noi discutiamo
sulle parole,
i ragazzi
perdono il futuro
Nel confronto in atto sul
tema della povertà educativa, nella trentennale esperienza del Centro Tau di
Palermo c’è un punto fermo: la vera povertà educativa è innanzitutto la
riduzione delle possibilità e degli orizzonti di vita. Per contrastarla occorre
costruire processi capaci di generare futuro. Ecco perché dovremmo provare a
rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma
attraverso la densità educativa di una comunità
Negli ultimi mesi il tema
della povertà educativa è tornato al centro del dibattito pubblico,
evidenziando una questione fondamentale: le opportunità educative non possono
essere separate dalle condizioni economiche e sociali dei territori. Il recente
confronto sulle pagine di Domani tra Cristiano Corsini (Le insidie della povertà “educativa”, un aggettivo che
deresponsabilizza, 24 maggio 2026) e Giulio Cederna (In difesa del concetto di “povertà educativa”: l’alleanza
necessaria contro le disuguaglianze, 16 settembre 2026) sul tema della
povertà educativa mi ha riportato a una frase ascoltata oltre dieci anni fa da
una ragazza del Centro Tau di Palermo. Una frase che, ancora oggi, continua a
descrivere la realtà di molti adolescenti dei quartieri popolari della città e
ad interrogare il nostro lavoro educativo.
Lo spazio che manca
Giulio Cederna, con il
quale ho avuto il piacere di collaborare alla realizzazione delle diverse
edizioni dell’Atlante dell’Infanzia di Save the Children, la riportata
nel suo articolo. A dirla fu una “ragazzina” del Centro Tau, intervistata da
Giulio nel 2014: «Oggi quello che manca di più nella nostra realtà è lo
spazio. Uno spazio fisico ma anche mentale, che significa possibilità,
futuro e speranza». A distanza di oltre dieci anni quella frase continua a
descrivere con straordinaria precisione la realtà di molti adolescenti che
vivono in contesti di “povertà economica e educativa”.
Lo spazio fisico siamo
riusciti a costruirlo, abbiamo tanti spazi a disposizione dei bambini e dei
ragazzi del nostro territorio, abbiamo creato luoghi di incontro, di relazione,
di apprendimento e di partecipazione, ma la grande sfida quotidiana è un’altra:
è creare uno spazio mentale, relazionale e affettivo dentro cui i ragazzi
possano immaginare il proprio futuro. Ma nel nostro territorio la povertà
educativa continua a manifestarsi anzitutto come riduzione degli orizzonti di
possibilità.
Molti adolescenti
crescono in contesti segnati dalla precarietà economica, dalla fragilità dei
servizi, dalla debolezza delle opportunità culturali e lavorative. Non si
tratta soltanto di mancanza di reddito. Si tratta di una progressiva riduzione
della capacità di immaginare alternative. È quella che, all’interno delle
riflessioni sviluppate dal Centro Tau, abbiamo definito come una vera e propria
“deriva della sopravvivenza”: una condizione nella quale il presente assorbe
ogni energia e rende difficile pensarsi dentro un progetto di vita.
La povertà educativa
diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia
già stabilito, interiorizza l’idea di essere incapace, non riesce più a vedere
il proprio futuro
La vera povertà che
incontriamo quotidianamente non è soltanto la mancanza di risorse economiche: è
la mancanza di possibilità. Quando un ragazzo smette di immaginare il proprio
futuro, la povertà economica e quella educativa iniziano ad alimentarsi reciprocamente.
La povertà educativa è innanzitutto una riduzione delle possibilità e degli
orizzonti di vita, e si contrasta costruendo processi capaci di generare
futuro.
Il dibattito sulla
povertà educativa
La discussione proposta
da Corsini e Cederna è importante perché evidenzia due aspetti complementari. Corsini
ci ricorda una verità fondamentale: non possiamo sostituire le politiche
pubbliche con i progetti educativi. Senza lavoro, casa, servizi, mobilità,
welfare e scuole di qualità le disuguaglianze continueranno a riprodursi. Cederna,
allo stesso tempo, evidenzia come esistano territori in cui vengono negate
opportunità educative fondamentali: luoghi senza spazi culturali, senza
occasioni di partecipazione, senza contesti capaci di alimentare crescita e
cittadinanza.
