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martedì 22 settembre 2026

LA SCUOLA SVELATA

UNA

 CITTADINANZA

 PLURALE




Il dibattito sul velo nelle scuole ripropone una vecchia idea di emancipazione: liberare le donne, decidendo per loro. Ma la libertà non si costruisce attraverso un divieto. Si costruisce creando le condizioni perché una scelta sia davvero possibile. È proprio questa infrastruttura della libertà che le istituzioni hanno progressivamente smesso di costruire. E il dibattito sul velo, così, finisce per rivelare la fatica crescente della scuola italiana ad essere luogo di costruzione condivisa di una cittadinanza plurale

di Federico Mento

 

C’è qualcosa di storicamente familiare nel tono con cui la Presidente del Consiglio ha affrontato la questione del velo nelle scuole. Un’urgenza civilizzatrice. Un’asimmetria di potere travestita da preoccupazione per giovani donne. Una domanda che si spaccia per risposta: toglietelo.

Nel 1959, Franz Fanon dedicò uno dei saggi più acuti e insieme più scomodo della sua opera a quel medesimo gesto. L’Algeria si toglie il velo, scritto nel pieno della rivoluzione algerina, descriveva l’animosità con cui il governo coloniale francese intendeva fiaccare la resistenza algerina, agendo sulle donne affinché fossero “liberate” dall’haïk, il velo tradizionale. Non era, di certo, un processo di emancipazione, al contrario, secondo Fanon, lo spazio simbolico del dominio coloniale. Lo svelamento imposto non trasformava le strutture di oppressione: le spostava, e nel farlo rivelava chi detenesse il potere di definire cos’è libertà e per chi.

La libertà che dipende dal contesto

La tesi che mi interessa esplorare è semplice, anche se le sue implicazioni sono complesse. Il velo si toglie quando toglierlo è una scelta libera. E la libertà di scelta non è una condizione data – è una condizione “derivata” dalla struttura dei diritti effettivamente accessibili, dalla qualità delle relazioni in cui una persona è immersa, dalla presenza o assenza di alternative reali.

Una ragazza che porta il velo in un contesto in cui spogliarsene la esporrebbe a sanzioni familiari, sociali, comunitarie non sta esercitando una scelta libera. Ma – ed è qui che il ragionamento svolta rispetto alla retorica governativa – la risposta a questa mancanza di libertà non è il divieto istituzionale. Il divieto non potrà mai costruire la libertà: la sostituisce con un’altra coercizione, aggiungendo l’ulteriore peso della sanzione istituzionale.

La libertà si costruisce nelle pratiche, che sono sempre relazionali, non si può imporre. Si costruisce quando una ragazza ha accesso a spazi di elaborazione autonoma della propria identità. Quando la scuola è un luogo in cui può confrontarsi con differenze, incontrare adulti di riferimento che la riconoscono nella sua complessità – non nella sua appartenenza di gruppo. Quando fuori dalla scuola esistono reti di supporto, servizi di mediazione, percorsi per famiglie che permettano di rinegoziare norme trasmesse senza necessariamente viverle come tradimento.

Quello che è stato abbandonato

È qui che il dibattito diventa imbarazzante per chi governa oggi e per chi ha governato fino a ieri. Perché il lavoro culturale necessario a costruire queste condizioni – lento, costoso, poco instagrammabile – è stato progressivamente abbandonato a livello istituzionale. La formazione interculturale degli insegnanti è ancora percepita come un’attività opzionale. I mediatori culturali nelle scuole sono figure discontinue, finanziate a progetto, strutturalmente precarie. Le politiche di integrazione degli ultimi anni si sono concentrate quasi esclusivamente sul controllo dei flussi, mai sulla qualità dell’incontro una volta che i flussi ci sono.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge

In questo vuoto, le famiglie di origine migrante – come del resto quelle autoctone – si regolano con le risorse che hanno. E spesso quelle risorse sono le reti comunitarie, con le loro norme, le loro aspettative, i loro codici di rispettabilità. Non devono, quindi, sorprendere le pulsioni identitarie, che si allineano negli interstizi della società liquida.

Proibire il velo non riempie questo vuoto. Lo rende solo invisibile, e intanto sposta il conflitto dentro le mura domestiche, dove nessun decreto raggiunge.

La scuola che viene “svelata”

Il titolo di questo contributo ha un secondo senso, meno ovvio. È la scuola a essere svelata, come istituzione. Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale.

