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sabato 9 maggio 2026

LE PAROLE SONO PIETRE


 La persona, 

le etichette 

e le pietre



In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione

 dell’uomo, esprimibile con una definizione. 

Ma si può definire la persona umana? 

«Definire» significa fissare dei limiti, precisare, mettere fine

 all’incertezza, al dubbio, a ciò che resta ancora da scoprire.

 Significa chiudere una data realtà dentro un concetto 

e una parola ben precisi.

-di Salvatore Cipressa*

Cercando di definire la persona, si arriva ben presto a un paradosso: quello di affermare che la persona, a differenza di un qualsiasi oggetto, non si lascia «definire» totalmente. Inoltre, ciascuno di noi sa, per esperienza, che non c’è nulla di più doloroso che sentirsi «definiti» o meglio «etichettati», una volta per tutte, dagli altri. Purtroppo, persiste ancora una visione miope della grandezza della persona umana e forse, proprio per questo, come afferma Erich Fromm nell’Arte di amare, «per la maggior parte della gente, la propria personalità e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita».

Le parole sono pietre

Come dice Carlo Levi, «le parole sono pietre» hanno l’enorme potere di contribuire, anche inconsapevolmente, a ferire, etichettare, rafforzare pregiudizi o stereotipi culturali e di genere. Pregiudizi e stereotipi sono visioni troppo semplicistiche e miopi della realtà e possono essere trasmessi dall’ambiente familiare e sociale in cui viviamo, dai mezzi di comunicazione sociale, da esperienze e vissuti personali. Essi possono riguardare il genere e l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico, l’etnia, la religione, lo status socio-economico, le differenze ideologiche o politiche, e così via.

Pertanto è profondamente riduttivo e dispregiativo qualificare negativamente una persona unicamente per il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, l’appartenenza sociale, la religione, senza vedere in lei la ricchezza dell’«essere persona», creata ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata in Cristo Gesù a vivere la figliolanza divina.

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Quaresima 2026, ha invitato tutti ad astenersi dalle parole che percuoto e feriscono gli altri. Egli ha affermato: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». 

Mistero e valore infinito della persona

La persona si lascia avvicinare e si rivela solo dal rispetto che le si porta e che la rende a poco a poco conoscibile. La persona è mistero, una realtà talmente ricca, ineffabile, indicibile, irripetibile, unica, che non si può comprendere (dal latino comprehendĕre «prendere insieme») totalmente; è un valore in sé, ontologico e assiologico, che vive nella tensione tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza; ha valore di fine mai di mezzo, pertanto non può mai essere usata come oggetto, strumentalizzata o etichettata.

Il Salmo 8 esprime chiaramente la superiorità dell’uomo nei confronti della creazione quando afferma: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (vv. 6-7). L’uomo, come afferma Jacques Maritain, «è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico».

Il Dicastero per la dottrina della fede, nella dichiarazione Dignitas infinita, afferma in maniera forte e decisa questo principio fondamentale: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti.

La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù. Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza»» (n. 1).

Alla luce di questo principio fondamentale, possiamo affermare che ogni persona umana ha un valore infinito e una dignità ontologica, radicati nel suo stesso essere, che non possono essere mai annullati e costituiscono un punto di riferimento oggettivo per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale, l’equità, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità.

 *Salvatore Cipressa insegna Teologia morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano «don Tonino Bello» di Lecce.

Il Regno

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venerdì 1 maggio 2026

LA DIGNITA' DEL LAVORO

 


Intervento 

del Presidente 

della Repubblica,

 in occasione 

della Celebrazione 

della Festa del Lavoro



Rivolgo il saluto più cordiale a tutti i presenti, al Presidente della Regione, al Sindaco, al Presidente della Provincia, all’Arcivescovo; a tutti coloro che sono qui in questo suggestivo Auditorium di questo affascinante Museo, che ho avuto la possibilità di vedere, purtroppo, velocemente.

Un augurio particolarmente intenso alle lavoratrici e ai lavoratori della Piaggio, ai loro familiari, a quanti operano nelle aziende della filiera, a tutti coloro che lavorano in questo territorio storicamente ricco di attività produttive e di creatività.

Un esempio di connessione tra conoscenza e produttività.

In queste contrade viene da citare il grande storico dell’economia Carlo Cipolla: “gli italiani sono abituati, diceva, fin dal Medio Evo, a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”.

Siamo a Pontedera per celebrare, oggi - con la presenza del Ministro del lavoro - il lavoro italiano, fondamento essenziale della nostra convivenza, del nostro progredire, della nostra vita democratica.

Ringrazio la Ministra del Lavoro, il Presidente della Piaggio, la Signora Pamela Vanni, il Presidente dell’Unione industriali pisani per le considerazioni che hanno svolto, per le riflessioni che ci hanno proposto.

