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sabato 9 maggio 2026

LE PAROLE SONO PIETRE


 La persona, 

le etichette 

e le pietre



In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione

 dell’uomo, esprimibile con una definizione. 

Ma si può definire la persona umana? 

«Definire» significa fissare dei limiti, precisare, mettere fine

 all’incertezza, al dubbio, a ciò che resta ancora da scoprire.

 Significa chiudere una data realtà dentro un concetto 

e una parola ben precisi.

-di Salvatore Cipressa*

Cercando di definire la persona, si arriva ben presto a un paradosso: quello di affermare che la persona, a differenza di un qualsiasi oggetto, non si lascia «definire» totalmente. Inoltre, ciascuno di noi sa, per esperienza, che non c’è nulla di più doloroso che sentirsi «definiti» o meglio «etichettati», una volta per tutte, dagli altri. Purtroppo, persiste ancora una visione miope della grandezza della persona umana e forse, proprio per questo, come afferma Erich Fromm nell’Arte di amare, «per la maggior parte della gente, la propria personalità e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita».

Le parole sono pietre

Come dice Carlo Levi, «le parole sono pietre» hanno l’enorme potere di contribuire, anche inconsapevolmente, a ferire, etichettare, rafforzare pregiudizi o stereotipi culturali e di genere. Pregiudizi e stereotipi sono visioni troppo semplicistiche e miopi della realtà e possono essere trasmessi dall’ambiente familiare e sociale in cui viviamo, dai mezzi di comunicazione sociale, da esperienze e vissuti personali. Essi possono riguardare il genere e l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico, l’etnia, la religione, lo status socio-economico, le differenze ideologiche o politiche, e così via.

Pertanto è profondamente riduttivo e dispregiativo qualificare negativamente una persona unicamente per il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, l’appartenenza sociale, la religione, senza vedere in lei la ricchezza dell’«essere persona», creata ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata in Cristo Gesù a vivere la figliolanza divina.

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Quaresima 2026, ha invitato tutti ad astenersi dalle parole che percuoto e feriscono gli altri. Egli ha affermato: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». 

Mistero e valore infinito della persona

La persona si lascia avvicinare e si rivela solo dal rispetto che le si porta e che la rende a poco a poco conoscibile. La persona è mistero, una realtà talmente ricca, ineffabile, indicibile, irripetibile, unica, che non si può comprendere (dal latino comprehendĕre «prendere insieme») totalmente; è un valore in sé, ontologico e assiologico, che vive nella tensione tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza; ha valore di fine mai di mezzo, pertanto non può mai essere usata come oggetto, strumentalizzata o etichettata.

Il Salmo 8 esprime chiaramente la superiorità dell’uomo nei confronti della creazione quando afferma: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (vv. 6-7). L’uomo, come afferma Jacques Maritain, «è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico».

Il Dicastero per la dottrina della fede, nella dichiarazione Dignitas infinita, afferma in maniera forte e decisa questo principio fondamentale: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti.

La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù. Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza»» (n. 1).

Alla luce di questo principio fondamentale, possiamo affermare che ogni persona umana ha un valore infinito e una dignità ontologica, radicati nel suo stesso essere, che non possono essere mai annullati e costituiscono un punto di riferimento oggettivo per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale, l’equità, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità.

 *Salvatore Cipressa insegna Teologia morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano «don Tonino Bello» di Lecce.

Il Regno

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venerdì 27 febbraio 2026

L'INTELLIGENZA DEI PIEDI

 


“La sapienza 

ama giocare”

Un itinerario di significati 

fra sapienza, 

intelligenza, saggezza 

e incoscienza 

Le stringhe di parole sono affascinanti, 

soprattutto per una persona che, 

per motivi diversi ma alla fine convergenti, 

ha avuto tanto a che fare con parole migranti, 

cioè con esigenze di continue traduzioni. 

di Cristina Simonelli *

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari. 

Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato). 

Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente. 

L’intelligenza dei piedi 

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti). 

Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze 

Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge 

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”. 

In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

Fonte: Messaggero cappuccino

* docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 

giovedì 26 febbraio 2026

LE PAROLE HANNO UN PESO

 LUCE o PROIETTILE?

 "Le parole hanno un peso:

 lasciano segni, accendono

 ricordi, aprono i cuori. 

Non sono fatte d’aria, spostano

 le vite e decidono l’amore"

La Redazione

Il pensiero di Massimo Recalcati sul valore della parola, capace di dare forma alle relazioni, al silenzio e all’esperienza più profonda dell’essere umano

Basterebbe soffermarsi solo un attimo per comprendere fino in fondo come le parole abbiano un peso: ogni parola pronunciata con amore, infatti, può arrivare dritta al cuore, accarezzando la nostra anima, mentre ogni parola pronunciata con disprezzo può mortificarci o umiliarci.

Ad avvalorare tale tesi è proprio lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati che in merito ha così espresso il suo pensiero: “L’esperienza della psicoanalisi insegna il peso delle parole. Le parole non sono fatte d’aria, possiedono una loro consistenza: spostano le vite delle persone, lasciano segni, accendono entusiasmi e ricordi, aprono i cuori, armano le mani, sentenziano, liberano, incatenano, sconvolgono, sospingono all’odio o all’amore, aprono o chiudono i mondi”.

