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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

mercoledì 18 febbraio 2026

TECNOLOGIA E VERITA'


 “Nell’era della tecnica

 e della produttività

 non riconosciamo 

più la verità”

La tecnologia e l’obiettivo 

di essere sempre produttivi 

impediscono di mettere a fuoco ciò che è vero e ciò che è falso.

 Il filosofo e psicoanalista, Galimberti,

 legge la nostra società e parla anche d’amore

di Valeria Pini

Un’indagine sulla verità in un mondo dominato dalla tecnica e sempre più in crisi a livello globale. Un’era in cui l’uomo, convinto di controllare tutto anche quando ormai non è più padrone di niente, costruisce la propria definizione di ciò che è vero. Perché, oggi, a comandare sono sempre più la tecnologia e la produttività. Più che mai si definisce “vero” solo ciò che funziona e la verità è sempre più in balìa del potere, dei padroni del mondo, diventando pretesto per guerre e conflitti. Un contesto che rende tutti più fragili e in preda a continue disillusioni, come spiega Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, nel suo ultimo libro Le disavventure della verità (Feltrinelli editore).

Professore, come mai, in un’epoca in cui la scienza sembra dare spazio solo alla verità oggettiva, continuiamo a vivere di illusioni?

«La scienza “pensa” in modo cristiano, considera il passato negativo e il futuro positivo, in quanto quest’ultimo porta progresso. Anche Marx vede nel passato l’ingiustizia sociale, nel presente le contraddizioni del capitalismo e nel futuro la giustizia sulla Terra. Freud collega al passato nevrosi, psicosi e traumi, pensa al presente come terapia e al futuro come guarigione. Il cristianesimo è una cultura, un modo di pensare e noi siamo un po’ vittime di questo pensiero. Solo chi ha sperato, infatti, si trova sul palco della disperazione. Anche i politici dicono di sperare. Quando gli antichi greci definiscono l’uomo “mortale” costruiscono l’etica del limite, che impedisce all’essere umano di andare oltre le proprie capacità. Se vuoi essere felice, realizza quello che sei, ciò per cui sei nato, ma non oltrepassare la tua misura».

Che cosa pensa del pensiero no vax, diffusosi paradossalmente proprio in un’epoca di massimo sviluppo scientifico e tecnologico?

«Se la scienza è un sapere oggettivo, valido per tutti, in quanto la sua sperimentazione può essere riprodotta ovunque da chiunque, portando allo stesso risultato, pensare che la mia opinione valga di più è segno di stupidità. Ciò accade anche perché a scuola la scienza non viene studiata». In questo quadro, la medicina, in quanto sapere scientifico rivolto alla cura dell’essere umano, come si dovrebbe porre? «La medicina non deve più essere “morbo-centrica” ma antropocentrica, deve cioè mettere al centro l’uomo. Il medico deve mettere da parte la propria morale, facendosi carico della sua responsabilità sociale. Non si può rifiutare l’aborto a un’adolescente o dire “no” all’eutanasia».

C’è quindi da chiedersi se la conoscenza sia ancora l’unico modo per arrivare alla verità: è così?

«A colpi di ignoranza non vai avanti nella vita. Il sapere è la condizione per cui l’uomo è diverso dall’animale, che vive di istinto. Noi non abbiamo l’istinto e per questo non siamo liberi».

Secondo lei, considerando il contesto di forte spinta del progresso tecnologico, in che misura quest’ultimo influisce sulle nostre vite?

«Tutti pensano che la tecnica sia uno strumento nelle mani dell’uomo. Non è così: oggi la tecnica è un mondo, non un mezzo. Noi siamo in questo mondo. Vogliamo e desideriamo la tecnica, pensiamo che ci porti al progresso. Un giorno una signora mi ha chiesto se fosse il caso di dare il cellulare a un bimbo in quarta elementare. Gli ho detto di sì, perché altrimenti si rischia di privarlo di socializzazione. La tecnica è diventata società, psicologia e anche psicopatologia».

In questa era dominata dalla tecnologia, a che cosa è collegata la depressione?

