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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


A 
SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

venerdì 27 febbraio 2026

NON ETICHETTARE LA SCUOLA

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Autonomia costituzionale 

e libertà d’insegnamento 

contro ogni strumentalizzazione

Di Antonio Fundarò


A Bagno a Ripoli una mozione consiliare d’un gruppo rappresentato nel massimo consesso cittadino, all’opposizione nella città, in maggioranze nel Paese, ha proposto di modificare la denominazione ufficiale delle scuole del territorio introducendo, accanto al nome istituzionale, diciture che ne qualifichino il presunto orientamento ideologico “insegnato e voluto” dal corpo docente e dalla dirigenza. Tra le etichette suggerite figurano espressioni come “politicamente schierata a sinistra”, “ideologicamente comunista”, “favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke”, “antiamericana”, “antisionista”, “antifascista”, “anticattolica”, “antidemocratica”.

La proposta ha suscitato una reazione ferma da parte della comunità scolastica dell’I.S.I.S. “Gobetti-Volta”, che in assemblea straordinaria ha richiamato il ruolo della scuola come luogo di formazione della persona, di sviluppo del pensiero critico, di inclusione e di educazione alla cittadinanza consapevole, affermando che non occorre specificarne l’orientamento antifascista, poiché la scuola italiana è tale per natura, in quanto fondata sui principi della Costituzione.

A questa posizione si è formalmente unito l’Istituto Comprensivo “Antonino Caponnetto”, che ha condiviso integralmente il comunicato e lo ha diffuso alla propria comunità educante, richiamando l’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Non siamo di fronte a una polemica locale. Siamo davanti a una questione di principio: può un’istituzione pubblica essere qualificata politicamente? Può la scuola essere oggetto di etichettatura ideologica?

La risposta, se si prende sul serio l’ordinamento costituzionale italiano ed europeo, è netta.

Analisi giuridica: la scuola come istituzione costituzionale

La scuola italiana è una istituzione della Repubblica. Non appartiene alla maggioranza di turno, né a una parte politica.

Libertà di insegnamento (art. 33 Cost.)

La libertà di insegnamento è una delle libertà fondamentali dell’ordinamento democratico. Essa:

  • tutela il pluralismo culturale;
  • garantisce l’autonomia metodologica del docente;
  • impedisce l’imposizione ideologica da parte del potere politico.

L’etichettatura ufficiale di una scuola introduce un elemento di pressione e di pregiudizio che altera questa libertà, anche solo simbolicamente.

Principio di eguaglianza (art. 3 Cost.)

L’eguaglianza vieta discriminazioni fondate su opinioni politiche. Una denominazione che classifichi un’istituzione scolastica per orientamento ideologico crea una distinzione pubblica potenzialmente stigmatizzante.

La scuola non è un soggetto politico da collocare nello spazio della competizione partitica.

Imparzialità della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)

L’amministrazione deve agire con imparzialità. Attribuire qualificazioni ideologiche a un’istituzione pubblica contraddice questo principio.

Autonomia scolastica e competenze

L’autonomia delle istituzioni scolastiche è riconosciuta dall’ordinamento e comprende:

  • autonomia didattica,
  • autonomia organizzativa,
  • autonomia di ricerca e sperimentazione.

La definizione dell’identità ordinamentale della scuola è materia regolata a livello statale. Un ente locale non può ridefinire in senso politico la natura dell’istituzione scolastica.

Un simile intervento si porrebbe in tensione con il riparto costituzionale delle competenze (art. 117 Cost.) e con il principio di legalità amministrativa.

Dimensione europea e internazionale: perché “etichettare” le scuole collide con standard sovranazionali

Unione Europea: diritti fondamentali e cultura del pluralismo

Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea

  • Art. 13 – Libertà delle arti e delle scienze
    La Carta tutela la libertà della ricerca e della produzione culturale e scientifica, e con essa l’idea di scuola come luogo di conoscenza non subordinata a “linee” politiche. Anche quando il testo parla esplicitamente di arti e scienze, il suo senso sistemico è chiaro: la formazione e la circolazione del sapere devono essere protette da pressioni ideologiche e da meccanismi di controllo identitario.
    Un’“etichetta” istituzionale (affissa dall’ente pubblico) che qualifichi una scuola come “ideologica” agisce come segnale di delegittimazione del lavoro culturale e scientifico che la scuola svolge, insinuando in via preventiva che l’insegnamento non sia libero o rigoroso, ma partigiano.
  • Art. 14 – Diritto all’istruzione
    Il diritto all’istruzione non è solo accesso materiale: è accesso a un’educazione di qualità, in un ambiente non discriminatorio, orientato allo sviluppo delle capacità. Nel quadro europeo, questo implica un contesto educativo che favorisca autonomia di giudizio, partecipazione e competenze civiche, non un clima di sospetto e classificazione.
    In questa prospettiva, “marchiare” scuole e comunità educanti per presunti orientamenti politici non è un’informazione neutra: rischia di produrre selezione per appartenenza, stigma verso studenti e docenti, e quindi una compressione indiretta del diritto all’istruzione in condizioni di eguaglianza.

