

Negli ultimi decenni il sionismo è diventato spesso un simbolo ideologico utilizzato nelle guerre culturali tra destra e sinistra, progressismo e conservatorismo, globalismo e sovranismo. In questo clima, la riflessione storica e filosofica sul sionismo è stata frequentemente sostituita da slogan politici, semplificazioni morali e contrapposizioni identitarie.

Una parte della sinistra occidentale ha finito per leggere il sionismo esclusivamente attraverso le categorie del colonialismo e dell’oppressione, mentre alcuni ambienti conservatori lo hanno trasformato in un emblema di identità nazionale e civiltà occidentale. Entrambe le letture tendono a ridurre un fenomeno storico complesso a strumento di battaglia politica contemporanea.

Il risultato è che oggi spesso si discute del sionismo senza distinguerne più le diverse anime storiche, culturali e politiche. La lotta ideologica occidentale ha così compromesso, almeno in parte, una comprensione seria del fenomeno: da un lato trasformandolo in sinonimo assoluto di razzismo e colonialismo, dall’altro sottraendolo a qualunque critica in nome della sicurezza o della difesa identitaria.

Le critiche più dure al sionismo contemporaneo riguardano soprattutto le sue possibili derive: quando la sicurezza nazionale diventa giustificazione permanente del conflitto, quando l’identità dello Stato assume caratteri esclusivi, o quando il diritto di un popolo sembra entrare in collisione con i diritti di un altro. In questi casi il rischio è che il nazionalismo degeneri in chiusura etnica e marginalizzazione politica.

Allo stesso tempo, una parte del dibattito pubblico tende a confondere sistematicamente le politiche dei governi israeliani con l’essenza stessa del sionismo, oppure a identificare ogni critica a Israele con l’antisemitismo.

 Due semplificazioni opposte che finiscono entrambe per impoverire il confronto.

Comprendere il sionismo richiede quindi una distinzione fondamentale tra l’idea originaria di autodeterminazione ebraica, le diverse correnti ideologiche che ne sono nate e le concrete politiche adottate dallo Stato israeliano nel corso della sua storia.

Solo mantenendo separati questi livelli è possibile affrontare il tema senza slogan e senza riduzioni ideologiche.

*Pasquale Hamel, storico, giornalista, pubblicista  

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martedì 27 gennaio 2026

LA MIA OMBRA A DACHAU

 


«Basta una matita 

per salvarsi?

 

Chiedetelo a Nevio finito a Dachau a sedici anni.»


Alessandro D’Avenia

 "Con una matita puoi salvarti la vita. Me lo ha ricordato Nevio Vitelli che, all'età dei miei studenti, fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Era il 1944 e ti toglievano tutto. Diventavi una divisa e un numero: qui tu non sei niente e non hai niente, neanche il nome. Sostituirlo con un numero è il modo più rapido di toglierti anche l'anima. Ma ti resta qualcosa quando non hai più neanche il nome? C'è una vita irraggiungibile dal male, indistruttibile dal potere?  

 A questo serve una matita, anche a rischio della vita, a scavare fino a trovare il tuo nome, anche quando per il mondo non sei più nulla. Quel nome ti salva perché come scrive il nobel Canetti nei suoi appunti: «Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse», non il mondo visibile ma il mondo che solo tu sei, incontri e fai. Quando scegliamo il nome per qualcuno è per sancire la sua unicità, per questo l'Apocalisse narra che a ciascuno di noi Dio darà «un sassolino bianco, sul quale è scritto un nome nuovo, che nessuno conosce se non chi lo riceve» (12,7), è «scritto nei cieli», dice Cristo, che non significa tra le nuvole, ma in Dio: tu sei voluto da sempre e per sempre. Nevio Vitelli, a diciassette anni, scoprì quel nome, per questo dedico a lui il «giorno della memoria» di domani, perché la memoria è vita che non muore. Grazie a una matita. 

 In realtà era solo un mozzicone di matita, finito nel fango primaverile, forse buttato via da uno dei carcerieri dopo averlo consumato segnando sul suo taccuino il numero di chi doveva morire. Nevio lo nascose in un'asola dell'uniforme, tra il cotone ruvido e la pelle livida: se gliel'avessero trovato l'avrebbero punito fino al sangue. Perché rischiare? Nella notte, alla luce delle stelle che brillavano per chi aveva ancora la forza di guardarle, il diciassettenne scrisse una poesia: “La mia ombra a Dachau”.  

 E perché un ragazzo dovrebbe rischiare la vita per scrivere una poesia? La cosa più inutile nel mondo in cui conta solo l'utile? Perché quando ti viene tolto tutto, solo la verità sopravvive alla violenza. Tu sei necessario al mondo come un punto ben messo, un a capo ben scelto: sei ancora libero se riesci a creare anche all'inferno, tu decidi che cosa ha senso, non i tuoi carnefici. Nevio si aggrappò alla matita come un naufrago all'avanzo di un relitto. E così scoprì il nome che nessuno conosce se non chi lo riceve, proprio nella sua odissea senza speranza: «Mamma, non torno,/ me l’ha detto Iddio./ L’inferno,/ senza sensi d’anima,/ l’ho visto così,/ come tocco il corpo che mi duole;/ né parole,/ mamma, ti so dire,/ perché non so ridire/ il marchio del terrore». Figlio: questo è il suo vero nome. Il nome che si oppone all'inferno sulla Terra. Un inferno indescrivibile a parole, ma a questo serve la poesia: a cercarle.  

 Già Omero aveva immaginato che Ulisse si fosse spinto ai margini del mondo, nell'aldilà, per conoscere il suo destino e avesse incontrato proprio la madre, morta durante la sua assenza. Aveva tentato di abbracciarla ma lei era solo un'ombra: “O figlio mio, questa è la sorte degli uomini, quando si perde la vita: la carne, le ossa, non sono più rette dai nervi, la violenza del fuoco ardente le annienta appena lo spirito lascia le bianche ossa” (Od. XI).  