«Un tempo la depressione aveva come tematica la colpa, mentre ora ha come tematica l’inadeguatezza. Oggi tutto è lecito, tutto è stato sdoganato, a partire dalla sessualità. Ora ognuno di noi è in un apparato che ci chiede di raggiungere degli obiettivi. Se non riesco a realizzare una performance che mi faccia emergere mi sento inadeguato. Allora cosa faccio? Prendo sonniferi, antidepressivi e, se non basta, cocaina. Quindi è cambiata anche la psicopatologia. La tecnica impone efficienza, funzionalità, produttività e velocizzazione del tempo. Ma la nostra psiche non riesce ad essere all’altezza della velocità temporale imposta dalla tecnica. In definitiva, si è sempre inadeguati».

E in questo continuo stato di tensione diventa sempre più difficile essere individui autentici?

«Non ce la si fa. Günther Anders, allievo di Heidegger, dice che l’età della tecnica non è altro che la realizzazione rigorosa della logica nazista. Non bisogna provare qualche cosa per far funzionare il sistema. Nella logica dell’apparato quello che tu sei non conta niente».

Sempre in questo quadro, qual è, allora, il rapporto tra follia e verità?

«Platone, che ha inventato la ragione, ci dice che i doni più grandi vengono proprio dalla follia. Le creazioni artistiche ci vengono dalla follia, con la ragione non inventi niente. Se sei un artista, devi scendere nella tua follia e, se la tua follia è abbastanza ampia da catturare le metafore di base dell’umanità, fai una creazione artistica. La follia è anche quella che promuove l’amore. Ci vuole una perdita della razionalità, dell’Io, per innamorarsi».

A questo proposito, che rapporto c’è tra amore e verità?

«Il problema non è rendere più facili i divorzi, ma più difficili i matrimoni. Perché ci si può sposare a una condizione: quella di essere interessato a una ricerca dell’altro, la cui anima non la si raggiungerà mai. Lui o lei non te la cederà mai, perché ognuno conserva un mistero, un segreto magari ignoto anche a sé stesso».

Sempre affrontando il tema del rapporto fra illusione e realtà, in che misura siamo colpevoli per aver detto ai giovani che il futuro sarebbe stato per loro a portata di mano?

«Gli adolescenti soffrono, proprio perché gli è stato tolto il futuro. Il futuro è la configurazione degli occidentali. Se togli loro quello, restano senza scopo. Perché devo studiare o lavorare? Perché devo stare al mondo? E i giovani non reggono alla frustrazione. Se non superano un esame, si sentono perduti. Li abbiamo rovinati quando, come a Natale, li abbiamo riempiti di doni. Ogni dono è la distruzione di altrettanti desideri. Così i ragazzi non sanno come darsi da fare per ottenere quello che desiderano quando non ricevono più regali». Qual è l’età fino alla quale i figli sono ancora disposti ad ascoltare i genitori? «Fino ai 12 anni si può essere ascoltati dai figli, dopo è tardi. Comincia per loro l’amore con i loro pari. L’unica possibilità è che ogni tanto i figli aprano una finestra, ma bisogna ascoltarli non con l’atteggiamento “Ti ascolto e dopo ti dico”, ma “Ti ascolto perché il tuo mondo è diverso dal mio e sono curioso di conoscerlo”».

Non siamo liberi, come lei ricorda. Qual è, se c’è, la via d’uscita rispetto a questo destino ineluttabile cui è condannato l’essere umano?

«Non siamo in una società totalitaria, ma il potere riesce a realizzarsi grazie al criterio del consenso delle sue vittime. E anche quella maschile sulla donna è una forza che si basa sullo stesso consenso femminile. L’unica forza che l’uomo ha è quella dell’amore. L’amore che si traduce nella qualità della relazione non sospettosa, non vendicativa. Ma questo amore è difficile da raggiungere, perché con le guerre la vita umana non conta pressoché nulla. La verità funziona attraverso la persuasione, ma quando questa non pare più sufficiente torna a dominare la forza, come a Gaza e in Ucraina. Mi pare difficile che l’amore possa maturare come psiche collettiva».