Trattati UE e valori comuni (cornice di sistema)
Senza trasformare l’UE in un “ministero dell’istruzione” (che resta competenza degli Stati), il diritto europeo stabilisce un orizzonte valoriale: democrazia, uguaglianza, Stato di diritto, diritti umani (art. 2 TUE). In quell’orizzonte, l’istruzione è sostenuta come leva di cittadinanza e di coesione (art. 165 TFUE).
Da qui discende un principio pratico: ogni iniziativa pubblica che spinga la scuola verso una segmentazione ideologica è in rotta di collisione con l’idea europea di educazione come bene comune e come “infrastruttura” democratica.

Consiglio d’Europa: CEDU, diritto all’istruzione e divieto di indottrinamento

CEDU – Protocollo n. 1, art. 2
Questa disposizione tutela:

1.     il diritto all’istruzione;

2.     l’obbligo dello Stato di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori nell’educazione e nell’insegnamento.

Qui sta il punto cruciale, spesso frainteso: il “rispetto delle convinzioni” non equivale a un diritto dei genitori a imporre alla scuola un’etichetta o un orientamento, né a pretendere una scuola “a immagine” della propria appartenenza. La giurisprudenza della Corte EDU ha invece sviluppato un equilibrio: lo Stato può e deve istruire, anche su temi sensibili (religione, etica, sessualità, storia politica, diritti), ma deve farlo in modo pluralista e non indottrinante.

Il criterio guida della Corte EDU: insegnamento “obiettivo, critico e pluralista”
In varie decisioni, la Corte ha ribadito che l’istruzione pubblica deve evitare finalità di indottrinamento e promuovere un approccio che consenta allo studente di formarsi un giudizio autonomo. Tradotto in termini scolastici:

  • si possono insegnare contenuti controversi;
  • si devono presentare i temi in modo fondato, argomentato, aperto a più prospettive;
  • non si può usare la scuola per “plasmare” adesioni ideologiche.

Perché l’etichettatura istituzionale è incompatibile con questo standard
Un’etichetta ufficiale apposta dall’autorità pubblica (“questa scuola è X”) produce almeno tre effetti, tutti problematici rispetto al modello CEDU:

1.     Rovescia la presunzione di imparzialità
La scuola pubblica deve poter essere percepita come luogo di istruzione, non come sede di “campagna”. L’etichetta, di per sé, suggerisce che l’insegnamento sia orientato e quindi potenzialmente indottrinante, cioè esattamente ciò che la Corte EDU chiede di evitare.

2.     Crea un “chilling effect” sul pluralismo didattico
Docenti e dirigenza possono sentirsi sotto sorveglianza politica e indotti ad autocensurarsi su temi che invece rientrano pienamente nei compiti educativi (Costituzione, diritti, storia, educazione civica, conflitti contemporanei). Il risultato paradossale è che per “evitare l’accusa”, la scuola riduce il confronto: l’opposto del pluralismo.

3.     Trasforma il diritto dei genitori in un meccanismo di selezione ideologica
Il Protocollo tutela il rispetto delle convinzioni, non un “mercato” di scuole classificate per orientamento politico. L’etichettatura può spingere verso una scelta scolastica basata su appartenenze e paure, alimentando segregazione culturale e sociale.

In sintesi: la CEDU non chiede scuole “inermi” o silenziose sui temi civili. Chiede scuole libere dal potere di indottrinare e, soprattutto, libere dal potere politico di marchiare.

Sistema ONU: educazione come sviluppo della persona e cultura dei diritti

Nel diritto internazionale delle Nazioni Unite, l’educazione è pensata come diritto fondamentale e come strumento di emancipazione, con finalità chiaramente orientate (non partitiche, ma universalistiche).

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (art. 26)
Stabilisce che l’istruzione deve mirare al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – ICESCR (art. 13)
È una delle norme più importanti: indica che l’educazione deve consentire a tutti di partecipare effettivamente a una società libera, promuovendo comprensione, tolleranza e amicizia tra gruppi.

Patto internazionale sui diritti civili e politici – ICCPR (art. 18, in particolare 18(4))
Riconosce libertà di pensiero, coscienza e religione e impone allo Stato di rispettare la libertà dei genitori nell’assicurare l’educazione religiosa e morale dei figli secondo le proprie convinzioni. Anche qui, però, la logica è di rispetto e non discriminazione, non di etichettatura ideologica dell’istituzione pubblica.

Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia – CRC (art. 29)
È centrale per la scuola: l’educazione deve sviluppare personalità, talenti e capacità mentali e fisiche; promuovere rispetto dei diritti umani; preparare a una vita responsabile in una società libera; educare alla comprensione, pace, tolleranza, uguaglianza.

UNESCO – Convenzione contro la discriminazione nell’istruzione (1960)
Rafforza il divieto di pratiche che producano discriminazione o segregazione nell’accesso e nel percorso educativo.

