I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:
alla legalità
non servono
le “stragi”
ma un’epica nuova
-
di Giorgio Ragazzini
Educazione
civica e cultura della legalità a scuola: non basta ricordare gli omicidi
eccellenti, né fare “navi della legalità”. Si studi ciò che hanno fatto gli
uomini dello Stato
E questo non tanto per il rischio di assuefazione, che è sempre dietro l’angolo anche per gli argomenti più coinvolgenti della nostra storia, quanto piuttosto per il pericolo di creare, soprattutto nei ragazzi, un senso di impotenza e pessimismo di fronte all’efficienza criminale della mafia; e tanto più se a questo si aggiunge (come nel caso della presunta “trattativa”) l’evocazione di collusioni dello Stato con la mafia, date per sicure da inchieste giudiziarie e da organi di stampa, e poi clamorosamente smentite di recente.
nella Lettera ai Giudici
di don Milani
-
di Luciano Corradini *
La
"lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a
"una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e
civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari
toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti
del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina
di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e
politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria,
con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un
giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come
sacerdote.
Viene
spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e
la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono
esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa
distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi
magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il
passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di
condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso
della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la
volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia
dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per
quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei
ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in
confuso”. (pp.36-37)
E’
qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e
l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione
storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia.
La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in
tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono
“solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli
insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”.
Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il
diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità,
alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.
Il
leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come
queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non
presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per
credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo
11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per
minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli
altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è
l’avarizia”. (LP,p.14)
Pensiamo
alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un
prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia
Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe
chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per
me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne
importa.
"Ma
questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto.
Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di
farsi intendere". Condizione per
cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…
Ha
destato reazioni contrastanti l’assoluzione piena dell’ex senatore di Forza
Italia Marcello Dell’Utri, da parte della Corte d’assise d’appello di Palermo.
Nella sentenza di primo grado, tre anni e mezzo fa, l’ex collaboratore e
“braccio destro” di Berlusconi era stato condannato a dodici anni di carcere
come «cinghia di trasmissione» tra i clan e gli interlocutori istituzionali,
nella cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, volta a convincere la mafia a
desistere dalla strategia stragista, in cambio di un’attenuazione dell’art.
41-bis che prevedeva il carcere duro per i boss.
Perplessità
o in qualche caso sdegno si registrano nei commenti della sinistra, mentre
esultano i giornali di destra. «Una sentenza di verità», titola uno di
essi. Altri parlano di una «bufala» finalmente smascherata e della fine di una
«persecuzione».
Non
sono molti, stranamente, a ricordare che in realtà Dell’Utri è appena reduce da
una condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione
mafiosa, inflittagli nel 2013 dalla Corte d’Appello di Palermo e confermata nel
2014 dalla Corte di Cassazione, perché ritenuto il mediatore di un patto tra
Berlusconi e la mafia siciliana. Pena ridotta a poco più di cinque anni e
scontata in parte in carcere, in parte agli arresti domiciliari. L’ulteriore condanna,
ora annullata, si aggiungeva a questa, ormai passata agli atti e consegnata
alla storia.
Siamo
dunque davanti a una vicenda giudiziaria da leggere in un contesto più ampio,
che peraltro va ben al di là degli anni della Seconda Repubblica e che è il caso
di ricostruire, senza fermarsi alle polemiche contingenti, alla luce di una
storia che comincia con l’unità d’Italia. Perché in questo caso, come in tanti
altri, il presente si capisce meglio alla luce del passato e una società senza
memoria, come la nostra, rischia di non cogliere il senso più profondo di
quello che sta vivendo.
Le
radici del problema: come gestire l’unità d’Italia?
È
la storia a dirci che, dopo l’unità, il problema dei rapporti tra Nord e Sud
diventò drammatico. I governi della cosiddetta “Destra storica”, formati, dopo
il 1861, da piemontesi e toscani, non capivano nulla della mentalità e delle
esigenze del Meridione e concepivano l’unificazione come una proiezione su di
esso della legislazione del Piemonte. Si era fatta l’Italia ma, secondo
l’espressione di D’Azeglio, bisognava ora «fare gli italiani». Solo che si
stentava a rinunziare a un modello univoco di unità e di cittadinanza, che era
indigeribile da Roma in giù. Senza parlare dei disastrosi effetti che l’unità
ebbe per le manifatture del Sud, travolte dal mercato unico, che le esponeva
alla concorrenza vincente di quelle settentrionali.