La Repubblica

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giovedì 1 giugno 2023

DUE GIUGNO. LETTERA AD UN BAMBINO


Lettera 

ad un bambino 

nato il 2 giugno



-         di   Luigi Sanlorenzo

-          

Caro bambino nato nel giorno della Repubblica, prima di tutto, complimenti perché sarà vacanza a scuola e potrai godere della tua festa per l’intera giornata,  magari con qualche “ponte” che, di tanto in tanto,  ti permetterà di farlo in un lungo weekend.

Sei nato in una giornata particolare che, comunque vadano le cose in futuro, vedrà sempre, almeno in questo giorno,  un’Italia unita nei cui cieli si intrecceranno i colori della bandiera che una leggenda vuole abbiamo un significato ben preciso: il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per ricordare le nevi perenni e il rosso per il sangue versato nelle guerre combattute sotto forme diverse per conquistare e assicurare la tua liberà.

Che tu compia oggi pochi o molti anni, la coincidenza della tua data natale con quella della Repubblica, pur casuale come per tutti, non può che interrogarti su quanto il destino ti sia stato benevolo.

Qualunque sia il colore della pelle dei tuoi genitori, sei venuto alla luce in un Paese libero che fa parte del continente che ha donato al mondo musica sublime, altissima letteratura, l’idea stessa di quell’arte che da ogni parte ti circonda e ti stordisce, il concetto antico e sempre attuale di democrazia, l’aspirazione all’uguaglianza nei diritti e nei doveri tra tutti gli uomini e le donne.

Ove tu non ne sia ancora un cittadino a tutti gli effetti, ti auguro di diventarlo presto, per il semplice motivo di essere nato in Italia.

Qualunque sia il tuo credo politico o religioso sappi che la sua pacifica espressione sarà sempre tutelata dalla Costituzione e dalle leggi. Adoperati perché ciò sia sempre più concreto e percepito da tutti.

Qualunque sia il tuo stato sociale, ricorda che avrà sempre diritto di essere rispettato e, quando necessario, sostenuto ed aiutato perché non ti siano precluse pari opportunità di realizzazione, a condizione che tu faccia la parte che l’età ti assegnerà in ogni fase della vita.

Qualunque sia il genere a cui ti sentirai spontaneamente e senza condizionamenti di appartenere, confida che nessuno avrà mai il diritto di discriminarti, di insultarti o di farti del male per tale ragione.

Se in questo anniversario sei ancora nell’infanzia o nell’adolescenza, probabilmente tutto ciò ti sembrerà ovvio e normale.

Purtroppo, non è stato sempre così e quando te ne parleranno a scuola o in famiglia,  rivolgi un pensiero a quanti si sono ribellati perché tu potessi considerarlo “scontato” e se dovessi avere la fortuna di incontrare qualcuno di essi che è ancora tra noi,  distingui tra le sue rughe il ricamo di un sogno chiamato Libertà e leggi nel suo sguardo  i fotogrammi drammatici che di quella lotta vi sono rimasti impressi per sempre.

 Degli altri troverai in molti casi il ricordo nei nomi delle strade e delle piazze che percorrerai, talvolta frettoloso e distratto. Sappi che sono lì perché tu possa orientarti nel labirinto in cui è sempre in agguato qualcuno che vorrebbe invece che ti smarrissi.

Delle Istituzioni democratiche,  con le cui tante insufficienze avrai modo di confrontarti quando in forme diverse le incontrerai, tieni a mente che sono idee astratte che diventano concrete soltanto attraverso le azioni di uomini e di donne di diversa indole e natura: alcuni danno ad esse lustro e dignità, altri le usano e le avviliscono con comportamenti indegni che spesso hanno a che fare con il proprio interesse o con la propria stupidità. Difendile sempre e comunque, mentre nel frattempo ti adoperi perché esse trovino il più possibile, gli interpreti adeguati a tale ineguagliabile ruolo.

Non commettere mai l’errore di confonderle con i comportamenti sbagliati di quanti le dovessero rappresentare, rischieresti di indebolirne le fondamenta che altri e migliori di alcuni di loro, hanno edificato settantacinque anni fa.