Perché la classificazione politica delle scuole è incompatibile con questa cornice ONU
Perché sposta l’asse dell’istruzione:

  • dal diritto del minore a sviluppare capacità e autonomia,
  • al marchio su un’istituzione,
  • e alla conseguente lettura “tribale” dell’educazione come appartenenza.

In altre parole: gli strumenti ONU concepiscono l’educazione come infrastruttura di libertà e diritti. L’etichettatura ideologica la riconfigura come terreno di contesa, riducendo lo spazio psicologico e culturale necessario a crescere come cittadini liberi.

Il punto comune tra UE, CEDU e ONU

Pur con linguaggi diversi, tutte queste fonti convergono su un’idea:
la scuola pubblica deve essere pluralista, non discriminatoria, orientata allo sviluppo della persona e capace di trattare anche temi controversi senza trasformarsi in propaganda.

Per questo l’etichettatura “ufficiale” delle scuole è doppiamente inopportuna: non solo impoverisce il dibattito democratico, ma si colloca fuori asse rispetto agli standard europei e internazionali che chiedono alla scuola di essere, prima di tutto, un luogo in cui si impara a pensare — non un luogo in cui si viene classificati.

Analisi pedagogica

La scuola non è uno spazio di propaganda, ma nemmeno un luogo neutro nel senso del disinteresse ai valori costituzionali.

Educare significa:

  • sviluppare pensiero critico;
  • fornire strumenti di analisi;
  • promuovere il confronto.

Studiare temi controversi non equivale a fare militanza.

Affrontare questioni storiche, diritti civili, conflitti internazionali significa esercitare la funzione educativa.

La pedagogia democratica si fonda su pluralismo e metodo argomentativo.

L’etichetta ideologica distrugge il pluralismo, perché presuppone una verità già data.

Analisi psicologica

La psicologia sociale mostra che la categorizzazione rigida produce:

  • polarizzazione;
  • conflitto identitario;
  • clima di sospetto.

In un contesto educativo, ciò compromette:

  • la fiducia tra scuola e famiglie;
  • la serenità degli studenti;
  • l’autorevolezza docente.

La scuola deve essere un luogo sicuro, non un terreno di scontro simbolico.

Analisi metodologica e didattica

Il metodo didattico moderno si fonda su:

  • analisi delle fonti;
  • distinzione tra fatti e opinioni;
  • confronto di prospettive;
  • costruzione argomentativa.

Una scuola etichettata viene percepita come partigiana prima ancora di essere ascoltata.

Questo danneggia la credibilità del processo educativo.

Contro ogni strumentalizzazione

Le strumentalizzazioni della scuola sono dannose indipendentemente dalla loro provenienza. Non esistono strumentalizzazioni “buone” perché mosse da intenzioni ritenute giuste, né strumentalizzazioni “accettabili” perché coerenti con una determinata visione culturale. La scuola pubblica, per sua natura istituzionale, non può essere trasformata in un dispositivo simbolico al servizio di una parte. Ogni tentativo di piegarla a logiche identitarie – anche quando si presenta come difesa di valori – altera il suo equilibrio costituzionale.

È inopportuno, prima di tutto, trasformare la scuola in terreno di battaglia politica. Il conflitto democratico è legittimo e necessario nello spazio pubblico, nei partiti, nei parlamenti, nelle assemblee elettive. Ma la scuola non è un’arena. È un’istituzione educativa. Quando il linguaggio dello scontro entra nella scuola, si produce uno slittamento pericoloso: l’insegnamento viene percepito come schieramento, la lezione come presa di posizione, il confronto come provocazione. In questo clima, l’autorità educativa si indebolisce e il dialogo si irrigidisce.

È altrettanto inopportuno usare la scuola come simbolo identitario. Le istituzioni pubbliche non sono vessilli. Non rappresentano una parte contro un’altra. La scuola rappresenta la Repubblica nel suo insieme. La sua identità è giuridica e costituzionale, non politica. Quando la si trasforma in bandiera – per esibirla o per contestarla – la si priva della sua funzione unificante e la si colloca dentro una dinamica di appartenenze contrapposte.

Attribuirle marchi ideologici significa ridurre la complessità del lavoro educativo a una formula. Una scuola è una comunità: è fatta di docenti con sensibilità diverse, di studenti con storie differenti, di famiglie plurali, di indirizzi culturali che convivono nello stesso edificio. Ridurre tutto questo a un’etichetta è una semplificazione che impoverisce e che, soprattutto, introduce una logica di sospetto.

Ma la vigilanza deve essere coerente: è necessario evitare anche che la scuola diventi luogo di propaganda di qualunque segno. Difendere la libertà di insegnamento non significa negare che possano esistere deviazioni o errori. Significa affermare che la risposta a eventuali abusi non è la politicizzazione dell’istituzione, ma l’applicazione delle regole professionali, degli organi collegiali, dei meccanismi di responsabilità già previsti dall’ordinamento.

