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giovedì 23 febbraio 2023

DON MILANI. EDUCAZIONE ALLA LEGALITA' E ALLA POLITICA


Educazione alla legalità e educazione politica nella scuola, 

nella Lettera ai Giudici 

di don Milani

 

- di Luciano Corradini *

 

La "lezione" fatta ai suoi ragazzi e scritta con loro, indirizzandola a "una professoressa", si dilata e assume un vasto respiro etico e civile nella Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari toscani, raccolte sotto il Titolo L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani (1965). Si tratta di un testo, in tutto un'ottantina di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico e politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel corso di un'azione giudiziaria, con i cappellani militari e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un giovane gravemente ammalato, che argomenta la sua difesa come maestro e come sacerdote.

Viene spontaneo accostarlo a Socrate. Oltre che per la drammaticità della situazione e la lucidità dell'argomentazione, questi sintetici e densi discorsi sono esemplari per la loro chiarezza metodologica. Basti pensare alla famosa distinzione fatta nella LG: “La scuola è diversa dal tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e l’avvenire e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)". (….) "E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. (pp.36-37)

E’ qui individuato con chiarezza il sottile confine fra l’educazione civica e l’educazione politica, come in altri passi fra l'educazione etica, l'educazione storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia. La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità in tasca e di conoscere il futuro. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono “solo in confuso” le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli insegnanti queste belle cose debbano “indovinarle negli occhi dei ragazzi”. Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il diritto al rispetto e alla libertà d'insegnamento di ciò ritiene la verità, alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione.

Il leit motiv e l’incipit di queste certezze si trovano espresse in frasi come queste: "Cercasi un fine. Bisogna che sia onesto. Grande. Che non presupponga nel ragazzo null’altro che d’essere uomo. Cioè che vada bene per credenti e atei. Io lo conosco. Il priore me l’ha imposto fin da quando avevo 11 anni e ne ringrazio Dio. Ho risparmiato tanto tempo. Ho saputo minuto per minuto perché studiavo” (p.94). “Per esempio, ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. (LP,p.14)

Pensiamo alla crisi di motivazione dei giovani d’oggi e al coraggio di scrivere che un prete “impone” un fine elevato ad un ragazzo di 11 anni, e questo poi ringrazia Dio per questa imposizione, che gli ha aperto la mente. Woody Allen potrebbe chiedergli: e qual è il fine del prossimo? E che cosa hanno fatto i posteri per me? La risposta di Barbina è chiara e forte. I care, me ne importa.

"Ma questo, conclude don Milani, è solo il fine ultimo, da ricordare ogni tanto. Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d'intendere gli altri e di farsi intendere".  Condizione per cessare il fuoco e far la pace. Più attuale di così…

Luciano Corradini è professore emerito di Pedagogia generale nell’Università di Roma Tre. È stato docente nelle scuole secondarie, nel­le Università di Cosenza, Milano Statale, Bre­scia Cattolica e Roma La Sapienza, presiden­te dell’IRRSAE Lombardia, vicepresidente del CNPI (Consiglio nazionale della P.I.), con sette successivi ministri, sottosegretario alla P.I. nel Governo Dini, presidente dell’ARDeP, associazio­ne per la riduzione del debito pubblico, dell’AIDU (docenti universitari), dell’UCIIM (docenti medi).

 

mercoledì 4 luglio 2018

IL LIBERANTE SUSSURRO DELL'AUTORITA'