La Repubblica che ti viene consegnata ogni anno come il più bello dei regali che potrai mai ricevere non è, se non nelle proprie ed irrinunciabile radici ideali, un pacchetto ben confezionato e definitivo; somiglia piuttosto ad un mosaico colorato di cui sei tu la tessera più recente che ne identifica il profilo in divenire o, se preferisci,  ad un gioco creativo dalle composizioni molteplici ma fatte tutte della stessa materia ideale. Diffida pertanto di coloro che vorrebbero indurti a considerarne una ed una sola nel cui pensiero unico imprigionare i futuri possibili.

Di ciò con cui sei nato come con una sorta di camicia della fortuna, non dimenticare che due terzi dell’Umanità è ancora priva o solo all’inizio di un cammino faticoso disseminato di mille ostacoli.

Fai in modo di non essere tu uno di quelli e stai sempre dalla parte di chi più soffre, spera ed ama, consapevole del privilegio che ti è stato donato e se un giorno dovesse toccare a te di rappresentare questa Repubblica nei mille ruoli di servizio in cui essa diventa realtà, siine degno e fiero indossando una toga, una divisa, un camice, una tuta  o semplici abiti civili: non ti mancheranno gli esempi da seguire né quelli da evitare; in ogni caso la tua testimonianza personale sarà unica, irripetibile e mai esente da responsabilità.

E ove la vita dovesse portarti ad assumere ruoli e compiti in altri settori, ricorda che nella società italiana “privato” non è il contrario di “pubblico” né una zona franca da cui i valori repubblicani possano essere esclusi in nome del profitto, del potere  o di altre tentazioni della natura umana. Anche in questo non ti mancheranno italiani che hanno lasciato una traccia su cui orientare i tuoi comportamenti.

Infine, quando sarai giunto all’età in cui si dice prevalga la saggezza come figlia dell’esperienza e ti troverai a festeggiare la Repubblica, magari scrivendo una lettera come questa a chi ti è più caro, che il bilancio della tua vita civile sia sereno e senza rimpianti.

 Buon compleanno a te che sei nato il due giugno, buon compleanno all’ Italia libera, democratica e repubblicana.

 Nuoviapprodi


mercoledì 2 giugno 2021

FESTA DELLA REPUBBLICA. LETTERA AD UN BAMBINO

 

-        di Luigi Sanlorenzo

 

- Caro bambino nato nel giorno della Repubblica,

prima di tutto,  complimenti perché sarà vacanza a scuola e  potrai godere della tua festa per l’intera giornata,  magari con qualche “ponte” che, di tanto in tanto,  ti permetterà di farlo in un lungo weekend; sei nato in una giornata particolare  che, comunque vadano le cose in futuro, vedrà sempre, almeno in questo giorno,  un’Italia unita nei cui cieli si intrecceranno i colori della bandiera che una leggenda vuole abbiamo un significato ben preciso, ossia il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per ricordare le nevi perenni e il rosso per il sangue versato nelle guerre combattute sotto forme diverse per conquistare e assicurare la tua liberà.

Che tu compia oggi tre anni o settantacinque, la coincidenza della tua data natale con quella della Repubblica, pur casuale come per tutti, non può che interrogarti su quanto il destino ti sia stato benevolo.

Qualunque sia il colore della pelle dei tuoi genitori, sei venuto alla luce in un Paese libero del continente che ha donato al mondo musica sublime, altissima letteratura, l’idea stessa di quell'arte che da ogni parte ti circonda e ti stordisce, il concetto antico e sempre attuale di democrazia, l’aspirazione all'uguaglianza nei diritti e nei doveri tra tutti gli uomini e le donne. Ove tu non ne sia ancora un cittadino a tutti gli effetti, ti auguro di diventarlo presto, per il semplice motivo di essere nato in Italia.

