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martedì 30 gennaio 2024

I SOCIAL. LUCI ED OMBRE

"I social?

 Un’atmosfera.

 Solo il senso critico

 elimina

 l’inquinamento"



 -          intervista a Gianfranco Ravasi  a cura di Guido Bandera 

-          

“Internet e i social sono un’atmosfera: inquinata o meno, la respirano tutti. L’importante è avere una maschera che la depuri. Questa maschera è il senso critico". La voce del cardinale Gianfranco Ravasi arriva dalla Roma vaticana limpida, cordiale. Non racconta dell’età che, per norma canonica, tiene lontano il biblista e teologo dai grandi incarichi a cui è stato chiamato. Fra i quali la guida del Pontificio consiglio della Cultura, di cui è presidente emerito.

Eminenza, Internet sta cambiando la nostra vita: in meglio o in peggio?

"Serve una premessa. Per una figura mitica come Marshall McLuhan (sociologo canadese teorico del villaggio globale, ndr ) i mezzi di comunicazione sono un’estensione della persona. Telefono, televisione, il telescopio... erano protesi dei sensi umani. Oggi invece sono un ambiente. Ci viviamo immersi. Quest’atmosfera ci impegna, ma ci rende anche schiavi. Il filosofo Luciano Floridi parla di infosfera. Un altro strato che avvolge il globo. Un’aria che è anche inquinata. Ma molti la maschera della capacità critica non la vogliono o non ce l’hanno".

Allora il web ci peggiora...

"Non necessariamente. Vorrei dare un messaggio equilibrato. Umberto Eco distingueva gli uomini davanti alle novità fra ’apocalittici’ e ’integrati’. Non si può essere apocalittici, ma integrandosi ci si adatta anche alla parte corrotta".

L’immagine è tutto sui social. È lavoro, risorsa economica, relazione fra persone... E spesso qualcuno ne resta vittima.

"Vedo tre rischi fondamentali. Il primo è per i nativi digitali. C’è una moltiplicazione esponenziale dei dati disponibili. Questo può produrre un’anarchia intellettuale e morale... Guardi gli studenti e le loro tesine. Su ogni singolo vocabolo ci sono 20mila risultati. Chi li aiuta a selezionare? Vengono sconvolte le gerarchie oggettive dei valori. Il filosofo seicentesco Thomas Hobbes scriveva ’la regola la fa l’autorità, non la verità’".

Secondo rischio?

"Solo in apparenza c’è una democratizzazione. Dietro la deregulation della globalizzazione informatica si nasconde una sottile operazione di condizionamento. Il controllo delle grandi corporation. C’è poi un terzo pericolo: il trionfo delle fake news, delle fandonie travestite da verità pseudo-oggettiva. E poi c’è la parola colorata...".

Ovvero?

"La parola che spicca: violentissima, degenerata, minacciosa. Attraverso questi meccanismi diventa comune, accettata. E poi torna nel mondo reale e si trasforma in violenza. Si dice che i giovani stiano perdendo l’udito. Forse è il volume delle cuffie, forse è evoluzione. Presto non saremo più in grado di sentire i pianissimo della musica. Lo stesso è per le parole".

È pessimista?

"No. Il realismo non giustifica il pessimismo radicale".

Politica e istituzioni promettono nuove regole.

"Dobbiamo interrogarci e agire. Non solo per l’intelligenza artificiale, di cui tutti parlano. Bisogna partire dalle basi. Serve educazione informatica. Non solo per la tecnica, ma per i fornire capacità critica. Ci sono esperienze in Francia e in Israele. La scuola è il luogo giusto. In classe non bisogna solo istruire, inserire dati, ma anche educare, fare uscire la persona nella propria umanità. Oggi la scuola è quasi muta, come la cultura. Mancano figure che sapevano incidere, come don Lorenzo Milani, padre Turoldo, Norberto Bobbio. Presenze vive, che educavano. La Chiesa, nonostante le difficoltà, ha un ruolo importante. E quella di Papa Francesco è una figura che incide...".

Proprio in questi giorni ha parlato di social e Vangelo.