A PROPOSITO          DI 
OBBEDIENZA



Visto che la mia esperienza d’insegnamento si svolge in Germania, mi piace iniziare la riflessione sul rapporto scuola-obbedienza con la parola tedesca che sta per obbedire: gehorchen. Al prefisso ge segue horchen, verbo di uso corrente che significa porgere l’orecchio, ascoltare attentamente.
            In tedesco quindi l’obbedienza viene sorretta dal bisogno essenziale di un ascolto concentrato e presente, presupponendo che la fonte dell’interesse sia un po’ nascosta, immersa nel silenzio, difficile da percepire. Proprio il contrario di quello che l’obbedienza sembra sottintendere: pretesa, azzeramento della volontà o della capacità di pensare dell’altro.
            A scuola il termine obbedienza sembra essersi dissolto. Non sento mai dire: «I bambini non ubbidiscono», ma piuttosto: «Non fanno quello che dico, non mi seguono, fanno quello che vogliono, fanno finta di non sentire». Non è una peculiarietà relativa alla scuola. Nella Germania di oggi la parola obbedienza assieme a ordine, diligenza, autorità, potere, provoca una sorta di disagio, ha un retrogusto sospetto.
            È ancora troppo vicino il passato del nazionalsocialismo che, abusando di tutti questi termini, ha cercato di giustificare i suoi orrendi crimini. Quelle che una volta erano le migliori qualità indiscusse, peculiari e fondamentali di una nazione hanno dovuto essere ripensate, creando all’inizio un certo disorientamento.
A questo ripensamento corrisponde in ambito pedagogico la messa al bando definitiva della cosiddetta «pedagogia nera» improntata sulla paura e che tende a vedere l’alunno come un oggetto, un contenitore da riempire con le varie discipline, che porta in sé tendenze potenzialmente pericolose da raddrizzare nel caso si manifestino.
            Ecco quindi, influenzata dal [Sessantotto, la pedagogia antiautoritaria, che mette al centro il bambino con i suoi diritti e le sue potenzialità ma soprattutto si scaglia contro l’obbedienza, il criterio guida della pedagogia nera. Un’obbedienza che serve interessi sociali e di potere e che soddisfa anche chi richiede una sottomissione psicologica. Il nuovo ideale dunque è l’individualità al posto del conformismo e un’educazione che rende se stessa superflua.
In concreto però si registrano spesso perdita di valori, mancanza di rispetto e di disciplina, incapacità di sopportare la frustrazione e un fiorire di piccoli o grandi despoti incapaci di rapportarsi alle più semplici regole della convivenza. Le più moderne riflessioni pedagogiche sottolineano oggi il concetto di responsabilità al posto dell’ubbidienza, accompagnata dal rispetto incondizionato e della presa di coscienza da parte dell’educatore della dignità del bambino. Quindi la parola obbedienza a scuola è davvero superata?
            Dopo una breve inchiesta sul tema che ho fatto rivolgendomi a diversi miei colleghi, sono giunta alla conclusione che l’obbedienza si basi indissolubilmente sulla fiducia, ne sia una sorta di sinonimo dal suono leggermente più antipatico. Soprattutto i bambini piccoli danno quasi sempre alla maestra una fiducia incondizionata, una sorta di accredito; un grande regalo e una grande responsabilità per l’educatore; un dono a volte anche fragile, che con la crescita viene periodicamente ricontrollato, riaggiustato.
            Crescendo, l’accredito molto spesso cala, vuole poter essere messo in discussione, anche criticato. I veri professionisti di questa critica sono gli adolescenti. E il concetto di autorità? Come la Chiesa, anche la scuola è un’istituzione gestita secondo un modello gerarchico autoritario. Non dispotico ma, si spera, basato su valori come la collegialità ed il dialogo e arricchito dall’autorevolezza di tanti, cioè dalla loro capacità carismatica di coinvolgere e convincere.
Nel quotidiano scolastico l’obbedienza è presupposta ma non data per scontata; rappresenta il comportamento adeguato dell’alunno in risposta all’insegnante, la regola del gioco di squadra senza la quale il gioco non può funzionare, una regola a volte faticosa da fare rispettare. Vive del contrasto tra imposizione come mezzo e libertà come fine.
            Serve per semplificare, per dare una struttura, rende possibile un ordine in cui ognuno sappia come muoversi e possa crescere. Poi, è ovvio, obbedire non è sempre bello e non è sempre facile. Non tutto quello che l’insegnante dice viene sempre messo in pratica da tutti gli studenti e non tutte le mancanze di obbedienza hanno la stessa gravità.
Alcuni esempi pratici e antitetici, il primo molto nordico. Se fuori c’è la neve i ragazzi nell’intervallo non possono fare le pallate. Un certo pericolo è evidente, soprattutto con la lungimiranza di chi sa che qua la neve quasi sempre in inverno ghiaccia e se a qualcuno arriva in faccia una palla di ghiaccio misto a neve non fa decisamente bene. Ma non c’è niente da fare.
            Il fascino di questo freddo e bianco materiale e la gioia sportiva di lanciarla fa sempre dimenticare l’obbedienza. Altro caso è il bullismo: la disubbidienza alla regola fondamentale del rispetto reciproco richiede tempo, dialogo e sanzioni di ben altra dimensione. A seconda del carattere dell’alunno e del tipo di educazione ricevuta dai genitori ci sono bambini che non hanno problemi a dare fiducia e quindi ad obbedire e altri che sembrano volere disobbedire a qualsiasi regola per partito preso.
            Chi ha sempre bisogno di mettere in discussione ogni piccolezza o deve porre sempre se stesso e il proprio piccolo mondo al centro di ogni situazione, chi non è mai in grado di sottostare ad un’autorità, chi non sa farsi prendere per mano e aiutare non si rende semplice la vita. A scuola anche l’insegnante deve ubbidire. Al dirigente scolastico o a chi fa parte della squadra di direzione.
 Come l’alunno, anche l’adulto lo fa più o meno volentieri, a seconda del carisma e della competenza del dirigente, del tipo di mansione da svolgere, del senso che vede o meno nella mansione. A volte si sceglie attivamente di dare fiducia e si scopre che è stato un bene, altre volte si subisce e si agisce controvoglia. Entrambe le esperienze sono fonte di crescita.
              Oggi è chiaro che l’obbedienza è uno strumento educativo e non un fine; che ubbidire non mi rende un burattino nelle mani di qualcuno che mi manovra, ma mi aiuta a muovermi sicuro e senza pericolo su un sentiero che non conosco. A scuola obbedendo imparo appunto anche a tendere l’orecchio, a rimanere in ascolto, a discernere, fino al momento in cui mi sentirò sicuro e comincerò a muovermi con responsabilità e libertà.
 Monica Catani

 (articolo tratto da www.messaggerocappuccino.it)