 Orizzonte scuola


lunedì 14 luglio 2025

RIPUDIA LA GUERRA, PREPARA LA PACE


 Ai politici dico: “Se vuoi fare politica, non devi riarmare. Devi ripudiare la guerra. La tua arma è la diplomazia, il tuo dovere è metterci la faccia anche con chi consideri nemico.”



 di p. Francesco Moscone 

 1. Educazione, linguaggio e cultura: tra fratellanza e competizione 

 Un grazie particolare al mio confratello mons. Giovanni, e grazie per questo invito che, ovviamente, non mi aspettavo. È arrivato attraverso il seminario di Molfetta. Dopo l’excursus della professoressa Marchetti non saprei che cosa aggiungere. Dico innanzitutto che aderisco in pieno a tutto quanto ho ascoltato, in particolare alle osservazioni finali relative al mondo della scuola e all'educazione in Europa, e in Italia in particolare. 

Quando si cambiano i termini, non si fa solo un’operazione linguistica e di vocabolario, ma si compie un’operazione culturale, e a volte anche un’azione di inquadramento del popolo, fino a oscurare il pensiero libero. 

L’aver rinominato il “Ministero della Pubblica Istruzione” in “Ministero del Merito”, quando lo sentii per la prima volta, mi fece davvero ribollire. 

L’educazione deve costruire la fratellanza, non può essere orientata alla competizione. Nella misura in cui si introduce la competizione, si forma inevitabilmente alla violenza, all’aggressività, alla divisione e, infine, si motiva la guerra stessa. Mi colpisce anche il modo subdolo con cui il mondo militare entra oggi nelle scuole, persino nella scuola primaria. Ho visto portare, su invito, i piccoli pazienti di Casa Sollievo della Sofferenza della pediatria oncologica all’aeroporto militare di Amendola, per far loro visitare i caccia, salire a bordo e, ufficialmente, per distrarli e offrir loro un momento di felicità. Mi sono chiesto: “Ma che cos’è questo? Che cosa vuol dire tutto ciò?” 

La mia storia proviene dal mondo della scuola e dell’educazione. Per questo motivo questi cambiamenti mi fanno pensare a un futuro diseducativo, che divide invece di unire, che non aggrega, che rifiuta la solidarietà che allontana la fratellanza. 

 2. Guerra, verità e democrazia tradita 

 Io ho due padroni – ogni tanto lo dico – perché, come vescovo rispondo alla CEI e al Papa, ma come responsabile della Fondazione di Casa Sollievo della Sofferenza e delle opere di Padre Pio, rispondo alla Segreteria di Stato. La Segreteria di Stato mi ha detto di essere “prudente” quando parlo di certi argomenti: un modo per tirarti le orecchie senza farti male! Ma come si può essere prudenti oggi, di fronte a ciò che vediamo e di cui siamo testimoni? Se “prudenza” vuol dire fermarsi e aspettare, allora non è più possibile tacere. 

La prima arma che abbiamo, a mio giudizio, è dire le cose come stanno. Il comandamento di non dire falsa testimonianza parte dagli occhi e 1 dall’osservazione: si guarda, si ascolta, poi si parla e, se serve, si denuncia assumendosi la responsabilità. Quanto sta accadendo a Gaza – ma non solo lì – è un genocidio. È un’azione disumana, voluta, non semplice una reazione ai fatti del 7 ottobre 2023. È qualcosa di pianificato da decenni, fin dalla nascita di quello Stato ebraico che, come europei ed occidentali, abbiamo definendolo “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Ma quando una democrazia – che dovrebbe essere il più umano dei regimi – si comporta così, allora diventa il peggiore dei regimi. 

Quando le democrazie pianificano e portano avanti certe azioni, si conferma il detto latino «corruptio optimi pessima» - la corruzione delle cose migliori porta al male peggiore. Lo vediamo con lo Stato di Israele, ma anche con le nostre democrazie occidentali, a partire da quella statunitense. 

 Non mi piace definire “America” gli Stati Uniti. L’America è molto altro, e grazie a Dio, anche migliore! Persino il paese confinante con gli USA si chiama “Stati Uniti”, ma del Messico”! La democrazia statunitense, dalla fine della Prima guerra mondiale, ancor più dopo la Seconda, è stata proposta come ideale assoluto, autorizzandola a programmare e giudicare il mondo secondo i propri interessi, a dividere le nazioni in buone e cattive, in stati amici e “canaglie”: questo modalità di giudicare non è accettabile. 

L’Europa, invece di essere autonoma, ha seguito gli USA come un cagnolino al guinzaglio. Eppure, le nostre leggi ora vietano anche di tenere gli animali al guinzaglio. 

L’Europa che si lascia guidare dagli Stati Uniti rinnega la propria identità. Le sue radici sono greche, romane, cristiane. Ricordo lo storico Giovanni Reale che parlava dell’Europa come nata in Grecia con la pólis, nata a Roma col diritto romano, cresciuta nei valori ebraico-cristiani della Bibbia e sviluppatasi con la scienza moderna e libera a partire da Bacone e Galileo. Ora stiamo tradendo tutto questo, lasciando che dieci super-ricchi con trilioni di dollari – come Elon Musk o Bezos – determinino l’agenda mondiale. 

