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sabato 18 luglio 2026

UNA NUOVA CIVILTA' ?

 


La nuova civiltà 


di 


Donald Trump




-di Giuseppe Savagnone 

Dietro le sceneggiate

Consapevolmente o no, Donald Trump sta determinando – con le sue esibizioni istrionesche – l’effetto che tutti i prestigiatori e gli illusionisti si propongono: distrarre l’attenzione del pubblico da ciò che realmente sta accadendo. In realtà, dietro i comportamenti imprevedibili e sconclusionati del capo della Casa Bianca è possibile individuare un ben preciso progetto, che va molto al di là dell’economia e della politica, perché esprime un modello di civiltà che non solo mira a “fare di nuovo grande l’America”, ma si propone di riscattare tutto l’Occidente dalla sua presunta decadenza.

Di esso ovviamente Trump non è l’inventore. Lo ha attinto dalle zone profonde degli Stati Uniti che lo coltivano da sempre e che hanno puntato sul tycoon per dargli finalmente voce e tradurlo in pratica. Gli analisti più attenti ne individuano tre assi portanti.

Il primo è l’appropriazione della tradizione dell’Impero Romano. In questa rilettura – ovviamente discutibile e riduttiva – gli attributi fondamentali di questa tradizione sarebbero l’autorità indiscussa e carismatica di un leader, la virilità, la capacità di imporre la propria volontà, contro la decadente esaltazione del principio democratico, dell’uguaglianza, del rispetto degli avversari e della cura dei più deboli.

Non è un caso che, per festeggiare il suo ottantesimo compleanno, Trump abbia organizzato, in un’arena allestita davanti alla Casa Bianca, un grande torneo di arti marziali miste, costato 60 milioni di dollari, sul modello dei giochi romani dei gladiatori.

Quale cristianesimo?

Il secondo asse è il recupero dei “valori giudaico-cristiani”, di cui l’amministrazione Trump esalta il ruolo pubblico, in alternativa alla visione illuminista e al principio di laicità. È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche nell’elezione del presidente. E questi, in risposta, ha istituito un Ufficio della Fede, chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White, che da anni è una sua fidata consulente spirituale e che è sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

È chiaro che in questa valorizzazione del cristianesimo non trovano alcun posto la fraternità, l’attenzione ai poveri, la rinunzia alla violenza. Ma c’è di più. La prospettiva “giudaico-cristiana”, coniugata con l’esaltazione di una romanità in cui l’imperatore veniva divinizzato, ha finito per esprimersi in un’ambigua assimilazione del capo politico alla figura del Messia, come appare in un post che chiaramente ritrae Trump con fattezze che ricordano Gesù Cristo.

Il terzo asse è quello economico-finanziario. Il tycoon ha mescolato economia e politica fin dalle sue rivendicazioni nei confronti della Groenlandia, e poi nella guerra dei dazi e nell’operazione con cui ha spogliato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. E anche parlando dell’attuale conflitto con l’Iran ha detto ai giornalisti: «Se dipendesse da me prenderei il petrolio iraniano, guadagneremmo un sacco di soldi». Per non parlare della sua tendenza a finalizzare le sue scelte istituzionali agli interessi della sua famiglia e dei suoi amici, con un palese conflitto di interessi.

Lo scontro di civiltà e l’attacco all’Europa

Il presidente americano sembra credere alla profezia fatta nel 1996 dal politologo statunitense Samuel P. Huntington nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. «La mia ipotesi – scriveva lo studioso – è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura. (…). Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale».

In questo scontro il primo bersaglio di Trump è l’Europa. Si è fatto suo portavoce il suo vice, J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Quali siano questi valori lo si capisce dalle contestazioni mosse da Vance nel suo discorso. Al primo posto l’identità etnica e religiosa, minacciata da una politica migratoria che, a quella data, vedeva i governi europei ancora abbastanza aperti all’accoglienza. Poi, la libertà di espressione, che Vance ha accusato l’Europa di violare, probabilmente in riferimento all’esclusione dalla Conferenza del partito neonazista Alternative für Deutschland, i cui dirigenti egli ha incontrato dopo il suo intervento. Un noto analista ha commentato: «Trump vede le democrazie liberali europee non come partner, ma come avversari in un conflitto di civiltà».

Su questa linea, nella nuova National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025 l’Europa era descritta come «civiltà in declino», che «rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni» se le tendenze attuali non verranno invertite.

Verso la nascita di un nuovo Occidente?

L’auspicata inversione in realtà in parte sta avvenendo. Le politiche migratorie dei governi europei si sono progressivamente avvicinate al modello statunitense. E i “cordoni sanitari” con cui le democrazie avevano sempre isolato i partiti di estrema destra, i loro slogan, i loro simboli, sono ormai solo un ricordo, in uno scenario che vede questi partiti ormai al potere, come in Italia, o candidati ad arrivarci prossimamente, come in Germania, in Francia, in Spagna, nella stessa Inghilterra.

Né sembra che la civiltà europea nata dall’Illuminismo e fondata sulla democrazia liberale sia in grado di opporsi a questa dilagante deriva. I governi europei, incapaci di trovare linee politiche veramente comuni, sono stati costretti non solo a chiudere gli occhi sulle ripetute violazioni del diritto internazionale, non solo ad accettare i diktat trumpiani per quanto riguarda l’aumento delle spese militari e i dazi, ma a subire i continui, pesanti attacchi verbali, anche personali, nei confronti dei loro leader (l’ultimo quello a Giorgia Meloni). Almeno sul fronte europeo, lo scontro di civiltà sembra destinato a segnare la totale vittoria del modello americano.

