Visualizzazione post con etichetta coraggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coraggio. Mostra tutti i post

sabato 18 luglio 2026

A CHILOMETRO ZERO

 


 "La grandezza 

di una persona

 non si misura solo 

su ciò che costruisce, 

ma anche 

sulla sua capacità 

di ricominciare;

 la vita insegna che si cade sette volte

 per rialzarsi otto”

  •  

La Redazione

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…”

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.

Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Ascuolaoggi

 Immagine

martedì 6 gennaio 2026

IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

Immagine

 

venerdì 2 gennaio 2026

IL CORAGGIO DELLA PACE

 

Scegliamo

il coraggio 

della pace. 


La guerra 

non è un destino


Al centro delle nostre vite nel nuovo anno non sarà un oggetto, ma ugualmente è qualcosa di estremamente concreto: la pace. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha pubblicato da poco “Il coraggio della pace”: «Il coraggio viene spesso associato solo alla guerra», spiega. 

«La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. Si sta diffondendo l'idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell'uomo, che l'essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto»

di Anna Spena

 

Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto). Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa, così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)

La guerra non è un destino inevitabile. Ce lo dobbiamo ripetere, sempre. La pace ha bisogno di coraggio, di quello di tutti. Leggiamolo l’ultimo libro pubblicato da Andrea Riccardi, professore di Storia contemporanea e fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant’Egidio, ha ricoperto la carica di ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione nel governo Monti tra il 2011 e il 2013. Il libro si intitola Il coraggio della pace (Editrice Morcellina, 80 pag). L’appello di Riccardi è quello di riscoprire il «senso di appartenenza a una comunità globale di destino».

Professore, cosa portiamo nel 2026?

Un anno di pace. Il mio pensiero va agli ucraini, sotto i bombardamenti da quattro anni, ai gazawi, ai sudanesi e al loro dramma troppo spesso dimenticato. Stiamo vivendo l’era della forza, in cui la guerra domina i rapporti internazionali e si riflette drammaticamente nella nostra società, rendendo i rapporti personali più duri, competitivi e aggressivi. Per il 2026 auspico un ritorno alla pace. In questo senso, l’anniversario francescano cade a proposito: San Francesco, nel duro Medioevo, annunciò la pace tra comuni e signorie in lotta. Oggi il nostro mondo è fatto di frammenti e fare pace significa ricollegare questi pezzi attraverso un atteggiamento fraterno.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59esima Giornata mondiale della pace, che si celebra proprio il primo gennaio 2026 – “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” – dice così: «Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica».

È un documento profondamente pacificante e pacificatore. Purtroppo, il dibattito politico spesso “furbamente” non fa i conti con queste parole, fingendo di non accorgersene perché scardinano le logiche di potere correnti.

La pace è ancora possibile?

Oggi la pace sembra scomparsa come valore e aspirazione, persino rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Ho intitolato il libro Il coraggio della pace perché il coraggio viene spesso associato solo alla guerra. C’è chi dice che noi europei siamo paurosi perché non vogliamo vedere i nostri figli morire in battaglia; io credo, invece, che non siamo paurosi se abbiamo il coraggio della pace. La pace richiede lavoro, sacrificio e uno sforzo enorme per essere raggiunta. La guerra, come vediamo in Ucraina, è solo distruzione: distrugge i Paesi e trasforma gli Stati in entità militari chiuse e imperiali. Si parte baldanzosi e si finisce in cattività o indeboliti. 

Siamo di fronte a una crisi del multilateralismo: si tagliano i fondi alla cooperazione internazionale per investire nel riarmo. Come spieghiamo quanto sia controproducente questa scelta?

Tagliare i fondi alla cooperazione è un errore globale, non solo italiano. La cooperazione crea legami e previene i conflitti; è un atto politico che unisce i popoli in un destino comune. Oggi, invece, la parola d’ordine è “riarmarsi”. Si giustifica questa scelta con la minaccia militare russa, ma io concordo con quanto sostenuto da Cacciari: se la minaccia è reale, allora il problema non è solo una questione di bilancio, ma coinvolge il tema dell’arma atomica. Ciò che mi preoccupa profondamente in questa corsa al riarmo è lo scenario politico europeo: pensiamo alla Germania, dove il partito di estrema destra AfD è in forte ascesa nei sondaggi. Vogliamo davvero consegnare un arsenale militare potenziato a forze di questo tipo, qualora dovessero vincere le elezioni? È un rischio storico che non possiamo ignorare.