Quando ho sentito che il presidente del Veneto accoglieva con entusiasmo Bezos a Venezia per lo sfarzo del suo matrimonio, ho pensato: “Perché questo entusiasmo non lo promette anche a chi fugge dal Nordafrica e rischia la vita sui barconi senza arrivare con jet privati e lussuosi?” 

 3. Nato, conflitti e occasioni mancate

Dobbiamo avere il coraggio di liberarci da questo guinzaglio USA. E, lo dico fuori da ogni prudenza e senza mezzi termini, a mio giudizio ciò significa uscire dalla NATO. 

Negli anni ’80, da giovane prete, prima della caduta del Muro, cercavo esperienze originali per l’animazione giovanile. Scoprii i pellegrinaggi a piedi verso Częstochowa, in Polonia, e vi partecipai accompagnando giovani. Mi presentavo come studente, anche se sapevano che ero prete. Dopo la caduta del Muro, i miei superiori mi chiesero di fondare una casa religiosa in quelle zone. Quando, nel 1991, si dissolse l’Unione Sovietica,  crollò anche il Patto di Varsavia. Quello era il momento giusto per sciogliere anche la NATO. Ma l’Occidente, convinto di essere vincitore, perse l’occasione di essere giusto e veramente libero. Fu allora che si riaprì la divisione del mondo. Avremmo dovuto riconoscere l’unità dell’umanità, come diceva Kant: “La terra è sferica, e ovunque vai, ti rincontri.” Invece, l’Occidente disse: “Noi abbiamo vinto, voi avete perso.” Riaprimmo la frattura della “guerra fredda” rendendola globale su tutto il pianeta. 

Una seconda occasione persa furono i trattati di Minsk (Bielorussia). Se l’Occidente li avesse rispettati, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non sarebbe avvenuta. Papa Francesco aveva ragione nel dire: “Siamo andati ad abbaiare sotto la porta di casa della Russia.” Io vivevo in Polonia quando questa entrò nella NATO e mi dissi: “stiamo andando verso una nuova guerra mondiale.” Giovanni XXIII, nella «Pacem in terris» (1963), scrisse che la guerra è «alienum a ratione», fuori dalla ragione. 

Dopo Hiroshima e Nagasaki non ci sono più motivi per non affermare che la guerra è contro la ragione. Eppure, continuiamo a costruire armi. Il culmine dell’ipocrisia è stato convincere Zelensky a non trattare con l’aggressore. È falso: non trattare significa prolungare la guerra ad oltranza a solo beneficio di chi costruisce armi. 

 4. Diplomazia e pace come scelta politica 

La diplomazia è uno strumento razionale, la guerra è uno strumento irrazionale. Quando ieri la nostra premier ha citato il proverbio «Si vis pacem, para bellum», le risponderei: “Cara Giorgia, studiati la storia.” Tutte le volte che si sono preparate armi, sono state usate, non tenute come soprammobili o monili da ostentare. 

Condivido l’analisi del Professor Alessandro Barbero: la situazione attuale somiglia a quella che precedette la Prima guerra mondiale. Dopo quarant’anni di pace, ci fu una corsa agli armamenti e quelle armi purtroppo vennero usate. La Prima guerra mondiale portò alla Seconda, poi alla Guerra fredda, ma anche a tanti conflitti attivi. 

Vorrei raccontare un’esperienza personale, a conferma che si deve sempre trattare. Nel 2006, da vicario generale della mia congregazione, andai in Sri Lanka, in piena guerra civile tra i cingalesi e le Tigri Tamil. I miei confratelli indiani, dopo lo tsunami del 2004, avevano avviato un progetto per costruire un villaggio per bambini. Per poterlo realizzare, dovetti incontrare sia i rappresentanti del governo locale ufficiale sia i leader delle Tigri Tamil (definiti dai primi “terroristi”). Solo così il progetto fu possibile, si è sviluppato ed è ancora attivo. Se avessimo trattato con una sola parte, l’altra lo avrebbe distrutto o ci avrebbe arrestato.

 Ai politici dico: “Se vuoi fare politica, non devi riarmare. Devi ripudiare la guerra. La tua arma è la diplomazia, il tuo dovere è metterci la faccia anche con chi consideri nemico.” L’Europa oggi non lo sta facendo. Vuole solo riarmare, magari per sostenere l’industria automobilistica tedesca... e un po’ anche la nostra in crisi. 

 Sono convinto che, almeno dalla Prima guerra del Golfo, passando per le guerre dei Balcani negli anni ’90, tutti i governi italiani, che si sono susseguiti e di colori diversi, hanno progressivamente smesso di rispettare l’articolo 11 della Costituzione. 

Abbiamo avuto, almeno in parte, governi anticostituzionali. 

 Non so se sono stato prudente. Ditemelo voi. 

 + p. Franco Moscone crs Brindisi

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 L’autore è arcivescovo di Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo. 