 Le parti sono invertite, ma di fronte alla morte è sempre alla madre che si parla, lo fa anche Cristo. E lo fa Nevio che, benché si senta già un'ombra, sa che la madre lo può vedere e sentire, perché la vita, non quella in balia dei carnefici, appartiene a un'altra fisica, in cui le persone non sono mai separate: «Io penso che tu senti/ oltre il filo pungente e velenoso/ di queste baracche,/ e penso che mi vedi/ con la testa senza peli/ e la cornice fosca/ delle occhiaie nere,/ insanguinato e sporco/ e il cuore al tocco/ d’una campana a morto».  

 Il figlio chiede come un Cristo in croce:

«Che cosa ho fatto, mamma?/ Tu lo sai? Dimmelo/ e baciami nel sonno,/ appena lievemente,/ che non mi venga in mente/ di ricambiarti il bacio/ come quando tu piangevi/ di me, il ragazzaccio./ Non voglio spenti i tuoi occhi,/ mamma, mi capisci?/ Quando la sera, il tuo nome/ canto singhiozzando/ inconcludente e vano/ il gioco del mio labbro/ si schiude: tu non rispondi»

La madre deve vegliare su di lui, che resiste ripetendo il nome di lei come una preghiera. «È l’ora della sera/ ed i pensieri del giorno/ non tornano più/ come i primi giorni d’ormeggio/ a ridestarmi./ È l’ora della sera/ Ed i pensieri sono di domani.// Dachau!», a togliere il sonno non è il passato, ma il domani: Dachau. Nome senza speranza.  

 Ma il nome della madre è più forte, fa il miracolo, fa un altro mondo, e una luce s'accende nella notte oscura dello spirito, quella in cui solitudine e salvezza coincidono perché la solitudine è l'esperienza di non appartenere del tutto a questo mondo, ma a un altro più sottile, vero, eterno: 

«Ora, soltanto ora,/ sento una musica che irrora/ l’aria di palpiti di stelle,/ ma forse no, son palpiti di cuori/ e di sangue,/ di sangue che guizza nelle vene/ dei viventi ricoprendoli di polvere di sole».  

Proprio nell'ora più buia s'ode la musica di cuori che palpitano come stelle, il loro sangue scorre invincibile, riempiendo tutto di luce. Ecco la vita dello spirito, la vita che nessuno può toglierci, la vita di Dio in noi, dove ciascuno è se stesso senza essere separato dagli altri, per questo i martiri muoiono perdonando i loro assassini. E Nevio si salva, arriva la liberazione, le ombre tornano nella carne. Una matita lo ha salvato, perché può resistere alla disperazione solo chi spera, e scrivere una poesia è sperare che la vita abbia un senso anche all'inferno. 

Tre anni dopo, nel 1948, purtroppo Nevio muore, ventenne, per le conseguenze fisiche dei due anni di prigionia, ma la sua poesia si salva grazie a un altro prigioniero, Mirco Giuseppe Camia, che la conserva per 40 anni e nel 1985 la consegna, insieme ai suoi versi, a Dorothea Heiser, ricercatrice di Dachau, ispirandole il progetto di un'antologia di poesie scritte dai sopravvissuti di quel campo.  

 Nel 1997, dopo 12 anni di faticoso lavoro di ricerca, esce un libro di 61 testi e 10 lingue, che porta il titolo di quella scritta da un diciassettenne con un mozzicone di matita. Dico ai miei ragazzi che Nevio è vivo perché aveva una matita. Con una matita ci si salva l'anima, si vince il male, si scava fino a trovare la fonte della vita.

 Alzogliocchiversoilcielo

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lunedì 27 gennaio 2025

DIO DOV'ERA ?


 La storia di Miklós Radnoti 

e di Fanni Gyarmati, ungheresi: 

lui, ebreo, venne spedito 

in un campo 

di concentramento. 

Da cui emersero le sue poesie.


- di Alessandro D’Avenia

Gli innamorati si danno sempre soprannomi, perché vedono ciò che il mondo non vede. Loro scelsero i fanciulleschi Mik e Fifi, perché amare è custodire il bambino che c'è nell'altro o curare il bambino che l'altro non è potuto essere. 

 Lui è Miklós Radnoti, ebreo, promessa della poesia ungherese, occhi malinconici per nostalgia della madre morta dandolo alla luce; lei Fanni Gyarmati, insegnante, occhi azzurri quanto il suo amore per la letteratura. Quando la gente li vede passeggiare nella capitale ungherese desidera entrare nel loro cono di luce, che le loro foto insieme mostrano. 

 Si erano riconosciuti a una lezione di matematica, lui 17, lei 14, nel 1926, e sposati nove anni dopo. Altri nove ne sono passati, con le luci e le ombre di ogni capolavoro, quando nel 1944 i nazisti occupano l'Ungheria e mandano Mik in un campo di lavoro da dove riesce a scrivere a Fifi parole essenziali, come i suoi versi: «Sei tu a dare un senso alla mia vita. Resterò in vita per te». 

 Eppure la guerra finisce e trascorrono i mesi, 18, senza notizie. E lei che legge e rilegge quella promessa capisce: ha scritto «resterò in vita», e non «tornerò». E così lo va a cercare nel campo in cui era stato deportato. Vuoto. Chi ama non si dà per vinto, ma per vivo. E continua a cercare. Dove? 

 Scopre che i prigionieri erano stati portati dai tedeschi in un'altra località vicina, Bor, in Serbia, in una notte di novembre, di ghiaccio e di sangue. Anche lì dopo un anno e mezzo domina un apparente silenzio, nel quale lei, mentre passeggia tra le baracche vuote, ricorda (che cosa è la memoria se non vita che non può più morire?) un verso di Mik: «ero fiore, sono diventato radice», che solo ora può capire, fissando un cespuglio di fiori bianchi sopra il terreno smosso. «Ubi amor ibi oculus», dicevano i mistici medievali: chi ama, vede, perché l'amore non acceca ma ci vede benissimo... 

