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mercoledì 30 dicembre 2020

VACCINO ANTI COVID: GIUSTIZIA, SOLIDARIETA', INCLUSIONE

 La Santa Sede: 

garantire i vaccini a tutti, 

è una questione di giustizia

Il documento congiunto della Commissione Vaticana Covid-19 e della Pontificia Accademia per la Vita: è una responsabilità morale accettare il vaccino non solo per la salute individuale ma anche per quella pubblica

 -         Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 I vaccini sono stati sviluppati come un bene pubblico e devono essere forniti a tutti in modo giusto ed equo, dando priorità a coloro che ne hanno più bisogno. È quanto ricordano la Commissione Vaticana Covid-19 e la Pontificia Accademia per la Vita sottolineando, in un documento congiunto, l’essenziale ruolo dei vaccini per sconfiggere la pandemia.

Facendo eco al recente messaggio di Natale del Papa, si esortano i leader mondiali a resistere alla tentazione di aderire ad un “nazionalismo vaccinale” e gli Stati nazionali e le imprese a cooperare - e a non competere - tra di loro. I vaccini, affinché "possano illuminare e portare speranza al mondo intero - ha detto il Pontefice lo scorso 25 dicembre - devono stare a disposizione di tutti". 

Principi

Giustizia, solidarietà e inclusione sono i principali criteri da seguire per affrontare le sfide poste da questa emergenza planetaria. Le aziende che possano essere valutate in modo positivo, aveva detto il Santo Padre all’udienza generale dello scorso 19 agosto, sono quelle che “contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune e alla cura del creato”. La bussola imprescindibile è quindi l’ampio orizzonte che si lega ai principi della Dottrina sociale della Chiesa, “come la dignità umana e l’opzione preferenziale per i poveri, la solidarietà e la sussidiarietà, il bene comune e la custodia della casa comune, la giustizia e la destinazione universale dei beni”.

Ricerca, produzione e materiali biologici

Non è solo il momento finale della somministrazione del vaccino a dover essere preso in considerazione. Va considerato tutto il suo “ciclo di vita”. Le prime tappe di questo percorso riguardano la ricerca e la produzione. Una questione, che viene spesso sollevata, riguarda i materiali biologici impiegati per lo sviluppo dei vaccini. “Dalle informazioni disponibili - si legge nel documento - risulta che solo alcuni dei vaccini ormai prossimi all’approvazione impieghino in più fasi del processo linee cellulari provenienti da feti abortiti volontariamente alcuni decenni fa, mentre altri ne fanno un uso limitato solo a fasi puntuali di test di laboratorio”. La Pontificia Accademia per la Vita è tornata sul tema in due note, rispettivamente del 2005 e del 2017. Nella seconda si escludeva che "vi sia una cooperazione moralmente rilevante tra coloro che oggi utilizzano questi vaccini e la pratica dell’aborto volontario". Pertanto, si legge nel documento, si ritiene che si possano applicare “tutte le vaccinazioni clinicamente consigliate con coscienza sicura che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione all’aborto volontario. Pur nell’impegno comune a far sì che ogni vaccino non abbia alcun riferimento per la sua preparazione ad eventuale materiale di origine abortivo, si ribadisce la responsabilità morale alla vaccinazione per non far correre dei gravi rischi di salute ai bambini e alla popolazione in generale".

Brevetti

Al tema della produzione si collega anche la questione della brevettazione del vaccino, non una risorsa naturale ma “una invenzione prodotta dall’ingegno umano”. Data la sua funzione, si sottolinea nel documento, è molto opportuno interpretare il vaccino “come un bene a cui tutti abbiano accesso, senza discriminazioni, secondo il principio della destinazione universale dei beni, menzionato anche da Papa Francesco”. Come ha detto il Pontefice nel messaggio di Natale, "non possiamo neanche lasciare che il virus dell’individualismo radicale vinca noi e ci renda indifferenti alla sofferenza di altri fratelli e sorelle … mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità". "Il solo obiettivo dello sfruttamento commerciale - si ricorda nel documento della Commissione Vaticana Covid-19 e della Pontificia Accademia per la Vita - non è eticamente accettabile nel campo della medicina e della cura della salute. Gli investimenti in campo medico dovrebbero trovare il loro più profondo significato nella solidarietà umana”. Occorre individuare “opportuni sistemi che favoriscano la trasparenza e la collaborazione, invece che l’antagonismo e la competizione”. E si deve superare ogni forma di “nazionalismo vaccinale” connessa al tentativo dei diversi Stati “di avere il proprio vaccino in tempi più rapidi". La produzione industriale del vaccino potrebbe diventare “una operazione collaborativa tra Stati, imprese farmaceutiche e altre organizzazioni”.

Approvazione e somministrazione

Dopo le fasi sperimentali, un altro cruciale passo riguarda l’approvazione, in condizioni di emergenza, del vaccino da parte delle Autorità deputate “che consentono di metterlo sul mercato e di impiegarlo nei diversi Paesi”. “È necessario coordinare le procedure necessarie a ottenere tale obiettivo e promuovere la collaborazione tra le autorità regolatorie”. Per quanto riguarda la somministrazione, la Commissione Vaticana Covid-19 e la Pontificia Accademia per la Vita sostengono le posizioni convergenti sulle priorità “da riservare alle categorie professionali impegnate nei servizi di comune interesse, in particolare il personale sanitario, ma anche in altre attività che richiedono un contatto con il pubblico per i servizi essenziali (come la scuola, la pubblica sicurezza), ai gruppi di soggetti più vulnerabili (come anziani e malati con particolari patologie”. Tale criterio, si ricorda nel documento, non risolve tutte le situazioni. “Rimane per esempio la zona grigia di eventuali priorità da stabilire all’interno di uno stesso gruppo a rischio”. La distribuzione del vaccino richiede anche una serie di strumenti che consentano “una accessibilità universale”. Occorre sviluppare un programma di distribuzione “che tenga conto della collaborazione necessaria per far fronte a ostacoli di carattere logistico-organizzativo in zone poco accessibili (catena del freddo, trasporto, operatori sanitari, uso di nuove tecnologie, ecc.)”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rimane “un punto di riferimento importante da potenziare e da migliorare per gli aspetti che si stanno rivelando insufficienti e problematici”.

