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mercoledì 23 settembre 2026

IL PERDONO

 Libro

Gallagher: "perdoniamo" 

e "chiediamo perdono", 

parole di grande forza 

e attualità

Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha partecipato ad un evento organizzato nell'ambasciata della Polonia presso la Santa Sede per la presentazione del volume "Perdoniamo e chiediamo perdono" dedicato allo storico messaggio dell'episcopato polacco ai vescovi tedeschi del 18 novembre 1965

-di Dorota Abdelmoula-Viet – Città del Vaticano 

"Perdoniamo e chiediamo perdono", due parole che ancora oggi mantengono una forza e un'attualità peculiari. Lo ha detto l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, intervenendo ieri sera 21 settembre alla presentazione del libro dal titolo, appunto, Perdoniamo e chiediamo perdono ispirato allo storico messaggio rivolto dai vescovi polacchi ai vescovi tedeschi nel 1965. Il volume, presentato presso l'Ambasciata della Polonia presso la Santa Sede, è il frutto di un convegno scientifico tenutosi lo scorso anno alla Gregoriana, in occasione del 60.mo anniversario di questo storico evento.

Il perdono dono del Signore

Nel suo intervento, monsignor Gallagher ha sottolineato l'importanza attuale del gesto compiuto anni fa dai due episcopati. "Le parole ‘perdoniamo e chiediamo perdono’, pronunciate in un'Europa ancora profondamente segnata dalle ferite della guerra, conservano anche oggi una forza e un'attualità peculiari”, ha affermato. “Esse ci ricordano che la riconciliazione nasce non dal dimenticare il passato, ma dalla capacità di affrontarlo nella verità, aprendosi con coraggio e fiducia al dialogo sincero, senza dimenticare che per un cristiano essa è innanzitutto un dono del Signore risorto, come afferma San Paolo ‘Dio ci ha riconciliati mediante Cristo’”.

L’arcivescovo ha sottolineato che la pubblicazione è un invito a riflettere sul valore di questa testimonianza "per il presente e per il futuro, in un tempo nel quale non mancano nuove divisioni e contrapposizioni. Essa ci ricorda quanto sia prezioso custodire ciò che è stato pazientemente costruito nel corso dei decenni". Ha inoltre espresso gratitudine alle Ambasciate di Polonia e Germania presso la Santa Sede per il loro impegno nel promuovere la memoria di questo evento che ha contribuito in modo unico alla costruzione della riconciliazione nell'Europa del dopoguerra. Gallagher ha anche auspicato che "le mani tese sessant'anni fa continuino a rimanere unite e possano indicare anche alle nuove generazioni una via di riconciliazione, di comune responsabilità e di pace".

Il mondo ha bisogno di gesti coraggiosi di riconciliazione

Da parte sua, l'ambasciatore della Polonia Adam Kwiatkowski ha ringraziato l'arcivescovo Gallagher per aver fatto riferimento nei suoi interventi al messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi. "Per noi, per la Polonia e per la Germania, questo è di enorme importanza", ha detto. E ha evidenziato l'importanza del fatto che l'ultimo evento che ha organizzato prima di tornare in Polonia sia stato un incontro dedicato alla riconciliazione. "Il mondo ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno di gesti e decisioni più coraggiosi, capaci di anticipare i tempi”. Ha bisogno, cioè, che si tenda la mano al prossimo. Ha bisogno che si mostri rispetto e gratitudine verso l'altro, nonostante le differenze esistenti.

Anche l'ambasciatore tedesco, Bruno Kahl, ha ribadito l'urgente necessità di trarre ispirazione dal gesto di riconciliazione compiuto anni fa dai vescovi dei due Paesi: “La riconciliazione è difficile ma è possibile, però qualcuno deve fare il primo passo”. L’auspicio è che questa pubblicazione aiuti a risvegliare le istituzioni e a sensibilizzare a questi valori e a questa comprensione fondamentale “in modo tale da consentire che anche oggi nascano iniziative similari per superare l'odio, la violenza e la guerra”.

 La memoria che guarisce le relazioni

"Questo libro è un riassunto di tutte le nostre attività legate al 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi", ha dichiarato ai media vaticani, a margine della presentazione, il dottor Andrzej Jerie, direttore del Centro "Memoria e Futuro" di Breslavia e ideatore delle celebrazioni dell'anniversario. "Se leggiamo attentamente ciò che vi è scritto, vedremo i frutti concreti delle nostre attività congiunte per costruire buone relazioni tra Polonia e Germania. Tra le altre cose, vi sono le toccanti parole di Knut Abraham, che durante la conferenza ha affermato che le celebrazioni di Breslavia per il 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi hanno contribuito a far sì che il Bundestag votasse quasi all'unanimità a favore del finanziamento della Casa Polacca e del monumento alle vittime polacche della Seconda guerra mondiale a Berlino. Per questa sola frase è valsa la pena pubblicare questo libro".

Alla presentazione della pubblicazione hanno partecipato anche, tra gli altri, l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia; l'ex primo ministro Hanna Suchocka; il professor Marek Inglot, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, nonché un gruppo di una quindicina di ambasciatori e capi di missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede.

