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mercoledì 15 aprile 2026

COME RADICI

 


Come radici. 

Una storia 

sulle seconde possibilità


Antonio Nicaso, Nicola Gratteri

Un romanzo profondo e coinvolgente sulle seconde opportunità, perché a volte è proprio dagli errori che si cresce.


Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss locale, un ragazzino arrabbiato e con un reato grave alle spalle, a cui però è stata offerta una "messa alla prova", una misura alternativa al carcere.

Le loro strade si incrociano all'ombra degli aranci, quando Cesare, insieme ad altri due ragazzi della comunità, inizia ad aiutare il magistrato nei lavori di campagna. A poco a poco, il ragazzo scopre che dietro ogni singolo frutto c'è il lavoro. E che il lavoro dà dignità, se organizzato con principi di giustizia. Una storia tutta diversa rispetto a quella che gli ha insegnato la sua famiglia, per cui il lavoro agricolo è solo sfruttamento e guadagno.

Da che parte stare? Sarà proprio una delle braccianti del padre, Estel, a mettere Cesare di fronte alla sfida più coraggiosa: rompere con il passato per affondare le sue radici in una terra nuova.

Edizioni Mondadori, 2026

Gli autori

Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti di 'ndrangheta nel mondo. Insegna, fra l'altro, Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen's University. Ha scritto oltre cinquanta libri, tra cui alcuni bestseller internazionali. Da Bad Blood è stata tratta una serie televisiva di grande successo. È autore, con Maria Barillà e Vittorio Amaddeo, di Quando la 'ndrangheta scoprì l'America.

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Nicola Gratteri è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del traffico di droga. Insieme ad Antonio Nicaso ha pubblicato, da Mondadori, numerosi bestseller: Fratelli di sangueLa malapiantaLa giustizia è una cosa seriaLa mafia fa schifoDire e non direAcqua santissimaOro biancoPadrini e padroniFiumi d'oroStoria segreta della 'ndranghetaLa rete degli invisibiliOssigeno illegaleComplici e colpevoli,...

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lunedì 15 settembre 2025

CIO' CHE INFERNO NON E'


PADRE PUGLISI RITRATTO DA D'AVENIA

 UN LIBRO STRAORDINARIO CON QUALCHE MA...



di Francesco Deliziosi

 

E' molto contagioso, anche se è morto da tanti anni. No, non parliamo di un virus terribile ma di padre Pino Puglisi, parroco ucciso dalla mafia e martire dei nostri tempi. Una "vittima" illustre dell'epidemia si chiama Alessandro D'Avenia, scrittore di best seller da un milione di copie e tradotti all'estero, palermitano trapiantato a Milano (dove insegna). Colpito, con ogni probabilità, da ragazzo nei corridoi del liceo classico Vittorio Emanuele II dove il mite sacerdote, senza darlo a vedere, contagiava centinaia e centinaia di studenti. Con la forza dell'amore e del suo sorriso.

 Diagnosi: per capire la potenza del contagio basta leggere il romanzo di D'Avenia, "Ciò che inferno non è" scritto per Mondadori che ha pubblicato anche i precedenti e fortunatissimi "Bianca come il latte, rossa come il sangue" e "Cose che nessuno sa". Anzi, a ben guardare, tracce del contagio ci sono anche in questi due romanzi di formazione, centrati sui problemi dell'adolescenza, la delicata parte della nostra esistenza in cui si fanno le scelte fondamentali.

 E l'insegnamento di padre Puglisi era tutto qui: "Sì, ma verso dove?" diceva ai suoi ragazzi. Verso dove volete che vada la vostra vita? Il taglio esistenziale della proposta educativa e la passione per un insegnamento che non sia solo nozionismo sono due tratti in comune ben visibili.

La spiegazione del titolo dell'ultimo romanzo dice tutto: "Togli amore e avrai l'inferno. Aggiungi l'amore e troverai ciò che inferno non è". Dove regna il Male, devi lanciare un seme del Bene, non abbandonare mai il campo.

 Sintomi: D'Avenia spiega che aveva già progetti per numerosi altri libri ma all'improvviso ha sentito una spinta e ha dovuto metterli da parte per dedicarsi alla vita e al martirio di don Pino. Scavare e documentarsi per tre anni, interrogarsi su un ardito costrutto narrativo. E mettere insieme, - idea forse temeraria - persone reali (padre Puglisi, i volontari dell'Intercondominio di Brancaccio, il preside del liceo) e fatti veramente accaduti con personaggi ed episodi inventati (omicidi, suicidi, stupri e pestaggi) . Non cercate quindi una biografia, si tratta di un romanzo storico (quasi un "romanzo criminale") in cui il vero si affianca al verosimile. Virgolettati autentici del sacerdote si alternano a dialoghi frutto dell'ispirazione poetica di D'Avenia. Troverete citazioni reali (il "Padre Nostro" del picciotto mafioso) ma anche frasi e brani letterari che vengono attribuiti a don Pino in modo arbitrario (per esempio quando si fa passare per sua la frase sull'inferno che dà il titolo al romanzo, tratta invece da "Le città invisibili" di Calvino).

 D'altronde, in quella Gomorra siciliana che era la Brancaccio del '92-'93 furono devastanti i delitti e gli orrori. In documenti ufficiali lo stesso padre Puglisi denunciò il degrado morale e casi di prostituzione minorile, traffici illeciti di ogni tipo negli scantinati di via Hazon. Testimonianze dirette attestano la presenza di spie in parrocchia così come il giro di scommesse sui combattimenti dei cani. E come gli animali agonizzanti venissero poi affidati ai ragazzi per le torture finali e il colpo di grazia: una sorta di scuola della violenza (la descrizione della scena atroce è una di quelle indimenticabili del romanzo). Realmente, dopo la strage Falcone, giovani in moto scorrazzavano per le strade di Brancaccio gridando "Viva la mafia!".

 Insomma, per "Ciò che inferno non è" si può dire quello che vale per il film "Alla luce del sole" di Roberto Faenza (altro illustre "contagiato" da padre Puglisi post mortem): molti episodi sono frutto di fantasia ma giustificati dalla tensione drammaturgica e inseriti in un contesto plausibile (a questo link trovate la recensione del film e tante curiosità).

Chi scrive ha conosciuto padre Puglisi per 15 anni e ha passato i successivi a raccogliere documenti e testimonianze su di lui. Dopo la lettura posso dire in tutta coscienza che nell'insieme del romanzo - a parte qualche sbavatura e imprecisione - non ci sono forzature sostanziali su padre Puglisi e sul Calvario della sua missione nei tre anni di Brancaccio. Ed è da apprezzare, soprattutto, come realisticamente il sacerdote venga tratteggiato senza bigottismi. Ai suoi giovani non parla di Dio ma ascolta i loro problemi con le sue grandi orecchie. Rispetta la libertà di tutti e lascia ad ognuno la scelta. 3P - come amava farsi chiamare - non cerca di imporre la religione con la spada come un crociato ma propone amore con una carezza come un profeta. E dimostra la fede con i fatti piuttosto che sbandierarla a parole, consumando più che l'incenso sull'altare la suola delle scarpe nei vicoli e nei tuguri. Tutto ciò nell'ambito di una vita poverissima, senza conto in banca, con un'auto-rottame e la casa popolare in affitto.