È una festa della Repubblica, che sul lavoro si fonda.

Anticiparne la celebrazione in questo luogo, ripeto, così iconico ricorda il cammino del nostro Paese con le sue fatiche e i suoi successi, il dinamismo che ha fatto breccia nei mercati e nell’immaginario collettivo, sottolinea la tessitura della solidarietà e dei diritti in fabbrica e fuori di essa.

Ne sono espressione gli scooter che hanno caratterizzato un’epoca nella ricostruzione italiana del secondo dopoguerra, segnando lo sviluppo di una società contraddistinta dalla mobilità e dalla libertà di azione che da essa derivava.

Piaggio, con la Vespa, e Innocenti con la Lambretta, hanno imposto a livello internazionale un modello che persiste.

La Vespa è, tutt’ora, nel mondo, uno dei simboli della creatività e della industriosità dell’Italia.

Il lavoro plasma il nostro essere e il nostro futuro.

Contribuisce a far mettere radici, a renderci artefici, protagonisti, responsabili della società che lasciamo a figli e nipoti.

Domande e bisogni segnano le fisionomie delle società.

La produzione di ricchezza e la sua distribuzione alimentano la qualità della vita, il benessere della comunità, realizzano i valori a cui si ispirano la nostra convivenza e la nostra cultura, caratterizzano la sostenibilità sociale del nostro modo di essere.

Il lavoro è attore preminente nella realizzazione degli obiettivi di solidarietà sociale assegnati dalla Costituzione.

La modernità modifica i ruoli propri al lavoro nella società contemporanea.

La velocità nell’innovazione è sempre più cifra di questo nostro tempo.

L’accelerazione tecnologica, peraltro, non conduce alla eliminazione del lavoro, ma alla sua trasformazione.

Una trasformazione che, in questo cambiamento d’epoca, rischia di condurre anche a forme di una sua svalutazione, rischio da prevenire e scongiurare.

Il lavoro è presidio della società.

È espressione della libertà della persona e dell’intera comunità. È dignità. È strumento di partecipazione, di costruzione.

L’obiettivo di una piena e buona occupazione è iscritto tra quelli della nostra democrazia.

È il messaggio dei Costituenti che hanno voluto che la Repubblica - di cui stiamo per festeggiare l’ottantesimo compleanno - fosse “fondata sul lavoro” proprio per dare alla democrazia, alla libertà, all’uguaglianza - finalmente conquistate - un contenuto più forte e impegnativo.

Per sottolineare che la Repubblica sarebbe stata il tempo delle opportunità.

Fu una scelta coraggiosa e lungimirante quella dell’articolo 1 della Costituzione, che definì, con magistrale brevità, un insieme assai denso di valori, nei quali si sono riconosciute tutte le forze e le culture dell’Italia liberata.

Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 alla Costituente, parlò dell’avvio di una “nuova fase” della storia proprio perché per la prima volta si riusciva a unire “la democrazia puramente politica” con la prospettiva di “una democrazia sociale ed economica”.

Questo compito appartiene alla Repubblica e costituisce un orizzonte comune, nel confronto tra i diversi, legittimi, indirizzi politici.

L’industria è pilastro per l’Italia. Quella manifatturiera contribuisce al Pil nazionale nella misura del 15%.

Seconda in Europa, ottava nel mondo, la manifattura italiana è veicolo fondamentale e motore di crescita.

Per essere attori, e non piatti curatori di un’eredità passata, sappiamo che non serve attardarsi a misurare sterilmente la realtà sulle immagini rimandate dallo specchietto retrovisore ma occorre guardare avanti.

Ci deve guidare la capacità di innovazione basata sulla sostenibilità, lungimirante elemento di guida per la resilienza delle aziende in un mondo sempre più complesso.

Pesano le fragilità dell’economia internazionale sulle nostre aziende. Pesano i conflitti e le guerre.

Per produttività e capacità di innovazione registriamo in Europa un deficit competitivo. Occorre eliminare al più presto le barriere che ancora impediscono una compiuta unione dei nostri mercati interni. Bisogna orientare gli investimenti nei settori più strategici e con il maggiore potenziale di crescita.

È una consapevolezza diffusa fra i membri dell’Unione, tra i suoi Paesi, tanto è vero che la Commissione ha ritenuto di proporre un regolamento, dal significativo titolo Provvedimento di accelerazione industriale, ispirato al rapporto Draghi e diretto a rafforzare la base industriale continentale, a promozione del Made in Unione Europea.

È tempo di visione. Non di misure di corto respiro.

È tempo di procedere, con coraggio, sulla strada dell’integrazione europea.

Nel frattempo siamo chiamati a fare la nostra parte.