Qualunque sia il tuo credo politico o religioso sappi che la sua pacifica espressione sarà sempre tutelata dalla Costituzione e dalle leggi. Adoperati perché ciò sia sempre più concreto e percepito da tutti. Qualunque sia il tuo stato sociale, ricorda che avrà sempre diritto di essere rispettato e, quando necessario, sostenuto ed aiutato perché non ti siano precluse pari opportunità di realizzazione, a condizione che tu faccia la parte che l’età ti assegnerà in ogni fase della vita.

Qualunque sia il genere a cui ti sentirai spontaneamente e senza condizionamenti di appartenere, confida che nessuno avrà mai il diritto di discriminarti, di insultarti o di farti del male per tale ragione.

Se in questo anniversario sei ancora nell'infanzia o nell'adolescenza, probabilmente tutto ciò ti sembrerà ovvio e normale. Purtroppo non è stato sempre così e quando te ne parleranno a scuola o in famiglia, rivolgi un pensiero a quanti si sono ribellati perché tu potessi considerarlo “scontato” e se dovessi avere la fortuna di incontrare qualcuno di essi che è ancora tra noi, distingui tra le sue rughe il ricamo di un sogno chiamato Libertà e leggi nel suo sguardo i fotogrammi drammatici che di quella lotta vi sono rimasti impressi per sempre. Degli altri troverai in molti casi il ricordo nei nomi delle strade e delle piazze che percorrerai, talvolta frettoloso e distratto. Sappi che sono lì perché tu possa orientarti nel labirinto in cui è sempre in agguato qualcuno che vorrebbe invece che ti smarrissi.

Delle Istituzioni democratiche, con le cui tante insufficienze avrai modo di confrontarti quando in forme diverse le incontrerai, tieni a mente che sono idee astratte che diventano concrete soltanto attraverso le azioni di uomini e di donne di diversa indole e natura: alcuni danno ad esse lustro e dignità, altri le usano e le avviliscono con comportamenti indegni che spesso hanno a che fare con il proprio interesse o con la propria stupidità. Difendile sempre e comunque, mentre nel frattempo ti adoperi perché esse trovino il più possibile, gli interpreti adeguati a tale ineguagliabile ruolo.

Non commettere mai l’errore di confonderle con i comportamenti sbagliati di quanti le dovessero rappresentare, rischieresti di indebolirne le fondamenta che altri e migliori di alcuni di loro, hanno edificato settantacinque anni fa.

La Repubblica che ti viene consegnata ogni anno come il più bello dei regali che potrai mai ricevere non è, se non nelle proprie ed irrinunciabile radici ideali, un pacchetto ben confezionato e definitivo; somiglia piuttosto ad un mosaico colorato di cui sei tu la tessera più recente che ne identifica il profilo in divenire o, se preferisci, ad un gioco creativo dalle composizioni molteplici ma fatte tutte della stessa materia ideale. Diffida pertanto di coloro che vorrebbero indurti a considerarne una ed una sola nel cui pensiero unico imprigionare i futuri possibili.

Di ciò con cui sei nato come con una sorta di camicia della fortuna, non dimenticare che due terzi dell’Umanità è ancora priva o solo all’inizio di un cammino faticoso disseminato di mille ostacoli.

Fai in modo di non essere tu uno di quelli e stai sempre dalla parte di chi più soffre, spera ed ama, consapevole del privilegio che ti è stato donato e se un giorno dovesse toccare a te di rappresentare questa Repubblica nei mille ruoli di servizio in cui essa diventa realtà, siine degno e fiero indossando una toga, una divisa, un camice, una tuta  o semplici abiti civili: non ti mancheranno gli esempi da seguire né quelli da evitare; in ogni caso la tua testimonianza personale sarà unica, irripetibile e mai esente da responsabilità.

E ove la vita dovesse portarti ad assumere ruoli e compiti in altri settori, ricorda che nella società italiana “privato” non è il contrario di “pubblico” né una zona franca da cui i valori repubblicani possano essere esclusi in nome del profitto, del potere o di altre tentazioni della natura umana. Anche in questo non ti mancheranno italiani che hanno lasciato una traccia su cui orientare i tuoi comportamenti.