Anche perché Trump e i suoi collaboratori – primo fra tutti Musk – sostengono attivamente, con i loro enormi mezzi finanziari e tecnologici, l’affermazione politica e culturale di chi lavora per questa “civiltà”. Come conferma il fatto che, nei giorni scorsi, il Dipartimento di Stato americano abbia offerto finanziamenti fino a 3 milioni di dollari a organizzazioni europee allineate al movimento MAGA con l’obiettivo dichiarato di «coltivare legami di civiltà» tra Stati Uniti e vecchio continente. I beneficiari dovranno affrontare «le sfide su sovranità nazionale, migrazione, censura e lawfare in linea con una filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni».

Ritornano in mente le parole di Giorgia Meloni a Trump, durante la visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile 2025: «Il mio obiettivo – aveva detto – è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà». Ora l’obiettivo è vicino a essere raggiunto. Anche se forse la nostra premier, dopo poco più di un anno, ha motivo di porsi qualche domanda.

Ma ad interrogarsi dovrebbero essere innanzi tutto quei leader che, a parole europeisti, continuano a impedire il passaggio dall’unità puramente economica a quella politica; e quegli esponenti di una cultura che ha rinnegato l’anima cristiana dell’Europa, senza però riuscire a trovarne un’altra capace di dar vita a una civiltà alternativa a quella di Trump.

Lo scontro con la civiltà iraniana

L’altro fronte dello scontro di civiltà promosso da Trump è l’Iran, emblema di un islamismo che non si piega all’egemonia occidentale. E qui in particolare è emersa la riduzione della dimensione religiosa alle logiche di un sovranismo imperialista. Ha fatto il giro del mondo il video in cui un gruppo di leader evangelici, radunato nello Studio Ovale, invoca su Trump l’illuminazione divina a sostegno alle sue decisioni militari.

E il Segretario alla Guerra Peter Hegseth ha più volte fatto appello a una “missione” data da Dio stesso agli Stati Uniti in questo conflitto: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».

In realtà l’attacco sferrato contro la Repubblica islamica muoveva dalla premessa che si potesse riprodurre nei confronti di quest’ultima il “modello Venezuela”: assedio militare con grande dispiegamento di forze, fulmineo attacco con decapitazione dei vertici del regime e loro sostituzione con un personaggio manovrabile. Recentemente abbiamo appreso da rivelazioni giornalistiche che si era puntato sull’ex presidente Ahmadinejad perché svolgesse il ruolo che Delcy Rodríguez ha assunto in Venezuela.

Ma il piano non ha funzionato. Per il semplice motivo che l’Iran non è il Venezuela. Si capisce l’ironia della risposta iraniana alle reiterate minacce americane: «Quando voi vivevate ancora nelle caverne alla ricerca del fuoco, noi stavamo già incidendo i diritti umani sul cilindro di Ciro. Abbiamo resistito alla tempesta di Alessandro e alle invasioni mongole e siamo rimasti; perché l’Iran non è solo un Paese, è una civiltà».

Il capo della Casa Bianca ha mostrato di accettare questa sfida, dicendosi pronto a portare lo scontro ai suoi esiti estremi. Come quando, il 7 aprile scorso, annunciò l’ultimatum, poi revocato: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».

Da più parti gli è stato fatto notare che non bastano i missili di uno Stato nato 250 anni fa a cancellare una civiltà che risale al 650 a. C. e che è anteriore di millequattrocento anni alla nascita dell’impero arabo e dell’islam (l’Iran, ricordiamolo, non fa parte del mondo arabo e la sua lingua è il farsi). Oggi se ne parla molto solo riferendosi alla sistematica violazione dei diritti umani – soprattutto di quelli delle donne – da parte del regime degli ayatollah. Ed è verissimo che, dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, l’adozione della Sharia, la legge coranica, rivela sia la grave incapacità di questa civiltà di evolversi in dialogo con altre culture, sia la volontà di trincerarsi in un fanatico fondamentalismo.

Ma a chi ne trae la conclusione che quello in corso è lo scontro tra la civiltà (occidentale) e la barbarie bisognerebbe ricordare che nel 1953, sotto lo scià Reza Pahlevi, il primo ministro Mohammad Mossaddeq, democraticamente eletto, fu destituito da un colpo di Stato organizzato dalla Cia e dai servizi segreti inglesi, per aver nazionalizzato l’industria petrolifera, allora di proprietà britannica. E le parole di Trump sul petrolio iraniano, in analogia con la vicenda del Venezuela, fanno intravedere quale tipo di civiltà l’Occidente intenda esportare.

Di sicuro, però, non è il modello iraniano l’alternativa su cui puntare per fermare l’avanzare della civiltà trumpiana. Devono essere gli Stati Uniti e l’Europa a trovare in sé stessi le risorse per inventarsene una. E le notizie che vengono dagli Usa, con l’elezione di Mamdani a sindaco di New York e quella, alle primarie, di esponenti democratici finalmente aperti al sociale, fanno sperare.

Proprio la cultura europea sembra essere ancora incapace di una vera creatività. Ma non è detta l’ultima parola.

www.tuttavia.eu

 

giovedì 4 giugno 2026

L'ERA DELLA RESPONSABILITA'

 


Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza.


-di Vito Mancuso 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

 C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.