Potremmo intendere i punti maggiormente critici del nostro mercato del lavoro come potenzialità ancora inespresse, come riserve a cui attingere per dare nuovo impulso alla società e all’economia italiana.

Certamente la prima di queste leve su cui concentrarsi è il lavoro delle donne.

L’occupazione femminile in Italia è anch’essa cresciuta negli ultimi anni, raggiungendo tassi che per noi costituiscono un primato. Tuttavia resta consistente il gap da colmare rispetto alla media europea. Il divario di genere, che emerge non soltanto dai tassi di occupazione ma anche dalla disparità che perdura nelle retribuzioni e nelle carriere, va colmato con un complesso di interventi e attenzioni: sui fattori strutturali e sui contesti territoriali, ma anche sulla qualità del lavoro e sui servizi per favorire la conciliazione con gli altri impegni di vita.

L’altro punto critico da intendere come “riserva” di potenziale sviluppo è il lavoro dei giovani.

Ancora troppo alta l’età di ingresso nel mercato del lavoro.

Nella nostra società i giovani sono poco ascoltati. C’è una scarsa attenzione alla loro maturazione e alla loro indipendenza.

Se guardiamo ai lavoratori definiti “indipendenti” che lavorano per un solo datore - insomma lavoratori autonomi senza autonomia - scopriamo che la parte più consistente è formata proprio da under 30.

Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero.

Sono più di quelli che vengono in Italia.

Nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita.

Nostri giovani lasciano l’Italia, altri arrivano. Il sistema produttivo reclama manodopera: c’è di che riflettere.

Il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa. L’impoverimento demografico da un lato, la crescita delle esigenze di lavoro che non trovano risposta dall’altro, pongono le nostre società di fronte al bisogno di misurarsi con questi problemi usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine.

In questo ambito si colloca il Piano Mattei, varato e sviluppato dal Governo.

Due giorni fa, la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha riproposto alla attenzione delle opinioni pubbliche una piaga che non accenna a sanarsi.

Un richiamo che, in verità, giunge dalle dolenti note di ogni giorno.

Le cronache ci restituiscono, pressoché quotidianamente, notizie di lavoratrici e di lavoratori che perdono la vita o rimangono infortunati, nello svolgimento delle loro attività. La sicurezza sul lavoro resta un impegno, un dovere, che non consente rinunce o distinguo. Tra luoghi di lavoro e in itinere sono oltre mille le vite spezzate ogni anno.

Nel ricordarle, rinnovando la vicinanza alle famiglie delle vittime, ribadiamo che si tratta di un tributo inaccettabile.

La lotta alle incurie, all’illegalità, alle imprudenze deve coinvolgere tutti.

Imprenditori, lavoratori, istituzioni, società.

Sono le cronache a intimarci che ciò facciamo non è ancora abbastanza per tutelare la salute di chi lavora.

Deve migliorare l’organizzazione, il rispetto delle regole, la cultura della sicurezza comune.

Le imprese italiane che fanno dell’innovazione e della qualità il cuore del loro impegno sono tante.

E costituiscono un traino.

A rafforzare il modello contribuisce la cura degli ambienti e delle relazioni umane, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, la sintonia con le comunità e i territori che fa crescere efficienza e competitività delle aziende.

Le fabbriche, i lavoratori, le organizzazioni sindacali, sono state in primo piano nella costruzione - dopo la guerra - della nuova Italia, nello sviluppo dei diritti, nel welfare, nella civiltà.

Un Paese forte, in cui vige l’eguaglianza dei cittadini, vive di coesione sociale.

La coesione sociale richiede che il lavoro e la tutela dei lavoratori siano effettive, contro ogni illegalità e sfruttamento che rappresentano una minaccia alla stessa convivenza.

Le parti sociali - sindacati, imprese, associazioni - sono chiamate a contribuirvi con i loro valori.

Il dialogo sociale non deve mai interrompersi. 

Le fabbriche, con la loro inventiva, con l’orgoglio operaio di prodotti eseguiti alla perfezione, hanno offerto, in questi ottant’anni della vita della Repubblica, una lezione.

Oggi sono - siamo - a confronto con la sfida dell’Intelligenza Artificiale.

Ebbene proprio a un territorio e a realtà come queste credo si possa applicare una riflessione di Carlo Cattaneo che, nel cuore della rivoluzione industriale di quel tempo, nel 1845, nel suo “Industria e morale” affermava che le rivelazioni della scienza si vanno collegando per molteplici fila alle fatiche dell’officina, elevandole ad alta dignità.

E fu la cultura politecnica a unire umanesimo e scienza, dando vita a quella che venne definita “civiltà delle macchine”, con la persona al centro di questi processi.

È oggi una nuova frontiera con cui dobbiamo misurarci, nella riaffermazione dei valori che ispirano la nostra comunità.