Il dibattito sul velo, maneggiato così, rivela qualcosa di scomodo sulla scuola pubblica italiana: la sua fatica crescente a essere un luogo di costruzione condivisa di cittadinanza plurale

La scuola dell’autonomia scolastica fragile, dei contratti degli insegnanti fermi da anni, delle classi sovraffollate nelle periferie urbane dove la concentrazione di alunni con background migratorio è più alta, del sostegno psicologico praticamente assente – questa scuola viene oggi chiamata a risolvere con un divieto ciò che le politiche pubbliche non hanno costruito in trent’anni.

È una delega impossibile e anche un po’ ipocrita. Si chiede all’istituzione scolastica di essere “il braccio assimilatore” senza darle gli strumenti per praticare l’integrazione. Si usano le ragazze con il velo come simbolo di un problema culturale senza investire nella cultura come soluzione.

Come ci insegna Fanon, il velo è un significante che può abitare registri semantici radicalmente diversi: devozione, identità, tradizione, resistenza, obbedienza, scelta. Pretendere di sapere cosa significa per ogni donna che lo indossa è la prima forma di sopraffazione.

Quello che mi interessa è la cornice dentro cui si muove la proposta governativa. Una cornice che tratta la libertà come condizione preesistente che il divieto rivela, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Una cornice che guarda alla visibilità del problema – il velo come segno – ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale.

La cornice dentro cui si muove la proposta governativa tratta la libertà come condizione preesistente, anziché come condizione da costruire attraverso politiche concrete. Ignorando la struttura del problema: la diseguaglianza delle opportunità di scelta reale

Fanon scriveva che la colonizzazione non è un’avventura individuale ma un sistema di dominio, di corpi e di simboli. La risposta alle sue conseguenze non può essere individuale – non può essere chiesto alla singola ragazza di risolvere nel proprio corpo una contraddizione che è strutturale. Il velo si toglie, se si toglie, quando lo spazio sociale lo permette. Costruire quello spazio è il lavoro che non è stato fatto. È quello che continua a non essere fatto. Ed è da lì che bisognerebbe ricominciare, invece di fermarsi – ancora una volta – alla superficie.

Foto di Mufid Majnun su Unsplash: due donne in hijab che camminano per strada


www.vita.it


 

ALLENARE L'UMANITA' E LE MENTI

  


  L'AUGURIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 Riparte la scuola. Inizia un nuovo anno scolastico.

Come sempre. Ma non è una replica sempre uguale.

È un tratto di strada nuovo quello che comincia. Sono nuove le classi, nuovi gli studi che si affrontano, nuovi i ragazzi e le ragazze delle prime classi, ma soprattutto è nuovo il mondo, che cambia velocemente.

Un percorso aperto, sempre nuovo. Da affrontare con la speranza di dare e ricevere di più. Di crescere e di costruire.

La scuola prepara il futuro, come ben sappiamo. Tessendo insieme conoscenze e creatività, cultura e dialogo tra le persone.

Ricominciare da questa bella scuola ricostruita, da Amatrice, da Arquata del Tronto, da Norcia, da tutti i luoghi colpiti dal terremoto di dieci anni fa, dalle ferite profonde sofferte da queste comunità esprime il senso di quanto sia importante questo nostro ripartire.

Amatrice, Arquata del Tronto, Norcia, nella giornata della scuola, sono capitali d’Italia per sottolineare la centralità del percorso di ricostruzione e il dovere e la volontà di condividerne attese e prospettive.

Ringrazio il Ministro Valditara per le sue considerazioni. Ringrazio tutti coloro che si sono adoperati per dar vita ai momenti che stiamo vivendo qui, nella Scuola Sergio Marchionne; di cui saluto i ragazzi e le ragazze, i docenti, i collaboratori.

Ringrazio chi ci ha condotto in maniera così brillante, gli artisti, i campioni dello Sport, il personale del Ministero dell’Istruzione, le istituzioni e i cittadini di Amatrice.

Viviamo un cambiamento d’epoca. Grandi e veloci trasformazioni stanno mutando sia il contesto che la nostra quotidianità. La società, come sempre, ha bisogno della scuola, e di una scuola all’altezza dei tempi nuovi, per difendere la civiltà che è stata conquistata e per progredire ancora.

Come sempre, anche nei nostri giorni si tende a concentrarsi sul presente. A consumare nell’oggi le risorse. È invece necessario investire sul futuro. Sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola e sulla conoscenza.

Del resto, macchine sempre più intelligenti, per essere governate a vantaggio delle persone e delle comunità, hanno bisogno di persone sempre più preparate, più responsabili; e più ricche di valori.

