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lunedì 1 dicembre 2025

LA CULTURA DEL DONO


 “Per una cultura del dono”, convegno a Falcone: le testimonianze dei maestri cattolici e delle associazioni

 



-         di Enzo Baglione

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Nell’aula consiliare del municipio di Falcone si sono riuniti i maestri cattolici della locale sezione dell'Associazione Italiana Maestri Cattolici e i rappresentanti di alcune associazioni di volontariato presenti nel comune di Falcone, per discutere sul tema “Per una cultura del dono”. Dopo l’introduzione della presidente Angela Raccuia, che ha evidenziato come “... dopo un lungo e a volte anche vivace confronto si è giunti a questo momento di condivisione gioiosa, - ha continuato - questa sera in quest’aula ci sono alcune delle più attive associazioni che operano e agiscono nel comune di Falcone”. È toccato all’ing. Carmelo Paratore, sindaco del borgo marinaro, che nel suo intervento di saluto ha evidenziato come “... la cultura del dono non è una cosa semplice, poiché́ oggi nel mondo c’è tanto egoismo generalizzato e purtroppo le persone che lo praticano sono semplicemente esseri inconcludenti che non riescono a lasciare alcun segno positivo nella vita”. 

Per fortuna - ha evidenziato ancora l’amministratore - ci sono tante altre persone che praticano concretamente la cultura del dono - e nel citare Gandhi ha concluso - “...sicuramente riusciranno a raggiungere traguardi immensi”. Al convegno, che ha registrato una massiccia partecipazione di maestri e semplici cittadini, non hanno fatto mancare il concreto contributo la sezione di Falcone dell’associazione Misericordia con il presidente Salvuccio Sottile, Pasquale Caliri vice presidente dell’associazione Falcone 2.0, l’associazione Talassa con il suo presidente Angelo Ventura e Rosetta Milone quale vice presidente dell’Aimc. Ognuno dei quattro rappresentanti, ha portato una testimonianza di quanto la propria associazione ha fatto e dato, nel comune di Falcone e anche nei paesi limitrofi nel corso degli anni in termini di “dono” nelle sue varie e diverse declinazioni.

Nella sua relazione padre Alessandro Caminiti, parroco della parrocchia di San Giovanni Battista e assistente spirituale della sezione locale dell’AIMC, ha evidenziato come: “...l’arte del donarsi, oggi stride con il modo di vivere e comportarsi da parte della nostra società nella quale è l’individualismo e l’egoismo a prevalere. Cos’è il dono? Il dono è dare qualcosa a qualcuno, senza aspettarsi nulla in cambio. È fondamentale promuovere la cultura del dono per promuovere la dignità̀ della persona”. 

Nella parte finale del suo intervento padre Caminiti, ha evidenziato, attraverso la parabola della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, come Gesù ha detto ai discepoli preoccupati dal fatto che non avevano cibo sufficiente per tutta la folla immensa presente “... date voi stessi da mangiare”, intendendo “voi non come soggetto bensì come complemento oggetto”, cioè̀ ognuno di noi è chiamato a dare e a condividere quel poco che ha con gli altri, così come ha detto Santa Teresa di Calcutta “...una goccia di ognuno di noi concorre a formare l’oceano”. È stata la psicologa e psicoterapeuta Chiara Librizzi, con la sua relazione dal titolo “Dono come legame comunitario” a declinare la differenza fra il donare e il donarsi, attraverso l’analisi del comportamento tenuto da San Francesco in due distinte circostanze della sua vita. 

Sul complesso e affascinante argomento, Librizzi ha illustrato il pensiero dell’antropologo francese Marcel Mauss, uno dei primi e massimi studiosi del dono, il quale analizzando il comportamento di alcune tribù̀ ha visto come il dono sin dalle origini “... è stato non un accordo di natura economica quanto una scelta morale fra le parti. Il dono è dunque una condivisione, è un collante sociale. Il dono è una circolazione è un vero reciprocare fra le parti”. Sull’argomento - ha ancora detto - “...il monaco Enzo Bianchi scrive che nel donare c’è un soggetto, il donatore che in totale libertà non costretto, per amore e per generosità̀ fa un dono all’altro indipendentemente dalla risposta di questo”. È fondamentale che il volontariato e il terzo settore diventino laboratori concreti e comuni del dono capaci di creare bene comune. Ha poi concluso il suo intervento ricordando, che la Repubblica Italiana con la legge del 4 ottobre 2015 ha istituito la giornata del dono.