Il settimo capitolo del suo libro si intitola “La guerra come destino la pace come parentesi”: è questa la prospettiva in cui siamo?

Purtroppo sì, è una tendenza pericolosa. La pace di cui abbiamo goduto in Europa per decenni viene oggi considerata da molti come una semplice “parentesi” storica. Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto. Credo nella civiltà e credo che quello che abbiamo pregustato in questi decenni non sia un intervallo tra due tragedie, ma un progetto concreto per il mondo intero. Non dobbiamo rassegnarci all’idea dell’essere umano come “essere combattente” per sempre. La guerra, prima ancora di essere atroce, è una cosa stupida; bisogna averla vista da vicino per capire quanto sia priva di senso.

Si sta diffondendo l’idea che la guerra sia il vero destino antropologico dell’uomo, che l’essere umano e il conflitto siano compagni inscindibili. Io non lo credo affatto.

Lei la guerra l’ha toccata con mano…

L’ho vista in Libano e in Mozambico. Lì ho capito che la guerra è una realtà diabolica. Ma possiamo toccarla anche qui, attraverso gli occhi dei rifugiati. Ricordo i disegni dei bambini siriani in Libano: usavano solo il rosso per dipingere fuoco e case che bruciavano. Quegli occhi testimoniano l’orrore meglio di qualsiasi discorso.

Il primo capitolo del libro, invece, è una domanda: “Parole incompatibili?” e si riferisce alla pace e al coraggio. Quindi come facciamo a trovare noi il coraggio della pace? Quali sono i nostri strumenti?

Prima di tutto, bisogna uscire dall’indifferenza: bisogna interessarsi a ciò che succede nel mondo. Non si può vivere responsabilmente in una comunità globale senza avere un minimo di cultura geopolitica. È proprio l’ignoranza dei più che permette ai “forti” e ai potenti di questo mondo di decidere per la guerra sopra le nostre teste. Interessarsi significa sviluppare una cultura, partecipare attivamente e far sentire il nostro peso nelle scelte del Paese. Significa sostenere la cooperazione e, per chi crede, praticare la preghiera per la pace. La preghiera non è un atto passivo, ma una “grande arma di pace” che smuove le coscienze.

Professore, restando sul tema dell’interesse e della partecipazione: tra settembre e ottobre le piazze si sono riempite per la questione di Gaza, dando un segnale che forse il governo non ha saputo cogliere. È un caso isolato o potrebbe essere un punto di svolta verso quella consapevolezza che lei auspica?

Gaza è una guerra che sentiamo vicina, ma non dobbiamo dimenticare il grande silenzio che avvolge altri conflitti. Anche quella in Ucraina è una guerra vicina. La Siria è stata distrutta per quasi 15 anni da una guerra civile brutale e da un potere feroce, eppure non ho sentito una reazione paragonabile. Anche in Sudan sta accadendo qualcosa di terribile proprio ora, ma noi nemmeno lo sappiamo. Credo che sia necessario allargare ulteriormente la nostra coscienza. Dobbiamo superare l’ignoranza e l’indifferenza verso ogni dramma dimenticato.

Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto

Non possiamo chiedere lo sforzo della pace alle vittime. È un impegno che spetta a noi?

Il dolore delle vittime va assunto da noi. Mi torna in mente Paolo VI all’Onu nel 1965: “Faccio mia la voce dei sofferenti”. Se non c’è uno sforzo corale da parte nostra, non possiamo chiedere il perdono a chi ha perso tutto. Il perdono è un modo per chiudere il cerchio, ma serve un impegno collettivo per creare le condizioni affinché avvenga.

Cosa pensa del piano di pace per l’Ucraina?

Siamo in una dinamica terribile. L’Ucraina chiede una “pace giusta” e non vuole rinunciare ai territori. Ma vediamo un popolo stremato. Bisogna fare presto, perché ogni giorno in più è un giorno di tragedia. La pace deve essere giusta, sì, ma deve arrivare prima che il popolo sia completamente annientato.

VITA


 

martedì 9 dicembre 2025

QUANTO VALE LA NOSTRA VITA?