La Stampa” 

mercoledì 15 aprile 2026

DEMOCRAZIA E LEGGE MORALE


 Il Papa: la democrazia si basi sulla legge morale o si rischia la tirannia

“La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”. È un passaggio del messaggio del Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali riunita in plenaria

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il potere non come fine in sé ma come un mezzo per raggiungere il bene comune; la temperanza che “funge da barriera contro l’abuso di potere”; l’ordine internazionale che nasce dall’equilibrio di potere e la democrazia che rimane sana se radicata nella legge morale. Sono alcuni degli spunti che Papa Leone offre nel messaggio in inglese inviato ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dal 14 aprile, fino al 16 sul tema: L'uso del potere: legittimità, democrazia e la ridefinizione dell'ordine internazionale.

“Un argomento – scrive il Papa - particolarmente attuale, che concentra la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento fondamentale per costruire la pace all’interno delle nazioni e tra di esse in questo momento di profondo cambiamento globale”.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Saggezza e temperanza contro gli abusi di potere

Leone richiama la dottrina sociale della Chiesa cattolica e sottolinea che “la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di potere economico o tecnologico, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata”. La saggezza persegue infatti il vero bene ed è “inseparabile dalle virtù morali”. “Sappiamo – evidenzia il Pontefice - che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per un sano processo decisionale e per mettere in pratica le decisioni. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’esaltazione smodata di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere”.

La democrazia, argine alla tirannia e al dominio delle élite

Autorità e potere legittimo trovano espressione nella democrazia che riconosce la dignità dell’uomo e lo invita anche a partecipare alla ricerca del bene comune. “La democrazia rimane sana, tuttavia, solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. Priva di questo fondamento, - si legge nel messaggio - rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche”.

 La concentrazione di potere, minaccia democratica

La riflessione del Papa riguarda anche l’ordine internazionale, guidato dagli stessi principi che sorreggono l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni. “Una verità – scrive - che è particolarmente importante ricordare in un momento in cui le rivalità strategiche e le alleanze mutevoli stanno ridefinendo le relazioni globali”. Un ordine internazionale giusto e stabile, secondo il pensiero di Leone, “non può nascere dal semplice equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”.

Una cultura della riconciliazione

Da qui l’appello, in linea con i predecessori, perché si rinnovino le istituzioni ispirandole al principio di sussidiarietà, ripensando anche le modalità della cooperazione internazionale. Soffermandosi poi su una prospettiva di fede, il Papa rammenta che “la potenza divina non domina, ma piuttosto guarisce e ricompone”, perché fa ricorso alla logica della carità “per costruire una cultura della riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza”.

 Vatican News


 

giovedì 9 aprile 2026

LE DIECI PAROLE TRADITE

 


Ci sono parole alla base della nostra civiltà. 
Lo specchio di noi stessi.

 Il vice direttore del «Corriere della Sera» Venanzio Postiglione parte dalla nascita: l’etimologia, i miti più belli, il valore originario. 

Racconta la storia: come sono cresciute e cambiate, gli autori che le hanno scoperte e riscoperte con entusiasmo. Fino a oggi. Tradite, stravolte, irriconoscibili. 

La democrazia che diventa illiberale, la misura perduta, il pianeta offeso e dimenticato, il talento chiuso a chiave, la verità sommersa dalle falsità. 

Così come la felicità che non è più un bene pubblico, la fraternità sparita anche dai sogni, la libertà travolta dall’odio social, la parità uomo-donna prigioniera degli stereotipi, la pace stracciata e umiliata. 

L’età delle potenze spazza via l’età delle regole. La politica dell’istante brucia la politica delle idee. 

La società dell’ansia sommerge la società del dialogo. Un’epoca senza moderazione e senza moderatori.

Eppure queste parole smarrite sono la nostra vita, la nostra coscienza.

È da loro che dobbiamo partire e ripartiremo: dieci capitoli, dieci storie affascinanti. Che ci riguardano.

sabato 28 marzo 2026

IL TARLO DEL CAPITALISMO


 
Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza 

tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta

 lasciando le democrazie del XX secolo

 per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste.


-di Luigino Bruni

Qual è il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? È ambivalente e ambiguo. Per capirlo dobbiamo tener presente un dato fondamentale, che al centro del sistema capitalista c’è un nucleo duro che vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale di profitti e sempre più di rendite. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, inclusi i vincoli ambientali, sociali, fiscali. Tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine. 

Tra i mezzi usati dal capitalismo ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è pragmatico, e quindi se in una regione del Pianeta c’è democrazia e pace, usano pace e democrazia per i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se qualche grande potentato economico intravvede in scenari bellici e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, la natura profonda di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi. 

Pensiamo, per un grande esempio storico, all’avvento del fascismo in ItaliaNon avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle elites industriali e finanziarie italiane (da Agnelli a Pirelli) di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal «pericolo rosso» del comunismo. Quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. Nel 1933 Mussolini dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico». Se e quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito della democrazia, e finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti. 

Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie del XX secolo per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle «rosse» (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. 

Chi ama la pace, la democrazia e il mercato civile deve sapere che sono all’orizzonte anni molto difficili, e dobbiamo attrezzarci da subito per una forte resistenza culturale.

Messaggero di Sant'Antonio

giovedì 26 marzo 2026

LA LEZIONE DEL REFERENDUM

Il referendum ha sorpreso tutti: in tempo di crisi della democrazia ha contraddetto l’idea che il suo destino sia un declino irreversibile.