Vaccinazione e questioni etiche

Sulla responsabilità morale di sottoporsi alla vaccinazione, la Commissione Vaticana Covid-19 e la Pontificia Accademia per la Vita ribadiscono che questa tematica implica “un rapporto tra salute personale e salute pubblica, mostrandone la stretta interdipendenza”. Il rifiuto del vaccino può costituire anche un rischio per gli altri. "Ciò vale anche qualora, in assenza di alternativa, la motivazione fosse di evitare di trarre benefici dagli esiti di un aborto volontario". Si ricorda tra l'altro che "l’ammalarsi determina un aumento dei ricoveri con conseguente sovraccarico per i sistemi sanitari, fino a un possibile collasso, come sta accadendo in diversi Paesi durante questa pandemia, ostacolando l'accesso all'assistenza sanitaria, ancora una volta a spese di chi ha meno risorse".

Piano d’azione

Un vaccino sicuro, efficace e disponibile per tutti, in particolare per i più vulnerabili, e con un prezzo che consenta un’equa distribuzione. Sono queste le priorità per assicurare una cura globale che “tenga conto e valorizzi” anche le situazioni locali: “si intendono sviluppare - si legge nel documento - risorse per assistere le Chiese locali nella preparazione di questa iniziativa e di protocolli di trattamento per le comunità particolari”. La Chiesa si mette al servizio della “guarigione del mondo” utilizzando le sue voci, sparse in tutto il pianeta, “per parlare, esortare e contribuire ad assicurare che i vaccini e le cure di qualità siano disponibili per la nostra famiglia globale, specialmente per le persone vulnerabili”.

Costruire un mondo post-Covid

Il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, cardinale Peter Turkson, esprime gratitudine “alla comunità scientifica per aver sviluppato il vaccino in tempi record”. “Ora sta a noi - aggiunge - garantire che sia disponibile per tutti, specialmente per i più vulnerabili. È una questione di giustizia”. “Dobbiamo dimostrare, una volta per tutte, che siamo un'unica famiglia umana”. L'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sottolinea che la pandemia ha messo in evidenza la condizione di “interconnessione che lega l’umanità”. "Insieme alla Commissione, stiamo lavorando con molti partner per rivelare le lezioni che la famiglia umana può imparare e per sviluppare un'etica del rischio e della solidarietà per proteggere i più vulnerabili della società". Quella appena avviata è una fase cruciale, spiega monsignor Bruno Marie Duffé, segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. "Siamo a un punto di svolta nella pandemia Covid-19 e abbiamo l'opportunità di iniziare a definire il mondo che vogliamo vedere dopo la pandemia". "Il modo in cui i vaccini sono distribuiti - sottolinea infine padre Augusto Zampini, segretario aggiunto dello stesso Dicastero - è il primo passo che i leader globali devono compiere nell'impegno per l'equità e la giustizia come principi per costruire un mondo post-Covid migliore".

 Vatican News

 

 

sabato 26 settembre 2020

PANDEMIA: COSTRUIRE UN FUTURO MIGLIORE


Covid, il mondo “dopo” 

ha bisogno di vecchie radici

Papa Francesco ne è certo e lo ripete a tutti: dalla pandemia si esce migliori o peggiori. La crisi globale chiede un ripensamento dei parametri della convivenza umana in chiave solidale. Su questa idea si basa il Progetto “Covid 19 Costruire un futuro migliore”, creato in collaborazione dal Dicastero per la Comunicazione e dello Sviluppo Umano Integrale: offrire un percorso che dalla fine della pandemia porti all’inizio di una nuova fraternità

 VATICAN NEWS

 Guarda video: UN FUTURO MIGLIORE

La “ricetta” per intravedere il futuro liberato dalla pandemia, e reimpostato su nuovi modelli di convivenza, ha l’ingrediente principale in una comparazione. “Dimostrando alle persone in che misura investimenti ‘cattivi’ ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile”. Ad affermarlo è Martin Palmer, che di investimenti in ottica di fede è un esperto. Palmer, britannico, amministratore delegato di “FaithInvest” – un gruppo che fa da ponte tra il mondo degli enti religiosi e quello della finanza – si muove a suo agio fra i temi della Laudato si’, giacché nel ‘95 ha fondato con il Principe Filippo l’ong “Alliance of Religions and Conservation” (ARC), che aiuta le fedi a sviluppare progetti ambientali.

Palmer è stato chiamato a far parte della Commissione vaticana istituita dal Papa allo scopo di immaginare il mondo del dopo-coronavirus ed è fermamente convinto che le religioni giochino un ruolo cruciale con la loro rete globale di assistenza e formazione. “Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi – sostiene – a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi”.

Lei fa parte della Commissione Vaticana Covid-19, il meccanismo di risposta creato da Papa Francesco per far fronte a un virus senza precedenti. Cosa pensa di imparare, personalmente, da questa esperienza? E in quali ambiti pensa che la società nel suo insieme possa essere ispirata dai lavori della Commissione?

R. - Mi affascina l’ampio spettro di competenze, conoscenze e interessi che ho rilevato nelle persone che lavorano nella Commissione: già questo ha prodotto nuove partnership per la mia organizzazione, nello spirito della Laudato si’. Il modo migliore in cui la società può essere ispirata dalla Commissione è che la Chiesa stessa inizi a mettere in pratica quei cambiamenti strutturali che sono necessari per essere in linea con la visione del Papa. Questo poi sarà di ispirazione per molti altri.

Papa Francesco ha chiesto alla Commissione Covid-19 di preparare il futuro, piuttosto che prepararci al futuro. In questo compito, quale dovrebbe essere il ruolo della Chiesa cattolica?

R. - Quello di andare avanti con l’esempio. Nelle sue due encicliche – la Evangelii gaudium e la Laudato si’ – il Papa non si è limitato a proporre bei pensieri per un futuro migliore; ci ha anche fornito gli strumenti per smontare il modello attuale, quello che ci ha portato a questa crisi, e costruirne uno nuovo. Alcuni si chiedono come fare per ripartire: lui risponde che ripartire significa tornare indietro. Il suo messaggio parla di sfida, cambiamento e nuovo inizio.

Quali insegnamenti, a livello personale, lei ha tratto dall’esperienza della pandemia? Quali cambiamenti concreti si augura di vedere dopo questa crisi, sia personalmente sia a livello globale?

R. - Ho apprezzato la semplicità che il lockdown ha restituito al mio affannoso mondo fatto di viaggi, incontri e così via. Ho (ri)trovato, nella mia zona, la cura e la compassione – in realtà, per quanto ho osservato, in tutto il mondo – e questo l’ho percepito come un appello importante alla necessità vitale di sostenere le comunità locali e farle rifiorire. Spero tanto che tutto questo continui anche “dopo”: credo che utilizzare e conoscere i prodotti locali piuttosto che acquistare altrove sia un elemento fondamentale per rendere la vita più sostenibile.