I compiti educativi e formativi sono sempre stati cruciali. Ma oggi, se possibile, lo sono ancora di più.

Soprattutto oggi educare vuol dire, insieme a trasmettere conoscenze, promuovere talento e partecipazione; vuol dire sviluppare le qualità intellettuali e morali, vuol dire formare personalità libere e mature, capaci di contribuire alla vita di comunità.

 Abbiamo costruito nei decenni una buona scuola. Grazie al lavoro di tanti. Dobbiamo farla diventare migliore, sapendo innovare.

Nell’universo digitale l’intelligenza artificiale e le reti social sono motori di grande potenza che offrono opportunità fino a ieri inimmaginabili.

Dobbiamo peraltro saperne rimuovere i pericoli: di manipolazione della realtà, di colonizzazione del pensiero e dei sentimenti, di compressione – nascosta, invisibile, ma sostanziale - della libertà personale, di impoverimento dell’originalità e della creatività.

Il progresso non va ostacolato, né temuto, né seguito con passività. Va orientato e continuamente verificato quanto alla garanzia del primato della persona. Per questo è necessario che le generazioni più giovani - e più capaci di usare i nuovi strumenti – crescano, tenendo insieme conoscenza e umanità, capacità tecnologiche e solidarietà.

Compito della scuola è formare ragazze e ragazzi che abbiano voglia di adoperare le potenzialità dei loro cellulari per pensare in proprio, liberamente, e non per consegnarsi a qualcuno che pensi al loro posto; per cercare spazi nuovi e non per rassegnarsi a ciò che l’algoritmo decide di proporci.

Custodire e allenare la nostra umanità e le nostre menti, senza farle atrofizzare dallo strapotere computazionale: questa è missione della scuola.

Scoprire il proprio talento e contrastare l’omologazione sono anche chiavi per combattere dipendenze e solitudini.

Oggi tutto ciò che accade ci sembra vicino. Siamo inondati di parole e di immagini che provengono da ogni dove. Il paradosso è che nel mezzo di tante comunicazioni incessanti si può soffrire di isolamento e di abbandono.

La scuola deve includere, recuperare, ricostruire. I nostri bambini, i nostri studenti sono avanti a noi per tante cose, ma sappiamo che hanno bisogno di trovare fiducia, che il disagio può nascondersi nei loro comportamenti. Può nascondersi persino ai genitori.

Serve padronanza degli strumenti tecnici, ma servono anzitutto valori umani. Nella scuola la convivenza e il rispetto devono prevalere mettendo al bando la violenza.

La violenza si manifesta in molte forme. Prepotenze esplicite, gruppi e bande che si consolidano fuori dalle aule. Le violenze contro gli insegnanti: l’ultimo grave episodio di pochi giorni addietro si aggiunge a quelli già avvenuti in passato, non dimenticati. Talvolta da parte di ragazzi, più di frequente di genitori, ben più colpevoli in questo tradimento del loro compito educativo; sottraendosi alla indispensabile alleanza con gli insegnanti.

Ci sono violenze più subdole che richiedono antenne sensibili: il bullismo che infierisce sul più debole, la diversità e la debolezza che diventano causa di umiliazione, il disinteresse di chi volta le spalle davanti ad atti di viltà travestiti da bravate.

Sono intollerabili gli episodi di violenza e di sopraffazione ai danni di ragazze e sono inaccettabili anche quelle forme più ovattate di oppressione nei loro confronti, quelle pretese miserabili di supremazia e di impossessamento.

Più che un codice di comportamento la scuola deve aiutare a riconoscere un’etica condivisa. Gli insegnanti non devono, quindi, essere lasciati soli dalla società e le istituzioni non devono recedere dalla loro responsabilità in contesti difficili. Con un impegno rinnovato per sconfiggere la dispersione scolastica.

La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati.

La scuola prepara tutti – “E’ aperta a tutti”: così dispone l’art. 34 della Costituzione.

Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale.

Gli studenti non sono semplici utenti della scuola. La società ha bisogno della loro voce.

Ragazze e ragazzi, rendetevi ancora più protagonisti della vita scolastica. Con la vostra consapevolezza, con il vostro impegno.

Conoscenza e studio sono importanti per la vita. Non un sapere astratto o soltanto astratto, teorico. Ma un sapere che si unisce all’amicizia, alla premura per chi ci sta accanto, alla responsabilità verso gli altri. Questa è la strada della libertà. La nostra libertà è autentica se la libertà esiste per tutti.