Vatican News

 

venerdì 7 agosto 2026

LA MUSICA CI SALVERA'

 


La memoria 

dei suoni

 ci salverà 

dalla crisi

 climatica


di Simonetta Sandri

Sul clima e sull'ambiente, continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo. Il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo. Il vero limite della nostra epoca è la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Tornare ad ascoltare il pianeta è la vera sfida. In dialogo con Dario Giardi, ricercatore e compositore

Avreste mai detto che ci sia un legame fra la musica e la sfida climatica? Dario Giardi, ricercatore, esperto nel campo dell’energia, responsabile sostenibilità ed economia circolare di Confagricoltura, compositore, con il suo saggio E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica (Mimesis Edizioni) si muove lungo un confine affascinante e ormai urgente: quello in cui ecologia, sostenibilità e dimensione sonora si incontrano. Lo abbiamo incontrato. Scoprendo che è possibile guardare alla crisi climatica non soltanto come a una questione di cifre, quote di emissioni o modelli matematici, ma anche, e soprattutto, come a una crisi percettiva, emotiva e culturale.

L’umanità – sostiene Giardi – ha progressivamente “smesso di ascoltare” la natura, soffocando la biofonia (i suoni degli esseri viventi) e la geofonia (i suoni degli elementi naturali) con l’antropofonia, ossia con il rumore, di sottofondo e incessante, delle nostre macchine e della nostra industria inquinante. Non sentiamo più il mondo vero.

In tutto ciò, entra il memoryscape. Giardi crea ed espande il concetto di paesaggio sonoro, parlando di “memoria dei suoni”. I suoni che stiamo perdendo (il verso di specie in estinzione, il fruscio di ghiacciai che fondono, i cori di foreste deforestate, le campane di un piccolo villaggio) rappresentano una perdita di identità ecologica e comunitaria. Vanno riscoperti e conservati.

E poi c’è il silenzio, non come assenza di suono, ma come “spazio di presenza” ed elemento fondamentale dell’ascolto, necessario per comprendere ciò che ci circonda. Quel silenzio prezioso che ormai non si trova più da nessuna parte. Tanto che è diventato lusso.

Fare o ascoltare musica insieme ci insegna l’armonia, la misura e la relazione. È metafora e palestra di un nuovo modo di abitare la Terra. L’essere umano, in fondo, è solo una voce dentro una più ampia orchestra biologica.

Il saggio non ha una ricetta magica o un potere taumaturgico affidato alle note: la musica da sola non ridurrà le tonnellate di CO₂ nell’atmosfera. Ma è un invito rivoluzionario a rieducare la nostra percezione per tornare a sentirci parte dell’orchestra della TerraNel dibattito sulla crisi climatica siamo abituati a dati, grafici ed evidenze visive. Perché ha scelto di affrontarla attraverso la lente del suono? In che modo musica e ascolto offrono prospettive che la scienza o la politica non riescono a comunicare?

Dopo oltre vent’anni di ricerca sulla sostenibilità, mi sono reso conto che continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Eppure siamo ormai arrivati alla trentunesima Conferenza delle Parti sul clima, che si terrà in Turchia il prossimo novembre, senza aver innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi.

Continuiamo ad accumulare dati, pubblicare rapporti scientifici, organizzare conferenze internazionali e affinare modelli previsionali sempre più accurati. Ma non abbiamo ancora innescato un cambiamento all’altezza della gravità della crisi

Da ricercatore conosco bene questi dati: sono inequivocabili. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, sappiamo come sta cambiando il pianeta e quali saranno le conseguenze dell’inazione. La ricerca continua a lanciare l’allarme, la politica prova a individuare strategie e obiettivi, ma ogni passo in avanti sembra essere sistematicamente inferiore a quello che sarebbe necessario.

A quel punto ho iniziato a pormi una domanda: perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta a cui sono arrivato è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva. Continuiamo a ragionare sul breve e medio periodo, entro i confini dei nostri interessi nazionali, mentre il clima opera su scale temporali molto più lunghe e non riconosce alcun confine politico. Il cambiamento climatico riguarda tutti, attraversa le frontiere senza chiedere permesso e richiederebbe, per sua natura, una visione globale e una responsabilità condivisa.

Parliamo di ambiente, organizziamo campagne di sensibilizzazione, facciamo educazione ambientale, produciamo informazioni sempre più dettagliate. Eppure qualcosa continua a non raggiungere la parte più profonda di noi. Sappiamo, ma non sentiamo. Comprendiamo, ma non cambiamo.

Perché continuiamo a rimandare decisioni fondamentali pur essendo perfettamente consapevoli di ciò che sta accadendo? La risposta è che il problema non è più la conoscenza, ma la coscienza. Non siamo riusciti a sviluppare una vera coscienza ecologica, né individuale né collettiva

È stato in quel momento che ho iniziato a guardare con occhi nuovi alla mia altra identità di compositore. Da anni pubblico musica ambient e musica per il benessere con il mio alias artistico Giadar, collaborando con etichette internazionali. Questo percorso mi ha insegnato che il suono non è solo un elemento estetico: è un linguaggio capace di entrare in relazione con le persone a un livello emotivo, là dove i numeri, da soli, raramente riescono ad arrivare.

Ho iniziato così a chiedermi se il vero limite della nostra epoca non fosse la perdita di una relazione profonda con il mondo vivente. Forse continuiamo a rincorrere le emergenze non perché ignoriamo la crisi climatica, è che abbiamo progressivamente smesso di ascoltarla.

Da questa riflessione è nato E se fosse la musica a salvarci?. L’idea che attraversa tutto il libro è semplice ma radicale: prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte.