Spesso accade che gli investitori non siano consapevoli dell’impatto generato sul mondo dai loro investimenti, e penso alla deforestazione, all’inquinamento, allo sfruttamento sociale e così via. In un’epoca in cui l’attenzione è incentrata sui rischi per l’economia provocati dalla pandemia, come si possono evidenziare questi effetti collaterali?

R. - Io sono l’amministratore delegato di “FaithInvest”, una nuova organizzazione, in parte ispirata alla Laudato si’, che lavora con importanti fondi di investimento che provengono dai maggiori raggruppamenti religiosi nel mondo. Il modo migliore per sottolineare questo è chiedere a ciascun gruppo, come facciamo noi, di tornare alle proprie radici. Chiediamo: cosa pensano del mondo e del nostro posto nel mondo? Quali valori derivano poi da questa valutazione, e come questi valori determinano l’investimento che intendono fare? Questo procedimento si snoda sul modello indicato dal Vaticano II, quando agli Ordini religiosi si chiedeva di tornare alle proprie radici per capire come procedere nel futuro. La crisi del Covid ha rafforzato questa esigenza.

In tempi di recessione economica, le persone tendono a evitare i rischi. Con questo presupposto, in quale misura pensa che la gente possa essere ricettiva all’idea di una finanza “etica”?

R. - È vero, le persone sono restie ad affrontare rischi. Oggi però il rischio maggiore è che se torniamo a quello che consideravamo “normale” non faremo altro che aumentare la possibilità di collassare di nuovo. Quindi, il vero rischio oggi è quello di non cambiare, piuttosto che cambiare veramente, ed è sicuramente più facile aiutare le persone a comprendere questo. Dimostrando alle persone in che misura investimenti “cattivi” ci hanno portato sull’orlo del collasso, possiamo poi puntare nella direzione opposta, cioè verso investimenti che sappiano tutelare l’ambiente e un futuro sostenibile.

In che misura lei crede che la Commissione vaticana Covid-19 e la Chiesa nel suo insieme abbiano credibilità quando parlano di finanza e della necessità di riformulare i sistemi economici?

R. - Facendo seguire i fatti ai buoni propositi. In altre parole: finché la Chiesa non avrà rimesso ordine nelle proprie finanze e non abbia fissato un modello basato sulla fede, potrà soltanto chiedere agli altri di accompagnarla in questo cammino, nella piena consapevolezza che la strada sarà lunga, prima che la Chiesa possa essere coerente con i suoi stessi insegnamenti in questo campo.

Quale ruolo possono svolgere le religioni e la spiritualità nella transizione verso una finanza più sostenibile?

R. - Noi [le religioni] siamo centrali. Senza le scuole, gli ospedali, l’assistenza sociale, le reti di sostegno, la compassione, il lavoro per i giovani, la cura dei rifugiati e dei migranti, la protezione dei più vulnerabili, la società civile collasserebbe. Per questo, le religioni devono smettere di far finta di non essere attori di primo piano sulla terra. Abbiamo la tendenza a muoverci come se gli Stati nazionali ci dovessero essere riconoscenti se ci rivolgiamo a loro con i nostri suggerimenti. Invece, siamo noi a dover dare l’esempio del buon uso delle risorse e sollecitare gli Stati nazionali a unirsi a noi. Le religioni gestiscono più istituzioni educative e di assistenza sociale di qualsiasi Stato al mondo. Per questo, torniamo al tavolo [delle trattative, del dialogo] non come chi chiede, ma come chi agisce.

Secondo lei, le attuali istituzioni finanziarie ed economiche sono capaci di creare le condizioni necessarie a una finanza sostenibile, o pensa che prima debbano verificarsi determinate riforme nel settore?

R. - È necessario trovare o creare un nuovo modello, perché l’attuale è corrotto dall’avidità e dalla cupidigia delle multinazionali e dei sistemi bancari in generale. Le religioni tra di loro possono far nascere la domanda di un modello nuovo: noi ci stiamo lavorando nel concetto di Finanza del Terzo Settore.

 

sabato 12 settembre 2020

CITTADINANZA .... DI QUALITA' ?


* RICOMINCIAMO DALLA QUALITÀ

 DELLA NOSTRA CITTADINANZA *


 di FRANCESCO DEL PIZZO

 Le virtù che dovrebbero caratterizzare l’uomo a servizio del bene comune sono consapevolezza e coscienza, credibilità, coerenza, comunione, ascolto, coraggio. Nel messaggio per la 52ma Giornata mondiale della pace del 2019, il Papa le ha indicate richiamando le 'beatitudini del politico' proposte dal cardinale vietnamita François-Xavier Nguyen Van Thuan. Papa Francesco mostra anche i vizi ai quali il politico potrebbe andare incontro: negazione del diritto, non rispetto delle regole, arricchimento illegale, esercizio del potere giustificato dalla 'ragion di Stato', bramosia di potere, xenofobia e razzismo, mancanza di cura per il Creato, sfruttamento delle risorse naturali per puro profitto economico, disprezzo degli esiliati per ragioni politiche (mancanza di libertà e diritti essenziali). In questo tempo di campagna elettorale, in cui le competizioni regionali dominano (oscurando colpevolmente anche la questione referendaria di revisione costituzionale), quella operata dal Papa rappresenta una ottima sintesi che si contrappone ad astratte discussioni sulle virtù del politico inteso come mero tecnico dell’amministrazione.

Max Weber aveva già messo in guardia il politico dalla trappola della vanità e dall’infedeltà al mandato oltre che da un’irresponsabilità sempre più diffusa. Una trappola mortale anche per lo stesso cittadino, per cui valgono quelle virtù e quei vizi di cui si è appena scritto, se è vero – come è vero – che tutti i cittadini sono parte attiva della realtà politica e sociale del Paese e le loro scelte determinano la qualità del governo. Ogni cittadino di fatto è un politico, aldilà di ogni scelta e partecipazione a partiti o movimenti, perché chiamato a rispondere a quella vocazione per il bene comune che è tensione etica, impegno di cura reciproca e per l’ambiente in cui vive. Le virtù del politico sono così le virtù del cittadino e viceversa: il senso dell’azione politica del cittadino non è semplicemente nella scelta, spesso leggera, dei propri rappresentanti, ma in una cittadinanza attiva e propositiva che si realizza in un insieme di azioni collettive, nella cura per i beni comuni, nel sostegno per i soggetti più fragili e deboli, nell’esercizio dei propri diritti e nel rispetto dei doveri, nella lotta per i principi fondamentali della democrazia. Anche il 'voto con il portafoglio' – in Italia teorizzato e proposto soprattutto dall’economista Leonardo Becchetti –, inteso come orientamento politico fondato su una sempre maggiore consapevolezza che scelte di consumo e risparmio costituiscono una forte leva sociale, rientra nel novero degli strumenti in grado di determinare una politica attenta e generativa.