 Recalcati: “Il valore della vita dipende da quanto è viva e non da quanto è lunga”, una riflessione sul desiderio che allarga il nostro orizzonte e dà senso autentico alla nostra esistenza

La Redazione

La vita, imprevedibile ed imponderabile, riesce sempre a stupirci, regalandoci emozioni uniche ed irripetibili, mettendoci alla prova e giorno dopo giorno insegnandoci a danzare sotto la pioggia.

Ed invero sono proprio i momenti più difficili, quelli nei quali sarebbe più semplice mollare che andare avanti, che ci fortificano, temprando il nostro carattere, trasformandosi così in ottime occasioni di rivalsa per poter rialzarci, volgendo lo sguardo verso uno splendido arcobaleno.

Ed allora quando possiamo definire la nostra vita degna di essere vissuta?

A tal proposito lo psicoanalista e saggista italiano Massimo Recalcati esprime il suo pensiero in tal modo:

“Uno dei miti contemporanei è quello di attribuire un valore in sé al prolungamento illimitato della vita. Garantire la vita più lunga possibile sembra imporsi su qualunque altra valutazione di merito. Di qui l’ossessione per il cosiddetto benessere, ovvero per un salutismo spesso penitenziale che vorrebbe scongiurare non solo la malattia ma la morte stessa. Nessun tempo ha conosciuto in forme così esasperate l’ossessione per il benessere e per il prolungamento ad ogni costo della vita. Un corteo variegato di specialisti ci spinge ad identificare indebitamente il valore della vita con la sua durata dimenticando che ciò che dà valore alla vita non è affatto il suo essere lunga quanto la possibilità di poter

Dunque, il valore della nostra vita non si misura dalla sua durata, quindi dalla sua quantità, ma piuttosto dalla qualità degli attimi che abbiamo vissuto con intensità, così da rendere ogni giorno unico ed impareggiabile.

A rendere viva la nostra vita, pertanto, è proprio il desiderio, “nostra inclinazione singolare, nostro talento particolare. La nostra responsabilità consiste nel riconoscerlo e nell'assumerlo, ovvero nel vivere secondo la sua legge”, così come ci spiega molto significativamente lo psicoanalista.

Ecco allora l’importanza di coltivare il proprio talento perché il desiderio non è altro che “una potenza che allarga l'orizzonte della nostra vita”.

Tanto più saremo in grado di allargare la nostra vita, tanto più la nostra vita sarà viva e degna di essere vissuta.

“Certamente non esistono misure standard per definire questa ampiezza. Un amico monaco che vive in una condizione eremitica mi spiegava che l’ampiezza della sua vita coincideva con quella del geranio sulla sua finestra e dell’uccello che dimorava sul ramo di un albero nel giardino. 

Nessuno può decidere quando una vita sia davvero larga”, queste le parole con le quali Massimo Recalcati culmina la sua disamina.

Perciò, bisogna sempre avere il coraggio di osare, volgendo lo sguardo oltre l’orizzonte, coltivando il proprio talento, le proprie passioni, lottando per esaudire i propri sogni, abbandonando così l’illusione di una vita lunga e spesso priva di valore.

A scuola oggi

Immagine

martedì 23 settembre 2025

SPERANZA E CORAGGIO NEL VIVERE E NELL'EDUCARE

 


Oggi la libertà 

è messa sotto scacco

 dalle tecnologie digitali»

 


«Viviamo in un mondo meno libero, serve più coraggio».


 Paolo Crepet, psichiatra, sociologo e scrittore, da anni ci provoca e ci stimola a riflettere con lucidità critica sul nostro tempo. Nel suo nuovo saggio, Il reato di pensare (Mondadori), che presenta a Pordenonelegge, nel Teatro Verdi di Pordenone, insieme al vicedirettore del Messaggero Veneto, Paolo Mosanghini, invita a difendere la libertà più autentica: quella di un pensiero libero e coraggioso, capace di resistere all'omologazione. 

 Perché pensare, oggi, diventa un atto rivoluzionario, soprattutto se significa resistere alla tentazione di delegare il nostro giudizio ad algoritmi o conformismi. 

 Nel suo nuovo saggio parla del “reato di pensare”: cosa significa, oggi, avere il coraggio di un pensiero libero? 

«Intanto significa avere un pensiero: non è affatto scontato. Si può essere liberi senza averne, ma oggi pensare è necessario e difficilissimo. Occorre informarsi, distinguere fra notizie vere, verosimili o false. Serve coraggio, perché viviamo in un mondo che a me sembra meno libero di trent'anni fa. 