"È un tema su cui torna spesso. Ha parlato anche di intelligenza artificiale, etica e pace. E ha paragonato quelle che ho definito ’parole colorate’, offensive e corrotte, alla guerra. Certe volte, come vediamo, fanno vittime reali. La Chiesa non sarà più quel cuore del villaggio a cui la domenica tutti accorrevano, ma è una presenza che cerca una nuova strada".

Ci sono sacerdoti che, fra alterne fortune, sui social fanno evangelizzazione.

"Vero. Anche io uso Twitter".

E cosa le insegna Internet?

"Che se interpelli direttamente, spesso hai una risposta creativa. C’è chi dice qualcosa. Certo, c’è anche chi attacca a prescindere. Però segue. Nella storia dell’arte il crocifisso è spesso oggetto di attacco. Ma se si sente il bisogno di farlo è perché è un simbolo forte. E questa è epoca di simboli, più che di astrazione. E in fondo la tecnica di Gesù è molto simile a Twitter. I suoi ’loghia’, i suoi detti sono più sintetici di un cinguettio. ’Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’ in greco sono forse solo 53 caratteri...".

 

Quotidiano Nazionale 

 

 

sabato 28 agosto 2021

EDUCARE LA TECNOLOGIA

-
La tecnologia non è neutra tocca noi «educarla» al bene.  Non più solo esecutori: gli algoritmi decidono al nostro posto, e agiscono come se avessero una coscienza. La diffusione delle macchine digitali sostituisce attività e scelte umane incidendo sulla nostra vita, su opinioni e identità. 
E' un’autonomia da governare. 