Il convegno si è poi concluso in piazza “Principe Romeo”, dove l’AIMC ha regalato alla cittadinanza un angolo realizzato con sassi colorati realizzati con l’arte del riciclo creativo, per diffondere e ricevere messaggi di gioia, positività̀, coraggio e speranza.



mercoledì 3 luglio 2024

INTELLIGENZA ARTIFICIALE e DINTORNI

 

UNA MATTINATA 

A 

FALCONE

“Intelligenza artificiale e dintorni” è stato il tema della mattinata seminariale svoltasi a Falcone, nella sala consiliare del Comune, sabato 29 giugno, organizzata dalla sezione AIMC di Falcone (Me), animata dalla presidente Angela Raccuia.

All’inizio dei lavori è stato molto gradito il saluto del sindaco di Falcone, Carmelo Paratore, anch’egli professionista esperto nelle tecnologie informatiche.

I partecipanti, insegnanti dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore, hanno dinamicamente interagito con i tre relatori: monsignor Gaetano Tripodo dell’Arcidiocesi di Messina; Vito Scozzari, consigliere nazionale dell’AIMC; Giovanni Perrone, consigliere dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici.

Monsignor Tripodo si è soffermato sull’intelligenza artificiale e la sapienza del cuore, evidenziando la necessità di garantire a tutti una comunicazione pienamente umana. Noi, infatti rischiamo di lasciaci sedurre dalla nostra stessa immagine cristallizzata dalle tecnologie, dimenticando il nostro ruolo e le nostre responsabilità. Le nuove tecnologie sono una grande risorsa per l’intera umanità, ma dobbiamo essere consapevoli del loro limite e delle conseguenze negative che derivano dal non coglierlo.

L’I.A. può essere “forza motrice evangelica”. Perciò, occorre approfondire le implicazioni a livello teologico, spirituale e canonico e identificare i requisiti a livello strutturale, organizzativo e istituzionale per svolgere la “missione digitale” della quale la comunità ecclesiale e le associazioni debbono sapersene fare carico, con lungimiranza e con responsabilità.

Vito Luca Scozzari, grazie alla sua competenza informatica e all’insegnamento che svolge nelle scuole superiori, ha coinvolto tutti in attività di ChatGTP, sfatando la paura e i pregiudizi che sovente bloccano chi non ci ha mai provato.  Infatti, l’intelligenza artificiale ha fatto molta strada negli ultimi anni, con numerosi modelli e piattaforme sviluppati per consentire alle macchine di gestire opportunamente la grande quantità di informazioni che possiedono, comprendere e rispondere agli input del linguaggio naturale.

Tra questi c'è Chat GPT, acronimo di Generative Pretrained Transformer: uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale (o Natural Language Processing), potente e versatile, che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso.

Realizzata da OpenAI (organizzazione no profit per la ricerca sull’intelligenza artificiale) con l’obiettivo di ottimizzare la conversazione e facilitarne l’utilizzo da parte degli utenti, questa tecnologia ha il potenziale per migliorare notevolmente il modo in cui interagiamo con le macchine in una vasta gamma di applicazioni, dall’attività di progettazione alla verifica e all’implementazione dei percorsi educativi scolastici, alla traduzione linguistica fino alla scrittura creativa. Nel web si trovano vari strumenti, sia per gli alunni sia per i docenti. Se usati correttamente, questi strumenti hanno la capacità di migliorare l’apprendimento degli studenti e di trasformare il flusso di lavoro in modo significativo.

Giovanni Perrone ha evidenziato le numerose e interessanti sfide educative che ci vengono poste dalle nuove tecnologie di fronte alle quali non occorre avere paura, ma saperle governare, valorizzandone le grandi potenzialità e ripensando al nostro modo di insegnare e ai nuovi modi di apprendere dei nostri alunni. Infatti, come dice papa Francesco, “l’intelligenza artificiale è uno strumento affascinante e tremendo”. Mai, però, dobbiamo dimenticare che essa è un prodotto dell’uomo e che pertanto deve rispettare la dignità delle persone. Ogni progresso tecnologico deve essere assistito da un modus operandi che rafforzi la fraternità degli esseri umani, evitando di utilizzarlo per il benessere di pochi a discapito di molti o, addirittura, per fini di violenza e di distruzione dell’uomo e dell’ambiente.

Essa deve favorire la comunicazione umana, la creatività, l’intraprendenza, la responsabilità, il discernimento, la riflessività, la capacità di raggiungere la verità: non è lo strumento che ci deve governare, ma noi che dobbiamo apprendere a governarlo. Gli strumenti che il progresso scientifico produce sono senz’anima, non aperti all’empatia, che negli uomini si sostanzia nel ritrovare se stessi negli altri; non sono aperti alla trascendenza, che ci aiuta ad andare oltre e nel profondo e anche a comprendere il senso del limite.

