I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:
Autonomia costituzionale
e libertà d’insegnamento
contro ogni strumentalizzazione
A
Bagno a Ripoli una mozione consiliare d’un gruppo rappresentato nel massimo
consesso cittadino, all’opposizione nella città, in maggioranze nel Paese, ha
proposto di modificare la denominazione ufficiale delle scuole del territorio
introducendo, accanto al nome istituzionale, diciture che ne qualifichino il
presunto orientamento ideologico “insegnato e voluto” dal corpo docente e dalla
dirigenza. Tra le etichette suggerite figurano espressioni come “politicamente
schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie
lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”,
“anticattolica”, “antidemocratica”.
La proposta ha suscitato una reazione ferma da parte della comunità scolastica dell’I.S.I.S. “Gobetti-Volta”, che in assemblea straordinaria ha richiamato il ruolo della scuola come luogo di formazione della persona, di sviluppo del pensiero critico, di inclusione e di educazione alla cittadinanza consapevole, affermando che non occorre specificarne l’orientamento antifascista, poiché la scuola italiana è tale per natura, in quanto fondata sui principi della Costituzione.
A
questa posizione si è formalmente unito l’Istituto Comprensivo “Antonino
Caponnetto”, che ha condiviso integralmente il comunicato e lo ha diffuso alla
propria comunità educante, richiamando l’articolo 33 della Costituzione:
“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
Non
siamo di fronte a una polemica locale. Siamo davanti a una questione di
principio: può un’istituzione pubblica essere qualificata politicamente? Può la
scuola essere oggetto di etichettatura ideologica?
La
risposta, se si prende sul serio l’ordinamento costituzionale italiano ed
europeo, è netta.
Analisi
giuridica: la scuola come istituzione costituzionale
La
scuola italiana è una istituzione della Repubblica. Non appartiene alla
maggioranza di turno, né a una parte politica.
Libertà
di insegnamento (art. 33 Cost.)
La
libertà di insegnamento è una delle libertà fondamentali dell’ordinamento
democratico. Essa:
L’etichettatura
ufficiale di una scuola introduce un elemento di pressione e di pregiudizio che
altera questa libertà, anche solo simbolicamente.
Principio
di eguaglianza (art. 3 Cost.)
L’eguaglianza
vieta discriminazioni fondate su opinioni politiche. Una denominazione che
classifichi un’istituzione scolastica per orientamento ideologico crea una
distinzione pubblica potenzialmente stigmatizzante.
La
scuola non è un soggetto politico da collocare nello spazio della competizione
partitica.
Imparzialità
della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)
L’amministrazione
deve agire con imparzialità. Attribuire qualificazioni ideologiche a
un’istituzione pubblica contraddice questo principio.
Autonomia
scolastica e competenze
L’autonomia
delle istituzioni scolastiche è riconosciuta dall’ordinamento e comprende:
La
definizione dell’identità ordinamentale della scuola è materia regolata a
livello statale. Un ente locale non può ridefinire in senso politico la natura
dell’istituzione scolastica.
Un
simile intervento si porrebbe in tensione con il riparto costituzionale delle
competenze (art. 117 Cost.) e con il principio di legalità amministrativa.
Dimensione
europea e internazionale: perché “etichettare” le scuole collide con standard
sovranazionali
Unione
Europea: diritti fondamentali e cultura del pluralismo
Carta
dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea
Trattati
UE e valori comuni (cornice di sistema)
Senza trasformare l’UE in un “ministero dell’istruzione” (che resta competenza
degli Stati), il diritto europeo stabilisce un orizzonte valoriale: democrazia,
uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani (art. 2 TUE). In quell’orizzonte,
l’istruzione è sostenuta come leva di cittadinanza e di coesione (art. 165
TFUE).
Da qui discende un principio pratico: ogni iniziativa pubblica che spinga la
scuola verso una segmentazione ideologica è in rotta di
collisione con l’idea europea di educazione come bene comune e come
“infrastruttura” democratica.