quotidiano net 
 
- di LUCA PEYRON

 -C’è una tecnologia da educare, prima che sia male educata, o perché ineducata o perché educata secondo disvalori. Nelle attuali tecnologie sono incorporati valori perché sono loro stesse ad assegnarli in ciò che fanno mentre ne siamo dipendenti. 
 La tecnologia decide l’erogazione di un mutuo, quanto medicinale percola nelle vene di un ammalato, la direzione di marcia di un mezzo, l’affidabilità di una persona, lo stile di un romanzo, il valore di un curriculum, la traiettoria di un missile. Non è l’essere umano, non più. È la tecnologia, quella emergente, come l’intelligenza artificiale. Non esegue un programma prestabilito, pur non essendo intelligente davvero, pur non avendo una coscienza e non avendo coscienza di quello che fa, e tuttavia la macchina sa muoversi in un dominio anche piuttosto ampio senza che l’essere umano la guidi o l’abbia impostata precisamente a percorrere quei passi. 
La macchina impara, dai dati, da quanto acquisisce dalla realtà, dai suoi errori. Anche dagli errori dell’essere umano che gli sta di fronte quando interagisce con lui. Non è un film di fantascienza e non è uno scenario costruito o raccontato per farci avere paura, è l’oggi delle macchine che va compreso e affrontato con competenza: ma non solo quella tecnica, soprattutto quella umana, quella che ogni lettore ha acquisito vivendo giorno per giorno lacrime e gioia della sua esistenza. Abbiamo oggi bisogno di fermarci un momento, di non girare lo sguardo altrove per timore di non capire e fare brutta figura. 
Abbiamo bisogno di prenderci tutti un po’ di tempo per vedere e scegliere, anche chi non sa usare un computer, anche chi lo usa regolarmente. La questione è di fondamento, è il cambiamento d’epoca, è il tempo che viviamo. Sì, perché la tecnologia non è neutra, perlomeno non lo sono le tecnologie emergenti di punta come l’intelligenza artificiale. Sino a ieri abbiamo sempre detto che non è la macchina responsabile del male e del bene, che dietro c’è sempre un umano con le sue scelte. Abbiamo ripetuto che la morale e l’etica sono un affare di noi sapiens, una vocazione di noi battezzati. La macchina ci ha spaventati perché si è presa dei posti di lavoro, è diventata complessa, protagonista di film che hanno fatto non solo botteghino, ma ampia cultura popolare che ci portiamo dietro e dentro, ma non si tratta più solo di questo: occorre prendere coscienza che la macchina oggi non è neutra e non è più un semplice strumento. 
Per comprenderlo – seguendo la lezione di Marco Fasoli, nel suo articolo «Contro lo strumentalismo tecnologico», giudicato il migliore articolo scientifico del 2020 – dobbiamo spacchettare la questione e guardarla da vicino. I tasselli decisivi sono: a) la capacità prescrittiva degli artefatti, cioè se e quanto essi incidono nelle nostre decisioni o nella formazione della nostra identità ed opinioni; b) la loro capacità di agire in modo autonomo nella realtà; e infine c) il loro valore morale, cioè se siano o meno capaci di incorporare dei valori. Se tali questioni sono soddisfatte allora ci troviamo di fronte a un oggetto che assomiglia sempre di più a un soggetto e, come tale, non è più neutro. Anzi, potremmo affermare che da oggetto diventa un vero e proprio ambiente, un quasi soggetto che definisce un ambiente. I l primo punto è dimostrato dalla cronaca e dalla prassi. Nessuno di noi è capace di usare tecnologia senza che la tecno- logia non lo usi almeno in misura uguale. Dalle fake news all’uso compulsivo dei social, dalla perdita progressiva della memoria al fatto che ci perdiamo nella stessa nostra città senza l’uso di un navigatore, sino al fenomeno degli influencer, è del tutto evidente che oggi decidiamo e ci muoviamo nel surplus informativo non solo assistiti dalle macchine ma molto spesso sostituiti da esse. Del resto, la rivoluzione digitale è una rivoluzione per sostituzione, e ciò che sostituisce non è semplicemente un artefatto con un altro ma una funzione tipicamente umana, come la funzione cognitiva, con una macchina. È accaduto con la ruota, che ha sostituito la schiena dei nostri progenitori nel trasporto dei pesi, accade oggi con il potere computazionale che ci libera da fatiche intellettuali di vario genere. Ma rendendoci forse diversamente dipendenti, se non schiavi. La percezione del mondo passa attraverso strumenti, la tecnologia è il medium pressoché unico della realtà, e questo le assegna un ruolo evidentemente decisivo perché non siamo noi a decidere come essa medi la realtà, come gli algoritmi assemblino, filtrino, producano dati. Il secondo punto è quello dell’autonomia, dell’essere agente. Sino a che il dominio di riferimento è stata una scacchiera, pur riconoscendo alla macchina la brillantezza delle sue mosse, non abbiamo pensato che vi fosse vera autonomia. Le cose cambiano quando la macchina si muove, fisicamente o meno, in una realtà più ampia, quando ha una capacità di apprendere, di cercare e trovare connessioni nuove tra i dati che le vengono forniti o i dati che acquisisce in modo autonomo in un mondo sempre più interconnesso. 
La macchina trova schemi, modifica il mondo in cui li trova, modifica il modo in cui segue percorsi per giungere a risultati. Lo fa da sola, le abbiamo dato il potere di farlo nella nostra realtà. Sino a giungere – è accaduto di recente – a uccidere un essere umano senza che vi sia stato un esplicito comando di un altro essere umano. Un drone militare, in modo autonomo – così segnalano le Nazioni Unite – ha ucciso un soldato in fuga, giudicandolo un pericolo. In questi scenari diventano necessarie metriche specifiche, chi progetta macchine ha bisogno di avere competenze, o competenti, che permettano in un modo algebrico di definire percorsi, valori, esiti desiderati o indesiderabili. 
La tecnologia può e deve incorporare dei valori, perché è sempre più autonoma, perché lei per prima assegna valori. Un sistema che eroga dei mutui, che decide di un curriculum, che assiste una corte di giustizia, assegna valori, morali. Che lo faccia in modo statistico predittivo e non coscienziale non sposta la questione nei suoi esiti. Il fatto che agisca come se avesse una coscienza, pur non avendola, ci interroga proprio perché noi, avendo una coscienza, ci si ponga l’interrogativo, e completa così i nostri punti. In questi scenari diventa decisivo il compito dei credenti, dei teologi, del popolo di Dio e del Magistero. Insieme possiamo e dobbiamo leggere quale sia nel disegno di Dio il posto delle tecnologie emergenti: se non sono un semplice strumento, come abbiamo brevemente tentato di tratteggiare, ma un ambiente, un quasi soggetto, quale ecologia possiamo immaginare per prenderci cura, affinché la tecnologia si prenda cura? La Chiesa ha bisogno di una agenda digitale, ha bisogno di mettere in agenda il digitale tra le grandi questioni da affrontare seriamente. C’è una tecnologia da educare, prima che sia male educata, o perché ineducata o perché educata secondo disvalori. Abbiamo la responsabilità, a partire da un dono che ci è fatto, di portare nella sfera pubblica, nelle questioni che sono di senso comune, quanto ci è rivelato sul vivere, sul morire, sul crescere, sul dovere, sulla libertà, sul potere, sul senso. Sono tutte tessere di un mosaico che il Covid ha mandato in frantumi e che la trasformazione digitale ha impattato e sta mutando. Sono i confini della Terra, confini anche immateriali, in cui il risuonare della Parola di salvezza è atteso. 
Si è creato uno scenario nel quale diventa decisivo il ruolo dei credenti, che devono leggere quale sia il posto degli strumenti tecnologici nel disegno di Dio. Nelle attuali tecnologie sono incorporati valori perché sono loro stesse ad assegnarli in ciò che fanno mentre ne siamo dipendenti.