Etica, libertà e dignità umana sono le colonne portanti del nostro cammino e punti di riferimento della nostra opera educativa. La scuola non può, perciò, ridursi all’uso passivo di strumenti, seppur ammalianti ed eccezionali, ma deve saper essere sempre spazio di allenamento del pensiero e di esercizio della responsabilità.  Di conseguenza, siamo chiamati a rivedere il nostro modo di insegnare e di apprendere, di essere e di relazionarci, senza paure e senza inganni.

L’incontro è stato saggiamente coordinato da Enzo Baglione, dell’AIMC di Falcone.

 

 

 

sabato 23 maggio 2020

CAPACI. IL CORAGGIO DI OGNI GIORNO


L'Italia ricorda la strage di Capaci

Si intitola ‘Il coraggio di ogni giorno’, l’iniziativa dedicata alla memoria delle vittime delle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio, nel 1992, organizzata come ogni anno dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, in collaborazione con la Polizia di Stato, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e con l’associazione ‘Quarto Savona Quindici’.

di Alessandra Zaffiro

Il Covid-19 cambia la modalità delle iniziative, ma non l’intensità dell’emozione nel ricordare le vittime delle stragi di Capaci e via D’Amelio nelle quali il 23 maggio persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i componenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani e, 57 giorni dopo, il 19 luglio, Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Nessuna 'nave della legalità' carica di studenti provenienti da tutta Italia è approdata stamani a Palermo, nessuna manifestazione all’aula bunker del carcere dell'Ucciardone, nessun corteo colorato da disegni e striscioni, nelle piazze e nelle vie del capoluogo siciliano non riecheggiano le voci di migliaia di bambini e ragazzi coinvolti nelle commemorazioni, ma l’emergenza sanitaria non ferma l’iniziativa #PalermoChiamaItalia, della Fondazione Falcone e del Ministero dell’Istruzione intitolata quest’anno “Il coraggio di ogni giorno”, dedicata all’impegno di tutti i cittadini, che in questi mesi di emergenza del Paese, con impegno e sacrificio, hanno operato per il bene della collettività: la manifestazione si trasferisce sul web con ricordi, spettacoli in streaming, incontri a distanza e sui canali social e attraverso gli  hasthag  #23maggio2020, PalermochiamaItalia, #FondazioneFalcone e #ilcoraggiodiognigiorno.
Mattarella: dalle stragi del '92 è nata la reazione della società
"La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà  di giustizia e di legalità". Lo afferma il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, nel saggio rivolto ai giovani delle scuole coinvolte nel progetto “La nave della legalità”, nel 28° anniversario della strage di Capaci. “I giovani sono stati tra i primi a comprendere il senso del sacrificio di Falcone e di Borsellino e ne sono divenuti i depositari, in qualche modo anche gli eredi. Dal 1992, anno dopo anno, nuove generazioni di giovani si avvicinano a queste figure esemplari e si appassionano alla loro opera e alla dedizione per la giustizia che hanno manifestato. Cari ragazzi – conclude il Presidente Mattarella - il significato della vostra partecipazione, in questa giornata, è il passaggio a voi del loro testimone. Siate fieri del loro esempio e ricordatelo sempre”. 
De Raho: Falcone e Borsellino sono modelli“
Sono stati dei maestri, colleghi che abbiamo guardato come modelli. Sono stati portatori di una nuova cultura del contrasto alle mafie con la specializzazione, attraverso l’individuazione dei flussi finanziari, attraverso la cooperazione giudiziaria”. Così il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, durante l’iniziativa #PalermoChiamaItalia, che, nel corso della conferenza stampa di presentazione della manifestazione del Ministero dell’Istruzione e della Fondazione Falcone, ha sottolineato come, approfittando della crisi sanitaria che stiamo vivendo, le mafie “ricerchino consenso sociale e facciano reclutamento”. “Le mafie approfittano della sofferenza”, ha ricordato De Raho, affermando che quella del 23 maggio è una celebrazione quanto mai importante, giacché aiuta i giovani a capire che i nostri modelli vanno cercati tra chi ha guardato al bene comune”.
Gli appuntamenti delle commemorazioni