La partecipazione attiva dei cittadini può, in questi termini, influenzare le politiche pubbliche, può modificarle solo se svolta, però, con intelligenza, competenza, cognizione di causa, passione e umiltà. Mounier indicherebbe 5 verbi essenziali: uscire da sé, comprendere, prendere su di sé, dare, essere fedele. In sintesi educare alla responsabilità verso gli altri contro la logica dei muri; dialogare, maturare una tensione verso contenuti e metodi comunitari di formazione alla politica oltre che verso un’autoformazione come criterio di crescita personale; empatia, prendersi cura dell’altro, condividendo la vita dell’altro in maniera caritatevole; donare come atto di responsabilità in una logica gioiosa di gratuità senza egoismi; responsabilità per gli impegni assunti non giocando (populisticamente) con le ansie del popolo, stando attenti all’utilizzo pervasivo dei media che spesso mistificano la realtà.

Le qualità del cittadino si misurano, allora, sulla partecipazione responsabile alla politica come amicizia nel e per la comunità, come risposta a Dio, a sé stessi, agli altri e alla natura. È realizzare quella che il neotomismo napoletano di fine Ottocento definiva «cittadinanza cristiana» in termini di socievolezza e fratellanza universale, è prendersi cura del mondo malato a partire dalle malattie dell’uomo, è scommettere, come papa Francesco ricorda, sulla politica come «amicizia sociale». Ancor di più oggi alle prese con la pandemia di Covid-19 i cui effetti non sembrano ancora determinare un cambio di rotta e rinnovati stili di cittadinanza orientati alla responsabilità o se si vuole proprio a questa amicizia.

 Quale sacrificio in questi mesi estivi è stato fatto per preservare, ad esempio, il diritto fondamentale dell’istruzione e il futuro delle nuove generazioni? Anche qui è una questione educativa e formativa di coscienze e di menti che non ha limiti di età, né vincoli di spazio: il primo dovere di adulti, genitori, formatori, è quello di insegnare a respirare umanità, perché il pianeta possa continuare a respirare, sentendo forte la responsabilità intergenerazionale e la connessione tra tutti gli esseri viventi.

 www.avvenire.it

 

domenica 16 agosto 2020

L'ONESTA' DEL POLITICO ......