Si pensi, ad esempio, allo psicoanalista che paradossalmente trascorre la maggior parte del suo tempo in silenzio, senza parlare; eppure il silenzio è una merce rara e preziosa ed è la sola cosa che davvero onora la parola, così come spiegatogli molto dettagliatamente dal saggista italiano.

Ed allora a cosa assomiglia davvero la parola? Massimo Recalcati, in via esemplificativa, ci propone tre diverse immagini.

Luce 

“La prima è un’immagine inconsueta perché noi siamo abituati nel nostro tempo a pensare che la parola sia uno strumento che serve alla comunicazione. In realtà la prima immagine che vi voglio offrire è che la parola assomiglia alla luce. Ed il fatto che la parola assomiglia alla luce ci è indicato dalla nipotina di Sigmund Freud che soffriva di disturbi del sonno e dunque chiedeva a sua madre di starle vicino fino a notte fonda. Ad un certo punto la madre spazientita dice alla piccola: ‘adesso vado di là, ho sonno, spengo la luce, dormi ’ e la bambina rivolta alla madre dice: ‘sì, tu spegni la luce, ma continua a parlarmi perché la tua parola è luce’. La parola porta la luce nella misura in cui allarga l’orizzonte del nostro mondo, nella misura in cui moltiplica i mondi, nella misura in cui, illuminando le cose, le fa esistere in modo nuovo. E questa è la dimensione più straordinaria, bella, della parola”, in tal modo il saggista italiano continua la sua significativa disamina.

Proiettile

“Ma la psicoanalisi ci insegna che accanto a questa rappresentazione della parola luce ce n’è un’altra: quando la parola assomiglia ad un proiettile. Parole che ci hanno attraversato, che ci hanno ferito, che ci hanno fatto sanguinare, che ci hanno fatto soffrire, che ci hanno umiliato, che ci hanno offeso. Quando la parola diventa proiettile? Quando assomiglia all’insulto. La parola può essere molto pericolosa. Dunque, si arresta il movimento luminoso della parola e prevale la violenza sulla parola. Ciò si verifica quando viene meno lo sforzo degli adulti di assumersi le conseguenze delle parole che pronunciano.

Coraggio

“Infine, il terzo ritratto, che è il più breve ma che è anche il più significativo per uno psicoanalista, è la parola come appuntamento mancato, sono le parole che non abbiamo detto, le parole che non abbiamo avuto il coraggio di pronunciare, di dire, di affermare. La parola che è rimasta chiusa nella nostra bocca. Queste per gli psicoanalisti sono le parole che fanno ammalare: le parole non dette sono le parole che si convertono in sofferenza. A volte il corpo nella sua sofferenza dice le parole che non abbiamo osato dire”, attraverso tale terza immagine Massimo Recalcati conclude la sua profonda riflessione.

Non dobbiamo mai dimenticare, pertanto, quanto siano importanti le parole che pronunciamo: queste ultime, infatti, sono in grado di portare la luce nella misura in cui allargano l’orizzonte del nostro mondo; ma al contempo le parole possono ferire proprio come proiettili, infliggendoci sofferenza e mortificandoci fin nel profondo della nostra anima.

Per te, lettore che ci segui, ti sei mai chiesto quali parole hanno lasciato un segno nella tua vita e quali, invece, avresti voluto dire e non hai detto? Le parole restano, nel tempo e nella memoria, molto più di quanto immaginiamo.

Scuola Oggi

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mercoledì 31 dicembre 2025

IL POTERE DELLE PAROLE



-         di MARCO FERRANDO

Avvolti da una spirale di conflittualità che sembra a tratti inarrestabile, nel mondo ma anche intorno a noi, ci ritroviamo sempre più spesso senza parole. Superata la sorpresa, l’indignazione, la preoccupazione, pare che ci resti solo il silenzio. Una tentazione forte, che è anche l’anticamera della resa. Una doppia resa. Perché con il silenzio accettiamo che le cose facciano il loro corso, perché così neghiamo alla parola il potere e la responsabilità di levarsi contro questa stessa spirale. E se non di fermarla, almeno di offrire un’alternativa. Il 2025 si chiude nel solco di come era cominciato. Ma è proprio dentro a questo solco sempre più profondo e più buio che ogni singola scintilla può non solo fare un po’ di luce, ma anche accendere qualcosa, rendersi portatrice di una discontinuità, generare qualcosa di imprevisto. La parola è una delle poche armi che ci restano, soprattutto se si tratta di una parola disarmata e disarmante, espressione nei fatti diventata il controcanto di questo Giubileo della Speranza.

Chiunque dispone della parola, chiunque ne ha la responsabilità, a partire da ciò che dice e da come lo dice. Le cause e gli effetti si moltiplicano poi se dalla dimensione personale si sale fino alla comunicazione, alla comunicazione di massa, all’ecosistema dell’informazione che vi ruota intorno e che vive le stesse fatiche del mondo che dovrebbe raccontare. A quasi un anno di distanza, tornano alla mente le parole di papa Francesco nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il 24 gennaio scorso.

«Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio – metteva in guardia Francesco –. Troppe volte semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive, usa la parola come una lama, si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire».