Nel libro parla della crisi ambientale come emergenza ecologica ma anche come una “sordità” dell’essere umano verso la natura. Come si rieduca il nostro ascolto?

Viviamo immersi in una cultura che ci spinge a produrre continuamente suoni, notifiche, parole. Paradossalmente, ascoltiamo sempre meno. Rieducare l’ascolto significa rallentare e concedersi il tempo di abitare un luogo senza la necessità di intervenire. Come compositore ascolto molto prima di scrivere una sola nota. Ho imparato che il silenzio non è assenza di suono, ma disponibilità ad accogliere ciò che ci circonda. Questa è anche una pratica ecologica: imparare di nuovo a riconoscere il vento, gli insetti, l’acqua, il ritmo delle stagioni. Proteggiamo più facilmente ciò con cui riusciamo a entrare in relazione.

Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche, dobbiamo recuperare la capacità di ascoltare il pianeta. Perché solo ciò che riusciamo davvero ad ascoltare può diventare parte della nostra coscienza e, quindi, delle nostre scelte

Il “paesaggio sonoro” (soundscape), teorizzato da R. Murray Schafer negli anni ’70, è centrale nel suo lavoro. Ce lo spiega? Come definirebbe l’ecologia acustica oggi e come si lega al cambiamento climatico?

Il concetto di soundscape elaborato da Schafer ci invita a considerare ogni ambiente come una composizione sonora in continua evoluzione. Ogni luogo possiede una sua identità acustica, fatta di equilibri tra elementi naturali, attività umane e tecnologia. Oggi l’ecologia acustica è diventata ancora più importante perché il cambiamento climatico modifica questi equilibri. Cambiano le migrazioni degli animali, i cicli biologici, la presenza delle specie e perfino il modo in cui percepiamo le stagioni. Ascoltare tali cambiamenti significa leggere il territorio da una prospettiva diversa, spesso più sensibile di quella puramente visiva.

Il field recording non è solo una tecnica per documentare la natura, ma è diventato una forma d’arte e d’impegno. Che valore ha registrare i suoni della natura oggi?

Per me il field recording rappresenta un gesto di attenzione prima ancora che una tecnica di registrazione. Quando porto con me un registratore non sto semplicemente raccogliendo suoni: sto cercando di instaurare un dialogo con un luogo. Molte delle mie composizioni nascono proprio da registrazioni ambientali. Quei suoni diventano materia musicale, ma rimangono anche documenti di un ecosistema in un preciso momento storico. In un’epoca di trasformazioni così rapide, registrare un paesaggio sonoro significa contribuire a costruire una memoria che potrebbe rivelarsi preziosa per le generazioni future.Anna Romanova, su Pexels

Inserire alberi, parchi, fontane e bio-corridori nelle città non serve solo per limitare CO₂ o temperature, ma trasforma radicalmente il suono urbano. L’ecologia acustica può guidare la futura urbanistica sostenibile?

Ne sono convinto. Quando parliamo di sostenibilità urbana pensiamo quasi sempre all’energia, ai trasporti o alla qualità dell’aria. Raramente ci chiediamo come suona una città. Eppure il suono influenza profondamente il nostro benessere. Una città capace di restituire spazio al vento tra gli alberi, all’acqua, agli uccelli e a una riduzione del rumore meccanico è una città che migliora anche la qualità della vita. L’urbanistica del futuro dovrebbe progettare non solo ciò che vediamo, ma anche ciò che ascoltiamo.

Lei cita “la memoria dei suoni”. Qual è il legame tra soundscape e memoryscape?

Il concetto di memoryscape che ho coniato, e che presento nel saggio, è nato in modo del tutto spontaneo, durante una passeggiata nel parco naturale vicino a casa mia. È un luogo a cui sono profondamente legato perché da bambino ci andavo spesso con i miei nonni. Camminando lungo quei sentieri mi sono reso conto che alcuni suoni erano rimasti identici nella mia memoria, mentre altri erano cambiati o erano scomparsi.

In quel momento ho capito che ogni paesaggio sonoro possiede anche una dimensione affettiva. Il soundscape racconta ciò che un luogo è oggi; il memoryscape è una sua evoluzione, racconta ciò che quel luogo continua a essere dentro di noi. È una geografia della memoria costruita attraverso i suoni. E quando un suono scompare, perdiamo non solo un elemento della biodiversità, ma anche un frammento della nostra identità.
Qual è il valore della “memoria sonora”? Esiste un suono del passato che abbiamo perso per sempre e uno assolutamente da preservare per le future generazioni?

Credo che la memoria sonora abbia un enorme valore culturale oltre che ecologico. Alcuni suoni della mia infanzia oggi sono molto più rari: il brulicare continuo degli insetti nelle sere d’estate, certe intensità del canto degli uccelli o il silenzio autentico di alcuni boschi. Più che salvare un singolo suono, dovremmo preservare l’equilibrio che permette a tutti quei suoni di convivere. Una foresta non è bella perché ospita il canto di un’unica specie, ma perché migliaia di organismi costruiscono insieme una straordinaria polifonia naturale.

L’impronta acustica

Quanto l’impronta acustica umana sta soffocando i suoni naturali e che conseguenze ha questo squilibrio sulla biodiversità?