Non che allora ci fossero grandi democrazie, ma oggi sento un peso diverso: è difficile parlare senza cercare audience o consenso. Il pensiero libero, che va oltre il consenso, è merce rara in un mondo dominato da tecnologie valutative. Nel libro ho anche voluto scrivere parole nette sul dolore del nostro tempo: mi indigna vedere bambini deportati, affamati, uccisi, in un esodo biblico: solo il termine dovrebbe far rabbrividire chiunque, al di là di ideologie o religioni. Se non c'è indignazione, non c'è libertà». 

 Viviamo in una società che proclama la libertà ma sembra alimentare conformismo e autocensura. Da dove nasce questa contraddizione? 

«Oggi la libertà è messa sotto scacco non solo da dittatori e regimi, ma dalle tecnologie digitali che modellano i nostri comportamenti. 

L'intelligenza artificiale non chiede permesso: entra e cambia anche il nostro modo di pensare. Su questo mi aspetto dai giovani una ribellione, qualcuno che dice: “Io voglio pensare con la mia testa, non con un algoritmo”». 

 Nel libro si parla della “seduzione” di una tranquillità che spegne creatività e originalità. Come resistere a questa deriva? 

«Tutto porta all'educazione. Se in Russia esistono oltre duecento campi di rieducazione per bambini ucraini rapiti, significa che lo pensano anche i dittatori…Montessori diceva: “Educare è libertà, oppure non è”. Cent'anni fa il nemico era l'autoritarismo pedagogico e lei ha dovuto rovesciare questo e trovare un'idea di educazione autorevole e non autoritaria. Oggi è diverso: non c'è più un avversario concreto, ma un algoritmo. E ha una forza micidiale. Non è pessimismo da vecchi: Geoffrey Hinton, padre dell'IA, ha detto di sentirsi come Oppenheimer nel '44. Se lo dice lui, ascoltarlo». 

 In una recente intervista ha definito “allucinante” il vuoto che divora i giovani. Che vuoto è? 

«Ogni giorno leggiamo di ragazzi che si accoltellano, si picchiano, si bullizzano. Un'adultizzazione precoce e inquietante. Ci sono bambini di otto anni fuori di notte, ragazzine di dodici con addosso centinaia di euro. Non è marginalità sociale: è un vuoto spaventoso. Una frustrazione senza futuro, perché noi gliel'abbiamo tolto. L'ho scritto anni fa: il “disagio dell'agio”. Una profezia che si è avverata». 

È un mondo senza speranza? 

«La storia ci insegna che l'umanità è uscita da tragedie enormi. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo ricostruito bellezza e progresso. Ma dovremo aspettare un'altra catastrofe per riscoprirci? Ci vuole un nuovo Rinascimento, fatto dagli individui, uomini e donne che agiscano oltre gli interessi distopici degli Stati, con responsabilità personale e cercando la verità».

 a cura di Cristina Savi

 Fonte: Messaggero veneto

Immagine

 

giovedì 3 aprile 2025

UNA VOCE FLEBILE E POTENTE

 


Così il Papa

 ci sta semplicemente

 insegnando a vivere


Con la sua voce flebile, ma più potente delle altre,  Francesco è l'unico che "canta un'altra canzone". Che apre un varco in una contemporaneità fatta di ipocrisia e di incapacità di incontrare la sofferenza dell'altro. La minuscola bellezza di un mazzo di fiori gialli sta aprendo un varco nel mondo

di Doriano Zurlo

Viviamo in un mondo di mostri. C’è uno che vuole la Groenlandia, un altro che vuole l’Ucraina, un altro che vuole Taiwan, un altro ancora che, se a Gaza crepano duecento bambini in più o in meno, ma chissenefrega, tanto da grandi sarebbero diventati tutti terroristi, no? 

Poi c’è quella che ha sparato al cane, una vera dura, labbra siliconate, rolex d’oro e nessuna vergogna; si mette in posa davanti all’umanità deportata, reclusa, umiliata, un monito per tutti i disperati del mondo: portate la vostra disperazione altrove, soffrite, morite, non ci interessa. E che dire di quello che ammazza curdi da anni e adesso ha avuto la bella idea di mettere in prigione il suo oppositore politico?