Questa mattina alle 9 il prefetto di Palermo, Giuseppe Forlani, il questore di Palermo, Renato Cortese, Maria Falcone, sorella del giudice, e Tina Montinari, vedova del caposcorta del magistrato, il comandante provinciale dei Carabinieri, Arturo Guarino, e il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Antonio Quintavalle, hanno deposto una corona davanti alla Stele sul luogo della strage in una Capaci assolata. “Speriamo di riuscire a scoprire tutta la verità sulla strage di Capaci. Prima possibile, anche se sono passati 28 anni e ancora non abbiamo avuto piena giustizia”, ha detto Tina Montinaro. “La mafia non ha vinto quel giorno - ha aggiunto - e sicuramente non vincerà. Quel giorno è stata persa una battaglia da parte dello Stato, ma non la guerra. Confido nei tanti giovani per proseguire con la voglia di riscatto”. Tra gli appuntamenti anche la Conferenza dei Rettori siciliani di Palermo, Catania, Messina e Kore di Enna, organizzata per ricordare le vittime della mafia. “Come è stato possibile che un viaggio coperto dal segreto fosse stato noto a chi aveva commesso l’attentato?”. E’ l’interrogativo che si pose il Cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, quando apprese della strage di Capaci: a ricordare l’episodio, monsignor Salvatore Gristina, Presidente della Conferenza episcopale siciliana e arcivescovo di Catania, all’epoca assistente del prelato, intervenendo in streaming all’evento. La giornata di commemorazioni è proseguita a  mezzogiorno con la messa di suffragio nella chiesa di San Domenico, il Pantheon dei palermitani illustri, che accoglie anche le spoglie di Falcone. Nel pomeriggio, alle 17.58, ora della strage, il “Silenzio” suonato da un trombettista della Polizia di Stato davanti all’albero Falcone senza la partecipazione dei cittadini a causa dell’emergenza Covid-19, invitati dalla Fondazione intitolata al giudice ad affacciarsi tutti insieme alle 18 per appendere dal balcone un lenzuolo bianco, come  nel ’92 quando, su iniziativa della società civile, i balconi di Palermo si riempirono di lenzuoli bianchi in segno di ribellione alla mafia dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. La stessa iniziativa scelta quest’anno dalla Fondazione Falcone che, a causa delle misure anti coronavirus, ha scelto lo slogan: ‘Il mio balcone è una piazza’, accolta a Palermo anche dalla Questura, dalla Prefettura, dal Comune, e ancora a Villa Pajno, residenza del prefetto, dalla Cgil e a Palazzo Gulì, sede del ‘No Mafia Memorial’ dove, come deciso dal Centro Giuseppe Impastato, che lo gestisce, i lenzuoli esposti sono due: uno per le vittime di Capaci e uno per i medici e gli infermieri che hanno perso la vita mentre fronteggiavano il Covid.
Emergenza sanitaria e mafia
L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo offre alla mafia non solo spazi di infiltrazione e di accaparramento ma anche la possibilità di recuperare una quota del consenso sociale perduto. L’allarme è stato lanciato, intervenendo all’assemblea aperta dei rettori siciliani, dal questore di Palermo, Renato Cortese. “Lo Stato - ha detto - ha fatto molti passi avanti. Palermo oggi non è quella di venti anni fa. Ma l’obiettivo di liquidare definitivamente la mafia non è stato ancora raggiunto. Basta andare in giro per vedere che le estorsioni non sono finite, i commercianti pagano ancora il pizzo, la droga riempie le nostre piazze e attrae molti giovani”. Anche se il confronto con il passato induce all’ottimismo, Cortese avverte comunque il rischio che le difficoltà  del momento possano “ricreare attorno alla mafia quel consenso e quella fiducia malata che in tutti questi anni si è cercato di sciogliere”.
Gli artisti siciliani cantano “Siamo Capaci… di dire no”
In occasione del 28 anniversario della strage di Capaci, su iniziativa della Polizia di Stato, Roy Paci ha deciso di chiamare a raccolta tutte le voci siciliane in un’unica grande comunità battezzata C.I.A.T.U. (Collettivo Indipendente Artisti della Trinacria Uniti) ed ha dato vita al brano ‘Siamo Capaci’, i cui proventi delle vendite saranno devoluti, in collaborazione col Ministero dell’Istruzione, alla scuola Pertini del quartiere Sperone di Palermo, recentemente vandalizzata, ad altre scuole in contesti difficili del territorio e, in collaborazione con l’Associazione Libera, a sostegno di progetti educativi rivolti a giovani siciliani. Al maestro Roy Paci e al cantautore Giuseppe Anastasi è stato affidato il compito di tradurre in musica i sentimenti di speranza, rinascita, condivisione. Un testo per una Sicilia sempre più giusta, sempre più forte, sempre più consapevole, sempre più fiduciosa: è questo l’auspicio cantato a gran voce dagli artisti dell’isola. “Per non rendere vano – si legge in una nota dei promotori dell’iniziativa - il grande esempio lasciatoci in eredità da questi servitori dello Stato, a cui ciascuno dovrebbe guardare con profondo orgoglio e grande ammirazione, sabato 23 maggio cantiamo insieme “Capaci come siamo di dire no”.





mercoledì 22 maggio 2019

23 maggio - STRAGE DI CAPACI - FARE MEMORIA PER COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE

La strage di Capaci fu un attentato esplosivo compiuto da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 nei pressi di Capaci (PA), per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell'autostrada A29, alle ore 17:56, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. Oltre al giudice, morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza.