Non solo legalità

-        di Giuseppe Savagnone

Il caso dei “furbetti” – deputati e amministratori pubblici – che hanno chiesto il bonus assegnato dal governo per sostenere i lavoratori indipendenti colpiti dalla crisi del coronavirus, ha dato luogo a fiumi di commenti. Non mi sembra però che, al di là dell’indignazione, sia emerso pienamente il suo significato per la comprensione della politica.
In realtà, al di là dei suoi aspetti scandalistici, questa vicenda evidenzia che il richiamo alla legalità, frequentemente indicata come supremo valore della vita pubblica, è insufficiente a definire lo stile di chi si trova impegnato in essa come rappresentante dei cittadini. I deputati e gli amministratori finiti nell’occhio del ciclone hanno ragione quando fanno notare di non aver violato nessuna legge e di rivendicare, da un punto di vista giuridico, la propria onestà.
Oltre il rispetto delle leggi
Eppure, è comprensibile l’ondata di indignazione che si è sollevata nei loro confronti in questi giorni nell’opinione pubblica, costringendo i rispettivi partiti a prendere – o almeno a dare l’impressione di prendere – misure drastiche nei loro confronti. Il punto è che a una persona incaricata – a livello nazionale o locale – di garantire il perseguimento del bene comune, non si chiede soltanto quel tipo di onestà che viene dichiarata in un’aula giudiziaria. Neppure quando – e non è sempre così – essa è certificata, oltre che dal gioco convenzionale delle regole processuali, anche da un effettivo rispetto delle leggi, come è in questo caso.
Non basta l’onestà
La stagione del populismo ci ha abituati a sentire esaltare l’onestà come il fondamentale requisito di chi vuole governare. È stato in nome della loro onestà che i populisti hanno ritenuto di dover sostituire la vecchia “casta”, a loro avviso corrotta. In realtà, l’esperienza di questi due anni ci dice che ad essi è bastato molto meno tempo di permanenza al potere per registrare, proprio su questo fronte, problemi analoghi.
Ma non è questo il punto. Il punto è che, come dimostra il caso del bonus anti-Covid, l’onestà da sola non significa nulla. La storia è piena di pessimi governanti che non si mettevano un soldo in tasca. Una buona politica richiede molto di più dell’onestà, o, se si preferisce, un genere diverso di onestà.
L’onestà del politico non è tale senza la dignità
Perché la politica – malgrado tutti gli sforzi del pensiero moderno, da Machiavelli in poi, per farne una pura tecnica, finalizzata alla conquista e alla conservazione del potere – mantiene ancora, ai nostri occhi, un segreto rapporto con il complesso dei valori che definiscono la nostra identità umana. E l’onestà di un politico non può prescindere da questi valori.
Ne è una prova il frequente appello alla dignità, risuonato in questi giorni come fondamentale argomento di denunzia nei confronti degli accusati. Nessuna norma è stata violata, ma la deputata della Lega che ha chiesto e ottenuto il bonus di 600 euro – dopo averlo definito sprezzantemente, in un suo intervento alla Camera, un’«elemosina» –, ha dato a tutti l’impressione di non essere stata, col suo comportamento, pienamente “onesta” e all’altezza del titolo di “onorevole” che formalmente le spetta come rappresentante del popolo italiano.
Il privato non si può scindere dal pubblico
Né, giustamente, è stato accettato dalla gente il tentativo, da parte di alcuni dei politici e amministratori coinvolti, di separare la loro funzione pubblica dalla loro vita privata, giustificando con i problemi di quest’ultima la loro scelta. Qualcuno ha tirato in ballo la mamma, qualcun altro i problemi economici della propria azienda.
Ma davvero chi assume una carica politica può rivendicare come “affari suoi” quello che fa come privato, al di fuori del suo ruolo ufficiale? Lo abbiamo sentito ripetere innumerevoli volte quando si trattava della discutibile vita privata di Silvio Berlusconi. Ma era falso allora e lo resta oggi. Fa piacere constatare che, finalmente, se ne stia prendendo atto.
La competenza del politico
La vicenda del bonus anti-Covid però dice che non è solo la dignità a qualificare l’onestà di un politico. Un fattore fondamentale è la competenza. Dove, con questo termine, non mi riferisco a una mera preparazione tecnica, che non è indispensabile a un governante (saprà circondarsi, per questo, di esperti del settore a cui è preposto), ma quella capacità, richiesta in modo specifico dalla sua missione, di fare scelte prudenziali appropriate, sulla base di una propria maturità culturale e morale, in vista del perseguimento del bene comune.
Una legge per sprecare i soldi
È questa competenza che sembra essere mancata nel caso in questione. Non dal lato dei profittatori, ma da quello del legislatore. Si può senz'altro infierire su chi ha sfruttato la legge senza pudore. Ma l’art. 27 del decreto “Cura Italia”, che prevede l’erogazione indiscriminata dell’indennità a tutti i titolari di partita Iva, senza alcuna limitazione di reddito, sembra scritto apposta per sprecare il denaro pubblico. E non soltanto in favore di politici e amministratori – questi sono quelli che sono stati messi alla gogna –, ma di tanti comuni cittadini che non avevano affatto bisogno di quei 600 euro e che se li sono presi perché, tanto, era lo Stato che li regalava! E questo in un momento in cui la crisi esige un’oculata gestione dei soldi e tutti parlano della necessità di spendere bene quelli che l’Europa sta per darci!
Tra l’altro, è stato osservato che i responsabili di questa clamorosa manifestazione di incompetenza politica sono stati ministri del partito che ha più gridato contro lo scandalo: quello dello sviluppo economico Patuanelli, quello del Lavoro Catalfo, il viceministro dell’economia Castelli. Con l’avallo del presidente del Consiglio Conte, espressione anche lui della stagione del populismo. Anche loro, certamente, “onesti”, ma non dell’onestà del politico, che implica la competenza.
La giustizia non è ignorare le differenze
E non è il solo recente provvedimento governativo che distribuisce sussidi a pioggia – dalla babysitter agli elettrodomestici, dall’auto al monopattino –, dando a poveri e ricchi indistintamente. In nome della tesi – assolutamente ideologica – che il solo soggetto a cui guardare è il “popolo”, concepito come blocco monolitico, al cui interno sarebbe ingiusto fare differenze. Come se ogni differenza fosse un’ingiustizia e non fosse al contrario sommamente ingiusto trattare allo stesso modo chi si trova in condizioni diverse.
Ancora un’onestà senza competenza
E il bello deve ancora venire! È di pochi giorni fa la notizia che a presiedere la commissione per le politiche dell’Unione Europea alla Camera – quella che dovrebbe aver un ruolo decisivo della programmazione e nella gestione del Recovery Found – sarà Sergio Battelli, 37 anni, titolo di studio terza media, fino alle elezioni del 2018 banconista in un negozio di animali.
Si diceva prima che un governante non deve per forza avere la competenza di uno specialista. Non è neppure indispensabile che la sua cultura sia attestata da un titolo di studio, anche se, in mancanza di altro, questo sarebbe già un segno di capacità di applicazione e di impegno intellettuale. Ma c’è una competenza politica che è frutto di maturità personale e di esperienza, e di cui bisogna aver dato in qualche modo prova, se la si vuole riconosciuta. Ora, quando, in un’intervista, gli hanno chiesto quali riteneva fossero i meriti che giustificavano una così folgorante carriera politica, l’on. Battelli ha risposto che, è vero, non aveva completato gli studi, però aveva sempre lavorato con onestà. Ancora una volta, l’onesta viene chiamata in causa come elemento decisivo per la politica.
Un futuro problematico
Forse, da parte di Battelli, sarebbe stato segno di questa onestà anche l’aggiungere che la nomina deriva dalla sua appartenenza alla corrente di Di Maio. Ma non è questo il punto più importante. Ciò che soprattutto urge, davanti a un simile scenario, è l’interrogativo che grava sul futuro di un Paese dove ad avere un ruolo pubblico determinante, in un settore decisivo, è una persona che, per la sua giovane età, per la mancanza non solo di titoli di studio, ma di studi, per la mancata dimostrazione di capacità (almeno finora), può vantare, per giustificare il suo ruolo, solo la sua (asserita) onestà – scissa, però, da una qualsiasi competenza, in qualsiasi modo dimostrata.
E ora?
Il problema ha anche una valenza educativa. Le scuole fra poco riapriranno. Ci sono problemi tecnici, ma ancora più drammatico, a mio avviso, sono i modelli educativi che noi proponiamo. Mi chiedo cosa potrei rispondere a un ragazzo che si appellasse all’esempio di Battelli per giustificare la propria svogliatezza nello studio e della sua volontà di non continuare gli studi. Finora gli si era detto che la cultura è fondamentale per andare avanti nella vita, che la società è in grado di distinguere e di premiare chi cura seriamente la propria cultura e acquista delle competenze. E ora?







venerdì 24 luglio 2020

HUMANA COMMUNITAS PER UNA SOLiDARIETA' RESPONSABILE


Covid-19. PAV: serve un'"etica del rischio" che protegga i più fragili

“L’Humana communitas nell’era della pandemia. Riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”: è il nuovo documento della Pontificia Accademia per la Vita (Pav) sulle conseguenze della crisi sanitaria provocata dal coronavirus