Lavoro dignitoso

Alle confederazioni Cgil, Cisl e Uil che domani celebrano insieme il Primo maggio con il motto “Lavoro dignitoso” rivolgo l’augurio più intenso.

L’organizzazione sindacale, la sua libertà, e anche la sua capacità di trovare momenti ampi e importanti di unità, è parte insostituibile della vita democratica.

Rivolgo un saluto a tutti i sindacati che rappresentano i lavoratori e i loro interessi.

Un saluto speciale ai giovani che si ritroveranno a Roma - come ormai è consuetudine - nel concertone di piazza San Giovanni.

Buona festa del lavoro, ancora una volta, anche a chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario.

Buon Primo maggio a tutti!

Quirinale

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mercoledì 15 aprile 2026

COME RADICI

 


Come radici. 

Una storia 

sulle seconde possibilità


Antonio Nicaso, Nicola Gratteri

Un romanzo profondo e coinvolgente sulle seconde opportunità, perché a volte è proprio dagli errori che si cresce.


Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss locale, un ragazzino arrabbiato e con un reato grave alle spalle, a cui però è stata offerta una "messa alla prova", una misura alternativa al carcere.

Le loro strade si incrociano all'ombra degli aranci, quando Cesare, insieme ad altri due ragazzi della comunità, inizia ad aiutare il magistrato nei lavori di campagna. A poco a poco, il ragazzo scopre che dietro ogni singolo frutto c'è il lavoro. E che il lavoro dà dignità, se organizzato con principi di giustizia. Una storia tutta diversa rispetto a quella che gli ha insegnato la sua famiglia, per cui il lavoro agricolo è solo sfruttamento e guadagno.

Da che parte stare? Sarà proprio una delle braccianti del padre, Estel, a mettere Cesare di fronte alla sfida più coraggiosa: rompere con il passato per affondare le sue radici in una terra nuova.

Edizioni Mondadori, 2026

Gli autori

Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti di 'ndrangheta nel mondo. Insegna, fra l'altro, Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen's University. Ha scritto oltre cinquanta libri, tra cui alcuni bestseller internazionali. Da Bad Blood è stata tratta una serie televisiva di grande successo. È autore, con Maria Barillà e Vittorio Amaddeo, di Quando la 'ndrangheta scoprì l'America.

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Nicola Gratteri è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del traffico di droga. Insieme ad Antonio Nicaso ha pubblicato, da Mondadori, numerosi bestseller: Fratelli di sangueLa malapiantaLa giustizia è una cosa seriaLa mafia fa schifoDire e non direAcqua santissimaOro biancoPadrini e padroniFiumi d'oroStoria segreta della 'ndranghetaLa rete degli invisibiliOssigeno illegaleComplici e colpevoli,...

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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

mercoledì 11 marzo 2026

DIGNITA' E GIUSTIZIA

 


Dignità per ciascuno,

 giustizia per tutti


Nel Dizionario

 della Dottrina sociale della Chiesa, 

Simona Beretta sottolinea che 

“la giustizia distributiva

 non solo richiede

 l’accesso individuale 

ai beni e servizi indispensabili,

 ma esige anche inclusione e partecipazione”

-         Simona Beretta *

Giustizia è dare “a ciascuno il suo”: ma cos’è questo “suo”?

La dottrina sociale non dà risposte preconfezionate, ma rilancia la libertà in azione dei suoi figli nel grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela della sua dignità, parte integrante della tradizione sociale della Chiesa. “Esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità. Questo qualcosa dovuto comporta inseparabilmente la possibilità di sopravvivere e di dare un contributo attivo al bene comune dell'umanità”. Il messaggio di San Giovanni Paolo II (Centesimus annus, 34) risuona nel discorso del 2015 di Papa Francesco alle Nazioni Unite: la base minima della giustizia sociale porta “tre nomi: casa, lavoro e terra [techo, trabajo y tierra!]; e un nome a livello spirituale: libertà di spirito”. Queste condizioni consentono a uomini e donne concreti di sottrarsi alla povertà estrema, diventando «degni attori del loro stesso destino» per realizzare una più giusta convivenza per tutti.

Connettere dimensione personale e dimensione sociale ci aiuta a superare la tentazione di “contabilizzare” la giustizia. Spesso si sente dire di persone in carcere: “ha avuto quel che si merita, ha avuto quel che gli spetta” – un modo molto triste di interpretare l’espressione “a ciascuno il suo”. Si registra un atteggiamento simile anche fuori dal carcere, ad esempio nell’ambito del lavoro – la chiave della giustizia sociale. Parlando di salari, si cade spesso in una meritocrazia ingiusta: si dimentica la dignità di ciascun lavoratore, e si finisce per misurare il valore del lavoro con la sua remunerazione. Così, chi prende uno stipendio stellare “se lo è meritato”, mentre chi svolge i servizi di cura, a partire dai più umili (che sono anche i più necessari) … “chiaro che ha uno stipendio basso!”.