La fiducia nella democrazia rappresenta in questo senso il messaggio più importante che viene dalla consultazione referendaria.

 

 di Agostino Giovagnoli

-          Questa fiducia è motivata anzitutto da quel 58,9% che è andato a votare superando largamente le previsioni, con la bella novità di un’alta partecipazione giovanile.

Vanno nella stessa direzione anche i tanti richiami alla Costituzione, segno della passione democratica di tanti cittadini.

C’è chi pensa che sia stato sbagliato vedere nella riforma della magistratura una minaccia per la Carta costituzionale.

Ma non c’è dubbio che molti abbiano votato per difenderla, non per feticismo verso un vecchio testo, ma perché considerano la lezione dei padri costituenti ancora valida.

Anzitutto sul piano del metodo, quale esempio di confronto e di convergenza tra forze politiche e ideologiche molto diverse invece di decisioni imposte da una parte sull’altra.

Molti osservatori hanno poi sottolineato il peso del fattore Trump, la paura della guerra in Iran, il timore per i suoi effetti.

Anche questo però – seppure indirettamente – ha a che fare con la democrazia: il Presidente americano è diventato negli ultimi mesi il simbolo degli eccessi di un potere esecutivo che non rispetta le leggi, le assemblee parlamentari, i diritti dei cittadini, le sentenze dei giudici.

Indubbiamente, sull’esito del voto hanno influito i diversi orientamenti politici.

Ma il risultato non riflette solo l’attivismo degli apparati partitici.

Non è stato irrilevante che ci sia stata una mobilitazione per raccogliere le firme a sostegno di una richiesta popolare di referendum che il centrodestra non voleva e centrosinistra non ha promosso, anche se poi l’ha sostenuta.

È anche significativo che i vescovi abbiano incoraggiato la partecipazione e che diverse espressioni del mondo cattolico si siano mobilitate in un senso o nell’altro.

Un intenso dibattito ha inoltre preceduto la consultazione, non solo tra i partiti ma anche nella società civile, animato da tanti comitati per il Sì e per il No, da iniziative anche in periferia, da confronti culturali sorprendentemente partecipati. Si può ritenere sbagliato che i magistrati siano scesi in campo, ma è stato anche per il loro intervento, come per quello degli avvocati, dei professori di diritto costituzionale e di altri “esperti” che tanti cittadini si sono appassionati ad una materia apparentemente ostica.

Al Sud, dove meno elettori hanno espresso il loro voto, lo hanno fatto probabilmente quelli più motivati ad esprimersi sul merito del quesito referendario.

È successo anche altrove: è anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica.

Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società.

La democrazia

Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito).

Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione.

È interesse delle forze politiche, sia della maggioranza sia dell’opposizione, sostenere la vitalità della società civile e favorirne il rapporto con le istituzioni.

Non soffocare cioè dibattiti che possono essere scomodi ma incoraggiare confronti da cui trarre spinte valide per l’azione di governo.

La prima occasione utile in questa direzione è la riforma della legge elettorale: se i partiti punteranno a controllare candidati ed eletti, a irrigidire la dialettica politica, ad affermare il monopolio del potere da parte di una minoranza meglio organizzata di altre, la lezione più importante del referendum rischia di andare perduta.

E continuando con tre articoli pubblicati in questi giorni dal magazine Vita, iniziando dall’editoriale del suo direttore Stefano Arduini dal titolo:

“La generazione Z ha votato.

E ha detto più di quello che pensiamo”

Il referendum sulla giustizia ha restituito un'Italia inaspettata: i giovani ai seggi, i millennials assenti.

Un voto tecnico diventato politico, dove il contesto ha pesato più del quesito.

E dove Meloni ha incontrato una generazione che guarda a un mondo molto diverso da quello che sta costruendo lei.

Detto chiaro, senza giri di parole: lunedì 23 marzo 2026 qualcosa di inatteso è successo nelle urne italiane.

Non solo ha vinto il No alla riforma della giustizia, con il 53,74% dei voti contro il 46,26% del Sì, in un’affluenza che ha raggiunto il 58,91%, ben sopra le stime della vigilia.

Qualcosa di più profondo si è mosso sotto la superficie: i giovani hanno votato.

E quando votano, contano.

I dati elaborati da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera parlano con una chiarezza rara nella sociologia elettorale italiana. La generazione Z — i nati tra il 1997 e il 2012, i diciottenni di oggi — ha partecipato al voto con un’affluenza del 67%. Il 58,5% di loro ha votato No.

Non è un numero trascurabile: è un segnale.

Se votano, contano

Per anni abbiamo sentito dire che i giovani non si interessano alla politica, che disertano le urne, che sono una generazione liquida e disimpegnata. I dati di questo referendum smentiscono, almeno in parte, quella narrazione.

La generazione Z ha votato più di qualsiasi altra fascia anagrafica.

Ha votato su un quesito tecnico, complesso, percepito da molti adulti come astruso — la separazione delle carriere in magistratura, il riequilibrio del Csm, le norme sul procedimento disciplinare.

Se lo ha fatto, non lo ha fatto per passione per il diritto processuale.

Lo ha fatto perché ha capito — con un’intelligenza politica che faremmo bene a non sottovalutare — che c’era qualcosa in gioco oltre il quesito. Qualcosa che la riguardava.

Il messaggio è semplice: quando i giovani partecipano, pesano.

Il loro voto non si perde nel rumore di fondo, non viene diluito dall’astensionismo, non viene neutralizzato dalle rendite di posizione della politica adulta.