Occorre fare memoria, per risvegliare le coscienze di tutti, per costruire un Paese migliore, ove ogni persona possa maturare pienamente le proprie potenzialità, superando ogni forma di ingiustizia, di violenza, di demagogia, di chiusura.



domenica 21 ottobre 2018

PADRE PUGLISI E LA VITTORIA SULLA "MAFIA ... BUONA"

Gli «esempi» 
che hanno dato frutto
SULLA «MAFIA BUONA» UNA VITTORIA CULTURALE

di Giuseppe Pignatone*

La storia della vita e della morte di padre Puglisi rende un’idea della violenza incombente e senza limiti di quella condizione di offesa continua alla dignità umana in cui si viveva a Palermo, e che a padre Puglisi fece dire: «Chi usa la violenza non è un uomo, si degrada da solo al rango di animale». E di questa minaccia imminente, di questo rischio della vita tanti erano consapevoli: persone comuni e persone più esposte per il lavoro che facevano o il ruolo che ricoprivano. Lo erano Falcone e Borsellino, lo erano Piersanti Mattarella e Pio La Torre, lo era Padre Puglisi, che si preoccupò di non esporre a pericolo i suoi amici, quelli che gli erano stati affidati dal Padre (Gv. 17,8). E di quei rischi erano consapevoli tanti altri che, per un caso o per un disegno della Provvidenza, non sono stati colpiti dalla violenza mafiosa.
Riandando con il pensiero a quegli anni, penso che tanti, tantissimi, hanno cercato di portare avanti, a Palermo e in Sicilia, una 'normalità impossibile'. Proprio perché la situazione era questa io credo che sia giusto ripetere in ogni occasione che noi, cioè lo Stato italiano, abbiamo sconfitto quella mafia, la Cosa nostra corleonese, la mafia delle stragi, la mafia che aveva sfidato lo Stato pretendendo di trattare da una posizione di superiorità. Una sfida che è durata troppo a lungo, costata troppe vittime e troppi sacrifici, ma che è stata vinta senza leggi eccezionali, nel rispetto della Costituzione e dei codici. Il delitto di Brancaccio, insieme alle bombe piazzate proprio dai mafiosi agli ordini dei Graviano a San Giovanni («cuore della Roma cristiana», secondo la definizione del cardinale Ruini) e a San Giorgio al Velabro il 27 luglio 1993, rappresentano una intimidazione a tutta la Chiesa e una risposta alle parole pronunziate da Giovanni Paolo II ad Agrigento poche settimane prima, il 9 maggio. Queste parole colpirono profondamente i mafiosi perché denunziavano direttamente una delle ipocrisie chiave nella falsa rappresentazione che le mafie danno di sé: quella di essere una vera religione, coerente e compatibile con quella cattolica, ancora così importante nelle nostre regioni.
Naturalmente la vittoria processuale, se così si può dire, sulla mafia corleonese è frutto anche di una battaglia culturale che è e che sarà decisiva per la vittoria su tutte le mafie. E su questo punto cruciale l’esempio di padre Puglisi rimane di assoluta attualità. Diceva: «Non dobbiamo tacere, bisogna andare avanti. Ciò che è un diritto non si deve chiedere come fosse un favore». Parole ancora attuali, e non solo a Palermo. Mi tornano in mente le parole di Paolo Borsellino che invitava a parlare comunque, in ogni occasione, della mafia, perché la mafia cerca il silenzio, il nascondimento, la disinformazione, come si vede in ogni parte d’Italia.
Quelle di padre Puglisi non erano solo parole vane, ma parole che generavano effetti inaccettabili per i mafiosi. Naturalmente non era un illuso. E la sua frase più famosa, «se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto», segue l’affermazione piena di realismo con cui mette in guardia i suoi amici: «Le nostre iniziative devono essere un segno. Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio. Questa è un’illusione che non possiamo permetterci».
A queste parole di Padre Puglisi io vorrei affiancare quelle di due altri grandi siciliani. Giovanni Falcone: «Si può sempre fare qualcosa» dovrebbe essere scritto sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto. Piersanti Mattarella, in un discorso ai giovani, disse: «Non vi lamentate se il personale politico della Dc siciliana è mediocre e impresentabile, perché la responsabilità più grande e più grave è quella degli onesti e dei capaci che se ne lavano le mani e non si impegnano per cambiare le cose». Lo storico Andrea Riccardi si chiede se alla fine per Mattarella, come per Puglisi, non si possa parlare di vite sprecate per realizzare sogni impossibili. Al di là della risposta della fede – che riguarda la coscienza di ognuno e che si basa sulla parabola, cara a padre Puglisi, del chicco di grano che se non cade e marcisce non dà frutto – anche in una logica laica gli esempi di Mattarella e di padre Puglisi, uniti a quelli di tanti altri, hanno portato frutto.
Non solo per quella che ho definito la sconfitta processuale della mafia corleonese, ma anche sul piano – decisivo – della crescita culturale. Fino a non molto tempo fa 'mafia' non coincideva affatto con 'criminalità'; si poteva essere mafiosi senza sentirsi né essere considerati delinquenti. Oggi non è più così. Nessuno più oserebbe parlare di una 'mafia buona' o definire la mafia 'un normale modo di comportarsi'.
Ecco, io – che ho vissuto quei tempi in cui tutto questo avveniva – credo che si tratti di un cambiamento di fondamentale importanza, determinato certo dalle stragi e dalle migliaia di vittime, ma anche dall’esempio positivo di tanti, a cominciare naturalmente da quello, eroico fino al martirio, di padre Pino Puglisi.