Parole profetiche, se rivediamo il film di questo drammatico 2025. In cui la comunicazione, e l’informazione, si sono ritrovate al tempo stesso strumento e vittima della polarizzazione che sempre più scandisce il mondo diseguale in cui viviamo. Il crescendo di conflittualità a cui assistiamo ha nell’informazione un potente alleato se ne fornisce i contenuti e si presta nei modi, ma diventa uno dei pochi antidoti nel momento in cui sfugge a questa dinamica. Non è un caso che l’informazione sia finita sempre più spesso nel mirino: lo dimostrano i 67 giornalisti morti (per lo più uccisi) nel corso dell’anno secondo i numeri di Reporters senza Frontiere, lo dimostrano gli interessi (e relativi conflitti) che circondano la proprietà dei media, settore in crisi ma capace di scatenare ancora grandi appetiti, lo dimostrano le conferenze stampa sempre meno frequenti e sempre più scandite da copioni cinematografici. È il fascino, e il potere, della parola. Che può avere esiti deflagranti se chi la pronuncia «ha il fuoco dentro» come Dorothy Day, la giornalista americana evocata da papa Leone XIV a fine novembre, che l’ha eletta a modello della speranza come «prendere posizione», nella sua vita passata a «scrivere e servire», in uno sforzo che la vedeva «unire mente, cuore e mani». Perché dalla parola all’azione il passo è breve, ed è in questa combinazione così umana che si può restare vivi anche in mezzo a tante intelligenze artificiali, è così che si può accendere la speranza mentre tutto parla di guerra, è così che si può dire qualcosa di nuovo mentre tutto sembra già sentito. Ed è così che corriamo il rischio di veder germogliare «all’improvviso» quella «pace selvatica» di cui scriveva il poeta israeliano Yehuda Amichai, citato ancora dal papa nel messaggio Urbi et Orbi.

La parola ha un potere ineffabile e trasformativo. La parola ci fa prossimi di chi ci sta intorno, ci apre, ci pone delle domande, rende utile e imprescindibile interessarci e informarci. E gli algoritmi non potranno averla vinta finché ci saranno di mezzo persone, con i loro valori, i loro gusti, le loro attenzioni. No, il silenzio non può e non deve prevalere.

www.avvenire.it  

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domenica 23 marzo 2025

ORSO BIANCO e NERO



L’orso bianco era nero

Storia e leggenda della parola


Roberto Vecchioni*

Edizioni PIEMME - Marzo 2025 


«Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un'opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di problemi suoi col tempo che vola. 
D'altronde non ho neanche voglia di mortificare una scienza (arte?) meravigliosa riducendo tutto all'osso e tirar fuori un "bigino" per deficienti. L'intento è un altro: è quello di farvi innamorare. 
Avete letto bene! Farvi innamorare della parola. Penserete "questo è matto". Scommettiamo? Sono i miei ottant'anni d'amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un'ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la "vera" essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l'uomo. 
Questa era la mia felicità.»

*È uno dei padri storici della canzone d'autore in Italia. È stato professore di greco e latino per molti anni, attualmente insegna Contemporaneità dell'antico all'Università IULM di Milano. Per Einaudi ha pubblicato Viaggi del tempo immobile (1996), Le parole non le portano le cicogne (2000), Parole e canzoni (2002), Il libraio di Selinunte (2004), Diario di un gatto con gli stivali (2006), Scacco a Dio (2009), Il mercante di luce (2014), La vita che si ama. Storie di felicità (2016), Lezioni di volo e di atterraggio (2020) e Tra il silenzio e il tuono (2024). Per Frassinelli è uscito il libro di poesie Di sogni e d'amore (2007), per Bompiani Canzoni (2021), un'autoantologia dei testi più significativi di cinquant'anni di carriera. Sua è la traduzione del Prometeo incatenato di Eschilo andata in scena a Siracusa nel maggio 2023. È ospite fisso di In altre parole, trasmissione condotta da Massimo Gramellini su LA7.

venerdì 13 dicembre 2024

UN PONTE DI PAROLE PER LA PACE

 “Un ponte di parole” tra ragazzi pugliesi e palestinesi per costruire la pace




Il progetto della compagnia Teatri Di.versi di Corato ha sviluppato laboratori teatrali con i ragazzi pugliesi e di Ramallah sulle parole memoria, verità, giustizia e cura. Da questo percorso è nato uno scambio di lettere che ha coinvolto anche i bambini delle quarte elementari, compresi i piccoli dell’istituto Saint George di Gerusalemme per costruire concreti legami di pace

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-di Emiliano Moccia

 La prima letterina scritta dai bambini della quarta elementare della scuola Saint George di Gerusalemme per i loro coetanei dell’istituto comprensivo “Imbriani-Piccarreta” di Corato è arrivata ai primi di novembre. È arrivata sotto forma di video, ma l’emozione fra i piccoli alunni era davvero tanta ed anche se le parole erano in lingua araba, le barriere geografiche, culturali e linguistiche erano già state superate. Perché il progetto “Ponte di parole” punta ad uno scambio epistolare tra adolescenti pugliesi e ragazzi palestinesi, con l’idea di unire i popoli attraverso il teatro, la scrittura e la cultura. Un ponte simbolico, ma oggi più che mai – alla luce di quanto avviene in quei territori – carico di significato e di solidarietà. «Un viaggio emozionante attraverso la forza e la riscoperta delle parole memoria, verità, giustizia e cura che aiutano concretamente a costruire la pace» spiega Claudia Lerro, direttrice artistica di Teatri Di.versi e dell’omonima scuola di teatro di Corato che si occupa anche di formazione e pedagogia dei più giovani per contribuire a trasmettere più consapevolezza sulle questioni e a contribuire ad un vero cambiamento.