Cambia gli esiti. E lo ha fatto. La generazione Y è la grande assente

C’è però un’altra storia da leggere in questi dati, meno celebrata ma ugualmente importante.

La generazione Y — i Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996, oggi tra i 29 e i 44 anni — ha fatto registrare il massimo livello di astensionismo: il 47,5%.

Quasi uno su due non si è presentato al seggio. Sono le persone che stanno costruendo carriere spesso precarie, che formano famiglie, che cercano casa nelle città più care d’Europa.

Sono la generazione che la crisi del 2008 ha colpito nel pieno dell’ingresso nel mercato del lavoro, che il Covid ha trovato a metà strada, che l’inflazione del 2022-2024 ha eroso nel potere d’acquisto.

Eppure non votano.

Hanno smesso, evidentemente, di credere che un voto possa cambiare qualcosa per loro.

Questo dovrebbe preoccupare più della sconfitta di Meloni sul referendum.

Un’intera generazione che abbandona la partecipazione democratica è un problema strutturale, non congiunturale.

E su questo né il centrodestra né il centrosinistra sembrano avere risposte convincenti.

Il contesto ha pesato più del testo

Il referendum sulla giustizia era — tecnicamente — un voto su norme costituzionali riguardanti la magistratura.

Ma chi conosce anche solo un po’ la storia dei referendum italiani sa che i quesiti sono spesso pretesti.

La domanda vera è sempre un’altra: stai con questo governo o contro?

Le analisi di flusso lo confermano: il 90,4% degli elettori di centrosinistra ha votato No, l’88,8% degli elettori di FdI ha votato Sì.

Come ha rilevato il consorzio Opinio Italia per la Rai, nella fascia 18-34 anni il No ha stravinto con il 61,1% contro il 38,9% di Sì.

I giovani non hanno valutato il merito della riforma: hanno valutato il governo che la proponeva.

Questo non è necessariamente un difetto del processo democratico. È la sua natura.

I referendum sono strumenti politici, e chi li promuove lo sa perfettamente.

Il governo Meloni ha scelto di legare la propria credibilità a questa riforma.

I giovani hanno risposto con quello che avevano in mano: il voto.

Fenomeno e noumeno

Vale la pena richiamare qui una distinzione kantiana che raramente entra nel dibattito politico, ma che in questo caso illumina meglio di qualsiasi sondaggio.

Kant separava il noumeno— la cosa in sé, la realtà oggettiva — dal fenomeno — la realtà come appare, come viene percepita dal soggetto conoscente.

Ebbene: nel voto referendario ha vinto il fenomeno sul noumeno.

Che la riforma della giustizia fosse tecnicamente meritevole o meno, che la separazione delle carriere avesse ragioni di merito o meno, è diventato quasi irrilevante.

Ciò che ha contato è la percezione della riforma: chi la proponeva, in quale clima, con quale metodo, con quale spirito.

E su quel piano, il governo ha perso prima ancora che si aprissero le urne.

Meloni e i giovani: un mondo che non si incontra

C’è una distanza culturale profonda tra Giorgia Meloni e la generazione Z, e questo referendum l’ha resa visibile.

Non si tratta solo di posizioni politiche: si tratta di immaginari del mondo.

Prendiamo i conflitti internazionali. L’Ucraina, Gaza, il Libano, Iran: la generazione Z è cresciuta in un mondo in guerra permanente e guarda con crescente insofferenza a una classe dirigente che sembra incapace di costruire alternative credibili alla logica delle armi. Meloni appare, in questo contesto, quanto meno conformista: non si è distinta per visioni di pace alternative né per coraggio diplomatico su nessuno dei fronti aperti.

Il registro comunicativo

Poi c’è il registro comunicativo.

La comparsata di Meloni nel podcast di Fedez — dove si sono evocati “clandestini e stupratori” su uno dei canali più seguiti dai giovani — è diventata un boomerang.

Non perché i giovani siano ingenui o sprovveduti: al contrario, perché sono raffinati lettori della comunicazione e riconoscono quando l’autenticità è assente e la strumentalità è presente.

La polemica sulla “famiglia del bosco”, le tensioni attorno a Sanremo, le polemiche su Sal Da Vinci, l’atteggiamento securitario e punitivo di alcuni provvedimenti — dalla norma sui rave a una certa idea di ordine pubblico — compongono un quadro che la Gen Z legge come ostile ai propri valori fondamentali.

E quali sono questi valori?

Le ricerche lo dicono con una concordanza notevole.

Il Deloitte Global GenZ Survey 2024 fotografa giovani italiani che mettono al centro il work-life balance, la sostenibilità, la salute mentale, l’uso etico della tecnologia. Il 62% della Gen Z italiana ritiene di poter influire sulla società attraverso la sfida ambientale. Michael Page, nel suo Talent Trends 2024 condotto su quasi 50.000 professionisti qualificati, certifica che flessibilità, lavoro ibrido, inclusione e responsabilità sociale sono le priorità assolute di questa generazione.

Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z, conferma: i giovani vogliono una comunità inclusiva e pacifica, e considerano l’uguaglianza nei diritti e le pari opportunità la loro priorità assoluta.

Non sono disposti a sacrificare la salute mentale per la carriera.

Rifiutano modelli autoritari e gerarchici.

Cercano autenticità e coerenza tra le parole e i fatti, dai brand come dalla politica.

Pretendono leaders empatici, non tribuni.

La Costituzione come bussola generazionale

C’è un ultimo elemento che non va trascurato.