L’impronta acustica dell’uomo è cresciuta enormemente negli ultimi decenni. Strade, aeroporti, industrie e infrastrutture hanno occupato una parte sempre più ampia dello spazio sonoro. Per molte specie questo non significa semplicemente convivere con il rumore, ma perdere la possibilità di comunicare, orientarsi e riprodursi. È un impatto invisibile, ma profondissimo. Come compositore mi colpisce pensare che stiamo alterando la più antica orchestra del pianeta: quella della vita.

La bio-acustica ci rivela che le foreste sono ecosistemi sonori in cui ogni specie occupa una “nicchia acustica”. In che modo l’ascolto di queste “sinfonie naturali” può trasformarsi da semplice strumento scientifico di monitoraggio a una leva emotiva e culturale?

La bio-acustica ci offre dati straordinari, ma quei dati possono diventare anche esperienza estetica. Quando ascoltiamo una foresta ricca di biodiversità percepiamo subito una complessità che nessun grafico riesce a restituire. Credo che artisti e musicisti abbiano il compito di trasformare questi dati in emozione. Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale.

Se una persona esce da un concerto, da un’installazione sonora o dall’ascolto di una composizione con il desiderio di proteggere un ecosistema, allora l’arte ha contribuito concretamente alla causa ambientale

A cosa può portare una collaborazione fra compositori ed ecologi? Ci fa qualche esempio?

Penso che sia una delle collaborazioni più promettenti dei prossimi anni. Gli ecologi raccolgono informazioni fondamentali sullo stato degli ecosistemi; i compositori possono trasformarle in esperienze capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio. Immagino concerti costruiti a partire da registrazioni bioacustiche, installazioni nei parchi naturali, musei immersivi, percorsi educativi nelle scuole o composizioni che restituiscano l’evoluzione sonora di un territorio nel tempo. La musica può diventare una forma di divulgazione scientifica capace di parlare anche a chi normalmente rimane distante da questi temi. Thiago Japyassu, su Pexels

Dedica anche spazio a meditazione ecologica e terapia sonora. Ce le spiega?

Anche questo nasce dalla mia esperienza musicale. Da anni compongo musica pensata per favorire rilassamento, concentrazione e benessere. Questo mi ha portato a riflettere sul potere trasformativo dell’ascolto. La meditazione ecologica invita a rivolgere quella stessa attenzione non verso un suono artificiale, ma verso gli ecosistemi naturali. È un modo per ricostruire un senso di appartenenza alla Terra. La terapia sonora, invece, apre prospettive interessanti sul rapporto tra vibrazione, percezione e benessere, pur distinguendo sempre ciò che è sostenuto da solide evidenze scientifiche da ciò che richiede ulteriori studi.

La più antica musica della Terra non è stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura

Se dovesse scegliere un singolo “suono” che rappresenti la speranza per il futuro del nostro pianeta, quale sarebbe e perché?

Più ci penso, più mi convinco che sceglierei il coro dell’alba in un bosco. È un suono che continuo a registrare e che ogni volta mi emoziona come la prima. Non rappresenta soltanto la bellezza della natura. Rappresenta un ecosistema che funziona, specie diverse che convivono, equilibri che si rinnovano ogni mattina. Da compositore trovo straordinario che la più antica musica della Terra non sia stata scritta dall’uomo, ma dalla vita stessa. Se riusciremo a conservarla, significherà che avremo imparato non solo ad ascoltare il pianeta, ma finalmente anche a prendercene cura.

VITA

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Imm


giovedì 23 luglio 2026

COMUNITA', UNA RISORSA

 


“Cosa vuol dire


 comunità oggi?”


Il ternine comunità deriva dal latino communitas, formata da cum (con) e munus (dono o compito)

Il farsi dono, con spirito di servizio

-di Giovanni Petrini

Comunità è una parola misteriosa, ambigua, complessa ma anche molto affascinante, intrigante, rassicurante.

Proverò a sollecitare alcune riflessioni proprio a partire da questa lettura e tesi che condivido.

C’è una forte riemersione nel dibattito pubblico contemporaneo della parola comunità, un bisogno sempre più urgente di riconsiderarla.

È possibile notarlo in diversi ambiti, a partire da Facebook e dai Social Media User Generated che hanno preso la parola comunità e l’hanno messa al centro nel rapporto con il proprio cliente-utente, ma anche nel dibattito economico attorno ai beni comuni o ai beni relazionali, sul quale c’è un grande fermento di riflessioni e pratiche (come dimostra il Premio Nobel per l’Economia del 2019).

 Nuovo umanesimo

Il tema della comunità negli ultimi anni si è rivelato molto forte anche in alcune riflessioni filosofico-politiche.

La parola “Nuovo Umanesimo” è stata usata – più o meno consapevolmente – proprio per cercare di contrapporre a un mondo tecnologico e un’avanzata post-umana, le relazioni umane e il ruolo che l’uomo può svolgere nel mettersi alla guida della tecnologia senza rimanerne succube.

La comunità è poi espressione di molte pratiche dal basso, di organizzazioni che nascono tra cittadini: le Social Street sono una di queste esperienze diffuse anche in Italia, ad esempio, e nascono proprio dalla volontà di alcuni soggetti di mettersi insieme all’interno di una via e iniziare a scambiarsi informazioni, relazioni, progetti e ad aiutarsi.

È chiaro, dunque, che queste riflessioni tengono conto dei luoghi, come gli Oratori, come le Case Salesiane, come in generale le Parrocchie, in cui la parola è da sempre utilizzata e da sempre tenuta viva.