 E così chiede ai soldati di presidio di scavare, lì sotto. Loro non resistono al dolore che ha reso quella donna folle e, per pietà, l'assecondano, in realtà è lei l'unica lucida, l'unica ad amare e quindi a vederci bene. Infatti le radici di quei fiori sono i corpi di una fossa comune dove, un anno e mezzo prima, erano stati gettati i prigionieri. Ora restano solo vestiti laceri su ossa irriconoscibili, ma Fanni scorge un cappotto familiare su cui è incollato il numero 12, fruga nelle tasche e trova un taccuino dalla grafia inconfondibile, che parla proprio a lei in forma di poesia: 

 «Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano./ ...Io solo/ sono sveglio, assaporo un mozzicone invece di un tuo bacio/ e il sonno tarda a darmi conforto, perché/ ormai non posso più morire né vivere senza di te». 

 Lo psichiatra ebreo Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di sterminio, avrebbe avuto ulteriore conferma di ciò che sosteneva: hanno resistito soprattutto quelli che, oltre il filo spinato, avevano qualcosa da portare a compimento, un pezzo di mondo per cui erano insostituibili, per Mik era Fifi. Con lei, durante i giorni di prigionia, aveva infatti intrattenuto un dialogo in versi nell'unico tempo verbale che conosce la poesia: l'eterno presente. 

 E in versi intitolati Lettera alla sposa le scrive: «Non so più quando potrò vederti di nuovo,/ bella come la luce, bella come l’ombra,/ colei che ritroverei anche da cieco e muto./ Sposa e amica./ So che ti ritroverò,/ ho percorso per te la lunghezza interminabile dell’anima,/ e strade di paesi; se serve con una magia attraverserò/ braci di porpora, fiamme che precipitano, ma tornerò». 

 «Percorrere la lunghezza interminabile dell'anima per tornare» è una delle più accurate definizioni d'amore che io conosca. 

 Mik si era trascinato per trenta chilometri nella notte gelata, mentre lo picchiavano ripetendogli «ecco lo scribacchino!». e poi un giorno gli avevano sparato. Ma proprio la sua scrittura aveva tracciato la via del ritorno, infatti il taccuino che Fanni aveva in mano, il Taccuino di Bor, è l'unica raccolta di poesie sopravvissuta a un campo di concentramento. 

 Mik, morto a 35 anni, aveva mantenuto la promessa, «resterò in vita per te», ma il «per» significava anche «grazie a»; e Dio aveva ascoltato la preghiera che Fanni ripeteva da quando avevano catturato Mik: «prendi me al suo posto». Dio esaudisce a modo suo, perché le preghiere non servono a cambiare la realtà ma a cambiare chi le fa, e così Fanni visse fino al 2014, 102 anni, facendo memoria di Mik: gli anni sottratti a lui furono dati a lei che non smise di ripetere il suo nome al mondo e l'orrore del nazismo. 

 Ho inserito questa storia tra quelle dedicate alle donne di Ogni storia è una storia d'amore, e raccontarla una volta ancora è il mio modo di vivere l'odierna Giornata della Memoria, di cui Fanni e Miklós sono l'incarnazione. 

 Lei frugò anche nell'altra tasca del cappotto di lui, a sinistra, e vi trovò due fotografie. Una era di lei bambina, l'altra di lei donna. Mik le teneva vicine al cuore per ricordarsi che amare è custodire il destino dell'altro, il bambino nell'altro. Era davvero rimasto vivo per lei, e lei rimase viva per lui, perché fare memoria non è suscitare sensi di colpa ma dare vita. 

 Fanni si sarà chiesta tante volte, dove fosse finito il Dio in cui credeva durante quegli anni. Ma non si servì mai di quella domanda per giustificarne l'inesistenza, perché conosceva la risposta:

«Ero dove era l'amore, ero dove era il dolore.

 Ero dove era tuo marito, ero dove eri tu. 

Sono dove siete voi. E lì sarò sempre».  


Corriere della Sera

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lunedì 29 gennaio 2024

MEMORIA. OGNI GIORNO DOPO

CIO' CHE CI PROVOCA ANGOSCIA TENDIAMO A DIMENTICARLO



-         -di Franco Vaccari

 

Il giorno dopo. Dipende da cosa e come si è vissuto quello prima. Se è stato il “Giorno della Memoria”, il giorno dopo inizia il problema: come non dimenticare. Perché aveva ragione il poeta: «e involve Tutte cose l’oblio nella sua notte». A questa legge non si sottrae neanche una ricorrenza che fa del ricordare il suo stesso contenuto. Certo, non un ricordo qualsiasi, ma quel ricordo: la Shoah. La Shoah stessa è intrisa fin dal suo orribile concepimento della dinamica dell’oblio: fu un’idea di eliminazione dall’umanità di un gruppo di persone, appunto la cancellazione dalla memoria di milioni e milioni di persone “per la sola colpa di essere nati”. Fu un’azione che confidava nell’oblio, la sua radice maligna si nutriva di alcuni componenti costitutivi della persona umana: dimenticare, rimuovere, adattarsi.