«La narrazione sulla Palestina non è così forte ed esaustiva, tanto che abbiamo scoperto che pochi ragazzi fossero a conoscenza della Palestina. E forse il primo elemento da restituire a questo popolo è proprio la sua memoria, la sua storia, il racconto della sua esistenza. Percorso che abbiamo fatto attraverso quattro laboratori, attraverso le parole chiave che abbiamo individuato, perché solo facendo un’analisi accurata di memoria, verità, giustizia e cura si può davvero iniziare a parlare di pace non in modo retorico ma in modo cosciente e consapevole» aggiunge Lerro, che ha condotto i laboratori teatrali a Corato. «Volevamo fare dei laboratori sulla pace, ma la parola pace a volte viene usata priva del suo vero significato. Non c’è pace senza giustizia, senza memoria, senza libertà e cura: queste sono alcune delle parole su cui abbiamo lavorato» ha spiegato Iyas Jubeh, mediatore culturale italo-palestinese, che insieme a Mariam Kamel Basha, un’attrice palestinese, ha guidato il laboratorio a Ramallah, città palestinese situata in Cisgiordania.

Solo facendo un’analisi accurata di memoria, verità, giustizia e cura si può davvero iniziare a parlare di pace non in modo retorico ma in modo cosciente e consapevole

Il progetto è stato promosso da Teatri Di.versi con il sostegno dalla Regione Puglia nell’ambito dell’avviso pubblico “Iniziative per la Pace e per lo Sviluppo delle Relazioni tra i Popoli del Mediterraneo”. Partner dell’iniziativa è stato il Comune di Corato, mentre hanno collaborato anche Nazra, l’istituto comprensivo “Imbriani-Piccarreta” e la scuola Saint George di Gerusalemme. Fondamentale per la riuscita dell’iniziativa il Cinémathèque Al-Kasaba di Ramallah, che ha ospitato i giovani partecipanti al laboratorio che in alcuni casi hanno dovuto fare i conti anche con i disagi provocati dai soldati israeliani che a Beitunia, a tre km dal teatro di Ramallah, chiudevano le strade che portano in città.

 «A causa delle difficoltà imposte dal conflitto in Medio Oriente, è stato lo stesso Jubeh ad occuparsi del trasporto sicuro delle lettere scritte dai ragazzi palestinesi, custodendole nella valigia da stiva del proprio volo per garantire che non venissero confiscate o distrutte durante i controlli di sicurezza» racconta Lerro. Significativo il confronto tra i ragazzi delle due sponde del Mediterraneo per il tramite delle lettere che si sono scambiati. «Nelle loro lettere i giovani palestinesi parlano dei diritti negati, della paura di uscire di casa. Escono solo per andare a scuola, vivono una situazione di grande apprensione. E poi raccontano dei checkpoint, dei controlli militari che rallentano la loro vita quotidiana, anche quando si tratta di uno spostamento minimo che può bloccarli per tante ore» evidenzia la direttrice artistica di Teatri Di.versi.

Nelle loro lettere i giovani palestinesi parlano dei diritti negati, della paura di uscire di casa. Escono solo per andare a scuola, vivono una situazione di grande apprensione

«Ai bambini italiani abbiamo dovuto spiegare cosa sono i checkpoint, che per fortuna non vivono nei loro territori. I ragazzi palestinesi più grandi, invece, ci hanno chiesto di aiutarli nel boicottaggio dei prodotti israeliani. Le azioni che si possono fare per manifestare la propria contrarietà a quanto sta avvenendo sono molte poche, ma una di queste per dissentire è il potere che abbiamo noi consumatori. E poi ci chiedono come ci immaginiamo la Palestina, se tifiamo per loro, se conosciamo qualcosa. Una delle cose più emozionanti di questo progetto culturale è stato capire che il solo fatto di essere visti da qualcuno li ha commossi, ha emozionato i ragazzi, ha accesso una luce in loro e nei loro animatori. Perché per loro ha voluto dire che l’Occidente, che è così tanto responsabile di tutto questa storia, si sta prendendo cura e carico della mancanza del rispetto dei diritti umani, della sofferenza di questo popolo. Per comprendere quanto sia importante questo progetto basta pensare ai bambini e ai ragazzi italiani che non sapevano dove fosse la Palestina, cosa stesse accadendo. Probabilmente, le scuole che sono impegnate a terminare tutti i programmi di studio, parlare di cose avvenute davvero secoli fa, dovrebbero mettere un faro anche sulle questioni più attuali per far capire cosa accadendo, per aiutare i ragazzi sviluppare un senso critico, a prendere una posizione».

“Quando ci si guarda negli occhi è molto più difficile farsi la guerra, scopro che l’altro sono io, è inevitabile che la pace possa germogliare”

Adesso, quindi, le lettere cartacee sono state consegnate ai ragazzi italiani che hanno così potuto leggerne il contenuto. «Il progetto, però, comprende anche altre azioni che si concluderanno a metà dicembre, come lo spettacolo teatrale Il Giardino delle Parole, la proiezione di alcuni corti con Nazra, la costruzione di aquiloni sempre in vista del tema della pace» prosegue Lerro. «Ora ci auguriamo che il rapporto epistolare che si è instaurato tra i ragazzi pugliesi e quelli palestinesi possa continuare, che possa proseguire il legame tra le due scuole. L’unica cosa che possiamo fare per restare umani è creare un contatto. Un ponte di parole, appunto, un contatto reale, concreto, tra le persone. Perché, quando ci si guarda negli occhi è molto più difficile farsi la guerra, scopro l’altro umano come me, scopro che l’altro sono io e viceversa, è inevitabile che la pace possa germogliare».