 La trama. Federico, ragazzo di buona famiglia che abita nei quartieri alti di Palermo, riceve dal suo professore di religione la proposta di andarlo a trovare a Brancaccio. Una scommessa che lo strega e per la quale rinuncia a una vacanza estiva a Oxford. Da quelle prime visite nel quartiere infernale tornerà con un labbro spaccato e senza la bici che gli hanno rubato. Ma troverà anche Lucia, ragazza di borgata che investe nello studio per avere una vita diversa. Federico tenterà di conquistarla col Canzoniere di Petrarca.

 Moderni Romeo e Giulietta, per il loro amore dovranno contrastare la violenza del quartiere e l'opposizione della famiglia di lui all'esperienza per le strade di Brancaccio. Intorno a loro girano altri personaggi: bambini orfani e straziati, ragazze madri, coraggiosi volontari, killer di mafia. Ognuno con la sua pena nel cuore e per ognuno dei quali padre Puglisi ha un pensiero affettuoso, una parola di conforto. Si fa occhio per il cieco, piede per lo zoppo, dà tutto di sé per tutti, seminando "ciò che inferno non è". Persino agli assassini che si presentano sotto casa nel giorno del suo compleanno riserverà l'ultimo sorriso e le parole "Me l'aspettavo". Un fatto sconvolgente, tanto che entrambi i killer oggi collaborano con la giustizia, dicono di aver avuto una conversione. E Salvatore Grigoli confessa che per quel sorriso "non ci ha dormito la notte". Spiega D'Avenia: "Tutto il libro punta a quella scena: non solo don Pino non viene toccato dal male, ma lo smaschera e sorride al suo assassino. E l'assassino vede in se stesso ciò che inferno non è, proprio nel momento in cui sta compiendo l'inferno".

 Proprio da quel sorriso è partito D'Avenia. Voleva capire se si trattasse solo di facile agiografia. Ha raccolto documenti, visitato Brancaccio, parlato con alcuni testimoni. Nei ringraziamenti in coda al volume mi fa l'onore di citare la mia biografia ("Pino Puglisi - il prete che fece tremare la mafia con un sorriso", Rizzoli) e dice che il "bel libro gli è stato d'ispirazione".

La conclusione della ricerca ha aperto gli occhi di D'Avenia: "l'irresistibile Passione di padre Giuseppe" (per dirla con un verso di Mario Luzi) si squaderna in tutto il suo splendore come le storie dei martiri di un tempo, il cui sangue fu seme di nuovi cristiani. E, da cattolico maturo, D'Avenia fa la stessa scelta di padre Puglisi: non cerca di convertire il lettore, non fa proselitismi. Ascolta lui stesso, attonito, il dramma che narra. Non disegna un santino né un eroe né un prete antimafia. Ma scolpisce con sincerità e vigore un uomo vero.

Altro lato positivo. Tornando al film "Alla luce del sole", potremmo anche dire che D'Avenia prosegue il cammino là dove Faenza (ateo dichiarato) si era fermato. Il padre Puglisi cinematografico è infatti sì un coraggioso, ma non vengono indagate le sue motivazioni, tanto che potrebbe essere un assistente sociale o un poliziotto. E il pubblico alla fine si chiede: "Ma perché fa questo, perché rischia la vita?". Qualcuno, bofonchiando, avrà pensato: "Che don Chisciotte, che fesso".

 D'Avenia ha visto il film e lo ha apprezzato ma evita il rischio. Anzi, il suo romanzo dà la risposta. Aggiunge il pezzo mancante al puzzle laico di Faenza. E mostra Puglisi come il buon pastore che protegge le sue pecore dall'attacco dei lupi, a costo di immolarsi. Il sacerdote che prega Dio per trovare la forza e che trae energia dal Vangelo e dall'amore per il prossimo. Sia egli il più debole dei poveri o il più odioso dei nemici. Puglisi sente la paura come Cristo tra gli ulivi, suda sangue ma decide di andare avanti fino alla Croce. Proprio per questo dispiace che in tutto il volume - forse per tenerlo al riparo dall'accusa di agiografia - non venga mai citata la beatificazione del sacerdote come martire della Chiesa (è la prima vittima della mafia ad avere un simile riconoscimento).

 Va detto però che il romanzo è una sfida coraggiosa: propone alle giovani generazioni non il solito libro retorico sulla mafia ma una riflessione sulla speranza e sulla carità. In definitiva sull'eterna lotta del Bene e del Male. Col Bene che pare soccombere ed è assediato a lungo nella sua metà campo, ma che nei tempi supplementari in contropiede ribalta il risultato. Mi perdonerete la sbrigativa metafora calcistica. Ma divertenti paralleli del genere non mancano nel romanzo: padre Puglisi governa partitelle e D'Avenia osserva che forse il Paradiso è un match "con un arbitro non cornuto"….

 Nel finale Federico vive la catarsi e riscatta se stesso e la propria famiglia nello slancio verso gli altri, continuando a frequentare Brancaccio nonostante le violenze e le minacce. E' proprio la risposta di padre Puglisi al "Sì, ma verso dove?". Per dirla con le parole vere del sacerdote: "Dio ci ama. Ma sempre attraverso un altro".

 Ah, dimenticavamo!

 Prognosi: D'Avenia si è talmente calato nel "caso Puglisi" che non vedo possibilità di guarigione. Neanche per me. E così per tutti gli altri contagiati. Pensate: eravamo 80 mila il 25 maggio 2013 al Foro Italico per il riconoscimento del martirio. Poi ognuno degli 80 mila è tornato a casa e avrà contagiato chissà quanti altri. Non parliamo poi di tutti i parrocchiani che ha avuto padre Pino.

 Ora arriva questo libro, venderà centinaia di migliaia di copie. Passerà di mano in mano. E, anche se nessuno capirà cosa è vero e cosa è finzione narrativa, ogni lettore sarà contagiato dall'amore di padre Puglisi e dal suo sorriso. Davvero un brutto affare per i mafiosi quel delitto del 1993.

 Il contagio del sorriso è all'opera anche nel cuore degli assassini. Perché nella sua ultima ora don Pino li ha accolti non come assassini ma come figli. E vengono i brividi, leggendo le confessioni, quando Grigoli racconta il delitto e chiama la vittima "il padre".

 

 

mercoledì 9 luglio 2025

LIBERI DI SCEGLIERE



Abbiamo dimostrato che lo Stato c’è e non si volta dall’altra parte, stando al fianco delle donne che vogliono sottrarre i loro figli alla violenza mafiosa


Si sono ricostruite una vita, ma soprattutto l’hanno ridisegnata per i loro figli sottraendoli a un futuro di oscurità. Sono oltre 30 le donne, mamme, entrate nel circuito diciamo pure “virtuoso” del progetto “Liberi di scegliere” grazie al giudice Roberto Di Bella, quando era presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che dal 2012 ha adottato un provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale per i figli degli ‘ndranghetisti. Un’intuizione, che parte dalla conoscenza della realtà, raccontato da un libro e da un film, usciti nel 2019, che prendono i loro titoli dallo stesso progetto, e sono diventati un modello adottato da istituti, scuole e operatori sociali.