 Circa il dimenticare non può certo consolarci la forza della tecnologia che promette di rendere “eterni” i ricordi. Quanto alla rimozione Sigmund Freud ce lo ha svelato irrevocabilmente: ciò che ci dà angoscia tendiamo a rimuoverlo. Considerando la forza formidabile ma ambivalente dell’adattamento, conviene ricordare quanto mi disse una giovane armena: «Cosa c’è di peggiore della guerra? Adattarsi alla guerra». I testimoni stessi degli orrori lo sanno bene: ricordare con precisione è un duro impegno per non rischiare di non essere creduti, prestando il fianco al negazionismo. Se dunque siamo naturalmente inclini a dimenticare, rimuovere, adattarci, come raccogliere, il giorno dopo, il messaggio di ricordare che ci viene dal giorno prima? Evitare, il giorno prima, la dimensione celebrativa che collega la rilevanza al clima culturale e politico del momento, cioè alla possibilità o meno di agganciarsi con interessi estranei e di parte.Ma soprattutto, ricordando che Shoah è una parola di fuoco, evitare la banalizzazione o l’enfasi eccessiva: nel primo caso sarebbe svuotata di significato, nel secondo caricata di retorica. Due modi di tradirla. Sì, dobbiamo temere un approccio superficiale, visivo, collegato a volte agli eventi, ripetuti o ripetitivi, “di massa”, senza che incidano sui singoli. La ricerca di impatti quantitativi più che qualitativi.

 La Shoah è una vicenda che è nata nell’intimo delle persone, delle loro relazioni, all’inizio quasi sussurrata e poi cresciuta, ostentata, urlata e dilagata nella retorica del terrore. Perché non torni più, l’orrore di quella vicenda – insieme alla forza di chi gli si oppose – deve incidere nell’intimo delle persone di oggi, delle loro relazioni, abbandonando nuove retoriche, ostentazioni e urla. Chiede di esserci il giorno dopo; non nelle riunioni, nelle piazze o nelle televisioni, ma dove si sbriciola nell’ordinarietà della vita quotidiana.

 Perché in quella vita ordinaria, molti anni fa, diligenti impiegati tedeschi si trasformarono in ubbidienti contabili di morte del Reich e buoni italiani andarono a denunciare conoscenti ebrei, così come, alcuni anni dopo, pacifici vicini di casa divennero assassini della porta accanto nei Balcani, e altri uomini e donne, oggi, in Ucraina, in Israele, a Gaza, stanno compiendo efferatezze, certamente convinti, nella loro falsa coscienza, di fare la cosa giusta o di ubbidire agli ordini. I bambini che sopravviveranno a questi nuovi orrori saranno potenziali incubatori di odio.

 Il Giorno della Memoria esige una convinta pratica quotidiana: così il giorno prima si coniuga con il giorno dopo in una continuità che si chiama educazione. Conosco una docente di storia che si guarda bene dal celebrare il Giorno della Memoria. Per lei il 27 gennaio è un giorno come gli altri perché – dice – nel normale programma di storia i miei studenti e le mie studentesse vengono a conoscenza della Shoah, si interrogano con me e ne usciamo inquieti, con domande nuove sul come agire di conseguenza.

 Fu una decisione che prese un giorno in cui la sua scuola aveva dedicato una settimana intera alla Memoria e un suo alunno sincero esclamò: «Basta con questa Shoah! Non se ne può più». La professoressa fu intelligente e non reagì, ma il giorno dopo riunì gli studenti e mise a tema l’intervento politicamente scorretto del loro compagno, senza indignarsi, ma col gusto di ascoltare. Insieme presero la decisione di «vivere la memoria in tutto l’anno di storia e non celebrarla».

 Mi piacerebbe che ciascuno di noi appartenesse a quella classe, il giorno dopo, convinto della necessità di andare alla radice di quello che è accaduto e non solo al suo esito palesemente tragico: come l’odio ha covato ed è cresciuto nel suo brodo di cultura naturale che è l’indifferenza. Quella radice, infatti, non è di “allora”, ma è di “oggi”, non si è sviluppata solo in “quelli là”, ma si può sviluppare, anzi si sta sviluppando in “noi qua”. 

Ciascuno è un portatore sano di una possibilità di odio e di indifferenza, sulla soglia tra il giorno prima e il giorno dopo c’è ciascuno di noi. La Memoria di quell’odio diventa allora la memoria del nostro odio, del mio possibile odio, della mia possibile indifferenza.

www.avvenire.it

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giovedì 26 gennaio 2023

L'OLOCAUSTO, UNA FOLLE TRAGEDIA DA NON DIMENTICARE

Ogni anno, il 27 gennaio, l'UNESCO rende omaggio alla memoria delle vittime dell'Olocausto e riafferma il suo impegno costante nel contrastare l'antisemitismo, il razzismo e altre forme di intolleranza che possono portare alla violenza di gruppo. La data segna l'anniversario della liberazione del campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau da parte delle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945. Nel novembre 2005 è stata ufficialmente proclamata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell'Olocausto.

L'Olocausto ha colpito profondamente i Paesi in cui sono stati perpetrati i crimini nazisti, con implicazioni e conseguenze universali in molte altre parti del mondo. Gli Stati membri condividono la responsabilità collettiva di affrontare il trauma residuo, di mantenere politiche di memoria efficaci, di prendersi cura dei siti storici e di promuovere l'istruzione, la documentazione e la ricerca, oltre sette decenni dopo il genocidio. Questa responsabilità implica la formazione sulle cause, le conseguenze e le dinamiche di tali crimini, in modo da rafforzare la resistenza dei giovani contro le ideologie dell'odio. Poiché i genocidi e i crimini di atrocità continuano a verificarsi in diverse regioni e poiché stiamo assistendo a un aumento globale dell'antisemitismo e dei discorsi di odio, questo aspetto non è mai stato così importante.

Mantenere viva la memoria dell'Olocausto è l'adempimento di un dovere universale, un dovere verso l'umanità, che è la ragion d'essere dell'UNESCO: sradicare l'odio, costruire la pace e, quindi, proteggere l'umanità. In questa Giornata internazionale, impegniamoci a ricordare sempre. Lo dobbiamo alle vittime della Shoah, lo dobbiamo ai sopravvissuti, lo dobbiamo, infine, a tutte le generazioni future.