Consiglio
d’Europa: CEDU, diritto all’istruzione e divieto di indottrinamento
CEDU
– Protocollo n. 1, art. 2
Questa disposizione tutela:
1.
il diritto
all’istruzione;
2.
l’obbligo
dello Stato di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei
genitori nell’educazione e nell’insegnamento.
Qui
sta il punto cruciale, spesso frainteso: il “rispetto delle convinzioni” non
equivale a un diritto dei genitori a imporre alla scuola un’etichetta o un
orientamento, né a pretendere una scuola “a immagine” della propria
appartenenza. La giurisprudenza della Corte EDU ha invece sviluppato un
equilibrio: lo Stato può e deve istruire, anche su temi sensibili (religione,
etica, sessualità, storia politica, diritti), ma deve farlo in modo pluralista e
non indottrinante.
Il
criterio guida della Corte EDU: insegnamento “obiettivo, critico e pluralista”
In varie decisioni, la Corte ha ribadito che l’istruzione pubblica deve evitare
finalità di indottrinamento e promuovere un approccio che consenta allo
studente di formarsi un giudizio autonomo. Tradotto in termini scolastici:
Perché
l’etichettatura istituzionale è incompatibile con questo standard
Un’etichetta ufficiale apposta dall’autorità pubblica (“questa scuola è X”)
produce almeno tre effetti, tutti problematici rispetto al modello CEDU:
1.
Rovescia la presunzione di imparzialità
La scuola pubblica deve poter essere percepita come luogo di istruzione, non
come sede di “campagna”. L’etichetta, di per sé, suggerisce che l’insegnamento
sia orientato e quindi potenzialmente indottrinante, cioè esattamente ciò che
la Corte EDU chiede di evitare.
2.
Crea un “chilling effect” sul pluralismo didattico
Docenti e dirigenza possono sentirsi sotto sorveglianza politica e indotti ad
autocensurarsi su temi che invece rientrano pienamente nei compiti educativi
(Costituzione, diritti, storia, educazione civica, conflitti contemporanei). Il
risultato paradossale è che per “evitare l’accusa”, la scuola riduce il
confronto: l’opposto del pluralismo.
3.
Trasforma il diritto dei genitori in un meccanismo di
selezione ideologica
Il Protocollo tutela il rispetto delle convinzioni, non un “mercato” di scuole
classificate per orientamento politico. L’etichettatura può spingere verso una
scelta scolastica basata su appartenenze e paure, alimentando segregazione
culturale e sociale.
In
sintesi: la CEDU non chiede scuole “inermi” o silenziose sui temi civili.
Chiede scuole libere dal potere di indottrinare e,
soprattutto, libere dal potere politico di marchiare.
Sistema
ONU: educazione come sviluppo della persona e cultura dei diritti
Nel
diritto internazionale delle Nazioni Unite, l’educazione è pensata come diritto
fondamentale e come strumento di emancipazione, con finalità chiaramente
orientate (non partitiche, ma universalistiche).
Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani (art. 26)
Stabilisce che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità
umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà
fondamentali.
Patto
internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – ICESCR (art. 13)
È una delle norme più importanti: indica che l’educazione deve consentire a
tutti di partecipare effettivamente a una società libera, promuovendo
comprensione, tolleranza e amicizia tra gruppi.
Patto
internazionale sui diritti civili e politici – ICCPR (art. 18, in particolare
18(4))
Riconosce libertà di pensiero, coscienza e religione e impone allo Stato di
rispettare la libertà dei genitori nell’assicurare l’educazione religiosa e
morale dei figli secondo le proprie convinzioni. Anche qui, però, la logica è
di rispetto e non discriminazione, non di etichettatura ideologica
dell’istituzione pubblica.
Convenzione
ONU sui diritti dell’infanzia – CRC (art. 29)
È centrale per la scuola: l’educazione deve sviluppare personalità, talenti e
capacità mentali e fisiche; promuovere rispetto dei diritti umani; preparare a
una vita responsabile in una società libera; educare alla comprensione, pace,
tolleranza, uguaglianza.
UNESCO
– Convenzione contro la discriminazione nell’istruzione (1960)
Rafforza il divieto di pratiche che producano discriminazione o segregazione
nell’accesso e nel percorso educativo.