Isabella Piro - Città del Vaticano

Sviluppare un’etica del rischio, attuare la cooperazione internazionale e promuovere una solidarietà responsabile: sono questi i principi-chiave contenuti nel documento della Pav – il secondo dopo quello del 30 marzo scorso intitolato Pandemia e fraternità universale – dedicato all’emergenza globale conseguente al virus Covid-19. Il testo si apre con un interrogativo: quali lezioni abbiamo imparato dalla pandemia?
E soprattutto: quale conversione del pensiero e dell’agire siamo pronti ad affrontare, in nome della famiglia umana? Alla prima domanda, la Pav risponde con “la lezione della fragilità” che tocca tutti, ma soprattutto i ricoverati in ospedale, i detenuti in carcere, i rifugiati nei campi profughi. Ma al contempo, da questo insegnamento ne è derivato un altro: la consapevolezza che la vita è un dono. E ancora: la pandemia ci ha fatto capire che tutto è connesso e che “la depredazione della terra”, le scelte economiche improntate all’avidità e all’eccesso dei consumi, “la prevaricazione e il disprezzo della creazione” hanno avuto conseguenze anche sulla diffusione del virus.
Virus non conosce frontiere, unire le forze per trovare vaccino  
Maggiore attenzione – ribadisce l’Accademia – va data inoltre “all’interdipendenza umana e alla vulnerabilità comune”, perché mentre “i Paesi hanno sigillato i propri confini”, alcuni addirittura attuando “un gioco cinico di reciproca accusa”, “il virus non riconosce le frontiere”. Di qui, il richiamo ad “una sinergia di sforzi” per condividere informazioni, fornire aiuti e allocare risorse. Particolare impegno, poi, va posto allo sviluppo di cure e vaccini: in questo ambito, infatti, “l’assenza di coordinamento e cooperazione” è un ostacolo nella cura contro il Covid-19. Intanto – continua la Pav – la pandemia ha ulteriormente accresciuto il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri che hanno pagato “il prezzo più alto” perché di per sé già privi di risorse basilari e spesso flagellati da altre patologie letali, tra cui malaria e tubercolosi.
Assistenza sanitaria è diritto umano universale
Cosa fare, dunque? In primo luogo, il documento richiama l’importanza dell’“etica del rischio”, che comporti responsabilità specifiche nei confronti delle persone la cui salute, vita e dignità corrono maggiori rischi. Infatti, focalizzarsi sulla genesi della pandemia, senza guardare alle disuguaglianze economiche, sociali e politiche tra i Paesi del mondo – spiega la nota – significa non capire il significato delle condizioni che l’hanno fatta diffondere più velocemente. In secondo luogo, la Pav chiama “agli sforzi globali ed alla cooperazione internazionale” affinché sia riconosciuto, come “diritto umano universale”, “l’accesso ad un’assistenza sanitaria di qualità e ai farmaci essenziali”.
Ricerca scientifica sia responsabile, libera ed equa

Al contempo, si auspica una “ricerca scientifica responsabile”, ovvero integra, libera da conflitti di interesse e improntata a regole di uguaglianza, libertà ed equità. “Il bene della società e il bene comune nel settore sanitario vengono prima di qualsiasi interesse per il profitto – sottolinea l’Accademia – La dimensione pubblica della ricerca non può essere sacrificata sull’altare del guadagno privato”. Di qui anche la sottolineatura dell’importanza dell’Organizzazione mondiale della sanità, così da sostenere soprattutto “i bisogni e le preoccupazioni dei Paesi meno sviluppati nell’affrontare una catastrofe senza precedenti”.
Fare tutti la propria parte per un futuro migliore
Infine, la Pav auspica la promozione di una solidarietà responsabile, che sappia riconoscere la pari dignità di ogni persona, soprattutto di chi vive nel bisogno. “Tutti sono chiamati a fare la propria parte”, sottolinea il documento, ed è per questo che occorrono strategie politiche corrette e trasparenti e processi democratici integri. “Una comunità è responsabile quando oneri di cautela e sostegno reciproco sono condivisi” per il benessere di tutti. La nota si conclude invitando ad “un atteggiamento di speranza” che vada oltre la rassegnazione e la nostalgia del passato: “È tempo – dice la Pav – di immaginare e attuare un progetto di coesistenza umana che consenta un futuro migliore” per tutti.




                   RIFLESSIONI INATTUALI SULLA RINASCITA DELLA VITA




lunedì 6 luglio 2020

RIAPERTURA SCUOLE: RISANARE LE FERITE DEL COVID-19 - INVESTIRE SULL'INFANZIA


Monito del neuropsichiatra infantile, Ernesto Caffo: ascoltare bambini e ragazzi che tornano sui banchi di scuola, resi più fragili dall’isolamento vissuto nella pandemia. Fare rete per aiutarli. Gli Stati investono nell’educazione per tutelare l’infanzia

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Quarto seminario on line del ciclo per “Una Chiesa più sicura”, dedicato alla tutela dei minori e delle persone vulnerabili. Ad animare l’incontro è stato Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, l’associazione che ha sostenuto i webinar promossi dall’Unione internazionale delle Superiore generali (Uisg), insieme con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, il Centro per la tutela dei minori della Pontificia Università Gregoriana.
I danni della pandemia sui minori
Un’iniziativa voluta per allargare la conoscenza, nelle comunità ecclesiali e nelle società tutte, di problematiche ancora erroneamente ritenute marginali per una responsabile presa in carico dell’infanzia e di ogni altra persona resa debole dalle circostanze della vita. A chiudere il percorso la relazione di Caffo, collegato all’attualità del Covid-19, intitolata “Tutelare i bambini in seguito all’isolamento. In che modo la pandemia ha alterato le nostre relazioni?”.
La vita di ogni bambino è unica
Tante le suggestioni offerte dall’esperto di fama internazionale, che si è confrontato  con le molte domande poste dai partecipanti in vari Paesi del mondo al webinar, a partire dalla premessa che “La vita di ogni bambino è unica, importante e preziosa” e che  “ogni bambino ha diritto alla dignità e alla sicurezza”, come ribadito da Papa Francesco (Dichiarazione di Roma, 6 ottobre 2017). Da qui il monito di Caffo a ricordare - come sancito nella Convenzione dell’Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e in altre Carte internazionali - che il minore è sempre soggetto di diritto e mai oggetto di diritto o sfruttamento da parte di altri. Diritto primario alla cura e alla tutela, che purtroppo sono grandemente venuti meno durante la pandemia, che ha quasi ‘occultato’ bambini e adolescenti, chiusi in casa, allontanati dalle scuole e da ogni altro spazio, ambiente educativo, ricreativo e sportivo, privati della compagnia dei pari, dei parenti e soprattutto dei nonni, figure di grande rilievo nella formazione dei più piccoli, che spesso non hanno capito a fondo il motivo di questo isolamento.
Scuole chiuse e abbandono
Tutto ciò ha comportato, secondo dati dell’Unesco, danni al 90 per cento dei minori, imputabili soprattutto alla chiusura delle scuole, dove il ricorso all’insegnamento a distanza ha mostrato tutti i suoi limiti a sostituire l’educazione in presenza, oltre che rivelarsi del tutto fallimentare in situazioni familiari già socialmente svantaggiate. La chiusura forzata di bambini e ragazzi in ambienti di precarietà e promiscuità, materiale e morale, ha accresciuto i rischi di stress, disagi e violenze dirette o assistite e l’impossibilità di intervenire attraverso servizi sociali, che erano sospesi; particolarmente grave l’abbandono subito dai minori con disabilità fisica e mentale.
Disagi e stress nell’infanzia
In tutto il mondo sono aumentati – ha riferito Caffo – i disturbi del sonno, dell’alimentazione, dell’ansia e della depressione, dell’aggressività, della paura della morte non elaborata. Da qui l’urgenza di capire che il ritorno alla normalità, con la riapertura delle scuole e degli altri centri dedicati all’infanzia, non potrà non tenere conto di quando accaduto nei mesi del lockdown nel corpo e nella mente dei bambini e dei ragazzi, specie dei più piccoli da 0 a 6 anni, che non hanno avuto neanche il supporto delle attività a distanza e potrebbero avere introiettato esperienze negative senza possibilità di esprimerle in alcun modo se non a distanza magari di anni.
Il dovere primario dell’ascolto
Da qui l’appello accorato di Caffo rivolto agli adulti, ai genitori, ai familiari, agli educatori e a tutti gli operatori e alle agenzie, comprese le istituzioni cattoliche come parrocchie e oratori, che vengono in contatto con bambini e ragazzi, di porsi in loro ascolto, attentamente, cercando di cogliere i segnali di rischio e di stimolare in loro la resilienza, ovvero la capacità di volgere le negatività in positività, facendo perno sulle loro energie e su quelle delle comunità in cui vivono. Un ascolto responsabile e competente, ha insistito Caffo, che abbisogna di formazione specifica, su cui investire da parte degli Stati, specie sul personale scolastico e sui servizi sociali di risposta ai bisogni emergenti dell’infanzia, soprattutto dopo la denuncia da parte dei minori stessi e degli adulti di casi di sofferenze o di abusi e violenze.
Minori dimenticati e predati on line
La pandemia ha inoltre aumentato, come risulta da studi internazionali sulla rete, gli episodi predatori di pedofilia ai danni di minori, sovraesposti anche ai rischi di cyber bullismo e di altre forme di abusi, alla permanenza prolungata sulle piattaforme di giochi on line e ad intrattenere rapporti inconsapevoli con adulti.  
Fare rete, creare sinergie, investire
La strada da intraprendere dopo la pandemia è dunque quella – ha sottolineato Caffo – di una maggiore consapevolezza dei diritti dei minori da parte degli adulti, che riguardo il mondo digitale, entrato ancor più nel nostro quotidiano ordinario, debbono imparare loro stessi a conoscere bene la rete, a saperla gestire e a capire come tutelare bambini e ragazzi, che vi accedono liberamente fin dai primi anni di età. Sono obblighi di cura dell’infanzia non più rinviabili, che interpellano le famiglie, le aziende e gli Stati. Non è più pensabile che sia la scuola da sola a pensarci, come ci si è illusi in passato. Occorre fare rete, creare sinergie e affinare competenze nella stessa Chiesa e nella società.