UNESCO




lunedì 23 gennaio 2023

SHOAH - SE I PROFETI IRROMPESSERO ...

 
Orecchio degli uomini, 

sapresti ascoltare?



 

«Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
lo zodiaco dei demoni
come orrida ghirlanda
intorno al capo-
soppesando con le spalle i misteri
dei cieli cadenti e risorgenti
per quelli che da tempo lasciarono l’orrore

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte,
accendendo di una luce d’oro
le vie stellari impresse nelle loro mani
per quelli che da tempo affondarono nel sonno

Se i profeti irrompessero
Per le porte della notte,
incidendo ferite di parole
nei campi della consuetudine,
riportando qualcosa di remoto
per il bracciante
che da tempo a sera ha smesso di aspettare

Se i profeti irrompessero
per le porte della notte
e cercassero un orecchio come patria

Orecchio degli uomini
ostruito d’ortica
sapresti ascoltare?

Se la voce dei profeti
soffiasse
nei flauti-ossa dei bambini uccisi,
espirasse
l’aria bruciata da grida di martirio
se costruisse un ponte
con gli spenti sospiri dei vecchi

Orecchio degli uomini
attento alle piccolezze,
sapreste ascoltare?

Se i profeti entrassero sulle ali turbinose dell’eternità
se ti lacerassero l’udito con le parole:
chi di voi vuol fare guerra a un mistero,
chi vuole inventare la morte stellare?

Se i profeti si levassero
nella notte degli uomini
come amanti in cerca del cuore dell’amato,
notte degli uomini
avresti un cuore da donare?»

Nelly Sachs, Le stelle si oscurano, 1944-46. Pubblicato in Italia da Einaudi nella raccolta Poesie, nella traduzione di Ida Porena

Nelly Sachs (1891-1970) è stata una poetessa e scrittrice tedesca di origine ebraica. È famosa soprattutto per il dramma Eli e per le poesie – ispirate all’immaginario e alle tematiche del Romanticismo tedesco – in cui racconta le sofferenze degli ebrei durante e dopo l’Olocausto. Nel 1966 ha vinto il Premio Nobel per la letteratura.

sabato 21 gennaio 2023

I BAMBINI E LA SHOAH

«La Shoah spiegata ai bimbi 

Lezioni già dalle elementari»

L’ebraista Corradini ha scritto un libro che può rappresentare un valido aiuto per gli insegnanti. «Lo sterminio è un tema che, con le giuste precauzioni, si può trattare anche con alunni così piccoli. Magari preparando i montini di Purim»

 - di PAOLO FERRARIO

 

Negli ultimi vent’anni, da quando, nel 2000, è stata istituita la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, sono state davvero numerose le iniziative che hanno coinvolto le scuole, soprattutto le superiori. Difficilmente, però, la “didattica della memoria” ha riguardato la scuola primaria, soprattutto in considerazione della giovanissima età degli alunni in rapporto all’enormità dei fatti narrati: la Shoah. Persino lo Stato di Israele, abitato da moltissimi discendenti dei sei milioni di ebrei assassinati nei lager nazisti, non prevede lo studio sistematico dello sterminio prima dei quindici anni di età e allo Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, è vietato l’ingresso ai minori di 10 anni. Ciò, però, non significa che non si possa parlare di questa tragica pagina di storia anche alle scuole elementari, seppur con un linguaggio adatto all’età degli scolari. Una sfida che coinvolge in prima battuta gli insegnanti, che possono trovare un valido aiuto nel libro Tu sei memoria, scritto per le edizioni Erickson da Matteo Corradini, ebraista e studioso della Shoah, vincitore del premio Andersen 2018. Che in questa intervista spiega perché è una sfida possibile e come gli scolari possono, a loro volta, farsi Memoria.

La Shoah è una materia adatta all’età degli alunni della scuola primaria?

Sì e no. Se con il termine Shoah intendiamo il punto finale dello sterminio, Auschwitz per capire, allora dico subito che non è adatto ad alunni così giovani, anche quelli più grandicelli, di quarta e quinta, per i quali sono pensate le attività proposte nel libro. Se, invece, con questo termine indichiamo i fatti che avvengono tra il 1933, quando i nazisti prendono il potere in Germania e il 1945, quando la guerra finisce, allora c’è tutta una parte che si può raccontare, anche ad alunni di questa età. Perché Auschwitz è il terminale di un processo di costruzione dell’odio antisemita che dura anni e che, con un linguaggio comprensibile ai bambini, è possibile spiegare anche alla scuola primaria.

Come si devono porre i docenti rispetto a una tematica di tale portata?

Da insegnanti, cioè da adulti che capiscono le domande dei propri studenti e provano a dare delle risposte. Il libro cerca di venire incontro proprio a questo lavoro di ricerca delle risposte da dare. Ben sapendo che, come scriveva Elie Wiesel nel suo La notte: «Ogni domanda possiede una forza che la risposta non contiene più». Gli alunni non si innamorano degli insegnanti che sanno tutte le risposte, ma di quelli che sanno accendere domande. Un modo di procedere, tra l’altro, molto ebraico.

Sono preparati per questo?

Io ne incontro tanti e molto motivati, che vogliono formarsi proprio in vista della Giornata della Memoria. Magari non sono tutti così, ma moltissimi docenti sono davvero ben predisposti!

Abbiamo visto che è “possibile” parlare della Shoah alla scuola primaria, ma è anche “necessario”?

Assolutamente sì. E lo è perché questa parte del nostro passato non è ancora passata del tutto e ha ancora qualcosa da dirci. Raccontare la Shoah è imprescindibile. Forse arriverà un momento in cui non sarà più così e io sarò disoccupato ma il mondo sarà un posto migliore. Ma quel momento non è ora, non è qui. È necessario parlare della Shoah per sincronizzare il presente con il passato e fare in modo che alcune parole del passato non siano più passato, perché sono ancora tanto forti nel presente.