Perché
la classificazione politica delle scuole è incompatibile con questa cornice ONU
Perché sposta l’asse dell’istruzione:
In
altre parole: gli strumenti ONU concepiscono l’educazione come infrastruttura
di libertà e diritti. L’etichettatura ideologica la riconfigura come terreno di
contesa, riducendo lo spazio psicologico e culturale necessario a crescere come
cittadini liberi.
Il
punto comune tra UE, CEDU e ONU
Pur
con linguaggi diversi, tutte queste fonti convergono su un’idea:
la scuola pubblica deve essere pluralista, non
discriminatoria, orientata allo sviluppo della persona e capace di trattare
anche temi controversi senza trasformarsi in propaganda.
Per
questo l’etichettatura “ufficiale” delle scuole è doppiamente inopportuna: non
solo impoverisce il dibattito democratico, ma si colloca fuori asse rispetto
agli standard europei e internazionali che chiedono alla scuola di essere,
prima di tutto, un luogo in cui si impara a pensare — non un luogo in cui si
viene classificati.
Analisi
pedagogica
La
scuola non è uno spazio di propaganda, ma nemmeno un luogo neutro nel senso del
disinteresse ai valori costituzionali.
Educare
significa:
Studiare
temi controversi non equivale a fare militanza.
Affrontare
questioni storiche, diritti civili, conflitti internazionali significa
esercitare la funzione educativa.
La
pedagogia democratica si fonda su pluralismo e metodo argomentativo.
L’etichetta
ideologica distrugge il pluralismo, perché presuppone una verità già data.
Analisi
psicologica
La
psicologia sociale mostra che la categorizzazione rigida produce:
In
un contesto educativo, ciò compromette:
La
scuola deve essere un luogo sicuro, non un terreno di scontro simbolico.
Analisi
metodologica e didattica
Il
metodo didattico moderno si fonda su:
Una
scuola etichettata viene percepita come partigiana prima ancora di essere
ascoltata.
Questo
danneggia la credibilità del processo educativo.
Contro
ogni strumentalizzazione
Le
strumentalizzazioni della scuola sono dannose indipendentemente dalla loro
provenienza. Non esistono strumentalizzazioni “buone” perché mosse da
intenzioni ritenute giuste, né strumentalizzazioni “accettabili” perché
coerenti con una determinata visione culturale. La scuola pubblica, per sua
natura istituzionale, non può essere trasformata in un dispositivo simbolico al
servizio di una parte. Ogni tentativo di piegarla a logiche identitarie – anche
quando si presenta come difesa di valori – altera il suo equilibrio
costituzionale.
È
inopportuno, prima di tutto, trasformare la scuola in terreno di battaglia
politica. Il conflitto democratico è legittimo e necessario nello spazio
pubblico, nei partiti, nei parlamenti, nelle assemblee elettive. Ma la scuola
non è un’arena. È un’istituzione educativa. Quando il linguaggio dello scontro
entra nella scuola, si produce uno slittamento pericoloso: l’insegnamento viene
percepito come schieramento, la lezione come presa di posizione, il confronto
come provocazione. In questo clima, l’autorità educativa si indebolisce e il
dialogo si irrigidisce.
È
altrettanto inopportuno usare la scuola come simbolo identitario. Le
istituzioni pubbliche non sono vessilli. Non rappresentano una parte contro
un’altra. La scuola rappresenta la Repubblica nel suo insieme. La sua identità
è giuridica e costituzionale, non politica. Quando la si trasforma in bandiera
– per esibirla o per contestarla – la si priva della sua funzione unificante e
la si colloca dentro una dinamica di appartenenze contrapposte.
Attribuirle
marchi ideologici significa ridurre la complessità del lavoro educativo a una
formula. Una scuola è una comunità: è fatta di docenti con sensibilità diverse,
di studenti con storie differenti, di famiglie plurali, di indirizzi culturali
che convivono nello stesso edificio. Ridurre tutto questo a un’etichetta è una
semplificazione che impoverisce e che, soprattutto, introduce una logica di
sospetto.