Poi ci sono nazioni dove andiamo tranquillamente a giocare i mondiali di calcio anche se appoggiano terroristi e schiavizzano operai. ci sono i mostri che rivendicano il diritto di dire “ritardato”, “idiota”, “mongoloide”, forse perché in queste parole riconoscono loro stessi.

Sui social dialoghiamo senza ascoltarci

E mostri siamo anche noi, incluso me che scrivo, mostri che vivono incollati ai loro piccoli mondi racchiusi nei device elettronici, zombie incapaci di intendere e di volere, soprattutto incapaci di incontrare il volto dell’altro, quel volto che, per dirla con Levinas, è il luogo dove la totalità, radice di ogni totalitarismo, scompare per lasciare il posto all’infinito, radice di ogni grazia. Ma noi non lo incontriamo più il volto dell’altro, incontriamo il nostro, di volto, ci facciamo i selfie.

Lo sappiamo: siamo mostruosi anche nel modo con cui dialoghiamo sui social, senza ascoltarci, senza cercare la verità, solo cercando la vittoria. Lo facciamo noi, lo fa chi abbiamo eletto, che è pur sempre espressione di noi. 

L’ipocrisia dell’Europa

Anche l’Europa è mostruosa. Sì, mi lascia la libertà di poterlo scrivere senza temere ritorsioni di alcun genere. Questo non è poco e va sempre, sempre riconosciuto. Chi odia l’Europa dovrebbe davvero trasferirsi a vivere sotto Putin, o Erdoğan, o Trump. Ma non c’è dubbio che anche l’Europa sappia essere mostruosa, anche se in modo meno diretto.
Affoga nell’ipocrisia. Difende l’aggredito quando si tratta di Ucraina – ed è sacrosanto – ma a Gaza si volta dall’altra parte, e di migranti poi non ne parliamo. Von Der Leyen e Meloni se la intendono alla grande, su questo fronte. Esternalizzare il problema. Tanto non sono esseri umani, si tratta di carico residuale, come dice quell’altro mostro di Piantedosi. Diamo soldi, tanti soldi. Teneteveli voi quegli straccioni, noi non li vogliamo.

La voce più flebile ma la più potente

Ora, in tutto questo, in mezzo a tutto questo marasma, dentro questa specie di inferno quotidiano che è diventato il nostro mondo contemporaneo – forse è sempre stato così, per carità, ma questo non cambia le cose – c’è una voce particolarmente flebile, addirittura quasi muta ormai, proprio un filo di voce a malapena udibile, che però a me pare la voce più potente, perché è l’unica che possiede un timbro diverso, l’unica che canta un’altra canzone, una canzone per la quale forse ci vogliono orecchie fini, altrimenti si rischia di non farci caso, di sottovalutarla, di annegarla nel chiasso generale, oppure, col cinismo acquisito in anni di “adesso usciamo dal mondo dei sogni e cerchiamo di essere concreti”, potremmo derubricarla, svuotarla, ritenerla sì graziosa e preziosa per un mondo ideale, ma del tutto irrilevante per il mondo reale.

È la voce di Papa Francesco. Lo dico, en passant, ai detrattori che ha all’interno del mondo cattolico, a quelli che lo ritengono troppo modernista: ragazzi, non avete capito niente. Di questo Papa si parlerà a lungo.

I fiori gialli

«Vedo questa signora con i fiori gialli, che brava». Io non so dirvi quanto mi ha colpito questa frase, e quanto mi abbia commosso, anche. La prima frase pronunciata in pubblico dopo un mese e più di silenzio quasi totale al Policlinico Gemelli. Sembra niente. Non parla di Dio, non parla di Gesù. Parla solo di fiori gialli e di una signora. Sembra niente. Eppure. Io credo che questa frase stia lavorando nel cuore di milioni di persone, in modo sommesso, come una melodia, per l’appunto, come un’altra canzone, come la “possibilità” di un’altra canzone. Non impartisce una lezione morale, non prescrive doveri, non sancisce divieti, non afferma una dottrina, non vezzeggia una parte politica, non fa nulla, sembra niente, e tuttavia è profondamente morale. Chi c’è, oggi, tra i potenti del mondo, che parla così? Voglio la Groenlandia! Annienteremo l’Ucraina! Deportiamo i palestinesi!