Perché questa parola sta emergendo sempre di più nel dibattito pubblico?
Perché sostanzialmente è una risposta, umana, naturale e comprensibile al fatto che nell’Ultimo secolo tutto si è accelerato, frammentato, complessificato ed espanso. L’accelerazione del tempo è legata alla spinta che il capitalismo ha dato allo sviluppo tecnologico per cercare di perseguire quello che da sempre lo muove: la produzione di ricchezza.

La frammentazione dell’esistenza deriva dal fatto che le grandi narrazioni del ‘900, in cui le persone si riconoscevano all’interno di una serie di categorie collettive – i lavoratori, gli impiegati ecc. – sono andate mano a mano frammentandosi.


Oggi noi siamo ciò che facciamo, ciò che vediamo, le frequentazioni che abbiamo on line e off line, i consumi e le cose che compriamo, gli spettacoli o prodotti culturali che consumiamo.

La nostra esistenza stata letteralmente frammentata e spesso questo – la convivenza con le molte sollecitazioni e anime – porta anche a delle difficoltà dentro di noi.

Spazio

Infine, l’espansione dello spazio.

Prima la globalizzazione ha aperto il mondo (con la possibilità di volare lowcost) e poi l’arrivo del digitale ha creato un mondo “fisico” parallelo a quello che invece viviamo nella realtà analogica.

Tutti questi fenomeni hanno impattato su di noi, soprattutto per una questione di scollamento tra la capacità dell’uomo di evolvere biologicamente e la tecnologia che invece accelera esponenzialmente.
Tutto questo non può non creare dei disagi e delle difficoltà, in alcuni casi dei veri e propri “mostri”, come quelli rappresentati nel bellissimo trittico di Francis Bacon.
Spesso sono difficoltà con cui tutti noi conviviamo e penso sia importante iniziare adirsi che oggi siamo tutti un po’ fragili, un po’precari, un po’ isolati, abbiamo tutti un po’ di ansie e proviamo tutti un po’ di rabbia in alcune circostanze.
Se da un lato si assiste quindi a un fenomeno di isolamento e allontanamento delle persone, dall’altro può iniziare invece un interessantissimo percorso attraverso il quale trovare una risposta a questo disagio.

A partire dal riconoscimento che non è più possibile parlare di “fragili” e “non fragili “ma piuttosto dell’esistenza di diverse fragilità e smettendo di rapportarsi uno a uno ma considerandoci tutti insieme, aiutandoci comunitariamente, questa risposta può avvenire.

Al di là delle patologie che necessitano di cure da parte di specialisti – perché la rabbia, la precarietà, l’ansia e l’isolamento possono sviluppare anche patologie per cui ci vogliono competenze specifiche – se rimaniamo in una dimensione più di percezione di vissuto quotidiano, noi pensiamo che il tema principale sia la solitudine o “privazione relazionale”.

Il vero problema che affrontato aiuterebbe a risolvere molto del brusio e delle fatiche quotidiane e consentirebbe di dedicare le giuste energie e il giusto tempo alle reali patologie e difficoltà, è proprio la solitudine.

 Solitudine

E questa solitudine richiama, in alcuni casi, una prospettiva di ricordo “dei bei tempi andati”, un racconto di quel mondo ideale antico in cui c’era una comunità, il paese, il villaggio in cui si viveva tutti insieme, le porte delle case rimanevano aperte, ci si conosceva tutti e ci si salutava per strada.
Questo è stato un modo di vivere della maggior parte della popolazione mondiale per secoli, se non millenni.

Dall’altra parte c’è invece una nuova dimensione che non è solo un ricordo dei bei tempi andati ma è invece una reale voglia di ricostruire e rilanciare la dimensione comunitaria, dimensione che è stata evidenziata in maniera chiarissima dal Covid.

La pandemia ha esacerbato e fatto esplodere delle difficoltà sia negli anziani che negli adolescenti e nei giovani, che sono i soggetti che più hanno sofferto e stanno soffrendo dell’isolamento sociale, ma ha anche fatto venir fuori una straordinaria voglia, ricchezza e capacità di rispondere all’emergenza e alla tragedia con un grandissimo fiorire di esperienze di solidarietà, condivisione scambio intergenerazionali.

È stato un grande movimento in cui tanti di noi si sono messi insieme e hanno cercato di capire come potevano aiutare gli altri, anche solo con una telefonata, un sorriso o un pacco consegnato.

Per rimettere al centro la comunità, quindi, non dobbiamo scivolare in queste dinamiche della memoria, ma cercare di recuperare ciò che c’era di buono nella dimensione comunitaria e diffonderla, praticarla, raccontarla e discuterla, soprattutto.
Non solo un tema di “azione” ma anche di “racconto”.
È necessario non solo comunicare con il fuori ma anche ridiscutere e dare un proprio significato a questa parola affinché venga vissuta concretamente.

Comunità è una “parola trappola” molto complicata, spesso usata come sinonimo di altro, ad esempio di “società”.

In realtà, se ci addentrassimo nello studio dell’evoluzione del modo in cui gli uomini stanno insieme, ci accorgiamo che la comunità è qualcosa che esiste “prima della società” e “dopo la famiglia”.