Da
qui il brigantaggio meridionale, affrontato con tremenda durezza grazie alla
legge Pica. Da qui la ribellione di Palermo, nel 1866, repressa a cannonate
dalla flotta italiana.
Il
modello rigido di unità voluto dalla “Destra storica” costava insomma troppe
lacrime e sangue e non funzionava. Da qui la proposta fatta dalla “Sinistra”
(anche questa liberale), che vinse le elezioni del 1876 alleandosi con le
classi dirigenti meridionali, a cui si prometteva un ampio campo autonomo
d’azione, in cambio di una fedeltà sostanziale al nuovo Regno.
Si
deve a questa alleanza se un ampio sottobosco di malavitosi al servizio dei
notabili siciliani poté fiorire e consolidare il proprio potere incuneandosi
tra la popolazione e lo Stato, percepito al Sud come lontano e minaccioso.
Siamo alle origini prossime (quelle remote risalgono alla dominazione spagnola)
del potere della mafia, che poté avvalersi anche di una tacita “alleanza” con
la Chiesa, anch’essa emarginata dal nuovo sistema politico.
«Il
ministro della malavita»
Tutto
questo, naturalmente, richiedeva il mantenimento di un compromesso costante fra
i governi liberali di Roma e questi centri di potere che operavano spesso oltre
i margini della legalità, e che però erano utili per convogliare i voti e
appoggiare i partiti di governo. Uno scambio di favori che funzionò. Al punto
che ben due primi ministri del Regno, dopo la svolta, Crispi e Di Rudinì, furono
siciliani. In un contesto che però si basava sull’abbandono del Meridione alle
sue tendenze più regressive.
Si
spiega così perché Giolitti, il più importante, forse, tra i nostri presidenti
del Consiglio, autore di una politica innovativa che ha segnato una svolta
nella nostra storia, sia stato però definito da Gaetano Salvemini, nel titolo
di un suo libro, «il ministro della malavita» proprio per la sua compromissione
con casi di clientelismo e di corruzione verificatisi nell’Italia del Sud.
La
tacita convivenza tra Stato e Mafia, dal dopoguerra in poi
Non
si può non tenere presente questa storia quando si parla di quella, già molto
più vicina a noi, dei governi democristiani del dopoguerra. È famoso il caso
dell’on. Andreotti, più volte presidente del Consiglio, finito sotto processo
per associazione mafiosa. Tra le accuse rivolte all’uomo politico c’era quella
di avere baciato, durante un suo viaggio in Sicilia, il boss Riina. Non so se
l’accusa fosse vera – come è noto Andretti alla fine fu assolto (in parte per
sopravvenuta prescrizione) –, ma è certo che il suo uomo di fiducia nell’Isola,
Salvo Lima, svolgeva la funzione di “proconsole” e aveva stretti rapporti con
la mafia (da cui infatti venne ucciso in un agguato, probabilmente per non aver
rispettato gli accordi).
Non
si trattava, peraltro, di un problema legato a una sola persona. Ancora una
volta una stupefacente mancanza di memoria storica fa sì che si riversino solo
su Andreotti le responsabilità di questa collusione con la mafia e non si
ricordi che Lima, prima di essere andreottiano, aveva fatto parte, insieme a
Vito Ciancimino e Giovanni Gioia, di un terzetto di spregiudicati politici
legati ad Amintore Fanfani (anch’egli una grande personalità della storia della
Democrazia cristiana).
A
rendere più facile questa convivenza pacifica e perfino collaborativa tra
uomini di governo e mafia sono state, a lungo, la sottovalutazione della
gravità del fenomeno mafioso e una certa tendenza a valorizzarne, addirittura,
la pretesa funzione di “forza d’ordine”, in una società come quella siciliana,
in cui lo Stato non riusciva spesso ad avere il controllo del territorio.