Infine, quando sarai giunto all'età in cui si dice prevalga la saggezza come figlia dell’esperienza e ti troverai a festeggiare la Repubblica, magari scrivendo una lettera come questa a chi ti è più caro, che il bilancio della tua vita civile sia sereno e senza rimpianti.

Buon compleanno a te che sei nato il due giugno, buon compleanno all'Italia libera, democratica e repubblicana.

 

Lo Spessore



sabato 23 giugno 2018

OLTRE IL POPULISMO. BONIFICARE IL CAMPO DEL DIBATTITO POLITICO

di Giuseppe Savagnone

Mai, forse, l’Italia era stata più vistosamente lacerata, dopo la seconda guerra mondiale, come in queste settimane che hanno assistito al formarsi e al primo esordio del “governo del cambiamento”. Non dimentico che siamo stati sull’orlo della guerra civile, il 14 luglio 1948, dopo l’attentato a Togliatti, né sottovaluto le tensioni suscitate dall’approvazione della cosiddetta “legge truffa”, con cui la Dc tentò, vanamente, di acquistare la maggioranza assoluta nelle elezioni del giugno 1953. Ciò che però caratterizza il dibattito attuale, rispetto a questi e ad altri momenti critici della nostra storia recente, è la partecipazione massiccia e diretta di gran parte della popolazione, attraverso i sondaggi e soprattutto i social, che costituiscono ormai il principale veicolo di informazione e di formazione dell’opinione pubblica, scavalcando anche i giornali e la televisione.
Si può guardare a questa novità sottolineandone l’aspetto positivo: ormai chiunque – e non più soltanto una élite di “addetti ai lavori” (giornalisti, politici di professione, etc.) – può esprimere il proprio parere influendo sulla linea politica dei governanti e rivolgendosi a una cerchia di persone immensamente più vasta di quella della propria famiglia, dei propri amici o dei frequentatori del bar sotto casa.
Oppure se ne può rilevare la problematicità e il pericolo, che sono quelli della democrazia diretta, dove, in assenza del filtro garantito, in quella parlamentare, da una categoria di “esperti” della politica – scelti dal popolo ma dotati, almeno in linea di principio, di competenze e di maturità di giudizio superiori alla media – , il confronto politico rischia di svolgersi sulla base delle emozioni della massa più che di una ponderata valutazione dei problemi.
Si obietterà che il Parlamento in Italia non è stato abolito. Ma basta guardare a queste prime settimane della “Terza Repubblica” per constatare che la sua capacità di orientare le scelte dello Stato è attualmente minima. A dominare la scena sono stati i “campioni” del popolo, primo fra tutti il leader della Lega, Salvini, che non a caso ha avuto nelle trattative per la formazione del governo, e continua ad avere all’interno del governo ormai costituito, un peso immensamente superiore a quel 17% di voti assegnatogli dalle elezioni del 4 marzo e dei suoi 125 deputati e 58 senatori (contro i 221 deputati e i 112 senatori dei 5stelle!).
Nella democrazia diretta quello che conta è il carisma del “capo”, non il numero dei voti o dei parlamentari. E Salvini ha potuto più volte affermare di rappresentare 60 milioni di italiani, comportandosi di fatto come se invece del 17% avesse davvero avuto una investitura plebiscitaria. Lo abbiamo visto così pronunziarsi infaticabilmente su tutta una serie di questioni: dalla chiusura dei porti, che spettava al ministro per le infrastrutture; all’opportunità di mantenere o meno i rapporti con la Francia, su cui a rigore solo il presidente del Consiglio, o, al massimo il ministro degli esteri, erano competenti; alla realizzazione di una “pace fiscale” (leggi: condono), che doveva se mai essere dichiarata dal ministro dell’economia; all’ inutilità dei vaccini, questione riservata, ovviamente al ministro della salute.