 VITA

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IL VALORE DELLE PAROLE


 Eugenio Borgna è morto a 94 anni. Rivoluzionò la cura psichiatrica come "rapporto tra interiorità". Ha scritto molti saggi confrontandosi anche con opere di letteratura, poesia, filosofia. Ha scritto per Esodo articoli che mostrano la grande apertura per le tematiche della fede. Nei contatti avuti direttamente colpiva la sua gentilezza, la pronta disponibilità e l'interesse per una relazione personale.


Pubblichiamo l'articolo La violenza del linguaggio nelle relazioni, tratto da Esodo n. 1/2020, pp. 9-13, "Parola che crea, parola che distrugge".

 

Sono molte le pagine che ho dedicato alle parole, alla loro importanza nelle relazioni quotidiane, e in particolare a quella delle parole nelle relazioni fra medico e paziente: paradigmatiche nel creare relazioni umane, e terapeutiche, o invece conflittuali, e antiterapeutiche. Fra le discipline mediche, la psichiatria è quella che dà la maggiore importanza alle parole, e non può vivere senza le parole, di quelle dei pazienti, e di quelle di chi li cura. 

Come diceva Friedrich Hoelderlin, sulla scia di intuizioni nutrite di genialità e di follia, tutto è connesso, e allora vorrei dire che le relazioni sono il background, il tessuto ineliminabile, della vita, intrecciandosi alle emozioni che proviamo, e alle parole che le esprimono. Se vogliamo conoscere qualcosa di quello che avviene in noi, quando siamo in relazione, e non possiamo non esserlo sempre, non dovremmo mai stancarci dal seguire il cammino che ci porta alla nostra interiorità: in interiore homine habitat veritas: lo diceva sant’Agostino. 

Noi siamo un colloquio 

 Ogni relazione è dialogo, è colloquio, è un essere insieme nell’ascolto, e non sempre è facile esserlo, ascoltare è attenzione, che è preghiera, si ascoltano le parole che ci sono dette, ma anche quelle che non ci sono dette, e che parlano con la voce degli occhi, alcuni occhi sbranano, come diceva Elias Canetti, e dei volti, delle lacrime e del sorriso. Quando ci incontriamo con una persona, la dovremmo guardare negli occhi, e la cosa ha una enorme importanza non solo nella relazione fra medico e paziente, fra insegnanti e allievi nella scuola, ma anche fra genitori e figli. Non saprei parlare della violenza che oggi dilaga nelle parole che si dicono nelle più diverse aree tematiche della vita senza svolgere alcune considerazioni sulla fenomenologia delle parole che dovremmo ricordarci di dire. 

 Le parole sono creature viventi 

 Le parole sono creature viventi, le parole non sono mai inerti e mute, comunicano sempre qualcosa, sono impegnative per chi le dice, e per chi le ascolta, e una volta dette non ci appartengono più. Non c’è conoscenza se non seguendo il sentiero talora luminoso talora oscuro delle parole, ma ci sono parole che curano, parole che fanno del bene, e parole che fanno del male, e questo non ha importanza solo nella relazione fra medico e paziente, ma anche nella vita di ogni giorno. Sono le parole che ci consentono di essere in relazione con gli altri, con le persone che ci sono amiche, con quelle che ci chiedono di essere ascoltate, e con quelle che curiamo, se siamo medici. Non sempre siamo consapevoli dell’importanza che le parole hanno nel destare risonanze emozionali creative, e nel creare relazioni umane, che siano portatrici di serenità e di attesa, di conforto e di speranza, o invece di malessere e di sofferenza, di angoscia e di disperazione; ma non dovremmo mai dimenticarlo in ogni stagione della nostra vita. 

Quando parliamo con una persona, cerchiamo di capire cosa ci dicano il suo volto e il suo sguardo, il suo sorriso e le sue lacrime? Non dovremmo mai dimenticare quello che ha scritto un grande scrittore francese, André Gide: nessuna parola giunga alle nostre labbra che non sia stata prima nel nostro cuore. Se lo facessimo, sapremmo trovare parole gentili che curano, e fanno del bene, parole che creano fiducia, e speranza, parole che ci allontanano dalla indifferenza e dalla violenza del linguaggio. Non so pensare a quanta consapevolezza noi abbiamo della importanza del linguaggio, che richiede in ogni caso riflessione e attenzione a quello che avviene nella nostra vita interiore, e in quella delle persone che la vita ci fa incontrare. Le parole che ci scambiamo in internet non bastano, e non servono, a metterci in una relazione dialogica con gli altri da noi, e semmai ci rendono partecipi di esperienze che non siano nutrite di emozioni. 

Grande è la responsabilità delle famiglie e della scuola, degli strumenti di comunicazione, nel ridare importanza alle parole viventi, alle parole che hanno un suono, senza disconoscere i significati della comunicazione digitale, ma rimarcandone i limiti, e circoscrivendone le aree di comunicazione che in essa tendono ad essere astratte, ed estranee ad ogni contenuto emozionale. 

 Come riscoprire le parole gentili? 