Dobbiamo essere padroni dei nostri tempi. “C’è un legame stretto – sono parole dello scrittore Milan Kundera – tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio”. Ciò che si acquisisce senza la fretta di correre resta impresso nella memoria di una persona, ciò che si prende in velocità, spesso distrattamente, viene facilmente dimenticato.

La rapidità sembra diventata una condizione esistenziale. La scuola deve invece restare uno spazio di equilibrio dove si mira non alla lentezza ma alla solidità e, quindi, a uno sviluppo integrale della persona.

Care ragazze e cari ragazzi, vi viene detto spesso che siete voi il futuro. Lo siete già oggi.

Dovete, allo stesso tempo, voi, costruirlo e abitarlo.

Mattarella

www.quirinale.it


 

mercoledì 5 agosto 2026

UNA SPERANZA INCREDIBILE

 


Incontro con

 Domenico Battaglia

Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”. 

Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo, attento agli scartati della nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato. 

Buongiorno vescovo don Mimmo, come sta? Posso chiamarla don Mimmo? 

Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli lasciano il tempo che trovano e a volte allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde, non mi considero null’altro che questo: un fratello, un prete, un vescovo, un uomo che prova a camminare accanto agli altri. 

Lei è vescovo di una grande città del sud, Napoli, spesso al centro delle cronache per fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni? 

Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie ci sono povertà educative, assenze, ferite, solitudini, violenze viste troppo presto. Certo, il male va chiamato per nome, ma senza mai smettere di credere che una persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene e un bambino educato con un intento preventivo valgono più di mille discorsi sulla sicurezza. 

Non crede che il Paese non crescerà se non insieme? 

Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche per le città e le regioni della nostra Italia. Ce lo insegnano i momenti più duri della nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non vale soltanto per le aree geografiche ma anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro. 

 Ha fondato un centro contro le dipendenze che attanagliano giovani e meno giovani; non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle famiglie anche da parte delle istituzioni? Che ci sia bisogno di un patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni affinché nessuno rimanga indietro? 

Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono soltanto un problema sanitario: spesso sono una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga, concreta, umile, dove nessuno pensi di bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde il senso del noi, restano tanti piccoli “io”. Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida. 

“Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco. 

Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra.” Utopia o realtà? 

Se smettiamo di credere alla pace, la guerra avrà già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il Vangelo è pieno di utopie concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore e delle parole. Io credo che ogni gesto di fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo di profezia che si compie. Ed è da questi gesti che dobbiamo ripartire. 

Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta forma di carità”? 

Assolutamente sì. Ma attenzione: non parlo di appartenenze partitiche. Parlo dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano dalla storia, che non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla. 

 “Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” diceva il grande Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura di farci chiamare comunisti? 

Io credo che il problema non sia come ci chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba sempre quando prende sul serio i poveri. Perché non si limita all’elemosina: domanda giustizia, dignità, diritti, lavoro, pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il non stare dalla loro parte sarebbe imbarazzante come credenti se guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona. 

Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo fare per ritrovare questa forza? 

Forse dobbiamo smettere di difendere il cristianesimo e ricominciare a viverlo. In questo tempo l’apologia serve poco: oggi più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità. Perché la gente non ha bisogno di cristiani perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose. 

Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa assemblea? Non pensi che temi come il diaconato femminile, i “viri probati”… non siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida una donna o un uomo sposato? 

Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E già questo, in una Chiesa spesso abituata a parlare più che ad ascoltare, è molto. Certo, ci sono temi che molti avrebbero voluto vedere affrontati con maggiore decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione, discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la risposta sarà sincera, allora molte strade si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi. 

Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di salutarci… lei ha paura della morte? 

Più che della morte, ho paura di arrivare a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore e se smettessi di amare, rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco, questa è la mia paura: non amare abbastanza. Io spero che alla fine del la vita il Signore non mi chieda quanti risultati ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E spero che la morte, quando arriverà, mi trovi ancora intento e operoso nell’amare. 

Che impressione ha avuto dalla visita di papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita? 

La città e la Chiesa hanno risposto nel modo in cui rispondono a tutti coloro che nel segno della pace bussano alla loro porta: con gioia e con grande accoglienza! Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia. Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto! Ed è stato bello vedere come negli occhi di papa Leone tutto questo si è impresso trasformandosi sorriso. Sono molto grato al papa. Ma so anche che il papa è molto grato a questa città. 