Questa riflessione la prendo dal libro “Comunità” di Marco Aime, antropologo insegnante all’università di Genova, che riporta i 5 elementi che storicamente, antropologicamente e sociologicamente riscontriamo nelle comunità.
Prima di tutto una comunità nasce con una dimensione spirituale, rappresentata da un SIMBOLO che, a prescindere dalla civiltà e dal tempo, riunisce le persone che ne fanno parte.

 Confine

La comunità ha sempre un CONFINE.

La prima immagine che viene in mente è il filo spinato, il muro.

Invece il confine semplicemente una linea che crea un “di qua” e un “di là”, una separazione quindi che si può anche varcare.

Il confine della comunità è quindi una linea, è un varco aperto poroso da cui io posso uscire, per andare a scoprire cosa c’è al di fuori della mia comunità e nel mondo, e in cui altri possono entrare.

Alla comunità serve un confine perché possa riconoscere e dire: “Noi siamo questi e gli altri sono fuori”.

Il tema è preservare la dimensione di identità, di stile, di uguaglianza, di modalità con cui agisce, senza però chiudersi, creare dei muri e quindi da Communitas, diventare Immunitas.

Il concetto dell’Immunitas è ben comprensibile se pensiamo al nostro corpo: i nostri anticorpi sono funzionali a rispondere a un attacco all’esterno, quando qualcosa entra nel nostro organismo si scatena una reazione immunitaria, dei meccanismi biologici che permettono al corpo di difendersi.
A volte accade che questo meccanismo vada fuori giri, perda il proprio controllo e inizi a rispondere anche quando non c’è nessuna aggressione: difendendosi contro qualsiasi cosa inizia a uccidere anche se stesso.
Le malattie immunitarie quindi portano anche alla morte della persona stessa per eccesso di autodifesa.

La trovo una bellissima similitudine con un rischio che corrono quelle comunità che si rifiutano di aprirsi a chi la pensa diversamente e portando all’estinzione del gruppo e alla morte della comunità stessa.

Riassumendo: la comunità ha un confine che resta sempre aperto ma che consente di dire: “Io sono dentro, tu sei fuori” e poi ci confrontiamo, parliamo, ne discutiamo.

Vuoi entrare? Ci sono delle regole. Vuoi uscirne? Perderò qualcosa ma otterrò della libertà.

Memoria

C’è poi un tema di MEMORIA, la comunità sì alimenta e si costruisce attraverso il racconto di chi c’era a chi verrà.

È un tramandare, ma una tradizione è anche “tradimento” (la radice latina è unica infatti, deriva dal verbo latino Tradĕre, che vuol dire “attraversare” ma anche “portare da una parte all’altra”).

La memoria passa ma questo passare non è congelare, conservare; qui c’è tutto il tema dell’inter-generazionalità: le persone più anziane raccontano e passano la loro esperienza e il loro punto di vista ma contemporaneamente devono accettare che i giovani, oltre a prendere e riconoscere questa memoria, allo stesso tempo la facciano loro attraverso una loro interpretazione.
La comunità quindi non è qualcosa che esiste e rimane sempre uguale a se stessa, ma che viene riletta e ridiscussa con il passare delle generazioni.

Generatività

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domenica 19 luglio 2026

ATTESA E MEMORIA

 


LA FORZA NUDA

 DELLA PAROLA


 In questa notevole raccolta dei Radiodrammi che Beckett ha composto per la BBC nel corso di un ventennio spicca la forza nuda della parola.

- -di Massimo Recalcati 

 La scelta dello strumento radiofonico serve per operare un azzeramento delle immagini. Non a caso lo scrittore irlandese ha vietato espressamente ogni loro adattamento visivo: in un tempo dominato dal consumo avido di immagini quale è il nostro è una delle ragioni della formidabile inattualità di questa raccolta. Tra questi radiodrammi spiccano in particolare due opere degne di essere annoverate tra le più riuscite di Beckett: Tutti quelli che cadono e Braci. Essi costituiscono un allargamento e una ripresa dei temi che avevano caratterizzato la celebre pièce di Aspettando Godot

Il primo riporta nel titolo il Salmo 145, che recita: «Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che si sono piegati». Beckett però spezza volutamente questo titolo sopprimendo la sua pars construens. Il cadere diviene così la cifra fondamentale della condizione umana che nessun Dio può guarire. Nessuno può salvarsi, nessuno può emanciparsi dal peso insopportabile dell’esistenza. Non a caso la forza di gravità si imprime come l’espressione del carattere assurdo e privo di senso dell’esistenza che diviene proprio per questa ragione un peso da trascinare faticosamente. Il viaggio della signora Rooney verso la stazione ferroviaria è una via crucis. Si tratta di una donna anziana e malata che fatica a camminare. Il suo corpo è preda di un lento e inesorabile declino. Non è il corpo che dice “Si!” alla vita, come accade a Molly, la formidabile protagonista femminile dell’Ulisse di Joyce, ma un corpo in disfacimento, carne afflitta, piagata, «distrutta nei polmoni, nel cuore e nel fegato». Inoltre la sua vita appare incarcerata anche da un lutto irrisolto per una figlia morta bambina. Nel suo viaggio verso la stazione in attesa del ritorno a casa del marito cieco, anche le macchine sembrano ostacolare il suo movimento: biciclette, furgoni e treni appaiono guasti o in ritardo. 