Solo per quanto riguarda il “censimento” dei Rom il suo intervento rientrava nella sfera delle sue competenze. Ma, anche in questo caso, colpisce il fatto che questa posizione sia stata pubblicizzata – come del resto le altre – non all’indomani di una riunione del consiglio dei ministri e su mandato di questo, ma a caldo, chiedendo se mai a posteriori la solidarietà dei suoi colleghi di governo, che in tutti questi casi alla fine gliel’hanno data (tranne Giulia Grillo), quasi trascinati dal suo slancio e dal consenso dilagante segnalato dai sondaggi e traboccante sui social.
La dimensione istituzionale della democrazia – come era già stato evidente nel modo di condurre la trattativa di governo – è volutamente ignorata o, al massimo, sopportata con ostentata impazienza, come un incomprensibile retaggio burocratico del passato, di cui liberarsi quanto prima. Il “capo” mima l’insofferenza dell’uomo della strada verso le lungaggini e le trappole del diritto, lasciando capire che è dalla sua parte e che dietro queste forme astratte ci sono gli interessi oscuri dei “poteri forti”. Così, se il presidente della Repubblica esercita le sue prerogative nella scelta dei ministri, il capo segretario di un partito – non il presidente incaricato – strepita denunciando la sottomissione del Paese alla finanza internazionale; se il presidente del Consiglio decide di recarsi a Parigi, il ministro degli interni ci tiene a far sapere di avere dato il proprio consenso…
In assenza di un qualsiasi contraddittorio a livello di governo e di Parlamento (Di Maio è del tutto oscurato, pur avendo quasi il doppio della rappresentanza parlamentare), alla massa crescente dei sì, che, fuori delle logiche parlamentari, danno sempre più potere alla Lega, si oppone, sempre sui social, il rifiuto di chi non è d’accordo e ci tiene a sottolinearlo in forme spesso molto simili. Abbiamo così una battaglia – per fortuna solo verbale – a base di insulti feroci, di reciproche irrisioni, di fake news tanto più “virali” quanto più fantasiose. Nella migliore delle ipotesi, a chi cerca di portare argomenti si risponde con insinuazioni e sprezzanti attacchi che superano di molto il confine della volgarità.
Allora, invece di sputare improperi contro Salvini, sarà più efficace, per esempio, far notare garbatamente ai suoi sostenitori che non si può fare appello all’Europa per essere aiutati nella questione dei migranti e, nello stesso tempo, rivendicare il “prima gli italiani” del sovranismo. O si accetta di portare avanti l’unità europea rafforzandola e rinunziando così progressivamente alla contrapposizione tra gli Stati implicita nel “prima noi” (ma Salvini questo non lo vuole), o si deve riconoscere il diritto degli altri di pensare anch’essi prima ai loro cittadini, come del resto fanno l’ungherese Orban e l’austriaco Kurtz, gli alleati del nostro ministro degli interni. Col risultato disastroso di restare sempre più soli. A meno di supporre (come talora sembra pensare Salvini) che l’Italia, seguendo gli Stati Uniti di Trump (di cui Salvini imita quasi tutto), possa pretendere di imporsi con la forza agli altri Stati, piegando il loro sovranismo al nostro. Che sarebbe un ritorno alle tensioni da cui in passato sono nate le guerre devastanti dei secoli scorsi. Ma, soprattutto, sarebbe l’occasione per scoprire, a nostre spese, che noi non siamo gli Stati Uniti.Se non bonifichiamo, di comune accordo, questo clima avvelenato, il solo vincitore sarà chi ha meno argomenti e quindi ha più da perdere in un confronto pacato. Personalmente – l’ho detto – sono molto critico nei confronti di Salvini. Ma non penso che insultarlo sia corretto. E nemmeno proficuo. Se la mia diagnosi è giusta, il problema è di riattivare i canali istituzionali della democrazia parlamentare, rifiutando lo stile di chi, prescindendone, ci sollecita a fare altrettanto. Se entriamo nella spirale della violenza verbale, potremmo anche vincere (in realtà è improbabile), ma sarebbe una vittoria di Pirro, perché avremmo solo opposto un populismo ad un altro. La democrazia deve sapersi difendere restando se stessa. E l’arma della democrazia è la ragione che, per sua natura, garantisce alla comunicazione un carattere pubblico, cioè condivisibile (almeno in linea di principio) da chiunque voglia accettarne le regole.