Rocca

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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese. 

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

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domenica 4 gennaio 2026

QUALE IDENTITA' ?

 


MANEGGIARE 

CON CURA

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.

- di Italo Fiorin

  Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.

Galli della Loggia continua la sua campagna in favore dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.

“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”

Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.

Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno, quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era, infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia, uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.”

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea, planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini dell’Europa e del mondo.”

Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una identità italiana della quale poter essere orgogliosi?

L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di ‘eroi’?

 

lunedì 24 novembre 2025

ARTIGIANI DI COMUNITA'

 


UNA SFIDA PER LE ASSOCIAZIONI

«Essere artigiani 

di amicizia,

 di fraternità, 

di relazioni autentiche »


«L’amicizia può veramente cambiare il mondo» 

perché «è una strada verso la pace».

Leone XIV

-        -         di MATTEO LIUT

-          Che lo vogliamo o no, siamo tutti intrinsecamente costruttori di comunità, ma non esiste un modo univoco di esserlo, come dimostra un certo stile oppositivo di fare gruppo oggi, che spesso definisce i perimetri dell’appartenenza guardando agli altri quasi come “nemici” da combattere. 

Ecco perché la Chiesa, con questo suo insistere sulla “sinodalità” – inteso come stile che esprime la fraternità mentre si percorre un cammino assieme – nel nostro tempo può avere un ruolo così determinante e profetico in tutti gli ambiti della società. Siamo, infatti, inevitabilmente tutti portatori di comunità e lo siamo dal momento in cui arriviamo ad abitare questo mondo fino a quando chiudiamo gli occhi per sempre: la nostra nascita genera comunità, crea legami, alimenta relazioni, convoca una famiglia; ma anche la nostra morte genera comunità, raduna amicizie e parentele, affida a chi resta una memoria condivisa. E così tutto quello che sta nel mezzo: generiamo comunità andando a scuola o al lavoro, scandendo con riti e celebrazioni i momenti di passaggio della nostra vita, usando gli strumenti della comunicazione digitale. E le scienze ci insegnano che anche la nostra base biologica e anatomica, come quella psichica e affettiva, è un’esperienza comunitaria, ovvero una dinamica collettiva dove ogni elemento funziona perché è in relazione con gli altri.

Siamo destinati alla comunità anche dentro il rapporto più intimo e apparentemente esclusivo tra due persone che si amano: gli innamorati sentono che il loro sentimento chiede loro di essere testimoni di bellezza e di non trattenere per sé ciò che si prova. È innegabile, quindi, che la comunità nell’esistenza umana esiste come qualcosa di connaturale e inevitabile.

Ma questo, appunto, non significa che sappiamo in modo naturale come si costruisce una comunità in grado di essere radice di futuro. Dove imparare a farlo, quindi? E dove imparare a orientare la nostra natura comunitaria verso un progetto più grande, che sappia rispondere alla nostra inesauribile sete di senso, al bisogno primario di essere amati?

Rimanere senza una mano che accompagna in questo cammino genera quello che il Papa ha descritto ieri nel suo discorso davanti ai vescovi italiani, riuniti ad Assisi per la loro 81ª Assemblea generale: «La solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro». Parole cui Leone XIV fa seguire l’invito a dare forma ciò a cui la Chiesa è chiamata «dalla Parola e dallo Spirito»: «Essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche». Espressioni in piena consonanza con quelle pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione all’Assemblea e nella conferenza stampa di chiusura. L’appello a essere costruttori di comunità non ha solo a che fare con la radice storica e teologica dell’agire della Chiesa nel tempo dell’umanità (Dio stesso è comunità, è Padre, Figlio e Spirito Santo e il mandato del Risorto è quello di fare di tutti gli esseri umani un’unica comunità battezzata, cioè, immersa, nella vita di Dio), ma è snodo fondamentale per continuare ad alimentare la vita della stessa della comunità dei credenti. 

Farsi compagni delle donne e degli uomini non per “indottrinarli” ma per camminare con loro nel viaggio di scoperta della radice infinita della loro stessa esistenza è il primo necessario compito ecclesiale. Ecco perché alimentare la sinodalità oggi è così “strategico” e Zuppi ha voluto chiedere risposte chiare, concrete e opportune al Cammino sinodale compiuto in questi anni dalla Chiesa italiana: è in questo stile che sta la profezia delle comunità ecclesiali. Dietro c’è la consapevolezza che contribuire a dare forma a una società più fraterna e solidale, a un’economia di comunione, a una politica della speranza che dà voce agli ultimi, è la condizione fondamentale per aiutare le persone a incontrare Dio. 