Molti dei valori che la generazione Z porta con sé — equilibrio, inclusione, tutela dei diritti, indipendenza dei poteri — trovano nella Costituzione italiana un riconoscimento preciso.

Non è un caso che il cardinale Zuppi, nel corso della campagna referendaria, abbia definito la Costituzione “una preziosa eredità da preservare”.

Non è un caso che il No abbia vinto soprattutto tra chi guarda alla Carta come a un argine.

La generazione Z non è ideologicamente di sinistra nel senso tradizionale del termine.

Ma è costituzionalmente anti-autoritaria, nel senso più letterale: diffida del potere concentrato, delle gerarchie non legittimate, di chi vuole riscrivere le regole del gioco.

E quando ha percepito che la riforma della giustizia — al di là del merito tecnico — poteva toccare l’equilibrio dei poteri su cui si regge la democrazia, ha scelto di difendere quell’equilibrio.

Su questo fronte, uno dei vulnus politici più gravi della maggioranza è stato metodologico prima ancora che di merito: la riforma è stata portata avanti senza una vera discussione parlamentare, senza aprire a quegli emendamenti e a quelle osservazioni dell’opposizione che avrebbero potuto — anche a costo di qualche concessione — cambiare radicalmente la percezione del confronto.

Un negoziato vero, anche parziale, avrebbe trasformato la narrativa: da “il governo vuole piegare la magistratura” a “le forze politiche trovano un accordo sulla giustizia”.

La differenza non è di sostanza, è di fenomeno — di come la cosa appare. E come ci insegna Kant, è proprio il fenomeno che costruisce la realtà politica.

Cosa resta, adesso

Il referendum è archiviato.

Il governo ha perso la sua prima vera debacle elettorale da quando è a Palazzo Chigi, ma Meloni ha già detto che non si dimetterà e che andrà avanti. Il centrosinistra esulta, ma farebbe bene a non equivocare il senso del voto: i giovani non hanno votato per Schlein o per Conte.

Hanno votato contro un certo modo di interpretare il potere.

La vera domanda che questo referendum lascia sul tavolo non è se Meloni sopravviverà politicamente — probabilmente sì.

La domanda è: chi saprà parlare a quella generazione Z che ha dimostrato di saper scegliere quando ne vale la pena? Perché quella generazione non cerca eroi né capi.

Cerca coerenza, autenticità, visione. Cerca qualcuno che abiti lo stesso mondo in cui vive lei: un mondo che non si esaurisce nel conflitto tra destra e sinistra, tra garantisti e giustizialisti, tra twittatori di professione e tribuni da talk show. Un mondo dove la pace vale più delle armi, l’inclusione più del muro, la salute mentale più della produttività cieca, e la Costituzione più delle riforme di chi vorrebbe riscriverla a proprio uso e consumo.

Lunedì, quella generazione si è fatta sentire. Il resto della politica farebbe bene ad ascoltare.

Continuano con l’articolo di Emanuele Alecci dal titolo:

“Spiazzati dalle piazze: così il volontariato può capitalizzare quella partecipazione che nessuno si aspettava”

I giovani più di tutti al referendum sulla giustizia hanno detto “no”.

Segno che la voglia di partecipare del Paese non era morta: aveva solo bisogno di qualcosa che facesse dire "ne vale la pena".

Una storia che il volontariato conosce bene. La sfida ora?

Non è capitalizzare politicamente il referendum, ma capitalizzare la partecipazione, di cui fuori dalle nostre reti c'è una domanda molto più grande di quanto immaginiamo.

I giovani ci sono: a patto che siano rispettati, presi sul serio e che trovino spazi in cui la loro voce conti davvero.

Lunedì pomeriggio, quando i seggi hanno chiuso e i primi dati hanno cominciato a diffondersi, nelle piazze delle grandi città sono comparsi ragazzi.

Non li aveva chiamati nessun partito. Non c’era un’app, non c’era una regia.

Si erano ritrovati, con le bandiere della Costituzione e qualche fischietto, a festeggiare qualcosa che molti di loro – la maggior parte – toccavano per la prima volta: la sensazione di aver cambiato qualcosa con il proprio voto.

Il “no” ha vinto con il 53,7%. L’affluenza ha sfiorato il 59%, quasi tre volte quella del referendum del 2022 sullo stesso argomento, il doppio di quello del 2025 su lavoro e cittadinanza.

Non sono numeri qualunque.

Sono il segnale di un risveglio che chi lavora nel volontariato e nella società civile sentiva nell’aria da tempo, senza riuscire ancora a dargli forma.

I giovani e la Costituzione

Il dato che vale la pena tenere in testa non è il risultato complessivo, ma come si distribuisce per età.

Tra i ragazzi dai 18 ai 34 anni il “no” ha preso il 61%. Tra i 35 e i 54 anni il 53%. Solo gli over 55 hanno votato in maggioranza “sì” e per un soffio: 50,7% contro 49,3%.

Tommaso Montanari ha detto una cosa semplice e precisa: più si scende con l’età, più vincono i “no”.

Questo vuol dire che la Costituzione parla ai giovani, che la vivono come un progetto, non come una carta da museo.

È una lettura che chi fa volontariato riconosce immediatamente.

I ragazzi non sono indifferenti: sono selettivi. Rispondono quando riconoscono qualcosa di vero, quando la posta in gioco è comprensibile, quando si fidano di chi li chiama a partecipare.

Da decenni sentiamo ripetere che i giovani non si interessano alla cosa pubblica. Il 23 marzo ci ha detto che non era vero.