domenica 16 agosto 2020

PIENI DI STEREOTIPI e PRIVI DI SENSO CRITICO .... DOVE CI PORTA IL "SENSO COMUNE" ...


Ci riteniamo tutti psicologi, sociologi e capaci di leggere il mondo.
Un libro di due studiosi della personalità mette in relazione quel che crediamo di essere  con ciò che siamo realmente e ne emerge una potente critica al cosiddetto senso comune e "buon senso".

di GIUSEPPE O. LONGO

Quello che siamo e quello che crediamo di essere. È il tema arduo affrontato in Si fa presto a dire psicologia (Il Mulino, pagine 184, euro 14). Un agile volumetto in cui gli autori Paolo Legrenzi, Alessandra Jacomuzzi mettono a confronto la psicologia spicciola, quotidiana, del senso comune e del buon senso con la psicologia scientifica, basata sugli esperimenti. La psicologia è una disciplina piuttosto singolare: mentre per leggere con profitto un testo di chimica o di matematica si richiede una qualche nozione di base, quando si tratta di psicologia ci sentiamo tutti un po’ psicologi. Presunzione giustificata dal fatto incontestabile che nella quotidianità il buon senso (che diviene senso comune quando sia condiviso) è più che sufficiente per farci condurre una vita generalmente dignitosa. Di fatto, a differenza di altre discipline, la psicologia popolare non ha bisogno della scienza: pertanto è sorprendente che, partendo dai comportamenti delle persone, si possano escogitare esperimenti in grado di mettere in luce meccanismi mentali inattesi. Si è quindi indotti a chiedersi se esista una realtà mentale più profonda di quella che ci guida abitualmente. E ancora: la nostra mente, in migliaia di anni di evoluzione, si è strutturata per cercare la verità, oppure per interagire in modo soddisfacente con gli altri, magari ingannandoli e ingannando persino noi stessi? E se è vera la seconda alternativa, quali svantaggi comporta nel mondo contemporaneo una mente che non si è selezionata per ricercare la verità?
Nel libro gli esperimenti che mettono a nudo i meccanismi profondi della mente sono suddivisi in sei capitoli, dedicati rispettivamente alle illusioni della percezione, della realtà, della razionalità, dell’emotività, della conoscenza e dell’autonomia. Il capitolo dedicato alle illusioni percettive, per esempio, raccoglie una varietà di esperimenti escogitati da vari studiosi, tra cui, a Trieste, Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi. Alla domanda soggiacente: come facciamo a formare di un oggetto un’immagine piuttosto che un’altra, diede una risposta Max Wertheimer, il padre della psicologia della Gestalt, secondo la quale il tutto è diverso dalla somma delle parti. Circa un secolo fa Wertheimer identificò alcune leggi grazie alle quali, quando siamo davanti a una molteplicità di stimoli visivi diversi, riusciamo a creare delle figure organizzate e autonome.
Merita soffermarsi sulle conclusioni del volume, ricche di osservazioni, di notizie e di aneddoti che aiutano a collocare in prospettiva l’impostazione del trattatello. Psicoterapia, ipnotismo, affabulazione, impostazione evoluzionista sono presentate con stringata efficacia e corroborano quello che agli autori appare come il punto cruciale del libro: il passaggio dal buon senso al senso critico. La psicologia quotidiana, o «ingenua», che corrisponde al senso comune, funziona molto bene in un mondo dove non occorre diffidare delle apparenze e domandarsi se il mondo è davvero quello che si presenta ai nostri occhi. Oggi tuttavia il mondo è molto più complesso del mondo che ha foggiato il nostro cervello, e uno dei caratteri degli oggetti complessi è che nessuna singola descrizione, nessun punto di vista particolare ne esauriscono la ricchezza. Gli esperimenti sono il miglior modo per verificare o confutare (Popper direbbe «falsificare») le ipotesi sul funzionamento del mondo. Se è vero che l’esperimento è lo strumento migliore per indagare la realtà, è anche vero tuttavia che gli strumenti non ci conducono mai a risposte complete e definitive e il buon senso riempie, per così dire, i buchi della nostra ignoranza.