-       Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minori di Catania

Donne che hanno lasciato la Calabria e la Sicilia, entrando nella rete di accoglienza creata sull’intero territorio nazionale. Prima la Regione Calabria nel 2023, oggi la Regione Siciliana che, però, amplia il raggio di intervento in favore di quelle donne che vengono messe nelle condizioni di scegliere quale futuro dare ai loro figli sottraendoli a un destino segnato negativamente.

«Possiamo sicuramente considerarla la prima legge antimafia della Regione Siciliana ,che mette in campo azioni concrete in favore delle mamme e dei bambini che vogliono sottrarsi agli ambienti mafiosi», afferma Antonello Cracolici, presidente della Comissione antimafia all’Assemblea regionale siciliana, «aiutandoli a trovare altre soluzioni, altre destinazioni, a essere inseriti in contesti diversi dai loro. Questo sia sul piano della prevenzione, per quanto attiene a tutte le politiche sull’abbandono scolastico, quegli indicatori di difficoltà sociale di alcuni ambienti più marginali. In ogni città e capoluogo si metteranno insieme delle équipe multidisciplinari per monitorare, in accordo con i tribunali, le modalità di intervento sia sul versante dell’abbandono sia sul versante delle iniziative di sostegno alle famiglie, che in qualche modo intendono uscire dai contesti familiari particolarmente complicati. Stiamo provando a rendere sistemici gli interventi necessari e non legati alla singola iniziativa del magistrato. Il messaggio che voglio passi è che dalla mafia non è vero che non si esce, che si esce da morti o da carcerati, ma ci si può affrancare. La legge lo dice a chiare lettere, dimostrando che lo Stato vuole e può aiutare le donne a compiere questo difficile passo».

Un passo importante che trova consenso anche da parte di chi non ci si aspetterebbe

«Quello che sta accadendo di molto bello», racconta il giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei minorenni di Catania, «è che ormai anche tanti boss detenuti al 41 Bis mi incoraggiano a proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso con i loro figli. Uno di loro mi disse: “Se ci fosse stato ‘Liberi di scegliere’ 30 anni fa, forse la mia vita avrebbe seguito una traiettoria diversa, non mi troverei in questo luogo di sofferenza e forse molti miei coetanei sarebbero ancora in vita”. Devo dire che a Catania molti stanno incoraggiando le mogli ad andare via, a entrare nella rete di sostegno della legge. Rete che si muove con l’associazione “Libera“, che ha creato e sostiene le politiche di accoglienza, quelle abitative, si cura dell’inserimento lavorativo di queste donne e di tutto quello che serve ai figli. Al momento ci vengono in aiuto i fondi nazionali che derivano in parte dalla Conferenza episcopale italiana, ma contiamo sul fatto che la legge siciliana riesca a dare un grosso contributo».

I figli sono fondamentali per toccare le corde emotive più profonde e generare cambiamento

«I figli», dice Di Bella, «sono la chiave di volta per superare anche sentimenti di rassegnazione, di paure, apparentemente insormontabili. Un lavoro importante quello che ci consentono di fare. Lo testimonia l’impegno della Procuratrice per i minorenni, Claudia Caramanna, che da oltre un anno, a Palermo, è impegnata su questo fronte. A Catania ho delle interlocuzioni molto interessanti con persone che hanno patito e alle quali dico: “State soffrendo in carcere, aiutateci a risparmiare la stessa sofferenza ai vostri figli, teniamoli fuori, dateci una mano”. Devo dire che le risposte sono state e continuano a essere molto positive. «A novembre sono stato invitato in Germania», prosegue Di Bella, «perché 80 licei della regione di Stoccarda, dopo avere visto il film, che adesso è stato acquisito da Netflix, hanno deciso, in accordo con l’ufficio scolastico della regione di Baden-Württemberg, di inserire il progetto nei test di maturità 2025 e in quelli dei prossimi 4 anni. A giugno sono stato anche a Marsiglia, dove è in atto una guerra di narcotraffico con il coinvolgimento molto serio di minori. Ho portato il testo della legge regionale siciliana, in quanto possibile modello da esportare».

Differenze tra la legge siciliana e quella calabrese

«Gli obiettivi, è chiaro, sono gli stessi», aggiunge Di Bella. «La legge approvata in Sicilia, però, oltre all’aspetto dell’istruzione e culturale, ha previsto una serie di interventi sociali e sanitari che prendono in cura la complessità del nucleo mamma – figlio. Prevede, poi, la creazione di sistemi informatici per la raccolta dei dati sulla dispersione scolastica e per favorire le segnalazioni, così come fatto a Catania. Dico questo perchè la legge riconosce molto l’esperienza catanese. L’amministrazione comunale etnea, infatti, ha acquistato una piattaforma per le segnalazioni che mettono in contatto e in relazione scuole, Comune, Procura e uffici giudiziari minorili, consentendoci di velocizzare gli interventi. Uno strumento, sottolineato con forza dallo stesso presidente Cracolici, per fare capire che, se i figli non saranno mandati a scuola, le provvidenze economiche che il Comune può elargire verranno meno. Uno strumento di pressione, che vuole solamente richiamare alla responsabilità».

Una legge all’avanguardia, un segnale di grossa civiltà, di grande promessa

«La Sicilia, non dico nulla di nuovo, è stata la culla della mafia», riflette in conclusione il presidente del Tribunale dei minori di Catania , «ma la Regione, con questa legge, sta producendo gli anticorpi per contrastare il virus della mafia. Consideriamo anche che la questione minorile è la genesi di tutti i fenomeni nazionali. Andiamo a guardare i boss siciliani. Penso ai Santapaola di Catania, come anche a Brusca a Palermo o Messina Denaro nel trapanese. Anche loro sono stati ragazzi provenienti da famiglie fragili, da quartieri disagiati, e che, in assenza di adeguate politiche sociali di prevenzione, hanno poi compiuto la loro carriera criminale trovando nelle mafie appagamenti identitari come welfare. Questa legge si occupa proprio di questo, è un grande segnale di speranza. “Liberi di scegliere” è la speranza che avranno le donne e i minori che vorranno andare via, affrancandosi dalle cosche, presi in carico dalla prevista rete di accoglienza pronta a dare loro il modo di realizzare una propria autonomia esistenziale, economica e lavorativa. I progetti di educazione alla legalità, strutturati proprio sul modello “Liberi di scegliere”, per esempio, intendono sensibilizzare i ragazzi su quello che è il mito mafioso, purtroppo particolarmente affascinante per tanti di loro, per far capire che quella vita non conviene. In Calabria, addirittura, il mio libro e il film vengono studiati in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Abbiamo sdoganato il tabù che c’era, rispetto al parlare di questi temi. Oggi gli stessi insegnanti non hanno più remore ad affrontarli in classe per paura di ritorsioni. Oggi anche loro sono liberi di scegliere»

 VITA

Immagine: Foto di Letizia Battaglia


 

domenica 13 aprile 2025

SENZA SCORCIATOIE

 

Per Luigi il calcio è tutto. Quando gioca, punta dritto verso la porta e segna, dimostrando al mondo quanto vale. Nel quartiere i ragazzi lo sanno, che è il migliore. E lo rispettano, perché è il cugino di Antony, che ha le conoscenze giuste e parecchi soldi, per via del giro di scommesse che gestisce. 