Per esempio?

Il meccanismo del pregiudizio e del razzismo è ancora, purtroppo, ben radicato nella nostra società e gli studenti, anche quelli più piccoli, hanno occasione di sperimentare che cosa vuol dire essere discriminati.

Quali attività proporre in classe?

In Italia c’è ancora una scarsa conoscenza degli ebrei e, quindi, si può cominciare con attività semplici come preparare insieme i montini di Purim, oppure costruire una kippah di carta o, ancora, giocare con le lettere dell’alfabeto ebraico. In questo modo si può cominciare ad “assaggiare” una porzione dell’ebraismo e conoscere che cosa sono stati e sono gli ebrei. Non farlo equivale e non onorare la Shoah, perché non sapere nulla delle vittime significa dimenticarle.

 Perché gli ebrei sono così poco conosciuti in Italia?

Perché di loro non si parla. Chi frequenta le parrocchie li incontra a catechismo e poi a scuola con la Seconda guerra mondiale. Ma in mezzo ci sono duemila anni di storia ebraica, che nessuno conosce. È come se gli ebrei fossero stati ibernati al tempo di Gesù e ritirati fuori nel 1938 con le leggi razziali. C’è persino chi pensa che siano stranieri. E, invece, gli ebrei siamo noi, sono i nostri vicini di casa. Gli ebrei sono un pezzo di storia d’Italia.

Perché a scuola non se ne parla come sarebbe necessario?

Le questioni che toccano la scuola sono talmente tante e complesse che si dovrebbe stare in classe diciotto ore al giorno. E, comunque, la scuola è l’unica agenzia educativa che si occupa di questi argomenti. Di antisemitismo si deve parlare a scuola ma anche, per esempio, nelle società sportive, perché è anche negli stadi che esplode con manifestazioni violente. Dalla scuola può partire un percorso di maturazione che, però, ha bisogno di tempi lunghi e non si esaurisce in classe. Servono progetti di ampio respiro, a lungo raggio. E qui entra in gioco la responsabilità della politica che, invece, vive e ragiona a corto raggio. Per il tempo di una legislatura. Ma il senso civico di una generazione ha tempi di maturazione più lunghi.

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Matteo Corradini, Tu sei memoria. Didattica della Memoria: percorsi su ebraismo e Shoah alla scuola primaria, ed. Erikson, 2022

 Questo libro è un aiuto per tutti gli insegnanti che vogliono allargare il loro sguardo e intraprendere un percorso di educazione alla Shoah in modo attento e consapevole, affrontando un tema così delicato con i bambini e le bambine della scuola primaria. Matteo Corradini ci accompagna in un viaggio di scoperta della memoria e ci fornisce gli strumenti teorici e pratici per parlare a scuola di memoria e Shoah. Il libro offre indicazioni di metodo, stimolando l'apertura personale degli insegnanti verso questi argomenti, e numerose proposte operative per coinvolgere le classi in interessanti percorsi pratici. Le 20 attività seguono un percorso a tappe: dall'esplorazione della cultura ebraica ai meccanismi di pregiudizio e di emarginazione messi in atto dai regimi nazista e fascista, fino all'avvio e al compimento dello sterminio di milioni di persone. Ma questo libro ci parla anche del dopo, ci coinvolge in prima persona perché spinge ciascuno di noi ad essere memoria. Tu sei memoria.



 

giovedì 21 gennaio 2021

SHOAH. LA MEMORIA SFIDA IL PREGIUDIZIO

 Lia Tagliacozzo: «L’Italia faccia i conti con il suo passato». 

Camillo Brezzi: «Più attenzione ai documenti». 

Saul Meghnagi: «Un metodo per l’educazione civica»

 -         di Alessandro Zaccuri 

 L’irruzione online risale al 10 gennaio: durante una presentazione del libro La generazione del deserto (Manni, pagine 256, euro 16,00), nel quale Lia Tagliacozzo ricostruisce le vicenda della sua famiglia di ebrei romani durante la Shoah, un gruppo di disturbatori è riuscito a intromettersi con insulti, slogan nazisti e immagini di croci uncinate. Se ne è parlato molto, anche se, commenta l’autrice, «è uno stupore che un po’ mi stupisce». A vent’anni esatti dalla prima celebrazione del Giorno della Memoria (istituita per legge nel 2000, la ricorrenza del 27 gennaio entrò ufficialmente in calendario nel 2001), i segnali di antisemitismo e, più in generale, di intolleranza tornano a manifestarsi con frequenza inquietante. Non è soltanto un retaggio del passato, se è vero che molti giovani ebrei italiani si trovano a fronteggiare i pregiudizi dei coetanei. Per venire incontro alle loro esigenze di chiarezza Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro hanno curato per Giuntina L’ebreo inventato (pagine 320, euro 18,00), una raccolta di saggi che permette di ribattere ai luoghi comuni sull’argomento. Senza alcun intento polemico, ma nella prospettiva di quello che Meghnagi, pedagogista di formazione e consigliere dell’Ucei (Unione della Comunità ebraiche italiane) definisce «un metodo utile a tutti coloro che devono affrontare il pregiudizio». Compreso quello per cui tra storia e memoria verrebbe a prodursi un conflitto.