 Testo pubblicato il 25.6.2025 in www.archiviodischiena.it

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martedì 21 gennaio 2025

EDUCAZIONE CIVICA A SCUOLA

 


FORUM  DELLE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI DELLA SCUOLA

AIMC, AMDZ, ANDIS, ANFIS, CIDI, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, MCE, PROTEO FARE SAPERE

 Coordinatore  Antonio Giacobbi  - agiacobbi2010@libero.it

 Le nuove linee guida di educazione civica: una forzatura ideologica

Prima di emanare le nuove Linee guida di educazione civica, il ministro avrebbe dovuto, come previsto dal DM 35/92, ascoltare le scuole e fare un serio lavoro per comprendere come integrare quelle precedenti. Non lo ha fatto. Ha deciso invece dì riscrivere il testo. Perché? Sono le stesse ragioni per cui ha affidato alla commissione Perla la revisione delle Indicazioni nazionali del primo ciclo: virare decisamente su una curvatura ideologica e identitaria.

Avviene ormai con troppa frequenza che un cambiamento di governo porti con sé la voglia di intervenire sulla scuola marcando la differenza con ciò che è stato fatto in precedenza. Si pensi alla valutazione nella scuola primaria, alla “ispirazione” suggerita per le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, ai provvedimenti sul rapporto tra scuola a e lavoro, al voto in condotta e alle misure punitive. Al di là del merito, non va bene: la scuola non è un ufficio in cui applicare pratiche, ha bisogno di tempi più lunghi di formazione, di elaborazione, di esperienze. E di rispetto per il lavoro dei docenti che richiede anche di non gettare alle ortiche il lavoro fatto negli anni.

Rinviamo per approfondimenti ai contributi sui siti nazionali delle nostre Associazioni. E inoltre: L. Rondanini su Scuola7 del 23 settembre 2024 e il sito www.gessetticolorati.it

 1)    Il nuovo testo ha preso atto di alcune integrazioni alla legge originaria dovute alla L. 21/2024: “Interventi a sostegno della competitività dei capitali ecc.”. E così prevede, ad esempio, “…l’educazione finanziaria e assicurativa e la pianificazione previdenziale”. Non possono essere queste le finalità dell’educazione civica previste dalla legge istitutiva che recita: “L'educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”.

2) 2) I tre nuclei concettuali sono confermati: Costituzione, Sviluppo sostenibile, Cittadinanza digitale. Il testo definisce anche i traguardi di competenza e gli obiettivi di apprendimento, lo richiede la legge 92/2019.

Accanto ai valori della Costituzione, vi sono alcuni elementi che “marcano” una concezione dell’educazione civica molto discutibile che non condividiamo. a) L’idea di Patria come elemento identitario. È sottolineata in diversi punti. Ne riportiamo uno. Le Linee guida promuovono obiettivi di apprendimento “coerenti con quel sentimento di appartenenza che deriva dal nascere, crescere e convivere in un paese chiamato Italia” e ancora una “comune identità italiana come parte della civiltà europea e occidentale e della sua storia”. La visione che propone il testo è fortemente ideologica, italocentrica e nazionalistica, e va ben oltre quanto leggiamo in Costituzione, dove la parola Patria, sicuramente importante, è citata solo due volte. Le Linee Guida oscurano o, meglio, trascurano volutamente un fatto: l’idea di Patria ha un senso solo se non prevede recinti e confini che impediscono la comprensione, l’azione e la formazione dei cittadini del mondo.

Come non ricordare Don Milani:” Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro” (Da L’0bbedienza non è più una virtù).

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace”

c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere.

 Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento;

valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma  16)

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace” c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere. Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento; valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma 16)

Prima di Prima di tutto la Costituzione

I moltissimi traguardi per lo sviluppo delle competenze e obiettivi di apprendimento possono produrre dispersione e ostacolare la messa a fuoco di ciò che è prevalente. Spetta ai collegi dei docenti rivedere il curricolo di istituto e sono il consiglio di classe e il team docenti che devono effettuare le scelte conseguenti per i loro alunni.

Le scuole siano dunque protagoniste dell’autonomia organizzativa e didattica.

Nel rispetto della legge individueranno alcune priorità per ciascun anno di corso, perché non è possibile fare tutto e la scuola non può essere un contenitore di tutto. Pensiamo che la priorità possa essere data alle competenze e ai traguardi del nucleo concettuale “Costituzione”. Degli altri, invitiamo a valorizzare quelli che hanno a fondamento il concetto di “bene comune” e di responsabilità. E, soprattutto, a “praticare l’educazione civica” nell’insegnamento e nelle relazioni come rispetto e valorizzazione di ciascuno e di tutti, docenti e studenti.

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venerdì 4 ottobre 2024

NESSUN UOMO E' UN'ISOLA


 SACRIFICI 

PER 

IL BENE COMUNE


-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Uno shock collettivo

Le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sono state semplici e chiare: per risanare i conti pubblici, sarà necessaria una manovra che «chiederà sacrifici a tutti».