L’unico campo che però Luigi conosce è la strada, tra buche, crepe, erbacce. Fino a quando, tra le palazzine scolorite, non apre il Centro Culturale, con il suo campo di erba vera, gli spalti, il pubblico. E con Bernardo, il ragazzo che racconta la possibilità di una vita diversa, lontana dalla rassegnazione e dalla violenza, attraverso le storie di chi ha osato sfidare la mafia con coraggio: Peppino Impastato, don Pino Puglisi, Giovanni Falcone, Rita Atria…

Combattuto tra obbedire al cugino – stando alla larga da Bernardo e dalla gente che viene da fuori il quartiere – e inseguire il sogno di indossare la maglia di una squadra importante – magari vincendo il torneo del Centro Culturale – Luigi alla fine giocherà la sua partita più importante: quella verso la libertà.

Un romanzo che insegue fino all’ultimo minuto la possibilità di realizzare i propri sogni. Per conquistare il futuro che ci appartiene.

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Gratteri, Nicaso - SENZA SCORCIATOIE, ed. Mondadori


NICOLA GRATTERI, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, è uno dei magistrati più esposti nella lotta alla ’ndrangheta e vive sotto scorta dal 1989. È molto sensibile all’educazione dei giovani e a tal fine tiene conferenze nelle scuole e nelle università. Insieme ad Antonio Nicaso, per Mondadori ha pubblicato diversi bestseller, tra questi La mafia fa schifo, Non chiamateli eroi e La Costituzione attraverso le donne e gli uomini che l’hanno fatta.

ANTONIO NICASO, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti dei fenomeni di tipo mafioso. Insegna Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen’s University, in Canada. Ha scritto oltre cinquanta libri, tra cui, sempre per Mondadori, La mafia spiegata ai ragazzi e, insieme a Nicola Gratteri, Non chiamateli eroi e La Costituzione attraverso le donne e gli uomini che l’hanno fatta.

venerdì 10 gennaio 2025

CATTOLICI DEMOCRATICI


UNA RISORSA 

PER L'ITALIA

 L’eredità di Aldo Moro, Vittorio Bachelet e Piersanti Mattarella i quali, con la loro “originale intelligenza degli avvenimenti” dialogarono con tutti



-         di VINCENZO PAGLIA*

Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Vittorio Bachelet erano tre cristiani. Certo, tra le vittime del terrorismo o della mafia non ci sono stati solo cristiani ma anche laici, comunisti, socialisti … Pio La Torre, Walter Tobagi, Emilio Alessandrini, Ezio Tarantelli, Carlo Alberto dalla Chiesa e molti altri. La democrazia, infatti, non è monopolio di nessuno e vive se è animata da uomini e donne con culture, ideologie, sensibilità diverse.

Ecco perché sono state tanto importanti quelle che una volta chiamavamo “culture politiche”, di cui oggi sentiamo tanto la mancanza. Tra esse vi era quella rappresentata in modo degno da Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Vittorio Bachelet. Possiamo chiamarli martiri civili spinti da un’ispirazione religiosa. La fede cristiana non è rimasta a monte del loro impegno; ha plasmato in profondità la loro cultura politica e le scelte che ne hanno fatto conseguire. È la stessa cultura politica alla cui elaborazione, prima di loro, avevano già contribuito in tanti, come Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e molti altri, gran parte dei quali non così famosi, forse addirittura dimenticati.

Quella che chiamiamo cultura politica cattolico-democratica è stata popolare, ampia, corale, con radici antiche e capacità di confrontarsi con le sfide del mondo contemporaneo. Tale cultura – sconfitta nel primo dopoguerra – nel secondo dopoguerra ha orientato gran parte del cattolicesimo italiano, pur restando minoritaria. E comunque - insieme ad altre culture democratiche – è stata determinante nella elaborazione della Costituzione italiana, un documento giuridico-politico che resta ancora oggi una bussola che accompagna quando si deve andare verso un di più di libertà, di uguaglianza, di giustizia, di pace… La Costituzione italiana è stata scritta con uno spirito inclusivo: doveva essere una Carta per un paese che fosse per tutti, che fosse aperto al futuro e disponibile a superare ciò che invecchia e affrontare in maniera conseguente le nuove sfide che si sarebbero presentate. Moro, Mattarella, Bachelet sono stati in senso profondo uomini di questa Costituzione. Moro perché contribuì anche a scriverla e, con agli due, ne rispettavano la lettera e ne custodivano lo spirito. Tutti e tre, assieme a tanti altri, hanno condiviso della Costituzione il sogno di una Italia che progredisse nella giustizia sociale e nella pace. E quindi, un’Italia più bella, più solidale, con un a tensione umanistica universale.

Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta si sentiva nel Paese il bisogno di un nuovo slancio che fosse radicato nella lettera e soprattutto nello spirito della Costituzione. Il Paese doveva affrontare le nuove sfide che il tempo poneva. Il dibattito pervadeva l’intera società italiana. Chi ha la mia età ricorda, ad esempio, il fervore dei cattolici italiani nell’attuare il Concilio, appena terminato, in Italia. Come non ricordare il Convegno della Chiesa di Roma del febbraio ’74 e quello successivo della Chiesa italiana del ’76 sul tema “Evangelizzazione e promozione umana”? E ricordo – faccio solo due esempi – la sorpresa mia e degli amici di Sant’Egidio nel vedere Aldo Moro prendere contatto con diversi nuovi movimenti cattolici che cercavano le strade per un cristianesimo più legato al Vangelo e alla società. E Vittorio Bachelet che fu tra i protagonisti di questa stagione di rinnovamento della Chiesa e dell’associazionismo cattolico anche con quella “scelta religiosa” – che oggi va certamente ripensata – ma che allora cercò di liberare milioni di cattolici italiani da una triste logica di conservazione e di contrapposizione. Piersanti Mattarella non l’ho conosciuto ma ci colpiva la coraggiosa lotta contro la mafia, che apriva una nuova stagione per la Sicilia e per l’Italia intera: se tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta la mafia ha subito una sconfitta storica, grazie a Falcone, Borsellino e tanti altri, è stato anche soprattutto per merito suo. Moro, Mattarella, Bachelet sono stati tutti e tre profondamente democratici, aperti al confronto e alla collaborazione con forze politiche di tutt’altro orientamento ideologico. Ciò non ha mai significato per loro cedere a ciò che di inaccettabile c’era in tali ideologie. Non esitarono nel condannare le persecuzioni anticristiane nei paesi dell’Europa orientale e in Urss, che certamente nessuno dei tre ha mai condiviso. E non è stato un caso se nel 1977 il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, scrisse una lettera ad un vescovo, monsignor Luigi Bettazzi, che il suo partito si professava «non teista, non ateista, non antiteista». Bensì «laico e democratico». Tutto ciò era il risultato di una profonda evoluzione maturata anche perché uomini come Moro, Mattarella e Bachelet seppero condurre con i comunisti italiani un lungo dialogo rispettoso, profondo, tenace. Cattolicesimo democratico, infatti, vuol dire dialogo per un paese che fosse democratico per tutti. Dialogo: cioè confronto, comprensione reciproca, riconoscimento della parte di verità di cui ogni uomo è portatore, collaborazione.