O forse che stavamo guardando nel posto sbagliato. Una parte di questo risultato viene da ragazzi che non avevano nemmeno votato alle europee.

Secondo l’Istituto Piepoli, fra chi non ha mai partecipato a nessuna consultazione recente, quasi sei su dieci hanno scelto il “no”.

Sono elettori nuovi, convocati da zero, mossi da qualcosa che evidentemente ha toccato una corda che le campagne politiche ordinarie non riescono a raggiungere.

La partecipazione non era morta

Il volontariato ha attraversato vent’anni difficili su questo punto.

La narrazione dominante diceva: gli italiani si sono ritirati nel privato, la partecipazione è in caduta libera, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. Dati veri, per carità. Ma parziali.

Quello che i numeri del volontariato – e ora anche del referendum – ci dicono è che la partecipazione non muore: si trasforma, si nasconde, aspetta.

Aspetta condizioni che le permettano di riconoscersi: un valore chiaro, una minaccia percepita come reale, un senso del noi abbastanza forte da giustificare l’uscita di casa.

Il 23 marzo queste condizioni si sono create.

La Costituzione – parola che per anni è sembrata chiusa nei libri di testo – è diventata di colpo qualcosa di urgente, qualcosa per cui valeva la pena fare la fila al seggio.

E la gente ci è andata. In numeri che nessuno aveva previsto.

La verità è che la partecipazione non si organizza dall’alto ma si semina nel tempo, si innaffia con la fiducia e quando arriva il momento, fiorisce dove meno te lo aspetti. Il volontariato lo sa.

Lo fa da sempre. Ora viene la parte difficile Chi ha esperienza nei movimenti civili sa che il voto è un punto di arrivo, ma può anche essere un punto di partenza.

Il rischio vero non è perdere il referendum: il rischio è vincerlo e poi tornare ognuno a casa propria, pensando che il lavoro sia finito.

La storia italiana degli ultimi trent’anni è piena di slanci che si sono esauriti nella vittoria. Referendum vinti, poi dimenticati.

Mobilitazioni potenti, poi disperse. Energie enormi, poi non incanalate in nulla di duraturo.

Non per cattiva volontà, ma perché nessuno si è fatto carico di tenere insieme le persone quando non c’era più l’emergenza.

Questo è esattamente il lavoro della società civile.

Non il gesto straordinario – quello lo sanno fare in molti, quando la posta è alta – ma il lavoro quotidiano, ordinario, spesso invisibile di tenere accesi i legami, mantenere vivi gli spazi di incontro, fare in modo che la fiducia tra le persone non si esaurisca nel momento del bisogno.

Luciano Tavazza, padre del moderno volontariato italiano, amava ripetere che il volontariato non è un servizio di emergenza: è una forma di civiltà.

È il modo in cui una comunità si prende cura di sé stessa ogni giorno, non solo quando qualcosa si rompe.

La sfida allora non è capitalizzare politicamente il referendum: è trasformare l’energia di questi giorni in qualcosa di più lento, più paziente, più duraturo.

E questo è il lavoro che il volontariato sa fare meglio di chiunque altro.

Un segnale che non possiamo ignorare

Quei ragazzi nelle piazze lunedì pomeriggio non chiedevano nulla di rivoluzionario.

Chiedevano che le regole del gioco rimanessero le stesse.

Che gli equilibri costruiti in settant’anni di democrazia repubblicana non venissero smontati con un colpo solo.

È una richiesta conservatrice, nel senso più nobile del termine: conservare ciò che vale, perché vale.

Per il mondo del volontariato e della società civile organizzata, questo voto è uno specchio. Ci dice che fuori dalle nostre reti c’è una domanda di partecipazione molto più grande di quanto immaginiamo.

Ci dice che i giovani non aspettano di essere istruiti: aspettano di essere rispettati, di essere presi sul serio, di trovare spazi in cui la loro voce conti davvero.

Se sapremo raccogliere questo segnale – non strumentalizzarlo, non ingabbiarlo in una sigla o in un programma, ma ascoltarlo davvero – potremo fare qualcosa di importante nei mesi che vengono. Costruire continuità lì dove ora c’è solo entusiasmo.

Dare radici a qualcosa che per ora ha solo ali.

La Costituzione, ha detto qualcuno lunedì sera, non è solo una Carta da difendere.

È un progetto.

E i progetti si costruiscono insieme, mattone dopo mattone, nel tempo lungo delle comunità che ci credono.

Il volontariato italiano sa costruire nel tempo lungo. È quello che fa da sempre. Ora ha compagni di strada in più. Non sprechiamo l’occasione.

E per finire un articolo di Francesco Crippa dal titolo:

“L'analisi di Stefano Zamagni

Il referendum come «violenza morale»: così il voto ha punito il governo”

Stefano Zamagni, professore di Economia politica all'Università di Bologna e già presidente dell'Agenzia per il Terzo settore, analizza il risultato del voto: «Sulla Costituzione non si può procedere a colpi di maggioranza, bisognava ricercare la "comunanza etica".

Far decidere i cittadini senza educarli è una forzatura».

Ma l'affluenza trainata dalla Gen Z dimostra che la democrazia sa difendersi.

La democrazia non è un gioco a somma zero dove vige la legge del più forte, ma un continuo lavorio per il bene comune da parte di tutte le forze partitiche.

È questa, secondo Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’Università di Bologna e già presidente dell’Agenzia per il Terzo settore, la grande lezione che il referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario lascia in eredità.