venerdì 3 luglio 2020

LA SCUOLA CHE VERRÀ' .....

Incontro dei Sindacati scuola con Protezione Civile, Ministero Istruzione e INAIL

Si è svolto ieri, presso la sede nazionale della Protezione Civile, l’incontro tra organizzazioni sindacali e Comitato Tecnico Scientifico, alla presenza di rappresentanti del Ministero dell’Istruzione e dell’INAIL. Il dott. Agostino Miozzo, coordinatore del CTS, ha aperto l’incontro esprimendo la vicinanza del Comitato al mondo della scuola e la consapevolezza della complessità nella gestione del rientro in aula di tutti gli alunni il prossimo settembre. La programmazione degli interventi necessari sconta la complessità legata alle rilevanti dimensioni del sistema e dei numeri importanti direttamente e indirettamente in gioco nella gestione dell’attività scolastica, ma anche alle incognite relative all’andamento del contagio, che al momento mostra un trend recessivo ma la cui evoluzione va tenuta costantemente sotto attento controllo.
       Il CTS ha fornito proprie indicazioni sulla base dei dati epidemiologici disponibili, mentre la loro traduzione in relazione alle specificità legate all’istruzione è responsabilità della politica, nel confronto con le parti sociali.
Il dott. Miozzo ha ribadito come la prevenzione si fondi su tre elementi fondamentali: distanziamento, igiene delle mani e utilizzo delle mascherine. Le indicazioni sin qui fornite potrebbero anche essere modificate a settembre, mentre l’esperienza di altri paesi, ha ricordato, costituisce un importante invito alla prudenza. In Israele, ad esempio, da maggio ad oggi si è dovuto procedere alla chiusura di circa 150 scuole a causa dei contagi.
Il distanziamento e le misure indicate dal CTS, di cui va prevista una modalità sostenibile di attuazione, implicano opportune soluzioni organizzative sia per rispettare la distanza di un metro “da bocca a bocca” sia per l’attivazione di sistemi di contact tracing che consentano di intervenire tempestivamente in caso di contagio, onde circoscrivere rapidamente eventuali focolai.
Il dott. Sergio Iavicoli, che rappresentava l’INAIL, intervenendo anche su sollecitazione delle organizzazioni sindacali ha ribadito il metro lineare come indicatore del distanziamento necessario, ritenendo che gli indici di affollamento (in metri quadri) siano già contenuti nella normativa generale, comunque da rispettare.
         La CISL Scuola ha chiesto che sull’indice di distanziamento siano forniti ulteriori chiarimenti e precisazioni, considerando che molte scuole sono state costruite prima dell’entrata in vigore della norma del 1975 e quindi non risultano ad essa soggette, oppure hanno situazioni edilizie che non sono coerenti con i limiti imposti. Inoltre sono stati posti quesiti relativamente alle procedure da seguire nel caso in cui un allievo presenti sintomi durante l’orario scolastico, sulle responsabilità circa l’igienizzazione degli ambienti non scolastici utilizzati per la didattica, sui presìdi sanitari che potranno essere garantiti alle scuole a livello territoriale, sulla gestione dei c.d. “lavoratori fragili” e delle eventuali supplenze, sulla costruzione di percorsi di formazione e informazione. La segretaria generale Maddalena Gissi ha anche chiesto di chi sia la responsabilità nel definire gli indici sul numero massimo di alunni per classe, in relazione agli obblighi relativi all’edilizia scolastica propri degli enti locali.
       Per quanto riguarda la definizione dell’indice di affollamento, il dott. Miozzo si è detto disponibile ad un approfondimento, mentre ha precisato che nel caso di un alunno con sintomi la procedura da adottare consiste nella individuazione di un’aula per l’isolamento e nella richiesta di intervento dei servizi di pronto soccorso. Ha poi sottolineato di ritenere auspicabile un ripristino della rete di medicina scolastica e che una sollecitazione in tal senso è stata rivolta al Ministro della Salute. Ha inoltre assicurato la massima disponibilità della Protezione civile sia per interventi finalizzati ad incrementare gli spazi a disposizione delle scuole, anche con la costruzione di strutture temporanee, sia per la realizzazione di percorsi di informazione e formazione.
Ha infine chiarito che l’acquisto delle mascherine e degli arredi necessari per le istituzioni scolastiche avverrà in modo centralizzato, attraverso la gestione commissariale.
     Per quanto riguarda tutte le altre tematiche in discussione, si è concordato di aggiornare l’incontro alla prossima settimana, per consentire il necessario coordinamento con i ministeri interessati.