 Le parole che non fanno male, le parole che aiutano le persone che vivono nel dolore, o nella disperazione, le parole che non consentono il linguaggio della violenza, non le troveremmo mai se non siamo capaci di immedesimarci nelle emozioni delle persone, che la vita ci fa incontrare. Non ci sono ricette, non ci sono consigli, in questo campo, ed è necessario affidarsi all’intuizione e alla sensibilità personali. Ci sono psichiatri e psicologi che non le hanno, e persone semplici che le hanno: sono qualità, almeno in parte, innate, e in ogni caso educabili. Non c’è comunicazione autentica se non quando si evitano parole indistinte e banali, ambigue e indifferenti, glaciali e astratte, crudeli e anonime. Ma è necessario educarsi a rivivere in noi le situazioni dolorose degli altri, e a immaginare quali parole vorremmo sentire dagli altri, se fossimo noi a stare male, e ad avere bisogno di parole che aprano il nostro cuore alla speranza. 

Costa tempo, costa fatica, questa educazione alla immedesimazione nei pensieri e nelle emozioni delle persone che incontriamo; ma è un dovere al quale non dovremmo mai venire meno: solo così si può sperare in una rinnovata coscienza etica della vita. 

 Le relazioni quotidiane 

 Le parole sono essenziali nel creare relazioni quotidiane gentili e umane, invece gelide e ostili. Non ci sono insomma relazioni quotidiane, che non siano trainate dalle parole, dalla grande importanza che esse hanno nella vita. Non sono ovviamente un linguista, e non saprei inoltrarmi nelle selve oscure delle etimologie, e nondimeno nei lunghi anni di vita in psichiatria, in un manicomio in particolare, sono giunto a mano, a mano a conoscere quali parole dire, e quali non dire, quando ero in dialogo con le pazienti di cui mi occupavo. Le esperienze, che mi è stato possibile fare, mi hanno fatto conoscere l’importanza delle parole nella vita quotidiana, e la frequenza di quelle intessute di noncuranza e di indifferenza, di disinteresse e di apatia: premesse alla nascita della violenza del linguaggio. 

Non ho potuto confrontarmi con un tema, come quello della violenza nel linguaggio nelle relazioni quotidiane, di questa radicale importanza, senza riflettere prima sulla fenomenologia e sulla dinamica del linguaggio delle parole: non c’è solo questo, certo, c’è anche il linguaggio del corpo vivente, dei gesti e dei volti, degli sguardi e delle lacrime, e c’è anche, non meno importante, il linguaggio del silenzio. Non dovremmo dimenticarlo, e in ogni caso vorrei ora continuare a riflettere sulla fenomenologia delle parole, e in particolare sulle risonanze, che esse possono avere nelle nostre quotidiane relazioni di vita, evitando le parole portatrici di aggressività e di violenza, che oggi riemergono così frequentemente. 

 Le parole divorate dall’indifferenza 

 Mille modi di essere in relazione, ma, prima ancora di parlare della violenza nel linguaggio quotidiano, vorrei dire qualcosa dell’indifferenza che ci porta a essere prigionieri dei nostri desideri e delle nostre attese, e a rifuggire dall’ascolto, e dalla ricerca, di quelli degli altri. L’indifferenza è una delle premesse a non interessarsi del valore e dei significati delle parole, essa crea il deserto in noi: il deserto dei tartari, così come ne parla Dino Buzzati nel suo bellissimo romanzo. La mattina, risvegliandoci, Friedrich Nietzsche diceva che dovremmo augurarci di fare durante la giornata almeno una buona azione: questa sarebbe la sconfitta dell’indifferenza, che si nasconde nella noia, nel disinteresse al dolore e alle sofferenze, nel venire meno al dovere della generosità e della solidarietà, e nella scelta di parole che non hanno risonanze risanatrici nella vita interiore degli altri. 

Sono parole non ancora immerse nella violenza, ma fanno del male, generano malessere, e non di rado angoscia, nelle persone, in quelle adolescenti in particolare, con le quali ci incontriamo. L’egoismo e l’indifferenza che ne consegue, o che lo genera, sono i primi germi, i più diffusi, ai quali dovremmo fare attenzione, e ai quali invece non pensiamo, distraendoci, e smarrendo gentilezza e umanità. La violenza nel linguaggio la riconosciamo facilmente, ma non ci accorgiamo che anche parole divorate dall’indifferenza fanno soffrire gli altri che non riescono a difendersi. Le parole dell’egoismo e dell’indifferenza, le une sconfinanti nelle altre, le dovremmo riconoscere, ed evitare a ogni costo, perché sono pericolose ugualmente a quelle violente che sono più facilmente riconosciute nelle loro conseguenze. La violenza del linguaggio nasce da uno sconvolgimento etico ancora più radicale e sconvolgente. 

 La violenza del linguaggio 

 Il passaggio dall’indifferenza del linguaggio alla violenza del linguaggio si constata oggi con inquietante frequenza in molte condizioni sociali di vita. Basta andare in macchina, anche su strade provinciali, nemmeno molto trafficate, perché la violenza, e non solo l’indifferenza e l’insofferenza delle persone, si abbia a manifestare nei gesti e nelle parole. Il linguaggio violento si tocca con mano, ed è espressione di una raggelante indifferenza etica. L’andare in macchina, la cosa oggi più banale e più frequente, ci parla della violenza, che non è solo nelle parole, ma anche nei gesti che le accompagnano, causando indelebili ferite alla dignità e alla libertà, all’umanità e alla gentilezza, al rispetto e all’autonomia degli altri da noi. 