*Magistrato, procuratore della Repubblica di Roma




martedì 22 maggio 2018

23 MAGGIO - INSIEME PER NON DIMENTICARE. L'ESEMPIO DEL CORAGGIO, IL VALORE DELLA MEMORIA

Il 23 maggio si celebra l’anniversario della morte di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, del giudice Francesca Morvillo, moglie di Falcone, e degli uomini delle loro scorte Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano.


Il XXVI anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio dedicato agli uomini e donne delle scorte “angeli” di Falcone e Borsellino
È nel nome degli ‘angeli’ del passato e del presente, degli uomini e delle donne delle scorte che hanno rischiato e rischiano quotidianamente la vita per proteggere servitori dello Stato come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che quest’anno si commemora il XXVI anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio in cui persero la vita i giudici Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti delle loro scorte Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Claudio Traina. La manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il Patrocinio del Senato della Repubblica.

Oltre 70.000 ragazze e ragazzi saranno coinvolti il prossimo 23 maggio in tutta Italia nelle iniziative di #PalermoChiamaItalia promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dalla Fondazione Falcone. Iniziative che nel corso degli anni, a partire dal 2002, si sono arricchite di importanti contributi grazie agli accordi firmati con l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), consentendo di portare nelle scuole esperti e attività didattiche mirate alla diffusione della cultura del rispetto e della legalità.
Anche quest’anno il cammino verso la consapevolezza dell’importanza di una cittadinanza attiva e responsabile culminerà il 23 maggio a Palermo. Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci migliaia di studentesse e studenti delle scuole e delle università ricorderanno il sacrificio dei servitori dello Stato morti per mano criminale. Le celebrazioni istituzionali si terranno nell’Aula Bunker dell’Ucciardone, luogo simbolo del Maxiprocesso a Cosa Nostra. Sono previste, poi, attività nelle piazze e nelle scuole della città. A Palermo ci saranno le studentesse e gli studenti siciliani, ma anche gli oltre mille ragazze e ragazzi che arriveranno, la mattina del 23 maggio, con la Nave della Legalità che salperà il pomeriggio del giorno prima dal porto di Civitavecchia, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 
A bordo della Nave studentesse e studenti troveranno anche un “equipaggio” speciale composto da 50 giovani dell’Università degli Studi di Milano accompagnati dal loro docente, il professore Nando Dalla Chiesa, che parteciperanno a momenti di riflessione e attività sul tema della lotta alla criminalità organizzata. Il Prefetto Filippo Dispenza, vertice della struttura che assiste i familiari delle vittime di mafia e terrorismo della Polizia di Stato, illustrerà alle studentesse e agli studenti progetti sul tema della legalità. Sulla nave dibatterà con le ragazze e i ragazzi anche Claudia Loi, sorella di Emanuela Loi, agente della scorta di Borsellino. Il viaggio è reso possibile grazie alla collaborazione con Grandi Navi Veloci (GNV), società del Gruppo MSC, che mette a disposizione una delle sue navi.
Il “no” alle mafie verrà rilanciato il 23 maggio in 10 Regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia, Toscana e Umbria) da migliaia di studentesse e studenti in una sorta di “staffetta” a distanza. A coordinare le attività nelle città coinvolte saranno gli Uffici Scolastici Regionali.
“Il 23 maggio e il 19 luglio, date delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, sono anniversari importanti del nostro calendario civile – dichiara la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli – in cui ricordiamo donne e uomini che hanno perso la vita a causa del potere mafioso, mentre con profondo senso del dovere servivano lo Stato. Celebrare queste date è importante per rammentare a tutte e tutti noi come sia cambiata la vita civile e democratica del Paese dopo quella primavera e quell’estate del 1992. Farlo con le nuove generazioni è imprescindibile: ogni anno migliaia di studentesse e studenti, pur non avendo avuto esperienza diretta di quei terribili anni che hanno insanguinato l’Italia, mostrano apertura, curiosità, interesse, protagonismo e responsabilità e raccolgono la chiamata di Palermo a mostrare la loro opposizione alle mafie – a tutte le mafie – e alla criminalità organizzata. Queste giovani e questi giovani che, attraverso la scuola, diventano cittadine e cittadini attivi e consapevoli sono il miglior modo per onorare la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e dei loro ‘angeli’, le loro scorte, per non disperdere i loro insegnamenti e il valore del loro impegno, per proseguire la loro battaglia per la legalità, la democrazia e la libertà”.
“Quest’anno dedichiamo la ricorrenza del 23 maggio agli agenti di scorta caduti negli attentati di Capaci e via D’Amelio – spiega la presidente della Fondazione Falcone, Maria Falcone -. Giovanissimi, spesso poco più che ragazzi, hanno questo in comune: erano uomini e donne dello Stato morti per aver fatto con coscienza il loro lavoro, così duro e pericoloso, fondamentale nella lotta alla mafia. Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano – gli ‘angeli delle scorte’, come amiamo chiamarli – sono da tutti noi ricordati per quel grande senso del dovere che li accomuna a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino. È questo l’insegnamento che viene dal loro sacrificio: l’antimafia, quella vera, esige che ciascuno agisca, quotidianamente, con onestà e onore. Il loro esempio è un monito per tutti noi, adulti e giovani, perché nessuno può considerarsi esente da questo imperativo morale”.
La commemorazione onorerà tutte le donne e tutti gli uomini delle Forze dell’Ordine che hanno sacrificato la vita nella lotta alle mafie. Questo anche attraverso la speciale collaborazione fra il MIUR, la Fondazione Falcone e la Polizia di Stato che nei mesi scorsi hanno bandito due concorsi dedicati agli “Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria” per le scuole d’Italia e quelle di Palermo e provincia.
“La vera battaglia contro la Mafia non è solo combattere contro un’organizzazione criminale particolarmente pervasiva. È la battaglia per riaffermare i nostri diritti e le nostre libertà – afferma Franco Gabrielli, capo della Polizia – perché a volte pensiamo che i diritti e le libertà possano essere limitati soltanto da un oppressore straniero o da un’occupazione armata, ma ci sono forme di dipendenza e di soggezione molto più subdole e molto più invasive ma non per questo meno preoccupanti per la democrazia. Credo che il modo migliore per ricordare chi è morto nel nome di questi ideali e per questi valori, perché erano dei grandi giudici e dei grandi poliziotti, sia quello di avere coscienza di tutto questo”.