martedì 9 giugno 2020

PANDEMIA E RAGAZZI

Sono il futuro, ma sono anche persone con i propri diritti e doveri qui e ora

SI ESCA DALLA CRISI VEDENDOLA CON GLI OCCHI DI BIMBI E RAGAZZI

 di DUBRAVKA ŠUICA 
e DIDIER REYNDERS *

Caro direttore, la pandemia di Covid-19 è una tragedia umana di proporzioni epocali. Spesso sentiamo dire che questa malattia non discrimina, ma non è vero; i gruppi vulnerabili, come gli anziani, i senzatetto e le persone con patologie pregresse, sono maggiormente a rischio, e lo stesso vale per le donne, che costituiscono la stragrande maggioranza degli operatori e degli assistenti essenziali che vengono a diretto contatto con il virus. I bambini sono stati profondamente colpiti dalle misure di contrasto alla diffusione della malattia e proprio per questo nell’elaborare i piani per la ripresa dobbiamo assicurarci che non diventino le vittime silenziose di questa crisi, dobbiamo tener conto dei loro bisogni e dei loro diritti e dare spazio alle loro opinioni e alle loro preoccupazioni.
In tutto il mondo, segnala l’Unicef, circa 1 miliardo e mezzo di bambini non frequentano la scuola a causa del confinamento. Le nuove tecnologie hanno contribuito a garantire la continuità dell’apprendimento dei nostri figli e li hanno aiutati a rimanere connessi. Tuttavia, data la fase di sviluppo della vita in cui si trovano, i bambini risentono maggiormente della crisi rispetto agli adulti. A parità di durata del confinamento, il fatto di non andare a scuola ha un impatto molto maggiore su un bambino di quanto non ne abbia su un adulto il fatto di non recarsi sul luogo di lavoro. Molti bambini soffrono di stress emotivo a causa del distanziamento fisico e delle incertezze circa il loro futuro. Poiché la nuova normalità potrebbe richiedere il perdurare dell’apprendimento a distanza, è necessario rafforzare l’accesso libero ed equo all’istruzione digitale e ai programmi televisivi educativi pubblici di qualità. Anche perché il passaggio alla didattica a domicilio e all’istruzione online ha messo a nudo le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione dei bambini provenienti da famiglie svantaggiate, con genitori o persone che se ne prendono cura non sempre in grado di aiutarli con i compiti o di garantire loro l’accesso alle attrezzature tecnologiche necessarie o a internet. Molti bambini hanno trascorso molto più tempo online, spesso senza supervisione, il che li ha resi più vulnerabili ai rischi del mondo digitale. Dobbiamo assicurarci che i minori dispongano degli strumenti e delle conoscenze necessari per garantirne la sicurezza online. Genitori e insegnanti devono a loro volta essere sostenuti nei rispettivi ruoli, anche per quanto riguarda le nuove tecnologie per la didattica. Per i bambini che vivevano già in condizioni socioeconomiche precarie, l’accesso al sostegno e ai servizi sociali è diventato più difficile, con il rischio di aumento della povertà in quanto il reddito dei genitori è diminuito a causa delle ricadute economiche della crisi. La violenza domestica è aumentata
e i più colpiti sono le donne e i bambini. Molti abusi non sono segnalati e avvengono tra le mura domestiche senza che gli insegnanti o gli assistenti sociali se ne accorgano. Grazie alla legislazione della Ue, ciascuno Stato membro dispone di un numero di pronto intervento per i bambini scomparsi (il numero unico europeo 116 000) e di un numero per l’assistenza ai minori (che è quasi sempre il 116 111). Oggi più che mai è fondamentale che questi servizi siano adeguatamente sostenuti, finanziati e accessibili a tutti i bambini che ne hanno bisogno. E dobbiamo occuparci dei problemi sanitari dei bambini, compresa la loro salute mentale, ad esempio attraverso il sostegno psicosociale, l’assistenza psicologica, i servizi sociali e di protezione dell’infanzia. Molti bambini che vivono in istituto non hanno potuto vedere le loro famiglie per settimane o sono stati rimandati a casa per lunghi periodi senza un sostegno adeguato durante il confinamento e dopo l’allentamento delle misure. Lo stesso vale per i minori in carcere. La crisi che stiamo vivendo richiede sforzi per garantire l’accesso a sistemi giudiziari a misura di minore e resilienti alla crisi. Quanto sopra spiega il motivo per cui sarà fondamentale includere una forte dimensione dei diritti dei minori negli sforzi per la ripresa e nei piani di risposta. La riparazione del tessuto sociale e la preparazione di un futuro migliore per i nostri figli e per le prossime generazioni sono al centro del piano per la ripresa della Commissione europea presentato il 27 maggio. Abbiamo proposto di offrire sostegno finanziario alle misure di lotta contro la povertà infantile. Inoltre, la Commissione presenterà un’agenda per l’Europa e aggiornerà un piano d’azione per l’istruzione digitale che comprenderà le competenze digitali dei bambini, e nel 2021 proporrà una 'garanzia europea per l’infanzia' tesa ad assicurare a tutti i bambini l’accesso a servizi di base quali la sanità e l’istruzione. Dobbiamo coinvolgere i bambini e i giovani per comprendere appieno che cosa hanno vissuto durante la pandemia e mettere in atto le politiche giuste per sostenerli nel miglior modo possibile. Nell’elaborazione della nuova strategia dell’Unione Europea sui diritti dei minori, da adottare all’inizio del 2021, la Commissione farà tesoro dell’esperienza e degli effetti della crisi da Covid-19 e terrà conto del punto di vista dei bambini avvalendosi delle conoscenze delle organizzazioni per i diritti dei minori.
Poiché non siamo ancora in grado di prevedere l’impatto a lungo termine di questa crisi sui nostri figli, dobbiamo garantire che i piani di ripresa tengano conto delle loro esigenze. Quando si dice che i bambini sono il futuro, non dobbiamo dimenticare di aggiungere che sono individui con i propri diritti qui e ora. È nostro dovere proteggerli e il modo migliore per farlo è coinvolgerli nel nostro lavoro presente e futuro.

*Šuica, è vicepresidente della Commissione europea con delega per la Democrazia e la Demografia Reynders è commissario europeo alla Giustizia