Ma
la vigilanza deve essere coerente: è necessario evitare anche che la scuola
diventi luogo di propaganda di qualunque segno. Difendere la libertà di
insegnamento non significa negare che possano esistere deviazioni o errori.
Significa affermare che la risposta a eventuali abusi non è la politicizzazione
dell’istituzione, ma l’applicazione delle regole professionali, degli organi
collegiali, dei meccanismi di responsabilità già previsti dall’ordinamento.
di p. Francesco Moscone
1. Educazione, linguaggio e cultura: tra fratellanza e competizione
Un grazie particolare al mio confratello mons. Giovanni, e grazie per questo invito che, ovviamente, non mi aspettavo. È arrivato attraverso il seminario di Molfetta. Dopo l’excursus della professoressa Marchetti non saprei che cosa aggiungere. Dico innanzitutto che aderisco in pieno a tutto quanto ho ascoltato, in particolare alle osservazioni finali relative al mondo della scuola e all'educazione in Europa, e in Italia in particolare.
Quando si cambiano i termini, non si fa solo un’operazione linguistica e di vocabolario, ma si compie un’operazione culturale, e a volte anche un’azione di inquadramento del popolo, fino a oscurare il pensiero libero.
L’aver rinominato il “Ministero della Pubblica Istruzione” in “Ministero del Merito”, quando lo sentii per la prima volta, mi fece davvero ribollire.
L’educazione deve costruire la fratellanza, non può essere orientata alla competizione. Nella misura in cui si introduce la competizione, si forma inevitabilmente alla violenza, all’aggressività, alla divisione e, infine, si motiva la guerra stessa. Mi colpisce anche il modo subdolo con cui il mondo militare entra oggi nelle scuole, persino nella scuola primaria. Ho visto portare, su invito, i piccoli pazienti di Casa Sollievo della Sofferenza della pediatria oncologica all’aeroporto militare di Amendola, per far loro visitare i caccia, salire a bordo e, ufficialmente, per distrarli e offrir loro un momento di felicità. Mi sono chiesto: “Ma che cos’è questo? Che cosa vuol dire tutto ciò?”
La mia storia proviene dal mondo della scuola e dell’educazione. Per questo motivo questi cambiamenti mi fanno pensare a un futuro diseducativo, che divide invece di unire, che non aggrega, che rifiuta la solidarietà che allontana la fratellanza.
2. Guerra, verità e democrazia tradita
Io ho due padroni – ogni tanto lo dico – perché, come vescovo rispondo alla CEI e al Papa, ma come responsabile della Fondazione di Casa Sollievo della Sofferenza e delle opere di Padre Pio, rispondo alla Segreteria di Stato. La Segreteria di Stato mi ha detto di essere “prudente” quando parlo di certi argomenti: un modo per tirarti le orecchie senza farti male! Ma come si può essere prudenti oggi, di fronte a ciò che vediamo e di cui siamo testimoni? Se “prudenza” vuol dire fermarsi e aspettare, allora non è più possibile tacere.
La prima arma che abbiamo, a mio giudizio, è dire le cose come stanno. Il comandamento di non dire falsa testimonianza parte dagli occhi e 1 dall’osservazione: si guarda, si ascolta, poi si parla e, se serve, si denuncia assumendosi la responsabilità. Quanto sta accadendo a Gaza – ma non solo lì – è un genocidio. È un’azione disumana, voluta, non semplice una reazione ai fatti del 7 ottobre 2023. È qualcosa di pianificato da decenni, fin dalla nascita di quello Stato ebraico che, come europei ed occidentali, abbiamo definendolo “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Ma quando una democrazia – che dovrebbe essere il più umano dei regimi – si comporta così, allora diventa il peggiore dei regimi.
Quando le democrazie pianificano e portano avanti certe azioni, si conferma il detto latino «corruptio optimi pessima» - la corruzione delle cose migliori porta al male peggiore. Lo vediamo con lo Stato di Israele, ma anche con le nostre democrazie occidentali, a partire da quella statunitense.