Il linguaggio della violenza, che sradica le fondazioni etiche delle relazioni quotidiane, dilaga in aree sempre più vaste della vita: da quelle della vita quotidiana a quelle della vita politica. La violenza del linguaggio lascia ferite che non si rimarginano, e continuano a sanguinare; e la cosa è così diffusa che non ce ne accorgiamo. Dall’iniziale indifferenza ai valori delle relazioni quotidiane si passa così alla violenza agghiacciante delle parole, e da queste non si torna più indietro, inaridendo ogni fonte etica della vita. Non dimentichiamoci mai di riflettere sul destino delle parole che diciamo, e talora di quelle che dovremmo dire, e non diciamo, a causa delle nostre paure, e delle nostre negligenze. 

La violenza del linguaggio non si manifesta solo quando si è in macchina, ma anche, e in misura ancora più pericolosa, in alcune trasmissioni televisive, in alcuni articoli giornalistici, e nella vita politica. Le relazioni quotidiane ne sono deformate e lacerate nei loro orizzonti di senso, conducono all’esasperazione, e alla creazione di esistenze imprigionate nei grovigli di individualismi, perduti a ogni possibile speranza. Ma la violenza delle parole rinasce nei suoi aspetti più devastanti, direi, nelle forme di espressione politica che raggiungono dissonanze intollerabili. Le parole, quelle che ho cercato di indicare nelle loro sfere semantiche gentili e comunitarie, ne sono sfigurate, non comunicano se non rabbia e aggressività, ritorsioni e violenza, ai confini di una umanità ferita e lacerata. Ciascuno di noi dovrebbe impegnarsi nel recuperare linguaggi e comportamenti educati e gentili, aperti all’ascolto e alla solidarietà, estranei a ogni forma di violenza. 

 Quale salvezza? 

 Solo recuperando il valore delle parole, e cogliendone le fragilità e gli orizzonti di senso, è possibile immaginare di moderare il flusso continuo e inarrestabile della violenza del linguaggio. La gentilezza è la forma di vita, antitetica a quella divorata dall’indifferenza e dalla violenza, che dovrebbe essere illustrata nella sua ragione d’essere nella scuola primaria e nelle scuole secondarie. In alcune scuole austriache questo avviene, illustrando il tema non meno importante della follia, considerata come dolorosa possibilità umana, e non demonizzata come esperienza di vita insignificante e desertica. A questa degenerazione etica non ci sarà salvezza se non insegnando nelle scuole il significato umano e rivoluzionario delle parole, e quello della gentilezza, che si dovrebbe accompagnare a ogni momento della nostra vita, e che nobilita la condizione umana: la psichiatria conosce bene queste cose che non si stanca di ripetere. Sì, in psichiatria parole sbagliate e immotivate, sconsiderate e indifferenti, sono causa di dolore e di angoscia, di ferite dell’anima, che possono non guarire più, e allora mi augurerei che queste mie pagine, nutrite di anni e anni trascorsi nel mondo misterioso della follia, possano essere di un qualche aiuto nelle riflessioni sugli infiniti orizzonti di senso delle parole, e in particolare sulla loro incompresa fragilità. 

La violenza delle parole non è se non la premessa, voluta, o non voluta, alla violenza delle azioni, ed è allora un tema di radicale attualità. Non dovremmo mai dimenticarlo. 

 Indicazioni di lettura 

 Agostino, Le confessioni, Einaudi, Torino 1966. 

E. Borgna, La follia che è anche in noi, Einaudi, Torino 2019. 

E. Borgna, Saggezza, il Mulino, Bologna 2019. 

E. Borgna, Il fiume della vita. Una storia interiore, Feltrinelli, Milano 2020. 

D. Buzzati, Il deserto dei tartari, Mondadori, Milano 2016. 

E. Canetti, Il gioco degli occhi, Adelphi, Milano 1995. 

A. Gide, La sinfonia pastorale, Frassinelli, Torino 1953. 

F. Hoelderlin, Tutte le liriche, Mondadori, Milano 2001. 

F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884, Adelphi, Milano 1976. 

L. Serianni, Il sentimento della lingua, il Mulino, Bologna 2019. 

 

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sabato 19 ottobre 2024

FORMARE LE PAROLE

La lingua e la corretta formazione delle parole: aferesi, sincope e apocope


di Patrizio Lo Votrico

 Aferesi, sincope e apocope: cosa sono questi fenomeni della lingua italiana? Quanto li utilizziamo senza rendercene conto? Scopri la corretta formazione delle parole italiane

La lingua italiana è in continua evoluzione, e i suoni, le parole e le espressioni cambiano nel tempo. Alcuni dei fenomeni linguistici che modellano la struttura delle parole, soprattutto nella loro forma parlata, includono l’aferesi, la sincope e l’apocope.

Questi tre fenomeni riguardano l’elisione o la caduta di suoni o sillabe all’inizio, nel mezzo o alla fine di una parola, e sono processi fondamentali nel comprendere come si trasformano le parole nel corso del tempo. In questo articolo, esploreremo in dettaglio ciascuno di questi fenomeni, fornendo esempi e analizzandone l’importanza.

Cosa sono L’aferesi, la sincope e l’apocope

Aferesi: la caduta iniziale

L’aferesi è il fenomeno linguistico in cui una o più lettere o suoni all’inizio di una parola vengono omessi. Questo processo può verificarsi per ragioni fonetiche, di economia linguistica o di comodità nel parlato quotidiano.