Sì, perché l’esperienza comunitaria, dentro la Chiesa, non è fine a se stessa, la compagine ecclesiale non è un partito, non è un club, un gruppo d’interesse, una rete sociale, che si alimenta della propria stessa identità, ma è uno strumento pensato per portare all’incontro con Cristo. 

Una relazione, questa sì, che è intima e personale e che motiva la responsabilità individuale nel mondo: i cristiani vivono in comunità ma non delegano al gruppo, sperimentano la condivisione ma si fanno carico in prima persona degli altri, agiscono insieme ma rispondono di sé stessi.

 La sinodalità, insomma, vissuta alla luce del Vangelo, forma cittadini adulti. E quindi società aperte al futuro.

 

www.avvenire.it

 

 

  

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martedì 13 maggio 2025

CITTADINI VECCHI E NUOVI PER L'ITALIA

 

L'editoriale di VITA magazine di maggio (che presenta alcune novità grafiche) è firmato dal direttore e schiera la testata a favore del "sì" alla riduzione da dieci a cinque anni delle tempistiche per l'ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri che risiedono regolarmente nel nostro Paese

 

di Stefano Arduini

 

Lo scorso gennaio in occasione della 59esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco scrisse queste parole: «Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire. Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come — dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media — rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica. 

C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della “dispersione programmata dell’attenzione” attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro. Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. 

E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Non possiamo arrenderci a questa logica».

Un referendum

Nelle prossime settimane la mostrificazione della realtà vivrà un momento apicale. L’8/9 giugno infatti è in calendario la due giorni referendaria. Uno dei quesiti, il numero 5, riguarda la cittadinanza. Se passerà, saranno ridotti da dieci a cinque gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Il tema, ricordano i promotori, secondo le stime coinvolge 2,5 milioni di persone. Coinvolge i migranti, ma riguarda tutti noi. Ce lo presenteranno come un duello fra chi sta coi migranti versus chi è contro. Una contrapposizione di maniera al servizio di un giornalismo facilone, pigro e velenoso. 

Chi scrive andrà a votare convintamente a favore della riduzione delle tempistiche di ottenimento della cittadinanza. Sarebbe un risultato importante. I pronostici però danno per molto improbabile il raggiungimento del quorum. Ma a prescindere dal passaggio alle urne rimane uno snodo: la nostra è una società che ha un estremo bisogno di partecipazione. Su questo punto c’è unanimità. E allora che senso avrebbe non aprire le porte della cittadinanza a 2,5 milioni di persone che già vivono legalmente nel nostro Paese? Se usciamo dal fanatismo partitico e “giornalistico” denunciato da Francesco, la risposta non può che essere: nessuno. Schierarsi al referendum è necessario, ma non sufficiente. Qualunque sia l’esito delle urne occorre che il tema della partecipazione civile e politica in un Paese ormai abituato ad eleggere i suoi rappresentanti con meno del 50% degli aventi diritto vada affrontato senza infingimenti. Italiani di sangue o stranieri di origine: cittadini non si nasce, cittadini si diventa. 

Cittadinanza e nazionalità

Secondo il consiglio d’Europa «il concetto di cittadinanza ha molti più livelli di significato di quello di nazionalità. Oggi “cittadinanza” non è solo un termine legale ma si collega — tra le altre cose — al senso di appartenenza dell’individuo, per esempio a una comunità che egli può plasmare e influenzare direttamente». Per disarmare la comunicazione e civilizzare il confronto sociale servono cittadini responsabili. Cittadini interessati e appassionati nel plasmare la propria comunità. Ce ne sono sempre meno: questo è l’elefante nell’armadio che facciamo finta di non vedere. 

Per generare responsabilità (e quindi confronto, e quindi partecipazione, e quindi sicurezza, e quindi benessere) occorre creare contesti dove si impari a essere cittadini responsabili e attivi. 

Come? Per esempio scommettendo su scuola e Terzo settore.  

Coinvolgere gli studenti (ancora una volta: italiani o di origine straniera poco importa) in attività di partecipazione civica (su questo punto l’associazione Labsus è un deposito di ottime prassi) e favorire esplicitamente la diffusione dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale sono due carte essenziali da giocare  per aumentare la qualità della partecipazione e della cittadinanza nel nostro Paese.

Un principio che vale prima e dopo il referendum. 

 https://www.vita.it/