L’esperienza del Centro
Tau ci suggerisce che non bisogna scegliere tra queste due prospettive in
quanto la povertà educativa non è una categoria separata dalla povertà
economica. La povertà educativa è il modo attraverso il quale le disuguaglianze
economiche, sociali, culturali e territoriali entrano nella vita quotidiana dei
bambini e degli adolescenti. Per questo il problema non è scegliere tra
welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali capaci di
affrontare entrambe le dimensioni. Ecco perché dovremmo provare a
rilevare la povertà educativa non solo attraverso ciò che manca ai ragazzi, ma
attraverso le possibilità che una comunità riesce a generare e integrare.
Il problema non è
scegliere tra welfare e educazione, ma costruire comunità educanti territoriali
capaci di affrontare entrambe le dimensioni
Uno “sguardo” dal Centro
Tau
Sul territorio in cui
operiamo, la zona Cipressi Ingastone e Danisinni di Palermo, osserviamo ogni
giorno che la dispersione scolastica raramente nasce solo da una difficoltà di
apprendimento. Dietro un abbandono troviamo spesso fragilità familiari, povertà
economica, assenza di servizi, esperienze di esclusione e mancanza di
prospettive. Così come dietro a ogni persona che incontriamo, piccola o grande,
uomo o donna, troviamo anche il bisogno di relazioni significative, di
appartenenza, di fiducia e di riconoscimento. Per questo il Centro Tau nel
tempo ha cercato di caratterizzarsi non solo come un servizio educativo, ma
come una infrastruttura educativa, sociale e culturale territoriale, un luogo
che costruisce legami, fiducia, cittadinanza e opportunità, un pezzo di città
che prova ogni giorno a generare altra città.
Fin dall’inizio della
nostra esperienza abbiamo compreso che la povertà educativa si manifesta
soprattutto nei passaggi mancati: tra scuola e vita, tra l’adolescenza e l’età
adulta, tra formazione e lavoro, tra periferia e città. Per questo il nostro
lavoro consiste nell’abitare queste soglie, accompagnando i giovani nei momenti
in cui il rischio di perdersi è maggiore. Se dovessi sintetizzare in una
sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro Tau
utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a scriverlo
nella bellezza”.
Se dovessi sintetizzare
in una sola frase il principio pedagogico che orienta l’esperienza del Centro
Tau utilizzerei questa: “siccome nessun destino è già scritto, proviamo a
scriverlo nella bellezza”
La povertà educativa
diventa davvero pericolosa quando convince un ragazzo che il suo destino sia
già stabilito, quando interiorizza l’idea di essere incapace, quando smette di
attribuirsi talenti, quando non riesce più a vedere il proprio futuro. In questo
contesto la nostra azione educativa nasce dalla convinzione opposta: ogni
persona possiede risorse, capacità e potenzialità che attendono di essere
riconosciute, coltivate e valorizzate. Educare per noi significa allora
costruire contesti nei quali un giovane possa tornare a credere nelle proprie
possibilità prima ancora che nelle proprie competenze.
L’IeFP come diritto al
Futuro
Quando oltre la metà dei
ragazzi di alcuni quartieri rischia di interrompere il proprio percorso
formativo, offrire un percorso di Istruzione e Formazione Professionale – IeFP,
non significa soltanto “aprire” un corso, significa riaprire per molti giovani
il diritto al futuro. Non siamo più davanti a una difficoltà individuale. Siamo
davanti a una questione sociale, educativa e democratica. Il problema non
riguarda soltanto la scuola. Riguarda il modello di sviluppo del territorio, la
qualità delle opportunità offerte ai giovani, la capacità delle istituzioni di
generare fiducia nel futuro. È in questo contesto che abbiamo scelto di
avviare i percorsi IeFP del Centro Tau: non come alternativa di serie B alla
scuola, ma come un investimento sulla possibilità che ogni ragazzo possa
trovare una strada per diventare cittadino, lavoratore e protagonista della
propria comunità.