Inoltre, osservano gli autori, la scienza ha un grande vantaggio sul buon senso: riesce a sorprenderci, e la sorpresa accompagna la scoperta della 'magia' della realtà, ma è anche legata ai dubbi, nel senso che avremmo meno sorprese se ci fossimo dotati di più cautele e di più dubbi. «Il buon senso tende a dare per scontato che il futuro sia una replica del passato e che le cose, quando cambiano, mutino molto lentamente. Oggi il mondo cambia molto più rapida- mente che in passato e una mentalità sperimentale, centrata sul dubbio, riesce a ridurre la quantità di sorprese, di situazioni cioè in cui ci accorgiamo che il senso comune non è sufficiente, che le idee dei più sono sbagliate». D’altra parte la conoscenza ricavata dagli esperimenti non deve farci abbandonare il buon senso, piuttosto deve contribuire ad arricchirlo. Il buon senso arricchito è spesso una buona difesa contro il senso comune, che tende ad alimentare i pregiudizi e gli stereotipi.
Da ultimo, Legrenzi e Jacomuzzi fanno alcune considerazioni penetranti sul dibattito relativo ai cambiamenti climatici. Mentre il nostro cervello è erede e specchio di un passato lontano e gli è difficile adeguarsi a un mondo che cambia tanto rapidamente, la scienza ci aiuta a capire e a misurare i cambiamenti, ma non ci dice che cosa dobbiamo fare in queste condizioni di rischio. Tuttavia combinando la scienza col buon senso, ricorrendo cioè al buon senso arricchito, possiamo comprendere perché si debbono adottare certi provvedimenti e anche perché la nostra mente, se abbandonata al buon senso spontaneo e ingenuo, non ci spinge ad adottarli.