È
impressionante che ancora nel gennaio del 1955, il Procuratore Generale presso
la Corte di Cassazione, Giuseppe Guido Loschiavo, in occasione della morte di
Calogero Vizzini, ritenuto il vertice della gerarchia mafiosa, abbia potuto
tranquillamente scrivere su una rivista giuridica: «Si è detto che la mafia
disprezza polizia e magistratura: è una inesattezza. La mafia ha sempre
rispettato la magistratura, la Giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e
non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai
fuorilegge (…) ha affiancato addirittura le forze dell’ordine (…) Oggi si fa il
nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini in
seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via
del rispetto alle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della
collettività». Lascio immaginare a chi legge cosa accadrebbe oggi se un alto
magistrato scrivesse qualcosa di simile.
Non
c’è da stupirsi, perciò, che una certa forma di “collaborazione” tra Stato e
mafia si sia a lungo mantenuta e abbia dato luogo a una logica ricorrente, di
cui naturalmente, finita l’era democristiana, ha verosimilmente fruito il nuovo
potere berlusconiano. Qui il “proconsole” è stato – secondo la sentenza del
2014 – Marcello Dell’Utri. Con ottimi risultati: nelle elezioni del 2001 la
Casa delle libertà fece, in Sicilia, un impressionante en plein,
vincendo in tutti i sessantun collegi uninominali in ballo (20 al senato e 41
alla Camera). Un risultato che, per chi conosce l’ambiente umano dell’Isola,
sarebbe inspiegabile senza l’aiuto dei “poteri forti” che controllano il
territorio.
L’urgenza
di un reale cambiamento culturale
Tutto
questo, ovviamente, non implica alcuna critica alla sentenza della Corte
d’assise d’appello di Palermo. C’è una “verità processuale”, che risulta da un
complesso di fattori emersi nel giudizio, di cui il giudice deve tenere conto –
carte, testimonianze, etc. – e che, in uno Stato di diritto, deve prevalere
sulle convinzioni extragiudiziali presenti nell’opinione pubblica o nella mente
degli stessi giudici.
La
verità – nel nudo significato di questo termine, che implica una aderenza ai
fatti reali – può non coincidere con quella accertabile nel processo. Ed è
giusto che sia così. Solo negli Stati totalitari si può condannare qualcuno
prescindendo dalle prove che si hanno contro di lui.
Peraltro,
al di là del caso Dell’Utri, da quanto detto nascono domande inquietanti che
riguardano il Meridione – in particolare ho presente la Sicilia –, il suo
passato, ma soprattutto il suo presente e il suo futuro. Quella che emerge è la
storia di un popolo che, pur con le sue grandi qualità umane, non è mai
riuscito ad avere una vera coscienza del bene comune ed è rimasto in una certa
misura prigioniero di logiche feudali e familiste, di cui la mafia è sta
l’espressione criminale.
Il
problema, perciò, non è solo Cosa Nostra, ma una mentalità, una cultura che
l’ha alimentata e continua a essere presente, in forme meno eclatanti,
nell’amministrazione pubblica, nell’esercizio dei diritti politici, nella vita
quotidiana dei privati.
È
da questa cultura che derivano molti mali del Sud. Non possono bastare i soldi
del Recovery Fund a superarli – quanti finanziamenti, in passato (si pensi alla
Cassa per il Mezzogiorno) sono andati a vuoto, sperperati o finiti nelle tasche
dei mafiosi! –, se non sopravvengono un atteggiamento e uno stile diverso da
parte delle persone.
Non
mancano, per fortuna, persone e gruppi che lottano con tutte le loro forze per
il cambiamento. Ma bisogna riconoscere che è una battaglia ancora lontana
dall’essere vinta. È su questa battaglia culturale che oggi più che mai bisogna
concentrarsi. Perché la politica, in Sicilia e in tutto il Sud, non sia più
inquinata da logiche perverse che produrranno sempre, se non vengono corrette,
i frutti avvelenati che nessuna sentenza di assoluzione può nascondere.
*Ufficio
Cultura Diocesi Palermo