La dispersione scolastica
e formativa rappresenta una delle manifestazioni più evidenti della povertà
educativa. Ci siamo interrogati su come rispondere a questa sfida rileggendo il
pensiero e l’esperienza di Don Milani e mettendo in conto le difficoltà. Grandi
rischi e possibili grandi vantaggi, molti vincoli, tante opportunità. Per
questo la IeFP non è stata pensata come una semplice alternativa scolastica, ma
come una proposta educativa integrale. Non lavoriamo soltanto per portare un
ragazzo alla qualifica professionale. Lavoriamo affinché possa riscoprire
fiducia, appartenenza, desiderio, autonomia e capacità progettuale. La nostra
scelta è stata quella di valorizzare l’esperienza IeFP come percorso di
cittadinanza, spazio di apprendimento e relazione, un’esperienza di
orientamento permanente, un laboratorio di autonomia, una concreta opportunità
di futuro, un vero intervento di contrasto alla povertà educativa. Un pezzo
significativo del processo che definiamo Comunità Educante al Lavoro, di una
comunità che non si limita a osservare i problemi dei giovani, ma si mobilita
per costruire risposte: una comunità che mette insieme famiglie, scuole,
imprese, università, terzo settore e istituzioni. Una comunità che considera il
lavoro non soltanto come occupazione, ma come esperienza di dignità, libertà e
partecipazione.
Costruire territori
educativi
Forse oggi dovremmo
parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità
educativa dei territori. La verità è che le politiche
pubbliche appaiono spesso frammentate. I servizi intervengono separatamente. La
scuola agisce da sola. Il terzo settore agisce da solo. I servizi sociali
agiscono da soli. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie
integrate. Le comunità educanti possono rappresentare una risposta
importante, ma non possono sostituire la responsabilità pubblica, servono
politiche capaci di garantire contemporaneamente diritti sociali fondamentali,
scuole di qualità, opportunità culturali diffuse, servizi educativi permanenti,
percorsi di formazione e lavoro integrati ai percorsi di crescita, alleanze
strutturate tra istituzioni e territorio.
Forse oggi dovremmo
parlare meno di povertà educativa come categoria astratta e più di densità
educativa dei territori. La verità è che le politiche pubbliche appaiono spesso
frammentate. Mancano visioni comuni, processi condivisi e strategie integrate.
Ma c’è anche un altro
fattore che è necessario tenere in considerazione nell’affrontare il tema della
povertà educativa: la crescente difficoltà nel reperire e mantenere
operatori educativi, formatori, insegnanti, educatori professionali e figure di
accompagnamento sociale disposti a lavorare nei contesti più fragili. Nei
territori caratterizzati da elevate vulnerabilità sociali il lavoro educativo
richiede competenze elevate, capacità di gestione della complessità,
disponibilità a costruire relazioni significative nel lungo periodo e ad
affrontare quotidianamente situazioni di conflitto, disagio e incertezza.
Eppure, proprio questi contesti sono spesso quelli nei quali gli operatori
lavorano in condizioni più precarie. Si interviene attraverso progetti a
termine, finanziamenti discontinui, procedure amministrative complesse e tempi
spesso incompatibili con i ritmi necessari alla costruzione di processi
educativi efficaci. Si chiedono continuità, presenza e responsabilità, ma
troppo frequentemente si offrono contratti instabili, retribuzioni non adeguate
e poche opportunità di crescita professionale. La conseguenza è che la
fragilità dei territori rischia di sommarsi alla fragilità dei servizi. Mentre
chiediamo ai giovani di credere nel proprio futuro, facciamo fatica a garantire
condizioni che consentano agli stessi operatori di progettare il proprio.
Anche questa è una
questione educativa e sociale. Se vogliamo costruire comunità educanti capaci
di contrastare realmente le disuguaglianze, dobbiamo investire non soltanto
nelle strutture, nei progetti e nelle attività, ma anche nelle persone che
rendono possibile il lavoro educativo. Servono percorsi stabili di formazione,
strumenti adeguati, équipe multidisciplinari, supervisione professionale e
condizioni lavorative che permettano agli operatori di esercitare il proprio
ruolo con competenza, continuità e serenità.

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