Non è di questa opinione Camillo Brezzi, che in L’ultimo viaggio (il Mulino, pagine 176, euro 15,00), ricostruisce le fasi iniziali della deportazione, servendosi delle testimonianze di figure significative come Liliana Segre, Sami Modiano, lo stesso Primo Levi e altri ancora. «Affermare che la memoria non è di per sé la storia – dice lo studioso– non significa negare che la memoria sia utile, e spesso addirittura indispensabile, alla storia». Sono prospettive diverse, quelle indicate dai libri che abbiamo appena elencato, ma niente affatto in contraddizione tra loro. «L’elemento irrinunciabile – sottolinea Lia Tagliacozzo – è rappresentato dal valore del Giorno della Memoria, che permette di parlare pubblicamente della Shoah. In precedenza non era così, anche all’interno di famiglie che, come la mia, avevano vissuto il dramma della persecuzione. Nei sopravvissuti prevaleva il desiderio di andare oltre, senza voltarsi a guardare indietro. Era un atteggiamento a suo modo generoso nei confronti delle nuove generazioni, ma nel quale giocava un ruolo non irrilevante anche il timore di non essere creduti o ascoltati. Ma la difficoltà degli scampati non può in alcun modo essere trasformata in alibi per quanti, invece, preferirebbero trincerarsi in un silenzio colpevole. La mia convinzione è che in Italia non si sia ancora sviluppata una coscienza storica e civile di quello che il fascismo ha rappresentato. So bene che è un discorso complesso, che coinvolge la cosiddetta “zona grigia” della quale ho cercato di dare conto anche nel mio libro. Ma questa mancata consapevolezza resta un fatto pericoloso, che ha molto in comune con le esplosioni di intolleranza che negli ultimi tempi si sono fatte solamente più rumorose rispetto a qualche tempo fa. Non ci si può illudere che l’antisemitismo sia un problema di oggi. Anche in Italia è sempre esistito, ora però ha conseguito una sorta di legittimità, che troppo spesso viene confusa con la libertà di espressione».

«Purtroppo – conferma Camillo Brezzi, storico di professione con una solida esperienza di assessore alla Cultura per la Provincia e il Comune di Arezzo – fin dal principio le celebrazioni del Giorno della Memoria sono state funestate da atti di vandalismo, intimidazioni, oltraggi. Qualcuno ha addirittura preteso che esi- stesse un rapporto di causa-effetto, come se l’intolleranza fosse l’esito di un eccesso di memoria. Non è affatto così e non solo perché l’antisemitismo è sempre esistito, appunto, ma anche perché è mutato e continua a mutare nel tempo, sollecitato da fattori diversi, di natura politica e sociale. Proprio per questo occorre soffermarsi ancora ad ascoltare la voce dei testimoni, i cui racconti costituiscono una risorsa irrinunciabile per la ricerca storiografica. Penso al patrimonio della Fondazione Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, nel quale sono conservati più di novemila tra diari, memoriali, autobiografie, epistolari. Nessuno di questi documenti, preso isolatamente, permette di ricostruire il periodo al quale fa riferimento, ma in ciascuno di essi sono presenti informazioni preziose, che rivelano episodi sconosciuti, contestualizzano dettagli, forniscono un punto di vista personale su vicende che altrimenti rischieremmo di valutare solo dall’esterno. La persecuzioni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale è molto studiata, è vero, ma a un certo punto mi sono resto conto che i momenti cruciali dell’arresto, del viaggio nei treni blindati e dell’arrivo nei lager non erano ancora stati approfonditi. E per capire che cosa accadesse in quelle giornate terribili non si può fare altro che affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti».

«Il ricorso alla memoria corrisponde alla stessa esigenza di concretezza dalla quale ci siamo fatti guidare per L’ebreo inventato – spiega Saul Meghnagi –. Anziché partire da affermazioni astratte, abbiamo isolato una serie di casi esemplari, li abbiamo analizzati in modo sistematico e da lì siamo risaliti ai princìpi generali sanciti dalla Costituzione. Si tratta di un percorso molto articolato, che passa per snodi spesso delicati e che richiede un concorso di competenze diverse, di tipo sia storiografico sia sociologico. Sono convinto che sia un modello di educazione civica che può essere applicato con efficacia anche ad altre forme di discriminazione e pregiudizio, come quelle derivanti dai cambiamenti demografici in atto nel nostro Paese. Oggi l’intolleranza rischia di essere più accettata rispetto al passato, lo sappiamo, e l’affiorare di nuove forme di rivendicazione identitaria va di pari passo con il permanere, nella memoria collettiva, di zone d’ombra che pochi sembrano disposti a esplorare. Prendere in esame un caso per volta, così come prestare ascolto a una singola testimonianza, aiuta a uscire dalla vaghezza di una versione troppo semplificata della storia. Senza trascurare il fatto che, per fortuna, dal passato si può anche imparare qualcosa di buono. Pregiudizi che un tempo sembravano insuperabili, come l’accusa di deicidio che attribuiva all’intero popolo ebraico la colpa dell’uccisione di Gesù, è venuta a cadere grazie al cammino compiuto dalle Chiese dopo la Shoah, anche attraverso la riflessione del Concilio Vaticano II. Anche a questo serve l’alleanza tra storia e memoria».

 

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sabato 1 febbraio 2020

EURISPES. RAPPORTO CHOC: GLI ITALIANI E LA SHOAH

 Il 15,6 per cento degli italiani nega l'Olocausto !