Non mi piace definire “America” gli Stati Uniti. L’America è molto altro, e grazie a Dio, anche migliore! Persino il paese confinante con gli USA si chiama “Stati Uniti”, ma del Messico”! La democrazia statunitense, dalla fine della Prima guerra mondiale, ancor più dopo la Seconda, è stata proposta come ideale assoluto, autorizzandola a programmare e giudicare il mondo secondo i propri interessi, a dividere le nazioni in buone e cattive, in stati amici e “canaglie”: questo modalità di giudicare non è accettabile.
L’Europa, invece di essere autonoma, ha seguito gli USA come un cagnolino al guinzaglio. Eppure, le nostre leggi ora vietano anche di tenere gli animali al guinzaglio.
L’Europa che si lascia guidare dagli Stati Uniti rinnega la propria identità. Le sue radici sono greche, romane, cristiane. Ricordo lo storico Giovanni Reale che parlava dell’Europa come nata in Grecia con la pólis, nata a Roma col diritto romano, cresciuta nei valori ebraico-cristiani della Bibbia e sviluppatasi con la scienza moderna e libera a partire da Bacone e Galileo. Ora stiamo tradendo tutto questo, lasciando che dieci super-ricchi con trilioni di dollari – come Elon Musk o Bezos – determinino l’agenda mondiale.
Quando ho sentito che il presidente del Veneto accoglieva con entusiasmo Bezos a Venezia per lo sfarzo del suo matrimonio, ho pensato: “Perché questo entusiasmo non lo promette anche a chi fugge dal Nordafrica e rischia la vita sui barconi senza arrivare con jet privati e lussuosi?”
3. Nato, conflitti e occasioni mancate
Dobbiamo avere il coraggio di liberarci da questo guinzaglio USA. E, lo dico fuori da ogni prudenza e senza mezzi termini, a mio giudizio ciò significa uscire dalla NATO.
Negli anni ’80, da giovane prete, prima della caduta del Muro, cercavo esperienze originali per l’animazione giovanile. Scoprii i pellegrinaggi a piedi verso Częstochowa, in Polonia, e vi partecipai accompagnando giovani. Mi presentavo come studente, anche se sapevano che ero prete. Dopo la caduta del Muro, i miei superiori mi chiesero di fondare una casa religiosa in quelle zone. Quando, nel 1991, si dissolse l’Unione Sovietica, crollò anche il Patto di Varsavia. Quello era il momento giusto per sciogliere anche la NATO. Ma l’Occidente, convinto di essere vincitore, perse l’occasione di essere giusto e veramente libero. Fu allora che si riaprì la divisione del mondo. Avremmo dovuto riconoscere l’unità dell’umanità, come diceva Kant: “La terra è sferica, e ovunque vai, ti rincontri.” Invece, l’Occidente disse: “Noi abbiamo vinto, voi avete perso.” Riaprimmo la frattura della “guerra fredda” rendendola globale su tutto il pianeta.
Una seconda occasione persa furono i trattati di Minsk (Bielorussia). Se l’Occidente li avesse rispettati, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non sarebbe avvenuta. Papa Francesco aveva ragione nel dire: “Siamo andati ad abbaiare sotto la porta di casa della Russia.” Io vivevo in Polonia quando questa entrò nella NATO e mi dissi: “stiamo andando verso una nuova guerra mondiale.” Giovanni XXIII, nella «Pacem in terris» (1963), scrisse che la guerra è «alienum a ratione», fuori dalla ragione.
Dopo Hiroshima e Nagasaki non ci sono più motivi per non affermare che la guerra è contro la ragione. Eppure, continuiamo a costruire armi. Il culmine dell’ipocrisia è stato convincere Zelensky a non trattare con l’aggressore. È falso: non trattare significa prolungare la guerra ad oltranza a solo beneficio di chi costruisce armi.
4. Diplomazia e pace come scelta politica
La diplomazia è uno strumento razionale, la guerra è uno strumento irrazionale. Quando ieri la nostra premier ha citato il proverbio «Si vis pacem, para bellum», le risponderei: “Cara Giorgia, studiati la storia.” Tutte le volte che si sono preparate armi, sono state usate, non tenute come soprammobili o monili da ostentare.