La giustizia della dottrina sociale, in conclusione, non somiglia all’equilibrio statico della bilancia ma al dinamismo di un processo, mosso da persone in azione e in relazione. La giusta reciprocità del do ut des commutativo (giusto salario, prezzi equi nel commercio internazionale) richiede anche il rispetto dei legami sociali; la giustizia distributiva non solo richiede l’accesso individuale ai beni e servizi indispensabili, ma esige anche inclusione e partecipazione: «Aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Laudato si’ 128, Fratelli tutti 162).

* Direttrice del Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore

Vatican News

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sabato 15 novembre 2025

STUDENTI PROTAGONISTI

 Educare alla speranza:

 studenti protagonisti
 
di dignità e futuro




Il 17 novembre è la Giornata internazionale degli studenti, un appuntamento annuale che invita a riflettere sul valore universale dell’educazione, innanzitutto come diritto allo studio. Istituita nel 1941 per ricordare gli studenti e i professori di Praga giustiziati dai nazisti il 17 novembre del 1939, questa ricorrenza è oggi un’occasione per ripensare la scuola come luogo in cui costruire pace e giustizia.

In un mondo attraversato da conflitti e disuguaglianze, l’educazione diventa così un laboratorio dove immaginare il futuro. Nella sua recente Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, papa Leone XIV scrive che «educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità. La specificità, la profondità e l’ampiezza dell’azione educativa è quell’opera – tanto misteriosa quanto reale – di “far fiorire l’essere […] è prendersi cura dell’anima” come si legge nell’ Apologia di Socrate di Platone. È un “mestiere di promesse”: si promette tempo, fiducia, competenza; si promette giustizia e misericordia, si promette il coraggio della verità e il balsamo della consolazione. Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa: “Ogni uomo è capace della verità, tuttavia, è molto sopportabile il cammino quando si va avanti con l’aiuto dell’altro”. La verità si ricerca in comunità».

Un cammino che possiamo affrontare prendendo come bussola, ha ricordato il Pontefice, la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis sull’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario. Una Dichiarazione che mette al primo punto «Il diritto di ogni uomo all’educazione». «Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona hanno il diritto inalienabile ad una educazione – si legge nel testo -, che risponda alla loro vocazione propria e sia conforme al loro temperamento, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, ed insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra. La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene dei vari gruppi di cui l’uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere».

La dichiarazione conciliare, aggiunge papa Leone XIV, «riafferma il diritto di ciascuno all’educazione e indica la famiglia come prima scuola di umanità. La comunità ecclesiale è chiamata a sostenere ambienti che integrino fede e cultura, rispettino la dignità di tutti, dialoghino con la società. Il documento mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione a addestramento funzionale o strumento economico: una persona non è un “profilo di competenze”, non si riduce a un algoritmo previsibile, ma un volto, una storia, una vocazione».

Fede e identità: un binomio generativo

In questo contesto, anche l’educazione cattolica sta attraversando una fase di ripensamento profondo, come si legge in un nostro articolo del 2024, «Fede, identità, scuola. Una sfida da affrontare».  La sfida, infatti, non è semplicemente “insegnare religione”, ma restituire alla fede il suo carattere vitale, non come obbligo o ornamento, bensì come necessità antropologica e spazio di identità. «In questa ricerca della propria ragion d’essere, la sfida non passa soltanto attraverso la necessaria innovazione pedagogica, l’imprescindibile attenzione per le lingue straniere o la proposta in termini umani e valoriali – si legge nell’articolo -. Non si tratta nemmeno di proporre un ritorno al passato, di ripristinare modalità ottocentesche. Lo spirito della tradizione, bisogna dirlo chiaramente, è un’altra cosa. È una ricerca che dev’essere inquadrata nella stessa identità cristiana e che chiama in causa il ruolo dei cristiani e delle loro istituzioni nel XXI secolo, non in altre epoche. Non dobbiamo dimenticare che, mentre molte parrocchie si svuotano di giovani, nelle scuole la Chiesa continua a mantenere un notevole spazio di contatto con i ragazzi. Il che non significa necessariamente che il compito sia facile, ma questo non ci esenta dalla responsabilità di cercare di interpretare i “segni dei tempi” e di adattarci ai cambiamenti della società e della Chiesa, e ai venti dello Spirito Santo».