Fulvio Fulvi 

Nel 2004 erano il 2,7%. Il 16,1% ritiene che nei campi di sterminio le vittime siano state molte meno di quelle di cui parlano i libri di storia. L'Eurispes: più a sinistra che a destra

Una percentuale che fa venire i brividi: il 15,6% degli italiani nega la Shoah. Crede cioè che lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti non sia mai avvenuto. A questi cittadini "scettici" che vorrebbero cancellare pagine di storia documentata anche da testimoni che hanno vissuto personalmente la tragedia dei lager, vanno aggiunti quelli che sostengono che l'Olocausto non avrebbe prodotto diciassette milioni di vittime ma molte meno: è il 16,1% degli intervistati a sostenerlo. I dati, allarmanti, emergono dal rapporto Eurispes 2020 sul nostro Paese.
Ma le risposte ad altri quesiti sullo stesso tema mostrano anche elementi in apparente controtendenza rispetto a quelli sulla veridicità della "soluzione finale" voluta da Hitler: l'affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario, prosegue l'indagine Eurispes, raccoglie infatti il generale disaccordo degli italiani (76%); non manca però chi sostiene questa idea (23,9%). Gli ebrei controllerebbero i mezzi d'informazione a detta di più di un quinto degli intervistati (22,2%), mentre i contrari arrivano al 77,7%.
Dal 2004 a oggi gli italiani che negano la Shoah sono cresciuti dunque dal 2,7 al 15%. Un segnale del clima di odio e pregiudizio razziale che si sta diffondendo nella Penisola, come dimostrano i recenti episodi di minacce, scritte antisemite sui muri, e anche insulti a stranieri. "Il negazionismo continua a infangare la memoria di questa tragedia - commenta il viceministro agli Interni, Matteo Mauri -, dobbiamo fare di più affinché le teorie negazioniste non trovino nuovo consenso". "È responsabilità di tutti noi - prosegue Mauri - non sottovalutare questi dati che rendono evidente come razzismo e antisemitismo siano ancora presenti in Italia. Dobbiamo tenere vivo quel doloroso ricordo, in modo che soprattutto le giovani generazioni possano conservare e trasmettere la nostra memoria storica. Gli atti intimidatori di questi giorni, che spesso vengono relegati a 'ragazzate' o poco più, sono gravi e inammissibili. Nessuno deve sottovalutare la loro pericolosità. Per questo motivo il governo - conclude il vice ministro - tiene alta la guardia ed è al lavoro per contrastare con fermezza qualsiasi deriva estremista".
Il rapporto Eurispes riserva qualche sorpresa riguardo alla colorazione politica di chi nega l'Olocausto. «La credenza che la Shoah non abbia mai avuto luogo - si legge - vede il picco di intervistati “molto” d’accordo tra chi si riconosce politicamente nel Movimento 5 Stelle (8,2%), concordi complessivamente nel 18,2% dei casi; la più alta percentuale di soggetti concordi (abbastanza o molto) si registra però tra gli elettori di centrosinistra (23,5%). I revisionisti risultano più numerosi della media a sinistra – per il 23,3% l’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente, ma ha prodotto meno vittime di quanto si afferma di solito – ed al centro (23%), meno a destra (8,8%)».


sabato 26 gennaio 2019

SHOAH - DIMENTICARE LO STERMINIO FA PARTE DELLO STERMINIO STESSO


di Pasquale Hamel

Anche oggi, che il ritmo della vita moderna assorbe le nostre menti in modo totalizzante, ricordare l’immane tragedia della Shoah è necessario perché, come spesso sentiamo ripetere, c’è il rischio di dimenticare quanto invece non può e non deve essere dimenticato. 
Ha ragione, dunque, Elisa Springer - che ha personalmente conosciuto cosa è stata la Shoà - nell’affermare che “tanto grande è il rischio di dimenticare, che occorrerebbe un anniversario di Auschwitz al giorno!”. 
Ma la memoria non va strumentalizzata e, per ciò stessa, confusa con altre tragedie che giornalmente riempiono le cronache dei nostri giornali come, purtroppo, spesso qualcuno anche per miserabili giochi politici tenta di fare, perché come scrive Elena Loewenthal, quanto accadde in quei terribili anni che vanno dal 1942 al 1945 “fu un evento senza precedenti perché mai era stato deciso a tavolino lo sterminio, l’annientamento di un popolo in quanto tale”. Un atto, dunque, di suprema barbarie del quale, come figli della civiltà europea, dovremmo tutti vergognarci perché quei carnefici, checché se ne dica, erano partecipi della nostra stessa cultura e, come ha evidenziato Hanna Arendt, erano uomini come noi, formati e informati della nostra storia e, per di più, ciascuno di loro “era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” 
Esiste, dunque, un dovere della memoria, un ricordare per non dimenticare che deve diventare monito collettivo e individuale giornaliero anche perché, lo scrive con coraggio Zigmunt Bauman, “Il sospetto è che l’Olocausto non sia stato un’antitesi della civiltà moderna e di tutto ciò che (secondo quanto ci piace pensare) essa rappresenta. Noi sospettiamo (anche se ci rifiutiamo di ammetterlo) che l’Olocausto possa semplicemente aver rivelato un diverso volto di quella stessa società moderna della quale ammiriamo altre e più familiari sembianze; e che queste due facce aderiscano in perfetta armonia al medesimo corpo”. 
Questo terribile sospetto non può che essere fugato da una vigilanza attiva, dal trasformare il mero ricordo in memoria viva per trasmetterlo e consegnarlo alle generazioni future, perché l’orrore non si ripeta. 
La memoria della Shoà non può dunque essere assimilata alle consuete celebrazioni retoriche, memorie cristallizzate e meramente istituzionalizzate, ma, credo, debba assumere, proprio per i motivi che abbiamo sommariamente elencato, un significato più profondo e, ad un tempo, più drammatico perché diventa riflessione sullo stesso senso dell’essere uomo in questo mondo. Dunque, ricordare, fare memoria, è dovere morale anche perché, è bellissima questa frase del grande regista Jean-Luc Godard che qui mi pregio di trascrivere a conclusione, “dimenticare lo sterminio fa parte dello sterminio stesso.”

MATTARELLA: " .... Sono passati settantaquattro anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Eppure, nonostante il tanto tempo trascorso, l’orrore indicibile che si spalancò davanti agli occhi dei testimoni è tuttora presente davanti a noi, con il suo terribile impatto. Ci interroga e ci sgomenta ancora oggi.
Perché Auschwitz non è soltanto lo sbocco inesorabile di un’ideologia folle e criminale e di un sistema di governo a essa ispirato. Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto. Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni.... "