I fiori gialli. Una minuscola bellezza che si apre un varco nel mondo. Ed è la prima cosa che il Pontefice nota, affacciandosi al balcone. E poi c’è una brava signora, che con quei fiori gialli il mondo lo cambia. 

Il Papa ci insegna uno sguardo. In questa cordialità, in questo a tu per tu – che non è dei potenti, dei potenti è l’a tu per voi – io credo ci sia una lezione che sarebbe da ottusi sottovalutare.

Ma ci sono altre cose. Nel momento peggiore, quando il fiato è ridotto al minimo e il rischio di morire è altissimo, dice al medico che lo cura: «È brutto». Sì, perché morire è brutto, anche per chi ha fede. E mi risulta che anche Gesù non fosse così entusiasta di andare in croce.

Poi le telefonate quasi quotidiane alla parrocchia di Gaza. E il continuo riferimento alla “martoriata” Ucraina. Sempre lo stesso aggettivo: martoriata. Le parole sono importanti. Per questo il Papa non le cambia. Ciò che ad alcuni potrebbe sembrare formale, ha in realtà la forma di un giudizio che non traballa, che non si sposta. La martoriata Ucraina. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Il valore delle parole

Ci sono anche le parole potenti della lettera: «Disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». Qui viene colto il punto più profondo del mondo di mostri che abbiamo creato: le parole. Usate come una clava, come immondizia, come oggetto contundente.

E poi c’è la visita al Santuario, prima di rientrare a Santa Marta. Il Papa porta dei fiori alla Madonna. Un atto di devozione che è profondamente religioso, ma anche profondamente umano; un gesto rivolto al genere femminile, alle donne e alle mamme tutte.

Io credo che il Papa, oggi, sia la voce degli invisibili, dei silenziosi, di chi scende in piazza in Palestina contro Hamas, o in Turchia contro Erdoğan, e di chi va per mare a salvare vite e intanto gli spiano il telefono, e di tutte le signore con i fiori gialli. Con la sua voce flebilissima, con le sue parole semplici e con gesti misurati, delicati, raccolti, credo che il Papa ci stia semplicemente insegnando a vivere.

 

VITA


 

sabato 1 febbraio 2025

DELLA GENTILEZZA E DEL CORAGGIO


 Breviario di politica e altre cose

  

La qualità della vita democratica scaturisce innanzitutto dalla capacità di porre e di porsi buone domande, dalla capacità di dubitare. E questo vale tanto per chi il potere ce l’ha quanto, forse soprattutto, per chi apparentemente non ce l’ha. Cioè noi. Perché i cittadini hanno un potere nascosto, che li distingue dai sudditi e che deriva proprio dall’esercizio della critica e dunque della sorveglianza.

In queste pagine Gianrico Carofiglio, con la sua scrittura affilata e la sua arte di narratore, ci accompagna in un viaggio nel tempo e nello spazio e costruisce un sommario di regole – o meglio suggerimenti – per una nuova pratica della convivenza civile. Una pratica che nasce dall’accettazione attiva dell’incertezza e della complessità del mondo ed elabora gli strumenti di un agire collettivo laico, tollerante ed efficace.

Partendo dagli insegnamenti dei maestri del lontano Oriente e passando per i moderni pensatori della politica, scopriamo un nuovo senso per parole antiche e fondamentali, prima fra tutte la parola gentilezza. Non c’entra nulla con le buone maniere, né con l’essere miti, ma disegna un nuovo modello di uomo civile, che accetta il conflitto e lo pratica secondo regole, in una dimensione audace e non distruttiva. Per questo la gentilezza, insieme al coraggio, diventa una dote dell’intelligenza, una virtù necessaria a trasformare il mondo. E contrastare tutte le forme di esercizio opaco del potere diventa un’attività sovversiva, che dovrà definire l’oggetto della nostra azione, della nostra ribellione.

“Gentilezza insieme a coraggio significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni e del proprio essere nel mondo, accettare la responsabilità di essere umani.”

Un inedito, avvincente manuale di istruzioni per l’uso delle parole, del dubbio, del potere.
Un grande romanziere racconta la passione civile, l’amore per le idee, le imprevedibili possibilità della politica. Un breviario denso, lieve e necessario.