Di questa cultura politica voglio ricordare – di grande attualità oggi – anche la capacità di coniugare le esigenze della difesa e quelle della cooperazione internazionale. Al fondo, anche su questo terreno, c’è stato un sogno, che la loro ispirazione cristiana ha contribuito potentemente ad alimentare: il sogno della pace. I cristiani sanno bene la pace è anzitutto un dono di Dio. E non cessano di invocarla. Ma senza la coltivazione di questo sogno è facile smarrire la strada della pace accettando, rassegnati, la guerra come inevitabile. È il desolante e crudele panorama di questo tempo! I cattolici, che dopo la Seconda guerra mondiale si sono impegnati a fondo per la democrazia in Italia, hanno avuto il sogno della pace e hanno operato per realizzarla. Lo hanno fatto con realismo, consapevoli della complessità del mondo, ma nello stesso tempo convinti che un Paese come l’Italia ha bisogno di alleati forti delle cui decisioni è ovviamente necessario tener conto. La scelta atlantica è in questo senso. Ma questi cattolici – che hanno pagato con la vita la loro scelta - non hanno mai smesso di cercare una terza via tra subordinazione e conflitto nei confronti di tali alleati, facendo valere, nella lealtà, le proprie ragioni, sulla base di una «originale intelligenza degli avvenimenti», come diceva Moro. Per questo hanno occupato una posizione strategica nei rapporti tra l’Occidente e il blocco sovietico, tra l’Occidente e i Paesi allora definiti del Terzo mondo. Per questo la loro idea di Europa era legata alla pace e ad un nuovo ordine internazionale. Tale prospettiva è oggi ancor più urgente di allora. Ha ragione papa Francesco nel parlare di terza guerra mondiale a pezzetti. In realtà, il mondo lo stiamo davvero facendo a pezzi!

Con l’omicidio di Moro, di Mattarella, di Bachelet (e di altri ancora), terrorismo, mafia, forze eversive e occulte, volevano abbattere quella democrazia che questi tre uomini rappresentavano, difendevano e promuovevano. Li hanno uccisi, ma il loro sacrificio non è stato inutile: quel disegno terroristico di abbattere la democrazia è stato sconfitto.

Il terrorismo italiano era il colpo di coda di un mondo dominato da grandi ideologie: chi ha ucciso Moro e Bachelet, credeva ancora in quelle ideologie e non sopportava chi cercava, come loro e come Mattarella, di appianare i conflitti, conciliare le opposizioni, cambiare concretamente la realtà senza proclami astratti. Siamo entrati in questo nuovo mondo senza Moro, Mattarella, Bachelet, essendo più deboli e più incerti. Il cattolicesimo politico italiano – negli anni Ottanta – ha perso quel rapporto con la Chiesa – a tratti difficile per la necessità di affermare la giusta autonomia dei laici in campo politico, ma necessario per pensare in grande – così importante per le generazioni precedenti. Anche il riferimento all’ispirazione cristiana si è affievolito. Sarebbe sbagliato dire che il cattolicesimo politico italiano è diventato più laico, perché laicità significa cercare un giusto rapporto tra Chiesa e Stato, non disinteressarsi di uno dei due, e mantenere l’ispirazione cristiana nel pluralismo delle tendenze ideologiche e politiche e non perderla. Direi che si è in parte smarrita la strada tracciata dal cattolicesimo democratico nei decenni precedenti e questo patrimonio politico-culturale ha stentato a trovare interpreti adeguati alle nuove sfide. Sì, una cultura politica più povera non solo sul versante cattolico, ma dell’intero Paese. La stessa crisi dei partiti ne è una conseguenza.

Oggi viviamo in una nuova epoca storica che, purtroppo, è priva di visioni unitive. Emerge sempre più quella che possiamo chiamare una sorta di “dittatura dell’io” – o, con Guicciardini, il primato del “particulare” – che sta sgretolando il “Noi” ch’è condizione indispensabile per ispirare una globalizzazione dai tratti di quell’umanesimo universale che è l’anima stessa del cattolicesimo. L’eredità di Moro, Mattarella e Bachelet, costituisce un patrimonio da cui si deve attingere anche per l’oggi. Abbiamo bisogno del loro spirito, del loro sogno. Che era lo stesso dei padri costituenti.

Ascoltando le parole del Capo dello Stato nell’ultimo giorno dell’anno, ho colto in esse la forza del sogno che guidava i testimoni di allora: il sogno di una democrazia larga e inclusiva. Le tante cose che il Presidente ha detto erano legate le une alle altre da un grande disegno: quello di un’Italia più umana, più giusta e più felice. Appunto, lo stesso di Moro, di suo fratello Piersanti e di Bachelet. Mi chiedo: non dobbiamo – noi cattolici, anzitutto – augurarci uno scatto di pensiero da parte di spiriti “liberi e forti” – per dirla con don Sturzo – che riprendano il coraggio e l’audacia di una cultura politica per un’Italia, anzi, per un’Europa che aiuti il mondo a disegnare una visione che conduca ad un nuovo ordine internazionale? Certo, non possiamo stare a guardare!

 * Arcivescovo, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

www.avvenire.it

 

mercoledì 10 luglio 2024

IL GRIFONE

 MAFIE e NUOVE TECNOLOGIE


In un mondo sempre più interconnesso, dove le distanze vengono annullate da un click e i luoghi d’incontro virtuali stanno soppiantando quelli reali, anche le mafie stanno imparando ad adattarsi: sfruttando le potenzialità della tecnologia, si addentrano nello spazio digitale come fosse un nuovo territorio di conquista.

Ancora una volta, la criminalità organizzata dà prova di essere estremamente flessibile e capace di stare al passo coi tempi. Non si serve più di picciotti rozzi e sfrontati, ma di abili professionisti con competenze nel settore informatico e finanziario. 

Le sue armi sono oggi hardware e software sofisticatissimi, che permettono di insinuarsi negli angoli più oscuri del web, protetti non dall’antica omertà, ma dall’anonimato che lo spazio digitale consente di mantenere.

La «scoperta» delle criptovalute, poi, ha aperto lucrose e inattese prospettive, se si pensa che nel 2022 il volume delle transazioni illecite ha raggiunto il record di 20,6 miliardi di euro.

Nicola Gratteri e Antonio Nicaso illustrano questa metamorfosi citando cifre e documenti, a dimostrazione del fatto che la mafia, e in particolare la ‘ndrangheta, agisce ormai su scala globale, spacciando droga, riciclando denaro, compiendo truffe finanziarie e vendendo armi in ogni parte del pianeta, senza nemmeno doversi spostare da casa.

In questo peculiare processo di ibridazione, la ‘ndrangheta, come il mitologico grifone, incarna al contempo «valori» tradizionali e nuove istanze, rendendo sempre più fluidi i confini tra legalità e illegalità.