L’università come ponte globale

Anche le Università cattoliche sono chiamate a questo ripensamento profondo, soprattutto per l’internazionalizzazione e la globalizzazione dell’istruzione superiore. Oggi, infatti, solo negli Strati Uniti, sono oltre un milione gli studenti internazionali, ma il dato è in crescita un po’ ovunque, come si legge nell’articolo «L’assistenza pastorale agli studenti internazionali». In questo contesto, il compito primario di una missione universitaria e di una cappellania, è quello di «preservare e rafforzare l’identità cattolica dell’università, promuovendo questa missione fra tutti i membri della comunità universitaria. Attraverso le proprie attività di ministero nel campus, la cappellania universitaria potrebbe diventare un punto di contatto centrale per fornire assistenza pastorale agli studenti internazionali, organizzando per loro regolari attività e collaborando con il personale universitario, le facoltà e altre componenti interessate. Tale attività può comprendere l’avvio di programmi di assistenza pastorale in collaborazione con uffici di sensibilizzazione diocesani locali, parrocchie e altri gruppi impegnati a sostenere questi studenti. Facilitando tali iniziative, la cappellania universitaria aiuta a creare un ambiente inclusivo, in cui gli studenti internazionali siano in grado di progredire sotto i profili accademico, spirituale e sociale».

Inaugurare una nuova stagione

Da queste prospettive emerge una visione comune: educare è atto di pace e di fiducia, è costruire mappe di speranza nel cuore della storia. La Giornata internazionale degli studenti ricorda che il diritto di studiare non può essere dato per scontato e oggi più che mai, come ricorda papa Leone XIV sempre nella Lettera apostolica, siamo chiamati a «inaugurare una stagione che parli al cuore delle nuove generazioni, ricomponendo conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita». 

La Civiltà Cattolica

Immagine: foto:iStock/rawpixel

 

mercoledì 30 aprile 2025

IL BUON LAVORO


Il  “buon lavoro” 

secondo Papa Francesco


Per “recuperare” un’idea sociale,

 incardinata nella Dottrina Sociale 

della Chiesa 

che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro 

e della buona impresa,  lanciato dal pontefice argentino


by Mario Bozzi Sentieri

Papa Francesco:

Il 1° maggio, Festa del Lavoro,  di quest’anno non può non essere segnato dalla recente scomparsa di Papa Francesco, Pontefice “peronista” si è detto e quindi populista e sensibile ai temi del lavoro. E’ per “recuperare” un’idea sociale, incardinata nella Dottrina Sociale della Chiesa, ben diversa dal genericismo di certe “ricostruzioni” giornalistiche, lette in questi giorni,  che ci piace riproporre il “manifesto” del buon lavoro e della buona impresa,  lanciato da Papa Francesco, durante la sua visita pastorale  a Genova, il 27 maggio 2017, in occasione dell’ incontro con i lavoratori dell’Ilva. Si tratta di  un manifesto che ci sentiamo di condividere per il  suo valore etico-sociale e che proponiamo,  nella sua essenzialità,  per la sua forza “programmatica”.

 ***

La dignità del lavoro

È importante riconoscere le virtù dei lavoratori e delle lavoratrici. Il loro bisogno è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro perché nega la dignità del lavoro che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. 

Il buon imprenditore

Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori perché lavora accanto a loro, lavora con loro. Non dimentichiamo che l’imprenditore deve essere prima di tutto un lavoratore! Se lui non ha questa esperienza della dignità del lavoro non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, del risolvere insieme i problemi, del creare qualcosa insieme.

Chi vende la sua gente vende la dignità propria

Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente! Chi pensa di risolvere il problema della sua 

impresa licenziando gente non è un buon imprenditore, è un commerciante. Oggi vende la sua gente, domani vende la dignità propria. Una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore, sono due tipi diversi. Lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama mercenario, per contrapporlo al buon pastore. Vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto, usa azienda e lavoratori per fare profitto, non li ama. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli creano alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, mangia persone e mezzi per il suo profitto.

Contro l’economia senza volti

Quando l’economia è abitata da buoni imprenditori le imprese sono amiche della gente. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. È una economia senza volti, astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone, e quindi non si vedono le persone da licenziare e tagliare.

Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete diventa senza volto e quindi spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. 

Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro

La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto di più, lavorando diventiamo più persone, la nostra umanità fiorisce, la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro come partecipazione alla creazione che continua grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando. Come ci sono pochi dolori più grandi di quando il lavoro schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro. Con il lavoro gli uomini e le donne sono unti di dignità. 

Edificare il patto sociale

Attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale, quando non si lavora, si lavora male o poco è la democrazia che entra in crisi, tutto il patto sociale entra in crisi. È anche questo il senso dell’articolo primo della Costituzione italiana: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Possiamo dire che togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o mal pagato, è anticostituzionale, secondo questo articolo! Se non fosse fondata sul lavoro, la Repubblica italiana non sarebbe una democrazia perché il posto del lavoro lo hanno sempre occupato privilegi, caste, rendite.