 

  • Gianrico Carofiglio, Della gentilezza e del coraggio, Edizioni: Giangiacomo Feltrinelli
  • Collana: Varia
  • Pagine: 128
  • Prezzo: 13,30 €
  • ISBN: 9788807492815
  • Genere: Varia

 

 

giovedì 14 novembre 2024

UNIVERSITA' E ANIMA

 




di Benedetta Capelli

Se c’è una parola chiave che ha attraversato il Dies Academicus, l’inizio dell’anno accademico 2024-2025 della Pontificia Università Lateranense, è “anima”. 

Un termine che per il rettore dell’ateneo, monsignor Alfonso Amarante, implica un lavorio costante di dialogo e incontro tra docenti e studenti ma anche la necessità di osare avviando percorsi virtuosi, perlustrando strade che altri non hanno percorso e che non sia solo un’occupazione di spazi. Sono tre i passi indicati, frutto anche dell’impegno di un nuovo Consiglio Superiore di Coordinamento ufficializzato solo sabato scorso, 9 novembre. 

Il primo riguarda la crescita del percorso formativo, guardando alla qualità del corpo docente che lo scorso anno contava 139 professori e 1137 studenti; a seguire la ricerca di nuove strategie di comunicazione per diffondere l’offerta della Pul infine l’elaborazione di un piano triennale che preveda l’identificazione di possibili donatori/contributori in Italia e all’estero. 

“Anima” è anche la parola che il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha sottolineato nel suo discorso declinando insieme allo stupore, alla creatività e alla libertà di pensiero. «L’università — ha affermato — è uno spazio in cui il soggetto trova le condizioni per diventare protagonista della propria storia, uno straordinario intreccio di dialogo». Anche il porporato non ha mancato di invocare un cambiamento nell’università, parlando di coraggio e di audacia che sono gli ingredienti giusti per osare e per non perdere la capacità di essere «il sale della terra e la luce del mondo». «L’università è un laboratorio di dialogo anche con Cristo ed ha bisogno di interlocutori, di maestri ispirati e di testimoni credibili». 

Il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione ha poi voluto ringraziare Giacomo Poretti, attore comico e fortunato protagonista anche di diversi film realizzati dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo, per la bella e intensa riflessione sull’anima che ha regalato a studenti attenti e docenti interessati alla novità di un comico che si cimenta in una sorta di Lectio Magistralis. Poretti ha attinto al suo repertorio, sintetizzando parti di uno spettacolo del 2018 intitolato Fare l’anima. E ha attinto anche alla sua vita privata raccontando della nascita del figlio Emanuele, della visita in ospedale di don Bruno, il sacerdote che lo aveva sposato. Spiazzante quella frase buttata lì dopo aver giocato con il piccolo neonato: «bene, avete fatto un corpo, ora dovete fare l’anima». 

Ma come si fa l’anima? Cosa è? Dove si trova? Quando nasce? Sono «domande bambine» ha detto don Davide Milani, officiale del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, presentando Giacomo Poretti. Domande che ognuno di noi si è posto nella vita e alla quale l’attore non offre ovviamente risposta, il suo merito è quello di mostrare la forza o meglio la debolezza di questa parola. 

Una parola, ha raccontato, che si è sedimentata nel suo cuore, generando un leggero fastidio ma anche inquietudine. «Mi ha fatto tenerezza — ha spiegato — e mi è parso che avesse il lamento doloroso dell’abbandono, che non l’avessi mai degnata di una simpatia, di un ascolto. Ho pensato alla solitudine delle parole, forse una parola deve essere frequentata, ha bisogno di cura, se non si parlano le parole vengono dimenticate e scompaiono. I dizionari possono essere allora il cimitero delle parole, pensiamo a termini come mitezza, villeggiatura, paltò, infinito, speme e appunto anima». 

Per Poretti l’uomo di oggi cerca rassicurazione in quello che vede, nella tecnologia ad esempio, nell’algoritmo che sceglie per noi, nei big data ma con l’anima bisogna fare i conti. «I preti possono scombussolarti la vita», niente di più vero, come è vero — ha continuato l’attore — che fa pensare la scelta di dedicarsi al sacerdozio. I preti per lui sono «uomini ostinati» che non hanno ceduto al fascino degli influencer, «che hanno la sfrontatezza di svegliarsi tutte le mattine e vestirsi di nero, questi poveri cristi cercano di tatuarci nel cuore qualcosa di prezioso e misterioso». Preziosa e misteriosa come l’anima.

Osservatore Romano