Le forze dell’ordine, di conseguenza, si trovano al cospetto di sfide inedite, che vanno affrontate con la consapevolezza che, in una dimensione transnazionale, è necessario superare le differenze politiche, culturali e giuridiche in nome di un comune obiettivo: proteggere la società e le generazioni future dalle insidie di «una mafia silente», abilissima nell’arte del mimetismo e della metamorfosi.


Nicola Gratteri, Antonio Nicaso, IL GRIFONE , Mondadori, 2023


venerdì 22 settembre 2023

FARE L'ANTIMAFIA


“L’antimafia si fa, 

poi eventualmente 

si proclama” – 

Intervista ad Augusto Cavadi

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-         di Rocco Gumina*

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Il trentennale dall’uccisione di don Pino Puglisi mostra quanto sia attuale la lezione del suo martirio. La società siciliana è ancora abitata da problematiche sistemiche assai simili a quelle a cui si oppose il sacerdote palermitano dichiarato beato dalla Chiesa cattolica nel 2013. Dell’attualità del messaggio di Padre Puglisi parliamo con Augusto Cavadi. Filosofo, co-fondatore della “Scuola di formazione etico-politica G. Falcone” e co-direttore della “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo, Cavadi ha da poco pubblicato insieme a Cosimo Scordato il volume – edito dalla casa editrice “Il pozzo di Giacobbe” – Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce per disperazione.

 – Professore Cavadi il martirio di Puglisi ci testimonia che fra mafia e vangelo ci sia assoluta incompatibilità. Eppure, il percorso verso la consapevolezza della pericolosità del fenomeno mafioso che la Chiesa siciliana ha sviluppato nel secolo scorso è stato lungo e contraddistinto da zone in chiaroscuro. Quali sono le principali motivazioni di questo fenomeno?

Ci sono state ragioni di vario ordine: sociale, politico, teologico. Il mio amico don Francesco Michele Stabile ha insistito, anche recentemente nel suo grosso volume La Chiesa sotto accusa, sulle motivazioni di ordine sociale (il prete che resta, sostanzialmente, nell’ambito della famiglia di origine) e politico (la Chiesa che vive lo Stato liberale prima, lo Stato fascista poi, il pericolo social-comunista infine come avversari più pericolosi della mafia così da preferire una certa neutralità quando la mafia si oppone ad altre istituzioni, come ad esempio ai partiti e ai sindacati di sinistra).

 Personalmente mi sono più interessato alle motivazioni teologiche, esposte soprattutto nel mio Il Dio dei mafiosi. Detto troppo sinteticamente, la Chiesa ha faticato nel riconoscere come organizzazione anti-evangelica un’organizzazione come Cosa nostra che ne mimava simboli, linguaggi, riti, norme di morale privata, parole d’ordine, metafore e così via. Sono convinto che una Chiesa riconvertita all’essenzialità del vangelo originario apparirebbe agli occhi dei mafiosi molto meno appetibile, molto meno imitabile.

 Non ci sarebbe bisogno di scomunicarli: se ne starebbero essi stessi lontani da una Chiesa in cui ci fosse più fraternità, più sobrietà nell’uso del denaro, più libertà di parola, più partecipazione popolare alle decisioni che riguardano tutti.

 – Se il processo di consapevolezza ecclesiale dinanzi alla questione criminalità organizzata è stato problematico allo stesso modo la società siciliana ha a lungo accettato come parte del sistema la presenza della mafia. Quanto è importante la maturazione di una cittadinanza attiva e responsabile per arginare il fenomeno mafioso?

Il mondo cattolico è un sotto-insieme della società complessiva. Esso non si è comportato in maniera né peggiore né migliore dell’intero di cui è parte. Il compito di un’educazione civica integrale spetta dunque sia al microcosmo cattolico (sempre più micro) e al macrocosmo siciliano (anzi, direi italiano ed europeo). Non è però un compito facile: coinvolge il piano intellettuale, ma anche quello sentimentale.

E il sentimento altrui, soprattutto giovanile, lo si sveglia solo con l’esempio costante. Penso che ciascuno di noi – compreso me e Lei – non può essere soddisfatto del modello etico che offre a figli e alunni: di come ci atteggiamo nei confronti delle guerre, dei flussi migratori, dell’ambiente, della qualità della vita degli altri animali… Si resta quasi schiacciati da tanta follia imperante.

 Una volta si poteva contare sulla forza dei partiti e dei sindacati per sperare di realizzare ciò che non si poteva da individui isolati: adesso questa fiducia nelle grandi organizzazioni è, comprensibilmente, scemata. Papa Francesco sta tentando disperatamente di mostrare come la Chiesa cattolica potrebbe esercitare tale ruolo profetico e pedagogico, politico in senso alto: ma quanti lo seguono in questa direzione di marcia? Nel migliore dei casi, lo si accusa di ‘orizzontalismo’; nel peggiore, di minacciare lo status quo mondiale dove pochi miliardari, in pochi Stati, gestiscono la quasi totalità delle risorse materiali dell’umanità.

 – Nel libro Padre Pino Puglisi. Un leone che ruggisce per disperazione, lei propone un percorso di formazione alla legalità integrale. Di che si tratta?

Si tratta di una serie di iniziative concrete che le comunità ecclesiali potrebbero mettere in atto per fare la loro parte, inserendo la formazione civica all’interno di tutti i processi catechetici (dalla preparazione alla prima comunione sino alla preparazione al matrimonio sacramentale). Il filo rosso che seguo non è particolarmente originale, riprende la lezione di don Lorenzo Milani.

 Poiché è una lezione trascurata, il mio appello può suonare innovativo. Infatti sostengo che tutte le agenzie educative, dunque anche le comunità religiose cristiane e non cristiane operanti in Italia, dovrebbero informare i fedeli delle norme vigenti; spiegare la necessità morale di rispettare tali norme quando esse sono costituzionali e di disobbedire quando in coscienza le si ritiene incostituzionali; soprattutto impegnarsi, attraverso tutti gli strumenti previsti in un regime democratico, per modificare le norme ritenute immorali, ingiuste. Questo impegno a rendere sempre più ‘giusta’ la ‘legalità’ si chiama politica.

 – La città di Palermo, a trent’anni alla morte di Puglisi, quale aspetto della profezia di 3P dovrebbe tenere in maggiore considerazione?

Soprattutto due aspetti. Il primo: l’antimafia si fa, poi eventualmente si proclama. Troppo spesso avviene che prima la sia proclama, poi – in tempi ritardati e in modalità monche – la sia pratica. Succede anche di peggio (come dimostrano le vicende giudiziarie di politici, imprenditori, pubblici funzionari): ci si autonomina paladini dell’antimafia per avere visibilità pubblica e, perfino, denaro e potere.

 Per parafrasare ancora una volta don Milani, pochi servono la causa della lotta al sistema mafioso, molti se ne servono. Un secondo aspetto è che la criminalità organizzata non si combatte con la legalità democratica disorganizzata. Le cosche sanno coordinarsi, anche rinunziando a piccoli vantaggi in vista dell’obiettivo comune; istituzioni e soprattutto associazioni che vorrebbero contrastare il dominio della mafia sono incapaci, mediamente, di collaborare.