L’aferesi è particolarmente comune nelle lingue romanze, come l’italiano, il francese e lo spagnolo, e spesso contribuisce all’evoluzione e alla variazione dialettale di una lingua.

Senza ombra di dubbio l’aferesi più celebre della letteratura italiana è quella che troviamo nel primo verso del XXVI componimento poetico contenuto in Vita Nova di Dante alighieri, ovvero: “Tanto gentile e tanto onesta pare” in cui quel “pare” non è altro che “appare“, inteso cioè di qualcosa che appare fisicamente in maniera subitanea e estemporanea, in aferesi, cioè con la caduta, in questo caso, della prima sillaba, e non come potrebbe sembrare a prima vista la variante colloquiale di “sembra”.

Un esempio classico di aferesi in italiano si trova nella parola “storia,” che nel latino classico era “historia. ” Con il tempo, l’”h” iniziale è caduta, poiché la lingua italiana, come molte lingue romanze, ha tendenzialmente eliminato la pronuncia dell’h aspirata del latino. Questo fenomeno di aferesi non è solo un fatto storico, ma continua a manifestarsi nel parlato quotidiano moderno, soprattutto nelle forme colloquiali o informali. Per esempio, la parola “sopra” può diventare ” ‘sopra” nel linguaggio rapido e colloquiale, o “apostrofare” può essere ridotta a ” ‘postrofare. ”

Un altro esempio interessante si trova nell’inglese, dove “about” può diventare “‘bout” nella lingua parlata. Il fenomeno dell’aferesi ha un impatto notevole sul ritmo e sulla fluidità del parlato, specialmente in contesti informali.

Sincope: l’elisione interna

La sincope si verifica quando un suono o una sillaba all’interno di una parola viene eliminato. Questo fenomeno si manifesta spesso durante la naturale evoluzione delle lingue, poiché alcune sillabe possono risultare superflue o difficili da pronunciare rapidamente, soprattutto nelle forme parlate più veloci e quotidiane.

Un esempio noto di sincope in italiano è la trasformazione della parola latina “calidus” in “caldo. ” In questo caso, la sillaba “li” è stata omessa, lasciando una forma più breve e agevole da pronunciare. Un altro esempio si può trovare nel passaggio da “domina” (latino) a “donna” (italiano), dove la sincope ha rimosso la sillaba “mi,” creando una forma più snella e comunemente usata nel corso dei secoli.

Anche nella lingua inglese, la sincope è frequente. Per esempio, la parola “family” spesso si pronuncia “fam’ly” nella lingua colloquiale, con la caduta del suono della “i. ” Allo stesso modo, “chocolate” viene spesso pronunciata come “choc’late,” omettendo la sillaba centrale.

La sincope può anche essere un riflesso dell’economia linguistica, in cui i parlanti, per semplicità e rapidità, tendono a ridurre parole lunghe o complesse. È un fenomeno che dimostra come le lingue si adattano alle esigenze dei loro parlanti nel tempo, rendendo più agevole la comunicazione senza perdere il significato.

Apocope: la caduta finale

L’apocope riguarda la caduta di uno o più suoni o sillabe alla fine di una parola. Questo fenomeno è particolarmente comune nelle lingue romanze e nella lingua italiana, sia nei dialetti che nella lingua standard. L’apocope può verificarsi per facilitare il parlato o per ragioni stilistiche, spesso per ottenere una certa fluidità o musicalità nella frase.

Un esempio tipico di apocope in italiano è la parola “foto,” abbreviazione di “fotografia. ” Analogamente, “auto” è una forma apocopata di “automobile. ” Nella lingua parlata, questi fenomeni sono molto comuni, poiché facilitano una comunicazione più rapida e diretta.

L’apocope è comune anche in molti dialetti italiani. Ad esempio, nel napoletano, parole come “vado” possono diventare “và,” eliminando la desinenza finale per semplicità. Anche in contesti letterari o poetici, l’apocope viene utilizzata frequentemente per mantenere il ritmo o la metrica di un verso. Un esempio classico può essere trovato nella poesia italiana, dove l’elisione finale viene usata per creare effetti stilistici e armonia sonora.

Nelle altre lingue romanze, come lo spagnolo, l’apocope si manifesta in parole come “tele,” abbreviazione di “televisione”. Questo fenomeno non è solo una semplificazione linguistica, ma può anche riflettere un certo grado di informalità o familiarità tra i parlanti.

Un mosaico di trasformazioni linguistiche

L’aferesi, la sincope e l’apocope sono fenomeni che ci mostrano quanto la lingua sia flessibile e in continua trasformazione. Questi processi, che si verificano per vari motivi—dalla semplicità alla musicalità, dalla rapidità alla creatività—sono una parte essenziale dell’evoluzione linguistica e mostrano come le lingue si adattino nel tempo. Attraverso l’omissione di suoni o sillabe, le parole si adattano al ritmo e alle esigenze della comunicazione, specialmente nella forma parlata.

L’importanza di comprendere questi fenomeni non si limita alla linguistica storica o alla filologia, ma si estende anche alla comunicazione moderna. Nella vita di tutti i giorni, inconsapevolmente, ci troviamo spesso a usare parole e frasi abbreviate, che sono il prodotto di questi processi. Riconoscere l’aferesi, la sincope e l’apocope ci aiuta a comprendere meglio la natura dinamica e viva delle lingue, unendo passato, presente e futuro in un’unica rete di trasformazioni sonore e lessicali.

 

Liberiamo.it

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