venerdì 13 settembre 2019

LE QUALITÀ' FONDAMENTALI DELL'ISTITUZIONE SCUOLA

di Stefania Macaluso *

Riaprono le scuole e riprende il ciclo formativo di scolari e studenti. L’intera Nazione, come avviene in ogni altro Stato progredito, guarda all’istituzione scolastica come ad un perno fondamentale del proprio sistema.
Tutti noi nutriamo aspettative e apprensioni riguardo al suo buon funzionamento, nel rispetto della Costituzione che garantisce i capisaldi strutturali della scuola pubblica, libera, laica e inclusiva.
A partire da quest’anno l’ormai decaduto governo aveva previsto l’introduzione “Educazione Civica” come disciplina di insegnamento, norma che è stata però rinviata a causa di ostacoli burocratici, e d’altro canto non avrebbe comportato novità, se non di natura organizzativa, dato che in realtà già da anni è in vigore l’insegnamento denominato “Cittadinanza e Costituzione” finalizzato ad educare alla “cittadinanza attiva” attraverso i contenuti dell’educazione civica.
Nella Repubblica Italiana il sistema scolastico democratico implica infatti l’obiettivo, trasversale ad ogni disciplina, dell’educazione civica, cioè di quei contenuti di conoscenza che, a partire dalla nostra Costituzione, declinano la vita del Paese in tutti i suoi ambiti.
Ogni insegnamento, in qualunque ordine e grado di istruzione, deve corrispondere al dettato costituzionale che prevede una scuola pubblica libera e laica in grado di garantire la formazione di uomini e donne responsabili nel loro agire e maturi nella loro coscienza civica.
Pubblica, libera, laica, inclusiva
La scuola è pubblica e pertanto l’esercizio educativo ha un orizzonte di condivisione e di trasparenza espresso nella programmazione didattico-educativa concordata tra le componenti della comunità scolastica nei contenuti e nelle finalità che devono convergere verso l’obiettivo ultimo di formare cittadini e cittadine in grado di sostenere e arricchire il sistema democratico stesso in tutte le sue manifestazioni materiali e ideali.
A tale scopo le istituzioni scolastiche sono chiamate alla rendicontazione sociale che in atto trova la sua forma nel “Piano dell’Offerta Formativa”. Si tratta di misure che il sistema di formazione italiano ha recepito, nel corso degli ultimi decenni, concordemente con le direttive europee, implementando le capacità organizzative delle istituzioni scolastiche, alla luce di una pedagogia “ecologica” ispirata a visioni rispondenti alla complessità della realtà attuale, tra cui non si può non citare il contributo di personalità come Edgar Morin che tanto hanno favorito la crescita unitaria dell’Europa.
La scuola è libera in quanto laica, avendo guadagnato, grazie alle garanzie costituzionali, lo svincolo da ogni presidio autoritario politico o religioso. La laicità garantisce l’ammissibilità nel dibattito educativo di qualunque opinione, tesi, fonte documentale e testimoniale.
Attiene alla competenza e alla deontologia dei docenti fornire adeguati strumenti interpretativi, favorire lo sviluppo delle appropriate capacità ermeneutiche, sostenere il clima di scambio arricchente delle idee e delle opinioni.
La scuola è inclusiva per sua stessa natura, in quanto gli ideali di democrazia, giustizia, equità che sono a fondamento della nostra Costituzione, trovano piena rispondenza nel patrimonio culturale, artistico e spirituale che ha reso grande il nostro Paese e che i docenti sono tenuti a trasmettere alle nuove generazioni.
 Le interferenze esterne
Date queste premesse, la scuola non risulta affatto terreno “neutro”, permeabile a qualsiasi interferenza, seppure istituzionale.
Nel nostro sistema democratico infatti la scuola, e chi vi insegna, godono di autonomia garantita dagli articoli 33 e 34 della Costituzione; neppure il metodo di insegnamento risulta suscettibile di interferenze rispetto ai valori democratico-costituzionali.
La responsabilità educativa riguardo alla formazione dei cittadini e delle cittadine di domani, infatti, consiste, nelle sue premesse di fondo, nell’individuazione, da parte degli educatori, dei parametri ideali e comportamentali sulla base dei quali studenti e studentesse imparano a orientarsi per le scelte di metodo e di contenuto, nell’alveo della nostra cultura democratica, attraverso la quale, crescendo, esprimono la loro personalità civica.
Educazione allo spirito critico e all’identità
A tale scopo nelle nostre scuole insegniamo l’esercizio del dubbio, non la presunzione della verità. Insegniamo che, per fondamento costituzionale, la sovranità è del popolo e non può essere delegata ad altri soggetti perché allora saremmo sudditi. Insegniamo a riconoscere e coltivare la bellezza, premessa all’esercizio del bene che nel linguaggio elevato e gentile trova la sua prima forma di espressione, contro quello becero e di odio.
Insegniamo la cooperazione come condizione del progresso, piuttosto che la competizione individualistica. Insegniamo che la produttività deve rispondere a criteri ambientalisti e a fini di benessere comune alieni da ogni forma di sfruttamento delle risorse e delle persone.