 

La ragione principale è nella ossessiva ricerca di protagonismo cui ho fatto appena cenno: ogni gruppetto anti-mafia vuole essere in prima fila ai cortei, sulle prime pagine dei quotidiani, possibilmente in cima all’elenco dei destinatari di finanziamenti pubblici. Se qualche altro gruppetto – o qualche altro personaggio – gli fa, con più o meno merito, ombra, scatta la polemica e, se si può, la scomunica.

 Don Puglisi, milite ignoto dell’antimafia, proprio perché gli stava a cuore il bene comune, cercava la collaborazione di tutti: dal comitato condominiale di via Azon all’amministrazione comunale. Chi non ha ambizioni individuali può farsi lievito nella pasta. E scomparirvi.

 www.tuttavia.eu

           

*Rocco Gumina insegna Religione nell'arcidiocesi di Palermo. Dal 2014 è presidente dell'associazione culturale "A. De Gasperi". Pubblica, su riviste specialistiche, articoli che sviluppano temi legati alla relazione fra teologia, spiritualità e politica. 

sabato 21 gennaio 2023

MESSINA DENARO, IL BOSS


AL DI LA' DEI FESTEGGIAMENTI

- di Giuseppe Savagnone*

 

 Qualche interrogativo

L’arresto di Matteo Messina Denaro costituisce sicuramente un successo importante nella lunga lotta dello Stato italiano contro “Cosa nostra”. Comprensibile, perciò l’esultanza dei rappresentanti delle istituzioni – Giorgia Meloni ha voluto volare a Palermo, per congratularsi personalmente con la Procura del capoluogo e i carabinieri –, ma anche della gente in strada.

Nel tripudio generale che ha salutato l’evento, c’è però il rischio di perdere di vista qualche aspetto che forse merita di essere rilevato. Perciò, senza sminuire i meriti di chi ha condotto le indagini e le ha portate a compimento, vale la pena di fermarsi a porsi qualche interrogativo, anche a costo di essere qualificati, per usare una espressione della stampa governativa, dei “rosiconi”, mai soddisfatti di quello che di buono si realizza nel paese.

Un primo interrogativo – il più ovvio – nasce dal fatto che ci sono voluti trentanni per arrivare a questo arresto. Dando per scontato che la magistratura e le forze dell’ordine ce l’abbiano messa tutta, in questo arco di tempo, per individuare e neutralizzare il più famoso e pericoloso boss mafioso rimasto a piede libero, è quanto meno inquietante che solo ora i loro sforzi siano stati coronati da successo. Trentanni sono tanti. Di quali protezioni, di quale rete di omertà, di quali connivenze ha goduto Messina Denaro per potere sfuggire così a lungo alla cattura? Qui non si tratta di qualche occasionale prestanome, come quelli che adesso è facile inchiodare. Qui c’è un ambiente in cui il boss ha potuto nuotare come un pesce nell’acqua.

Ciò è tanto più evidente – e questo fa nascere un secondo interrogativo – quanto più appare chiaro che, in tutti questi anni, egli non si è mai allontanato dal territorio dove era cresciuto e dove aveva svolto la sua carriera criminale. Per scovare i criminali nazisti sfuggiti a Norimberga è stato necessario andarli a cercare in Sud America. Per trovare Messina Denaro bastava indagare nella provincia di Trapani, a Castelvetrano, del cui mandamento era sempre stato il capo indiscusso. Certamente lo si sarà fatto, ma allora bisogna chiedersi come il boss è riuscito a rendersi invisibile. Se non altro per smascherare la fitta trama di collusioni che una così incredibile latitanza suppone.

«La lettera rubata»

A meno che non abbia funzionato, per tutto questo tempo, il meccanismo illustrato da Edgar Allan Poe nel suo famoso racconto «La lettera rubata», dove si narra di una missiva disperatamente cercata con accurate perquisizioni, e che alla fine si scopre essere stata “nascosta” dal suo detentore lasciandola in bella evidenza, sulla scrivania, resa invisibile proprio dalla sua totale visibilità.

Così sembra essere andata, almeno negli ultimi mesi, con Matteo Messina Denaro. Il latitante più ricercato della storia italiana recente non ha fatto nulla – e questo suscita un terzo interrogativo – per nascondersi. Ha condotto una vita normale, intrattenendo rapporti cordiali con i vicini, facendo shopping, frequentando il bar, circondandosi di donne. E quando si è ammalato, si è fatto ricoverare e curare in una notissima clinica privata, dove si è perfino concesso un selfie con un medico della struttura.

Una sfida così plateale alle forze dell’ordine sguinzagliate da trent’anni sulle sue tracce si può spiegare solo in due modi. O, come sostengono alcuni, ormai il boss, colpito da un male incurabile e con prognosi infausta, intendeva farsi prendere, oppure aveva delle protezioni che gli garantivano, malgrado questa ostentata visibilità, di rimanere fuori della portata dei riflettori degli inquirenti.

Non sono in grado di sciogliere il dilemma. Osservo soltanto che la prima ipotesi funziona solo se questo stile di vita di Messina Denaro si è inaugurato solo a partire dalla scoperta della sua malattia, circostanza, questa, che non risulta. In caso contrario vale la seconda. Che sarebbe in linea con la lunghezza della latitanza e con la rinunzia alla fuga in terre lontane. 

Una festa di trentanni fa finita male

Sono tutte osservazioni che dovrebbero indurre, al di là delle dichiarazioni trionfalistiche, a farsi delle domande. Anche per evitare che in questa euforia generale si ripeta ciò che accadde trent’anni fa, nel gennaio 1993, dopo l’arresto di Riina. Anche allora si disse che la mafia era stata sconfitta definitivamente. Anche allora ci furono grandi festeggiamenti. Ma – come è emerso in una polemica riaccesa proprio nei giorni scorsi – , in questo clima di euforia qualcuno bloccò la perquisizione dell’abitazione del boss corleonese, che avrebbe sicuramente consentito di accedere a documenti di fondamentale importanza.

Pare che a decidere in questo senso sia stato lo stesso ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) dei carabinieri che aveva condotto l’operazione dell’arresto, e che l’obiettivo fosse di non pregiudicare le indagini su altri complici. Peccato, però, che, incomprensibilmente, la perquisizione non sia mai stata effettuata. Anzi, non fu neppure attivata la sorveglianza del residence dove Riina abitava, consentendo a chiunque lo volesse di entrarvi indisturbato e trafugare il materiale compromettente. 

Difficile dire, a distanza di tanti anni, se si sia trattato di errori o di forme di complicità. Ma è un monito per tutti coloro che anche oggi celebrano la vittoria dello Stato sulla mafia.

La mafia non è solo “Cosa nostra”

Tanto più che quest’ultima non si può ridurre alle sue forme platealmente criminali – “Cosa nostra” – , ma ha radici molto profonde nel tessuto culturale della Sicilia. Ora più che mai è importante rendersi conto che la mafia non coincide con la sua espressione “militare” – quella della lupara e, in tempi più recenti, degli attentati al tritolo – , ma è innanzi tutto un modo di pensare e di sentire, uno stile di vita, un costume, la cui manifestazione non consiste innanzi tutto nell’uso della violenza fisica, ma nel disprezzo del bene comune e nella strumentalizzazione delle istituzioni che hanno il compito di perseguirlo.