Condivido l’analisi del Professor Alessandro Barbero: la situazione attuale somiglia a quella che precedette la Prima guerra mondiale. Dopo quarant’anni di pace, ci fu una corsa agli armamenti e quelle armi purtroppo vennero usate. La Prima guerra mondiale portò alla Seconda, poi alla Guerra fredda, ma anche a tanti conflitti attivi.
Vorrei raccontare un’esperienza personale, a conferma che si deve sempre trattare. Nel 2006, da vicario generale della mia congregazione, andai in Sri Lanka, in piena guerra civile tra i cingalesi e le Tigri Tamil. I miei confratelli indiani, dopo lo tsunami del 2004, avevano avviato un progetto per costruire un villaggio per bambini. Per poterlo realizzare, dovetti incontrare sia i rappresentanti del governo locale ufficiale sia i leader delle Tigri Tamil (definiti dai primi “terroristi”). Solo così il progetto fu possibile, si è sviluppato ed è ancora attivo. Se avessimo trattato con una sola parte, l’altra lo avrebbe distrutto o ci avrebbe arrestato.
Ai politici dico: “Se vuoi fare politica, non devi riarmare. Devi ripudiare la guerra. La tua arma è la diplomazia, il tuo dovere è metterci la faccia anche con chi consideri nemico.” L’Europa oggi non lo sta facendo. Vuole solo riarmare, magari per sostenere l’industria automobilistica tedesca... e un po’ anche la nostra in crisi.
Sono convinto che, almeno dalla Prima guerra del Golfo, passando per le guerre dei Balcani negli anni ’90, tutti i governi italiani, che si sono susseguiti e di colori diversi, hanno progressivamente smesso di rispettare l’articolo 11 della Costituzione.
Abbiamo avuto, almeno in parte, governi anticostituzionali.
Non so se sono stato prudente. Ditemelo voi.
+ p. Franco Moscone crs Brindisi
_________________________________________________________
L’autore è arcivescovo di Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo.
Testo pubblicato il 25.6.2025 in www.archiviodischiena.it
AIMC, AMDZ, ANDIS, ANFIS, CIDI, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, MCE, PROTEO FARE SAPERE
Prima
di emanare le nuove Linee guida di educazione civica, il ministro avrebbe dovuto,
come previsto dal DM 35/92, ascoltare le scuole e fare un serio lavoro per comprendere come integrare quelle precedenti. Non lo ha fatto. Ha deciso invece dì riscrivere il testo. Perché? Sono le stesse ragioni per cui ha affidato alla commissione
Perla la revisione delle Indicazioni nazionali del primo ciclo: virare decisamente
su una curvatura ideologica e identitaria.
Avviene
ormai con troppa frequenza che un cambiamento di governo porti con sé la voglia
di intervenire sulla scuola marcando la differenza con ciò che è stato fatto in
precedenza. Si pensi alla valutazione nella scuola primaria, alla “ispirazione”
suggerita per le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, ai provvedimenti
sul rapporto tra scuola a e lavoro, al voto in condotta e alle misure punitive.
Al di là del merito, non va bene: la scuola non è un ufficio in cui applicare
pratiche, ha bisogno di tempi più lunghi di formazione, di elaborazione, di
esperienze. E di rispetto per il lavoro dei docenti che richiede anche di non
gettare alle ortiche il lavoro fatto negli anni.
Rinviamo
per approfondimenti ai contributi sui siti nazionali delle nostre Associazioni.
E inoltre: L. Rondanini su Scuola7 del 23 settembre 2024 e il sito www.gessetticolorati.it
2) 2) I tre nuclei concettuali sono confermati: Costituzione, Sviluppo sostenibile, Cittadinanza digitale. Il testo definisce anche i traguardi di competenza e gli obiettivi di apprendimento, lo richiede la legge 92/2019.