Insegniamo che amor di Patria è cosa ben diversa dal nazionalismo implicante discrimine sociale, etnico o di qualunque altra nefasta matrice. Insegniamo il sano orgoglio identitario per cui tifiamo per i nostri campioni negli stadi e portiamo nel mondo la bandiera del nostro Paese fatto di porti aperti, di confini come varchi di interscambio, di molteplicità di dialetti e di culture.
A questo spirito patriottico è improntata la formazione dei nostri studenti che si distinguono nel mondo per tale identità accogliente, aperta, in grado di riconoscere e valorizzare come risorsa la bellezza della diversità.
Tutto ciò costituisce l’anima della politica democratica e spetta alla scuola educare ad essa i cittadini e le cittadine di domani. Dunque la scuola è il luogo precipuo per la formazione politica.
Un Paese deve poter contare sulla chiarezza dei termini di tale responsabilità grazie alla quale si possano coniugare libertà di insegnamento e formazione identitaria di un popolo, obiettivo fondamentale del sistema nazionale di istruzione. Sminuire uno solo di questi poli incrina la formazione generazionale, indebolisce la forma mentis democratica, mette a rischio la stabilità stessa dell’unità nazionale.
Le ingerenze già subite
Purtroppo il rischio di un dissesto del processo educativo in tali direzioni nella nostra Repubblica è palese, avvilita com’è da urgenze irrisolte e da dilagante regressione culturale. Le ingerenze nel delicato equilibrio dell’autonomia scolastica, che sono sintomo di tale malessere, da qualunque parte provengano, sono da considerare una grave minaccia per la stabilità democratica.
In questi termini preoccupano i provvedimenti restrittivi o, peggio, sanzionatori, messi in atto nel clima del precedente governo nei confronti di insegnanti “sospettati” di non essere allineati con le scelte e gli orientamenti politici di qualche esponente di governo, si pensi al caso paradossale in cui è incorsa la professoressa Rosa Maria Dell’Aria.
Sconcertante poi il caso della sindaca di Monfalcone che ha deciso di bandire determinati quotidiani (“Avvenire” e “Il Manifesto”) dalla biblioteca comunale e di istituire uno “sportello riservato” al quale studenti e genitori potranno rivolgersi per segnalare insegnanti “di sinistra” (perché poi non anche “di destra”?).
A preoccuparsi dovrebbero essere prima di tutto i cittadini di quel Comune che vedono limitare il loro accesso all’informazione nella loro pubblica biblioteca e assistono alla stigmatizzazione arbitraria nei confronti di educatori delle loro scuole, quando invece ogni questione didattico-educativa va affrontata a partire dalla relazione tra le varie componenti delle comunità scolastiche, alla luce del “Patto di corresponsabilità educativa”.
Ognuno di noi, in qualunque schieramento politico si collochi, dovrebbe sentirsi molto preoccupato per l’ingerenza nei confronti delle istituzioni scolastiche da parte di altro potere istituzionale; ciò stravolge infatti gli equilibri all’interno delle corrette dinamiche educative e viola le autonomie degli organi collegiali che già prevedono al loro interno criteri di vigilanza e misure correttive secondo i vari gradi di competenza gerarchico- istituzionale.
Casi deplorevoli e inaccettabili di propaganda partitica, di limitazione del corretto confronto di idee, di strumentalizzazione dei contenuti disciplinari, là dove si dovessero verificare, dovranno rispondere a misure ispettive ed eventualmente sanzionatorie già ampiamente previste, non certo all’improvvisazione arbitraria di un amministratore locale.
L’autonomia educativa è fondamentale per la democrazia
Aldilà degli episodi citati, che speriamo restino isolati e sottoposti ad adeguata verifica di legittimità da parte degli organi competenti, nella nuova “stagione” governativa –che si definisce di svolta – si impone l’amara constatazione della distorsione nell’opinione pubblica a seguito di simili ingerenze anomale che tendono a una lenta e insinuante destrutturazione della cultura democratica.
Da insegnante so bene che la scuola italiana è lontana dal tradire la sua identità culturale e costituzionale e che può contare su un esercito di insegnanti pienamente padroni delle metodologie che consentono loro di insegnare nel rispetto degli specifici statuti ermeneutici delle singole discipline; da insegnante tuttavia so anche che la storia ci mette in guardia dal ritenere che le tutele democratiche e costituzionali siano una garanzia perenne.
Auspichiamo che il nuovo ministro Fioramonti si adoperi perché sia restituita alla dimensione educativa un respiro alto affinché la scuola italiana resti pubblica, libera, laica e inclusiva; tali prerogative vanno ritenute ideali di Patria che ogni cittadino e cittadina deve coltivare e difendere, avendo chiaro che la scuola è baluardo di democrazia, premessa di sviluppo, certezza per il futuro di libertà dei nostri figli.