Beckett sapientemente accentua questa difficoltà di moto (grande tema di tutta la sua letteratura) introducendo la presenza innovativa dei suoni, come quelli dei faticosi e lenti passi sulla ghiaia della signora Rooney, dei versi degli animali, del vento e della pioggia che sembra accentuino la dimensione leopardianamente ostile della natura. Beckett esigeva un controllo ossessivo della resa acustica di questi suoni che avevano il compito di enfatizzare la condizione derelitta dell’esistenza, la sua colpevolezza fondamentale. Come in Aspettando Godot anche in questo testo l’attesa è protagonista. Il treno è in grave ritardo a causa della morte di un bambino caduto dal vagone e finito sotto le rotaie. Beckett non svela la causa di questa caduta. Aggiunge solo alcuni vaghi elementi che possono identificare il colpevole proprio nel marito della signora Ronney che, per esempio, dichiara apertamente di odiare i bambini e di volerne uccidere almeno uno: «Stroncare in boccio un piccolo disastro». 

 Ma il punto decisivo di questo drammatico incidente è l’interruzione della catena della filiazione. Altro grande tema beckettiano. Il bambino morto evoca l’assenza di Legge che caratterizza la vita. È un tema biblico che evoca la figura molto cara a Beckett di Giobbe. La colpa che affligge l’essere umano non dipende dalla sua azione né dalla sua intenzione perché è una colpa ontologica che coincide con l’esistenza stessa. La giustizia non si esercita secondo una logica razionalmente retributiva che premia il giusto e sanziona il reo. C’è piuttosto qualcosa di imperscrutabile che caratterizza la stessa Legge di Dio, la quale può colpire senza ragione apparente anche la vita dell’uomo più devoto o quella, come accade in questo caso, di un bambino innocente. 

In Braci questi temi ritornano ma alla luce nuova del tema della memoria. Al centro un uomo, Henry, solo di fronte al rumore incessante delle onde. Il fantasma del padre morto suicida in mare lo opprime. «Chi c’è accanto a me, adesso?», si chiede in uno spazio mentale occupato dai frammenti traumatici del suo passato. Anche in questo caso il processo di filiazione non appare generativo ma assomiglia ad una catena che può trasmettere solo dolore. Un paio d’anni prima in Finale di partita Beckett mostrava le figure dei genitori (Nagg e Nell) ridotti a due troncherini richiusi in due bidoni della spazzatura. In Braci Henry cammina ai bordi del mare invocando il riconoscimento del padre che non avverrà mai. 

Attesa e memoria, come confermano questi due radiodrammi, costituiscono due facce di uno stesso foglio. Si tratta di attendere ciò che non verrà mai e di ricordare ciò che è per sempre escluso dalla presenza. In questo senso essi possono essere letti davvero come due radicalizzazioni della problematica già presente in Aspettando Godot. In tutte e tre le opere l’essere umano è orientato verso qualcosa che resta confinato nell’assenza. L’attesa non si può mai soddisfare e la memoria non può più restituirci ciò che è stato. Restano sole le parole e le voci – resta solo la scrittura; le sole forme di redenzione e di resistenza possibili.

La Repubblica 

Alzogliocchiversoilcielo

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mercoledì 8 luglio 2026

ALUNNI CON ADHD

 

 Il legame

 tra motivazione

 e voti 

spiegato dalla scienza


Sintesi delle evidenze 

su adhd e rendimento:

 funzioni esecutive,

 ricompense differite, 

rischio di bocciature e abbandono; 

suggerimenti pratici per studiare.

 


Redazione Studenti

Indice

1.     In breve: cosa sappiamo davvero su ADHD e rendimento scolastico

2.     Cosa mostrano gli studi su voti, memoria e attenzione in classe

3.     Il lato nascosto: come funziona davvero la motivazione nell’ADHD

4.     Strategie concrete per studiare meglio se hai (o sospetti) ADHD

In breve: cosa sappiamo davvero su ADHD e rendimento scolastico

Fonte: getty-images

“È pigro”, “non si impegna”, “è solo disorganizzato”. Chi convive con l'ADHD a scuola si sente ripetere spesso queste frasi. La scienza, però, smentisce questi cliché e racconta una realtà molto più profonda. Recenti studi neuroscientifici dimostrano che l'ADHD non è una questione di buona volontà, ma un funzionamento biologico complesso: oltre all'attenzione, influisce sulla memoria di lavoro, sul controllo degli impulsi e sui circuiti cerebrali della motivazione.

In media, gli studenti con ADHD hanno più probabilità di avere voti scolastici più bassi e percorsi scolastici più complicati. Questo non significa che siano meno intelligenti: molti studi sottolineano che il QI medio delle persone con ADHD è paragonabile a quello dei coetanei senza diagnosi. Il problema non è “quanto capisci”, ma come riesci a usare quello che capisci in classe, nei compiti e agli esami.

La scienza suggerisce che l’ADHD è legato a differenze nel funzionamento di alcune aree del cervello coinvolte nella pianificazione, nella regolazione delle emozioni e nel modo in cui il cervello risponde alle ricompense. Questo ha un impatto diretto su memoria, concentrazione e motivazione scolastica.

Capire questi meccanismi non serve solo ai ricercatori: può aiutarti a leggere in modo diverso le tue difficoltà (o quelle di un compagno) e a cercare strategie più adatte, invece di pensare semplicemente “non sono portato per la scuola”.