L’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti

Bisogna guardare alle trasformazioni tecnologiche e non rassegnarsi all’ideologia che immagina un mondo dove forse metà o due terzi dei lavoratori lavoreranno, e gli altri saranno mantenuti da un assegno sociale. Deve essere chiaro che l’obiettivo sociale da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti. Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti. Il lavoro di oggi e di domani sarà diverso, forse molto diverso, pensiamo alla rivoluzione industriale. Ci sarà una rivoluzione, ma dovrà essere lavoro, non pensione! Non pensionati, lavoro! Si va in pensione all’età giusta, è un atto di giustizia ma contro la dignità delle persone mandarle in pensione a 35-40 anni, con assegno dello Stato. 

 Gli eccessi della competizione

I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente e molti di questi valori della grande impresa e della grande finanza non sono in linea con la dimensione umana e pertanto con l’umanesimo cristiano. L’accento sulla competizione, oltre ad essere un errore antropologico, è anche un errore economico perché dimentica che l’impresa è cooperazione mutua. Quando si crea un sistema che mette in competizione i lavoratori tra loro, magari può ottenere nel breve periodo qualche vantaggio ma finisce col minare quel tessuto che è l’anima di ogni organizzazione e così quando arriva una crisi l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Questa cultura competitiva è un errore, è una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia. 

Gli eccessi della meritocrazia

Un altro valore che in realtà è un disvalore, è la meritocrazia oggi tanto osannata, che affascina molto. Al di là della buona fede dei tanti che la invocano, la meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono ma come un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro si sarà moltiplicata. Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura, ma questa non è la logica del Vangelo e della vita. La meritocrazia nel Vangelo la troviamo nella figura del fratello maggiore del figliol prodigo che disprezza il fratello minore e pensa che debba restare un fallito. Il padre invece pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci.

 La dignità del lavoro

Chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro sente che perde la dignità. Come chi è costretto ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Ci sono ancora lavori cattivi e sbagliati nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano lavoratori e ambiente, come chi è pagato molto perché il lavoro prenda tutta la vita, senza orari. Senza lavoro si può sopravvivere, ma per vivere occorre il lavoro e la scelta è tra il sopravvivere e il vivere.  Un assegno statale, mensile, che ti faccia portare avanti la famiglia, non risolve il problema. Il problema va risolto col lavoro per tutti.

 Il lavoro e la Festa

Un paradosso della nostra società è la presenza di una quota di persone che vorrebbero lavorare e non riescono, o altri che vorrebbero lavorare di meno, ma non ci riescono perché sono stati comprati dalle imprese. Il lavoro diventa fratello quando accanto ad esso c’è la festa, il tempo libero. Senza questo, diventa lavoro schiavistico, anche se superpagato. Nelle famiglie dove ci sono disoccupati non è mai veramente domenica, perché manca il lavoro del lunedì. Per celebrare le feste è necessario poter celebrare il lavoro, vanno insieme, l’uno scandisce il tempo dell’altro. Il consumo è un idolo del nostro tempo, è il consumo il centro della nostra società e quindi il piacere. Oggi ci sono i nuovi templi aperti 24 ore, che promettono la salvezza, punti di puro consumo e di puro piacere. Il lavoro è fatica, e sudore, quando una società edonista vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore, non capisce il lavoro. Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto con il lavoro e continueremo a sognare il consumo del puro piacere».

 Il lavoro e il consumo 

Il lavoro è il centro di ogni patto sociale non un mezzo per potere consumare. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle: libertà onore, dignità, diritti di tutti. Se svendiamo il lavoro al consumo, svenderemo presto anche queste parole sorelle. 

Spiritualità del lavoro

Molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni, erano preghiere del lavoro recitate prima, dopo e durante il lavoro. Il lavoro è presente tutti i giorni nell’eucaristia i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. I campi, il mare, le fabbriche, sono sempre stati altari dai quali si sono alzate preghiere belle e pure che Dio ha accolto e raccolto, recitate ma anche dette con le mani, il sudore, la fatica del lavoro di chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto tutte queste e continua ad accoglierle anche oggi. Per questo vorrei terminare con una preghiera: il vieni Santo Spirito: “Manda a noi un raggio della luce, vieni padre dei poveri, dei lavoratori e delle lavoratrici”.

@barbadilloit



 

giovedì 23 gennaio 2025

PROTEGGERE I MIGRANTI


 I vescovi Usa a Trump: «I migranti vanno protetti come i bambini non nati»

 

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L’appello della Conferenza episcopale statunitense a rispettare la

 «sacralità della vita umana e la dignità della persona» 

in tutte le sue forme. 