*Coordinatrice Ufficio Scuola Diocesi di Palermo


venerdì 30 novembre 2018

MATTARELLA : CULTURA, RICERCA E SPIRITO CRITICO PER ESSERE PROTAGONISTI DELLA SOCIETA'

“…… L’esortazione a portare la cultura ovunque, a diffonderla, a renderla patrimonio comune della società è davvero di grande rilievo ….. La cultura e la ricerca producono spirito critico. È la loro funzione, la loro natura. È il caso di ricordare che una cultura, o meglio, uno studio senza capacità di spirito critico non produrrebbe cultura.
La differenza tra cultura e erudizione è ben nota, così come è ben nota la differenza con l'atteggiamento di chi è chiuso nell’apparente certezza delle proprie convinzioni. ….

Quello della cultura aperta, capace di trasmettere conoscenza e quindi produttrice di spirito critico è un elemento indispensabile per ogni società che voglia essere protagonista e costantemente in crescita e progresso. ….. lo spirito critico è quello, ad esempio, che induce, quando si tratta di valutare un documento (sia esso interno o internazionale) a leggerlo, ad esaminarlo prima di formulare un giudizio, perché non si esprimono opinioni e giudizi sul ‘sentito dire’. ….. spirito critico induce e suggerisce a un atteggiamento protagonista nella società di cui si fa parte, nella comunità in cui si vive e si opera. Questo è un elemento indispensabile in qualunque democrazia; lo è nella nostra Repubblica, lo è perché è conforme al modello indicato dalla nostra Costituzione. Parlo della partecipazione attiva. Non bisogna essere soggetti passivi. Essere attivamente protagonisti della vita comune è un ingrediente indispensabile per la nostra democrazia. …. tutti ne siamo partecipi e che tutti siamo coinvolti, necessariamente e consapevolmente, nella vita comune e nella vita istituzionale….. “

Dal discorso  del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Verona in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2018-2019 dell’Università degli Studi di Verona

venerdì 19 gennaio 2018

SMARTPHONE A SCUOLA. UN DECALOGO PER L'USO DEI DISPOSITIVI MOBILI A SCUOLA

Scuola, Fedeli a ‘Futura’: “La sfida dell’innovazione si vince 
sviluppando spirito critico e responsabilità”
Alla tre giorni per il Piano Nazionale Scuola Digitale 
presentati primi risultati dei gruppi di lavoro sull’uso dei device
personali a scuola e sulle metodologie didattiche innovative
La Ministra Fedeli:".......Grazie al Piano Nazionale Scuola Digitale l’innovazione è diventata possibile in ogni scuola e tantissime istituzioni scolastiche sono già in grado di mostrare esperienze di innovazione - ha sottolineato la Ministra -. Oggi quelle digitali sono competenze indispensabili per stare con consapevolezza e positività nel mondo globale, per non subire i cambiamenti, per governarli e orientarli su prospettive utili al Paese. La natura dell’innovazione, della scuola e per la scuola, è quindi prima di tutto culturale”.
L’utilizzo di dispositivi personali mobili a scuola viene anticipato da un decalogo di sintesi (in allegato) che sarà inviato alle istituzioni scolastiche, insieme al documento completo realizzato dagli esperti, “dopo una fase di ulteriore confronto, allargando la discussione con chi poi deve realizzare il cambiamento”, ha chiarito Fedeli. 
“Non è compito del Ministero o della scuola decidere se i device sono bene o male, ma lo è insegnare ad usarli nel modo più utile e corretto. Per permettere a ogni ragazza e ogni ragazzo di avere esperienze sicure, libere e consapevoli, contrastando in modo positivo e attivo, non con divieti ma proprio con l’educazione, ogni tipo di dipendenza, anche dagli strumenti tecnologici. Voglio ribadire in ogni caso, che resta proibito, come stabilito dalla circolare del 2007 dell’allora Ministro Fioroni, l’uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni, se non condiviso con i docenti a fini didattici”.......
La sfida che abbiamo davanti è affascinante. Quando il futuro, rappresentato dal progresso delle tecnologie, incontra il mondo della scuola, la combinazione è potente. Una combinazione che influenza giornalmente la vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi e che proprio per questo deve essere sapientemente governata e condotta.  È un compito gravoso, ma al tempo stesso stimolante, per tutte e tutti”.