 E il ministro ha citato l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», un principio che per lui dev’essere «la stella polare» in questa situazione.

 In concreto, ha spiegato, per far fronte alle necessità del momento bisognerà reperire risorse da «tutto il sistema Paese»: «i privati, le aziende e soprattutto la Pubblica amministrazione, che sarà chiamata ad essere più performante e produttiva». In particolare, per quanto riguarda le banche e le aziende, si tratterà di «tassare i giusti profitti, gli utili», calcolati «in modo corretto».

 A prima vista non sembrerebbe un discorso sconvolgente. Invece lo è stato. La Borsa di Milano ha chiuso a -1,5%, il risultato peggiore in Europa.

 Peggiore anche del -1,32% di quella di Parigi, dopo l’annuncio di una «imposta eccezionale» sulle imprese e sui contribuenti più ricchi ipotizzata dal governo del nuovo premier, Michel Barnier.

 Ma non è stata solo la Borsa ad aver un shock: basta leggere, all’indomani dell’annunzio di Giorgetti, i titoli di prima pagina dei quotidiani – ad eccezione di quelli filo-governativi, che significativamente non hanno riportato la notizia o l’hanno relegata in un piccolo riquadro – per rendersi conto di quanto esso abbia scosso partiti e opinione pubblica.

 La maggioranza ha cercato di calmare gli animi e di rassicurare tutti: «Niente nuove tasse», è stato ribadito con forza da diversi suoi esponenti. Né essi potrebbero dire diversamente, per coerenza con il programma elettorale della destra, che, al n.4, prevedeva, fra gli altri punti, «Riduzione della pressione fiscale per famiglie, imprese e lavoratori autonomi» e «No a patrimoniali dichiarate o mascherate». E proprio a una “patrimoniale mascherata” fanno pensare le parole del ministro dell’Economia.

 Ma, nel tempo della post-verità, non è necessario che una affermazione sia conforme alla realtà: basta che lo sembri. E le parole in questo aiutano.

 Come nel caso delle accise sul gasolio, per le quali allo studio del Tesoro ci sarebbe un «meccanismo di allineamento» con quelle della benzina. Una possibilità che ha suscitato aspre reazioni. Anche in questo caso, l’accusa al governo è di essere incoerente con le promesse elettorali.

 Su X, allora, Giorgia Meloni scriveva: «Gli italiani continuano a essere spennati alla pompa di benzina… Per forza, le tasse sui carburanti sono tra le più alte al mondo! Abbassare, se non abolire, alcune folli e anacronistiche accise che gravano sugli automobilisti sarebbe un atto di civiltà!». E, l’opposizione ha rispolverato un video del 2019, durante la campagna elettorale, in cui l’attuale premier pretendeva che le accise venissero «progressivamente abolite».

 Ma anche qui il recupero è possibile, grazie alle parole: è stato subito precisato dal governo che non si tratta di un vero e proprio aumento delle accise del gasolio, bensì di una loro «rimodulazione». Miracoli del linguaggio. Vedremo se basteranno a fermare le proteste.

 Il problema delle imposte tra vincoli dell’economia e libere scelte politiche

Davanti a questo quadro, bisogna innanzi tutto constatare che, anche nell’ambito della politica fiscale (non è l’unico) i partiti al governo non stanno riuscendo a mantenere le promesse fatte quando chiedevano il voto agli elettori.

 Non è certo la prima volta nella storia che ciò accade. Prenderne atto serve solo a ricordare che ormai, al di là delle proclamazioni retoriche, di “svolte radicali” – a comandare la linea politica dei governi sono, in larga misura, le regole dell’economia, che impongono loro una sostanziale uniformità di scelte, anche quando le idee e i progetti sono diversi.

 Una seconda osservazione, che controbilancia la precedente, è che, un certo margine di autonomia la politica continua comunque ad averla. Lo dimostra il fatto che, sempre in campo fiscale, il governo in carica due promesse elettorali le aveva mantenute: «Pace fiscale e “saldo e stralcio”», sulla base di un «accordo tra cittadini ed Erario per la risoluzione del pregresso»; ed «Estensione della Flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro di fatturato».

 Anche se entrambe queste scelte appaiono problematiche. La Pace fiscale è accusata da più parti di essere in sostanza un puro semplice condono, che avvantaggia gli evasori fiscali e li incoraggia per il futuro a non pagare le tasse, irridendo e scoraggiano coloro che attualmente versano contributi esorbitanti proprio a causa della immunità di cui godono gli altri.

 Quanto alla Flat tax (“tassa piatta”) – già varata per i titolari di partita IVA con incassi lordi annui non superiori ai 65mila euro (ma di cui si prevede presto l’estensione anche ai redditi superiori) – è un sistema fiscale non progressivo per cui applica una sola aliquota d’imposta, a prescindere dall’ammontare dell’imponibile. Invece di pagare in percentuali proporzionate al loro reddito – e quindi più elevate per quelli che ne hanno uno maggiore – , i contribuenti  rispondono tutti sulla base della stessa percentuale.