Accanto
ai valori della Costituzione, vi sono alcuni elementi che “marcano” una concezione
dell’educazione civica molto discutibile che non condividiamo. a) L’idea di
Patria come elemento identitario. È sottolineata in diversi punti. Ne riportiamo
uno. Le Linee guida promuovono obiettivi di apprendimento “coerenti con quel
sentimento di appartenenza che deriva dal nascere, crescere e convivere in un
paese chiamato Italia” e ancora una “comune identità italiana come parte della
civiltà europea e occidentale e della sua storia”. La visione che propone il testo
è fortemente ideologica, italocentrica e nazionalistica, e va ben oltre quanto leggiamo
in Costituzione, dove la parola Patria, sicuramente importante, è citata solo
due volte. Le Linee Guida oscurano o, meglio, trascurano volutamente un fatto:
l’idea di Patria ha un senso solo se non prevede recinti e confini che
impediscono la comprensione, l’azione e la formazione dei cittadini del mondo.
Come
non ricordare Don Milani:” Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono
queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri
allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere
il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro”
(Da L’0bbedienza non è più una virtù).
b)
È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici
ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le
scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola
“pace”
c)
L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo
grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale,
contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento
climatico.
Perché
e come l’educazione civica
È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere.
Proponiamo alcuni riferimenti.
1.
Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione
significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore
unificante e dall’educazione alla convivenza democratica
2.
Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento
è un fatto sociale
3.
Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze
e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare
al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è
sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.
5.
Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e
non sul senso di colpa come la morale privata.
6.
Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin
dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise
per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa
dell’apprendimento;
valorizzare
la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte
degli studenti.
7.
Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza
di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche
esterna alla scuola.
8.
Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza
di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge
107/2015, art 1, comma 16)
b)
È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai
confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole
nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace” c)
L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo
grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale,
contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento
climatico.
Perché
e come l’educazione civica
È
fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere.
Proponiamo alcuni riferimenti.
1.
Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione
significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore
unificante e dall’educazione alla convivenza democratica
2.
Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un
fatto sociale
3.
Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e
non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al
“bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza),
come contrasto all’interesse individuale.
5.
Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul
senso di colpa come la morale privata.
6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento; valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.
7.
Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza
di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche
esterna alla scuola.
8.
Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza
di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge
107/2015, art 1, comma 16)
Prima
di Prima di tutto la Costituzione
I
moltissimi traguardi per lo sviluppo delle competenze e obiettivi di
apprendimento possono produrre dispersione e ostacolare la messa a fuoco di ciò
che è prevalente. Spetta ai collegi dei docenti rivedere il curricolo di
istituto e sono il consiglio di classe e il team docenti che devono effettuare
le scelte conseguenti per i loro alunni.
Le
scuole siano dunque protagoniste dell’autonomia organizzativa e didattica.
Nel rispetto della legge individueranno alcune priorità per ciascun anno di corso, perché non è possibile fare tutto e la scuola non può essere un contenitore di tutto. Pensiamo che la priorità possa essere data alle competenze e ai traguardi del nucleo concettuale “Costituzione”. Degli altri, invitiamo a valorizzare quelli che hanno a fondamento il concetto di “bene comune” e di responsabilità. E, soprattutto, a “praticare l’educazione civica” nell’insegnamento e nelle relazioni come rispetto e valorizzazione di ciascuno e di tutti, docenti e studenti.
PER
IL BENE COMUNE
-
di Giuseppe Savagnone*
-
Uno
shock collettivo
Le
parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sono state semplici e
chiare: per risanare i conti pubblici, sarà necessaria una manovra che
«chiederà sacrifici a tutti».
Davanti
a questo quadro, bisogna innanzi tutto constatare che, anche nell’ambito della
politica fiscale (non è l’unico) i partiti al governo non stanno riuscendo a
mantenere le promesse fatte quando chiedevano il voto agli elettori.
In
entrambi i casi, le riforme che la destra aveva annunciato e sta attuando in
campo fiscale prestano il fianco al sospetto di essere un favore alle classi
più abbienti, in una prospettiva che ha sempre visto con aperta ostilità le
tasse.
È
praticamente assente, nei più, la consapevolezza che in realtà ognuno di noi
può crescere, studiare, lavorare, produrre e consumare, grazie a una società
che lo precede, lo accoglie alla nascita e lo accompagna in tutte queste fasi,
creando le condizioni per cui le sue potenzialità possono realizzarsi.