venerdì 16 febbraio 2018

PALERMOCHIAMAITALIA - PRESENTAZIONE INIZIATIVE PER IL XXVI ANNIVERSARIO DELLE STRAGI MAFIOSE

    
    Anche quest’anno #PalermoChiamaItalia e l’Italia risponde. Saranno circa 70.000 le studentesse e gli studenti che, il 23 maggio 2018, si uniranno per dire il loro “no” a tutte le mafie, partecipando alle iniziative organizzate in occasione del XXVI anniversario delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. A presentare gli eventi e le attività in programma, lunedì 19 gennaio, alle ore 14, nella Sala della Comunicazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in viale Trastevere 76/A, ci saranno la Ministra Valeria Fedeli, il Capo della Polizia, Franco Gabrielli, la Presidente della “Fondazione Falcone”, Maria Falcone, la Presidente dell’Associazione “Quarto Savona Quindici”, Tina Montinaro, moglie di Antonio, agente della scorta del giudice Giovanni Falcone.
     Durante l’incontro sarà, inoltre, presentato il concorso “Angeli custodi: l’esempio del coraggio, il valore della memoria”, rivolto a studentesse e studenti delle istituzioni scolastiche italiane di ogni ordine e grado, statali e paritarie, per riflettere sul coraggio di donne e uomini della Polizia di Stato impegnati nei servizi di scorta, che difendono la vita degli altri mettendo a rischio la propria e per ricordare quanti hanno sacrificato la loro esistenza nell’adempimento del proprio dovere per difendere la giustizia, la legalità e la democrazia nel nostro Paese.
     Prenderanno parte alla conferenza stampa anche le studentesse e gli studenti dell’Istituto Comprensivo “Virgilio” e quelli dell’IPSSEOA “Amerigo Vespucci” di Roma che illustreranno un progetto, da loro realizzato, sul tema della legalità.
      #PalermoChiamaItalia è l’iniziativa  organizzata dalla Fondazione Falcone e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per la commemorazione delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui hanno perso la vita i giudici Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini e le donne delle loro scorte, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Claudio Traina.