La vescova episcopaliana Budde: «Abbi pietà»


    -di Angela Napoletano 

«Prendersi cura di immigrati, rifugiati e poveri fa parte dello stesso insegnamento della Chiesa che ci richiede di proteggere i più vulnerabili, in particolare i bambini non nati, gli anziani e i malati». È il richiamo rivolto al presidente Donald Trump dalla Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti in vista delle deportazioni di latinos senza documenti autorizzate dalla Casa Bianca.

L’appello è a rispettare la «sacralità della vita umana e la dignità della persona» in tutte le sue forme. Non si può essere contrari all’aborto, questo è il senso dell’esortazione, e favorevoli ai raid contro i migranti irregolari. La nota (in poche righe) diffusa dai vescovi americani, presieduti dall’arcivescovo Timothy Broglio, prosegue a sottolineare la disponibilità della Chiesa cattolica americana a «collaborare con l’amministrazione e il Congresso per promuovere il bene comune», sempre, a prescindere dei «momenti di accordo e disaccordo».

Meno istituzionale è il tono del comunicato diffuso invece dalla diocesi texana di El Paso, al confine con il Messico, che da tempo ha aperto le chiese alla prima accoglienza dei migranti. «Facciamo nostre le loro angosce e loro paure – ha precisato il vescovo Mark Seitz – confidando che il Signore farà emergere il bene anche dal dolore, e che questa prova sarà solo preludio a una riforma reale sull’immigrazione, a una società riconciliata e alla giustizia per tutti coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese».

La voce dei cattolici non è l’unica a gridare «no» al pugno di ferro di Trump contro i disperati arrivati negli Stati Uniti senza autorizzazione. Ha fatto scalpore, martedì, il sermone della reverenda Marianne Budde, 65 anni, la prima donna vescovo della diocesi episcopaliana della capitale, che parlando dal pulpito della Washington National Cathedral, ha sollecitato il neopresidente, seduto in prima fila, «ad avere pietà, in nome di Dio», di immigrati e rifugiati, di chi «fugge da zone di guerra e persecuzioni per trovare, qui, compassione e accoglienza».

L’ammonimento di Budde, che ha chiesto «misericordia» anche per «gay, lesbiche e bambini transgender» spaventati dalle annunciate politiche contro l’identità di genere, ha irritato non poco il tycoon. In post pubblicato sui social poco dopo la messa, The Donald ha bollato la religiosa come «un’estremista di sinistra» che ha trascinato la sua chiesa nella politica «in un modo poco rispettoso». «È stata sgradevole nel tono, poco persuasiva e poco intelligente», ha tuonato, «dovrebbe scusarsi con il pubblico».

www.avvenire.it

La Chiesa statunitense

All'indomani della elezione di Donald Trump come 47.mo presidente degli Stati Uniti d'America, l'arcivescovo Timothy Broglio, presidente della Conferenza Episcopale degli Usa, dichiara ai media vaticani che i vescovi cattolici sono pronti a collaborare con tutti i politici eletti al fine di promuovere il bene comune. "Come cristiani e come americani - afferma - abbiamo il dovere di promuovere il reciproco rispetto, in spirito di carità e con civiltà, anche dialogando con chi la pensa diversamente da noi". In merito al dibattito politico sull'aborto - che al momento coinvolge almeno dieci diversi Stati - l'arcivescovo sottolinea che i vescovi Usa difenderanno sempre i diritti di tutte le persone, anche di quelle non ancora nate.

Negli Stati Uniti siamo fortunati perché viviamo in una democrazia e gli americani si sono recati alle urne per scegliere liberamente chi deve guidare la nazione. Faccio le mie personali congratulazioni al presidente Trump e a tutti i politici che sono stati eletti a livello nazionale e locale. Adesso è il momento di passare dalla campagna elettorale al governo del Paese. Siamo convinti che la transizione da un governo all'altro possa avvenire pacificamente. La chiesa cattolica e la Conferenza episcopale non sono espressione di alcun partito politico e la Chiesa rimane fedele al proprio magistero a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. 

Come vescovi siamo pronti a lavorare con tutti i rappresentanti politici eletti con l'obiettivo di perseguire il bene comune. Siamo una nazione benedetta dal benessere e abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, anche al di fuori dei nostri confini nazionali. Preghiamo affinché il neoeletto presidente Trump e tutti i leader politici possano agire nel rispetto delle responsabilità loro affidate per servire il paese e i cittadini. 

Chiediamo l'intercessione della Santa Madre, patrona della nazione, affinché possa guidarci nella ricerca del bene comune e nel rispetto della dignità di ogni persona umana, in particolare per coloro che sono i più vulnerabili, i nascituri, i poveri, gli stranieri, gli anziani e gli infermi, i migranti”.

Vatican News