Perciò la mafia – nel senso che si è appena detto – continua a tenere in ostaggio la Sicilia anche nel tempo del declino della criminalità organizzata di “Cosa nostra”. In realtà il suo potere è tale che non ha neppure bisogno di violare le leggi, perché è in grado di condizionare chi le fa.

In un bel documento della CEI, pubblicato 1991 e intitolato Educare alla legalità, si identificava quest’ultima non solo con l’osservanza delle regole, ma con la conformità di queste ultime alle reali esigenze del bene comune. Riferendosi all’Italia intera, i vescovi denunziavano il pericolo di un «neo-feudalesimo, in cui corporazioni e lobbies manovrano la vita pubblica, influenzano il contenuto stesso delle leggi, decise a ritagliare per il proprio tornaconto un sempre maggiore spazio di privilegio» (n.7).

Questo pericolo in Sicilia è reso particolarmente drammatico dal fatto che il regime dell’Autonomia regionale a statuto speciale favorisce quel neo-feudalesimo e consente  operazioni spregiudicate ad esso funzionali. Con la copertura di una classe politica che resiste ad ogni tentativo di rinnovamento e che, come alcune sentenze della magistratura hanno confermato – si pensi al caso dell’ex governatore Totò Cuffaro, o a quello dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri – , non  è estranea neppure a una diretta compromissione con la mafia criminale.

Il risultato è un crescente degrado dell’Isola, che impoverisce progressivamente la sua economia e costringe i giovani più promettenti ad emigrare in altre regioni d’Italia o a addirittura in altre nazioni per trovare un lavoro adeguato.

Se si guardano le cose da questo punto di vista più comprensivo, l’arresto di Messina Denaro non costituisce certo il punto d’arrivo della lunga storia che ha visto intrecciarsi, in una complessa alternanza di conflittualità e di complicità, le istituzioni pubbliche e il fenomeno mafioso.

In questa prospettiva, l’accento va sicuramente posto sulla necessità di un’educazione alla cittadinanza che è il solo efficace antidoto contro tutte le forme della mafia, anche di quella che cammina in giacca e cravatta. Un popolo ha i governanti che si merita. Se i siciliani liberi e onesti vogliono uscire da questa difficile situazione, devono impegnarsi a diffondere, soprattutto nelle nuove generazioni, una visione della convivenza che, invece di ridurla alla lotta per la difesa dei privati interessi, promuova la ricerca del bene comune. Solo se cambieranno i rappresentati c’è la speranza d un radicale rinnovamento dei rappresentanti. Ma forse questo è il compito più urgente che ci attende, più in generale, come italiani.

 

*Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, Scrittore ed Editorialista.

www.tuttavia.eu

 

mercoledì 18 gennaio 2023

SCUOLA e MESSINA DENARO

LA SCUOLA 

di fronte a

 MATTEO MESSINA DENARO

- di Valentina Chinnici*

- L’arresto del boss Matteo Messina Denaro, latitante da 30 anni, e un fatto storico importante, che supera di gran lunga i confini siciliani e offre anche alla Scuola l’occasione per una riflessione seria sul fenomeno della criminalità organizzata e sulla cultura della legalità , che non può esaurirsi ovviamente nell’ora di educazione civica o in qualche unita didattica di educazione alla cittadinanza.

L’evento, ben lungi dall’essere un semplice fatto di cronaca, si presta infatti a molteplici scopi didattici: innanzitutto perché costituisce l’occasione per rileggere gli ultimi trent’anni di storia della mafia e quindi dell’Italia intera, considerando che Messina Denaro deve scontare, tra le altre, le condanne per le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, oltre che per l’efferato omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, colpevole di essere il figlio dodicenne del pentito Santino Di Matteo.

Ma, ci sia consentito senza timore di cadere nella retorica, la lettura in classe dei quotidiani dei prossimi giorni e le discussioni appassionate di cui le aule speriamo si animino, offrono altre possibilità importanti: ad esempio, l’affermazione dell’importanza fondamentale delle Istituzioni, garanzia di coesione e unita del nostro Paese, che deve superare stereotipi razzisti residuali nei confronti del Sud, nella consapevolezza che la cattura di un simile criminale e il frutto di anni di lavoro e sacrificio totale di tanti altissimi servitori dello Stato e deve essere dunque motivo di orgoglio e soddisfazione condivisa.

In tal senso gioverà riflettere anche sulle manifestazioni di gioia e di gratitudine verso le forze dell’ordine che centinaia di cittadini, soprattutto giovani, hanno espresso spontaneamente in queste ore. Lungi dall’avere solo una valenza emotiva, infatti, il consenso della società civile con l’azione dello Stato e la “connessione sentimentale” del popolo con la magistratura e i Carabinieri sono il vero unico antidoto per prevenire l’attecchimento e il fiorire della mentalità mafiosa, come più volte sottolineato dai giudici in prima linea contro Cosa Nostra. Come affermava Paolo Borsellino, infatti, “se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia  svanirà come un incubo” ed e anche questo il motivo che spingeva i magistrati stessi, a partire da Rocco Chinnici, che fu il primo a capire l’importanza dell’azione educativa, a “perdere tempo” nelle scuole, incontrando migliaia di studenti e studentesse per spiegare cosa fossero le organizzazioni criminali e come e perché bisognasse combatterle a tutti i livelli.

Infine, alla luce di queste brevi riflessioni, formuliamo un augurio e una speranza: che domani, esaurita l’euforia, non si cominci a soffocare l’entusiasmo con la cinica disillusione che sempre serpeggia a tutte le latitudini italiane e che già lascia spazio a mormorazioni relative al fatto che in fondo la cattura di Messina Denaro non e poi una grande vittoria e che e stato preso solo perché malato e ormai quasi inoffensivo. Ecco, se anche questi pensieri dovessero affacciarsi, l’augurio e che in classe possiamo ricacciarli indietro, non certo per ingannare i nostri alunni, ma per non macchiare la loro fiducia nelle Istituzioni, di cui certamente sono esistiti ed esistono pezzi deviati e conniventi, ma la cui sopravvivenza e il cui rispetto assoluto sono la condizione per umanizzare la nostra società. Ne sono stati prova gli stessi giudici uccisi, certamente ammazzati perché rimasti soli e non protetti adeguatamente dallo Stato, ma che pure non hanno smesso di servire fino alla fine. Ne e prova lo stesso Presidente della Repubblica, che ancora dopo 43 anni non ha certezza sui veri mandanti dell’omicidio di suo fratello Piersanti, ma nel rivestire la più alta carica dello Stato si fa garante dei più alti ideali di giustizia e legalità. Non togliamo ai nostri ragazzi la fiducia della vittoria del Bene sul Male, alimentiamo in loro la tensione morale, l’entusiasmo di spendere la vita per un grande ideale collettivo, la certezza che, alla fine, e nonostante tutto, la Repubblica democratica e i diritti e i doveri sanciti dalla sua Costituzione, sono il massimo Bene Comune da difendere per vivere davvero “un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36).

* Presidente Nazionale del CIDI