 Una riforma che è stata contestata perché appare in contrasto con quello stesso art.53 della Costituzione, citato dal ministro Giorgetti, che, al secondo comma, recita: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». E che, secondo molti esperti, comporta in sostanza uno sgravio per i redditi più alti.

 La filosofia insita nella lotta contro le tasse

In entrambi i casi, le riforme che la destra aveva annunciato e sta attuando in campo fiscale prestano il fianco al sospetto di essere un favore alle classi più abbienti, in una prospettiva che ha sempre visto con aperta ostilità le tasse.

 Non bisogna dimenticare che i partiti di governo si ispirano tutti, anche se con accentuazioni diverse, alla visione e alla testimonianza vissuta di Silvio Berlusconi (per la cui morte hanno indetto il lutto nazionale), grande nemico delle tasse, al punto da dichiarare che la «giustificazione morale» dell’evasione è insita nel «diritto naturale».

 A questo gli italiani sono stati educati nel corso della Seconda Repubblica, una stagione di cui quella attuale è la naturale continuazione. Si capiscono, allora, lo sconcerto dell’opinione pubblica e l’imbarazzo del governo di fronte alle parole di Giorgetti quando cita l’art.53 della Costituzione (sia pure solo nella sua prima parte), ricordando che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Ce ne eravamo dimenticati.

 E, quel ch’è peggio, non aderiamo più alla filosofia sottesa a tutto questo articolo – primo e secondo comma – , che era quella della dottrina sociale cristiana, a cui aderiva la maggioranza dei padri costituenti, democristiani, su questo punto d’accordo con i loro colleghi del PCI e del PSI.

 Quello che ormai la grande maggioranza degli italiani pensa è che ognuno ha diritto di tenersi quello che è suo. Questo spiega l’adesione massiccia alla politica del governo nei confronti dei flussi migratori (ormai sempre più condivisa anche dal resto d’Europa, che si ispira alla stessa filosofia), con relativa “difesa delle frontiere”, a tutela del nostro sovrabbondante benessere (vedi gli sprechi spaventosi che esso comporta).

 E spiega anche l’ostilità verso le tasse, percepite come un abuso di uno Stato che – secondo la famosa espressione berlusconiana – vuole “mettere le mani nelle tasche” dei cittadini.

 Magari ci si dedica al volontariato e si fanno offerte alle fondazioni di beneficenza, ma il diritto di proprietà è un dogma indiscutibile e il principio delle tasse ne costituisce tendenzialmente una violazione. Posso regalare il mio, ma non essere obbligato a darlo alla comunità, perché il frutto del mio lavoro, o di quello dei miei genitori (nel caso delle successioni, per cui pure l’Italia è il paradiso degli ereditieri), o del denaro che in qualche modo mi sono guadagnato.

 Ma forse si perde di vista qualcosa…

È praticamente assente, nei più, la consapevolezza che in realtà ognuno di noi può crescere, studiare, lavorare, produrre e consumare, grazie a una società che lo precede, lo accoglie alla nascita e lo accompagna in tutte queste fasi, creando le condizioni per cui le sue potenzialità possono realizzarsi.

 E che essa può farlo solo perché e nella misura in cui i singoli non si limitano a percepirne i benefici, ma contribuiscono al mantenimento dei suoi servizi con quello che posseggono, che perciò non è solo in funzione del loro benessere, ma va impiegato perché anche altri abbiano quello che noi abbiamo ricevuto.

 Come si è molto indebolita, a livello collettivo, l’idea che siamo responsabili degli altri esseri umani, al di là di ogni appartenenza etnica e culturale, e a maggior ragione dei nostri connazionali poveri.

 Secondo i dati ufficiali sono più di cinque milioni. Uomini, donne, bambini, che non hanno neppure il necessario (per loro colpa? Il liberalismo classico lo sosteneva, ma oggi sappiamo che non è così). Il sistema tributario ha il compito, precisamente, di realizzare concretamente questa umana solidarietà.

 In ogni caso, poveri o ricchi, c’è una solidarietà – i cristiani la chiamano fraternità – che rende i nostri destini, lo vogliamo o no, dipendenti tra loro. Perché, come ha scritto nel Seicento il poeta inglese John Donne, «nessun uomo è un’isola, completo in se stesso./ Ogni uomo è un pezzo del continente,/ una parte del tutto./ Se anche solo una zolla fosse portata via dal mare,/ l’Europa ne è diminuita,/ come se lo fosse un promontorio,/ o una magione amica,/ o la tua stessa casa./ Ogni morte d’uomo mi sminuisce,/ perché io sono parte dell’umanità./ E dunque non mandare mai a chiedere/ per chi suona la campana:/ essa suona per te».

 Questa è la filosofia, oggi dimenticata, a cui si ispira la nostra Costituzione. E ora che il ministro Giorgetti ha avuto il coraggio di ricordaci la necessità di fare tutti dei sacrifici per il bene comune, forse, invece di farci prendere dal panico, dovremmo riflettere.

 *Scrittore ed editorialista – Pastorale della Cultura, Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu

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