L’evento verrà trasmesso in diretta streaming sul sito www.miur.gov.it
Per accrediti stampa: uffstampa@istruzione.it


martedì 18 luglio 2017

PAOLO BORSELLINO: UN MAESTRO DI VITA

                     La lezione semplice di Borsellino: 

                                fare il proprio dovere

Nel libro di Alessandra Turrisi, “L’uomo giusto”,
 il ritratto inedito del giudice ucciso a Palermo dalla mafia, il 19 luglio 1992 
Il racconto delle persone a lui più care:
 «Non fu un eroe, ma un esempio per tutti»

              «Chissà se il buon Dio perdonerà Palermo », canta, come una preghiera, Carmen Consoli in un brano dedicato all’Esercito silente di una Palermo «baciata da sole e mare», che fa i conti con «antichi rancori e ferite aperte » e che ogni giorno lotta per il riscatto: rispetto al passato insanguinato e al presente di chi non vuole che la città cambi. Contro chi crede che basti decapitare una statua di Giovanni Falcone davanti alla scuola a lui intitolata allo Zen o bruciare la foto simbolo in cui Falcone e Borsellino sono insieme sorridenti, per cancellare la sfida nuova di Palermo, quella di «Giovanni e Paolo, ancora vivi» e il loro esempio di «compiere il proprio dovere», fino in fondo. È il messaggio che emerge con forza, ma con un tono mite, senza sensazionalismi, dal libro di Alessandra Turrisi, Paolo Borsellino, l’uomo giusto (San Paolo, pagine 120, euro 15,00), in cui la giornalista, collaboratrice di Avvenire, ripercorre la figura esemplare del magistrato siciliano ucciso dalla mafia – il 19 luglio 1992, nella strage di via D’Amelio – attraverso le voci delle sue amicizie più intime, i racconti di chi lo ha conosciuto più da vicino, che in maniera semplice e profonda scavano nella memoria dei giorni trascorsi con Paolo. 
        C’è il ricordo appassionato di Diego Cavaliero (oggi giudice alla Corte d’Appello di Salerno), uditore giudiziario quando Borsellino era procuratore a Marsala, con cui costruirà una salda amicizia durata tutta la vita: il 12 luglio del 1992 Borsellino era da lui in Campania per fare da padrino di battesimo al figlio Massimo: «Ma non è Paolo quello che ho di fronte, è completamente diverso ».              C’è il cardiologo Pietro Di Pasquale che ripercorre minuto per minuto quella domenica surreale. C’è il barbiere Paolino Biondo, da cui andava ogni quindici giorni: «Paulì, me li tagli i capelli?». C’è don Cesare Rattoballi, parroco dell’Annunciazione del Signore, che raccoglie le sue ultime confessioni: «Ora tocca a me». C’è la sua famiglia – la moglie Agnese, i figli Lucia, Fiammetta e Manfredi – ma sempre sullo sfondo. Ci sono i superstiti, i “miracolati” di chi doveva essere lì e per fortuna non c’era.
               Quello che ci offre la Turrisi è un affresco inedito ed emozionante non di un eroe, ma di un uomo con un «sorriso di accoglienza» e una «risata contagiosa», severo ma «giusto », di grande fede, che «quando va in Chiesa, entra in ginocchio ed esce in ginocchio», «un padre, con tutte le sue debolezze, un figlio fino alla fine vicino alla madre». Un magistrato che «ha voluto compiere fino in fondo il proprio dovere», senza compromessi, ecco. «Accettando il rischio», qualunque siano – è lui che parla – «le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio. E vorrei dire, anche di come lo faccio». Senza lasciarsi «condizionare dalla sensazione o dalla certezza che tutto questo può costarci caro». Parole pronunciate venti giorni dopo l’uccisione di Falcone, quando sapeva bene che il prossimo sarebbe stato lui. Il suo testamento morale, divenuto patrimonio di tutti, è in quel discorso al termine della marcia organizzata dall’Agesci in ricordo dell’amico Giovanni, nella chiesa di San Domenico, il 20 giugno 1992: «La lotta alla mafia non doveva essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».           
            Come? «Facendo il nostro dovere, rispettando le leggi. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!».
           Il 19 luglio 1992, alle 16.58, una Fiat 126 imbottita di tritolo, viene fatta esplodere in via D’Amelio. Non c’è scampo per il giudice Borsellino e per cinque agenti di scorta, i suoi “angeli custodi”. «Quel pomeriggio – scrive Turrisi – un cazzotto nello stomaco colpisce i palermitani e non solo». Ma Palermo non sarà più la stessa. Dopo 25 anni «Paolo e Giovanni sono ancora vivi». E chissà se il «buon Dio perdonerà Palermo».
Giuseppe Matarazzo
Da Avvenire