O, meglio, è la lezione che, se colta, può far più ben sperare per il futuro della partecipazione e della qualità della politica.

A determinare l’esito delle urne, secondo Zamagni, sono stati soprattutto due fattori, sottovalutati o addirittura non capiti dal governo e dalla maggioranza, che hanno quindi finito per penalizzarsi da soli. «Questo referendum ha avuto, mutatis mutandis, la natura delle elezioni di midterm negli Stati Uniti [le elezioni di metà mandato, in cui si rinnovano tutti i seggi della Camera, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federati, ndr].

Sono un appuntamento che tasta il polso all’elettorato, per capire se è contento o meno dell’operato del governo.

A un anno e poco più dalle elezioni politiche, questo referendum è stato interpretato in questo modo dalla gente comune e il governo l’ha capito troppo tardi.

Anzi, prima ha detto che non bisognava politicizzarlo, poi sono stati i primi a farlo e questa contraddizione non ha pagato».

Ma il vero nodo della questione – quello da cui, in negativo, si può imparare qualcosa – è stato il modo in cui si è arrivati al referendum.

Non tanto a livello di toni, esagerati da una parte e dall’altra, quanto di metodologia politica.

«Su un tema come questo, in cui si va a toccare la Costituzione, non bisognerebbe procedere a colpi di maggioranza, come invece è avvenuto», dice Zamagni.

«È stato un errore tragico che dimostra la mancanza di conoscenza del principio democratico. Come ha detto il cardinale Matteo Zuppi, in questi casi bisogna trovare una convergenza».

Si sarebbe dovuto, cioè, lavorare per trovare la più ampia intesa possibile in Parlamento, in modo da garantire alla riforma l’appoggio dei due terzi dell’Aula [la “maggioranza qualificata”, in virtù della quale non sarebbe stato necessario il referendum, ndr].

Zamagni la chiama «comunanza etica», del tutto ignorata da chi ha proposto la riforma.

«Molti forse non sanno nemmeno cos’è. Sui principi bisogna trovare la convergenza usando il metodo della democrazia deliberativa. Invece, si è deciso di procedere “forzatamente” e poi vedere cosa avrebbe deciso il popolo.

Ma il popolo ha punito questo modo di operare». È in questa “punizione” che Zamagni vede l’opportunità per il Paese.

La vittoria del No, sostiene, può rappresentare una presa di coscienza rispetto a questa necessità di cambiare il modo in cui si fa politica.

Se avesse vinto il Sì, invece, sarebbe stato una validazione del “pugno duro”.

Vale sempre e per tutti, ma il primo a doverlo sapere è chi detiene il potere, anche perché è colui che rischia di essere penalizzato maggiormente.

«Chi guida la danza deve capire che ha una responsabilità in più», puntualizza il professore.

La campagna elettorale per il referendum è stata inquinata da toni fuori luogo e complete mistificazioni della realtà – tanto che si può parlare di disinformazione – sia da parte di chi sosteneva il Sì, sia da parte di chi ha scelto il No: il risultato è stato un dibattito fuori dal merito della questione e svilente della democrazia.

«Ma chi ha più colpa?», domanda Zamagni.

«È come quando due bambini di età diverse si picchiano: la responsabilità è del più grande, anche se il piccolo l’ha provocato. Non si possono usare gli errori dell’altro per giustificare i propri e autoassolversi e questo vale soprattutto per chi ha in mano il pallino del gioco».

Zamagni è ottimista che, da questa vicenda, si possano trarre gli insegnamenti corretti.

«Come scrisse sant’Agostino, la verità, in questo caso il principio democratico, è come un leone: sa difendersi da sola e prima o poi emergerà e si imporrà».

Rimangono, però, diversi aspetti su cui lavorare. «Bisogna alzare il livello culturale del discorso.

Se entrare nello specifico è difficile, come nel caso di questo referendum, e le persone comuni faticano a comprenderlo perché presuppone conoscenze di diritto costituzionale e di teoria del diritto, perché non si è fatto un lavoro di educazione invece che fare proclami?

Far scegliere al popolo su un argomento di cui sai che il popolo non è a conoscenza è violenza morale».

La stessa che si consuma quando il gioco democratico viene ridotto alla scelta tra programmi alternativi che difendono interessi specifici, per quanto legittimi, facendo sì che chi non si sente rappresentato non partecipi al voto.

Questa volta, però, l’affluenza è stata altissima (58,9%) sia per un referendum costituzionale, sia per una consultazione in un periodo storico segnato da una profonda crisi della partecipazione civica.

E invece, i cittadini hanno stupito se stessi. Basti pensare alla Toscana, dove alle Regionali di pochi mesi fa aveva votato meno di un avente diritto su due (il 47,7%) ma che al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stata la seconda regione con la maggior affluenza (66,2%), dietro solo all’Emilia-Romagna.

Un risultato che racconta di un elettorato che non è disinteressato, ma che va “solo” saputo mobilitare.

Vale anche per i giovani, spesso raccontati come disimpegnati. Alle urne, infatti, la percentuale di astensione più bassa si è registrata nella Gen Z(nella fascia 18-28 anni ha votato il 67%), la più alta nei Millennial (nella fascia 29-44 ha votato appena il 47,5%).

Zamagni non è affatto meravigliato da questi numeri, proprio in virtù della natura del referendum.

«Il tema era politico, non partitico, e quando si interviene sui principi il popolo ha un soprassalto di saggezza e va a votare».

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