Cosa mostrano gli studi su voti, memoria e attenzione in classe

Le ricerche su ADHD e scuola indicano alcune tendenze abbastanza costanti. Molti studi internazionali trovano che gli studenti con ADHD, in media, hanno più bocciature, più note disciplinari e maggior rischio di abbandono scolastico precoce rispetto ai coetanei. Questo non vuol dire che andrà così per tutti, ma che il rischio è più alto se non ci sono supporti adeguati.

Dal punto di vista cognitivo, gli esperti parlano spesso di funzioni esecutive: sono quelle abilità che ti servono per organizzarti, ricordare le consegne, iniziare un compito e portarlo a termine. Secondo diversi studi neuropsicologici, nell’ADHD sono spesso coinvolte:

  • Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni mentre le usi (es. fare un calcolo a mente seguendo più passaggi).
  • Inibizione: riuscire a bloccare una risposta impulsiva (tipo parlare senza alzare la mano).
  • Flessibilità cognitiva: cambiare strategia quando qualcosa non funziona.

7 segnali di ADHD che a scuola scambiamo per pigrizia (e cosa fare subito)

Quando queste funzioni sono più deboli, può succedere che tu capisca la spiegazione, ma poi ti perda nei passaggi, dimentichi un pezzo dell’esercizio o non riesca a seguire una consegna lunga. Non è “pigrizia”: è un modo diverso in cui il cervello gestisce le informazioni.

Alcuni studi di neuroimaging suggeriscono differenze nell’attività di aree frontali del cervello e nei sistemi che regolano la dopamina, un neurotrasmettitore legato a motivazione e ricompensa. Anche se i dettagli sono ancora oggetto di ricerca, molti esperti concordano sul fatto che queste differenze possano spiegare perché restare concentrato su compiti lunghi e poco stimolanti sia particolarmente difficile in caso di ADHD.

 

Il lato nascosto: come funziona davvero la motivazione nell’ADHD

Una delle cose più fraintese è la motivazione. Da fuori può sembrare che chi ha ADHD “non abbia voglia di studiare”. In realtà, diversi studi suggeriscono che la questione è più legata a come il cervello valuta le ricompense e gestisce l’attesa.

Molte ricerche indicano che, nell’ADHD, le attività con ricompensa immediata (tipo un videogioco o una conversazione interessante) attivano molto di più i sistemi di motivazione rispetto a compiti con ricompensa lontana, come “studia ora per prendere un buon voto tra un mese”. Questo non significa che non ti importi del voto, ma che il tuo cervello fa più fatica a “sentire” quella ricompensa futura come davvero motivante.

Un consiglio in più

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio e ad orientarti:

Per questo spesso vedi situazioni tipo: ore di procrastinazione e poi iperfocalizzazione la notte prima dell’interrogazione. Alcuni studi descrivono proprio questa tendenza a passare da difficoltà di attenzione a momenti di concentrazione estrema, quando la pressione o l’interesse sono molto alti.

Ci sono anche ricerche che collegano l’ADHD a una maggiore sensibilità alla noia e alla frustrazione. Compiti ripetitivi, spiegazioni molto lunghe o esercizi senza senso chiaro possono diventare quasi “dolorosi” da sostenere. Questo può portare a:

  • Evitare di iniziare i compiti più difficili o noiosi.
  • Cercare continuamente stimoli alternativi (telefono, chiacchiere, disegni sul quaderno).
  • Vivere un forte senso di colpa perché “so che dovrei farlo, ma non ci riesco”.

Capire che dietro c’è un diverso funzionamento della motivazione non è una scusa, ma un punto di partenza per cambiare strategia: invece di dirti “devo solo avere più forza di volontà”, puoi chiederti “come posso rendere questo compito più gestibile e più motivante per il mio cervello?”.

Strategie concrete per studiare meglio se hai (o sospetti) ADHD

Anche se ogni persona è diversa, molte strategie che gli psicologi e i pedagogisti suggeriscono per l’ADHD puntano a “lavorare insieme” al funzionamento del cervello, invece di combatterlo. Alcune idee che puoi provare, adattandole alla tua situazione:

  • Spezzare i compiti: trasforma “studiare storia” in micro-obiettivi tipo “leggere 2 pagine”, “fare 5 domande”, “riassumere un paragrafo”. Ogni micro-obiettivo completato dà una piccola ricompensa immediata al cervello.
  • Usare timer brevi: molti esperti consigliano sessioni da 10-20 minuti di studio concentrato, alternate a pause brevi. È una versione adattata del metodo Pomodoro, pensata per chi fatica a reggere lunghi blocchi di attenzione.
  • Rendere visibile il lavoro: checklist, post-it, app per to-do list. Vedere le cose “spuntate” aiuta la motivazione e sostiene la memoria di lavoro.
  • Ridurre le distrazioni esterne: non sempre puoi avere silenzio assoluto, ma puoi mettere il telefono lontano, usare cuffie con musica neutra o studiare in biblioteca se a casa è impossibile concentrarsi.
  • Coinvolgere il corpo: alcune persone con ADHD studiano meglio se possono muoversi leggermente (camminare mentre ripetono, usare una pallina antistress). Se non disturba gli altri, può essere un alleato.

Se sospetti di avere ADHD, la cosa più utile che puoi fare è parlarne con un adulto di riferimento (genitore, medico di base, psicologo scolastico) e, se necessario, chiedere una valutazione specialistica.

Una diagnosi, quando è corretta, può aprire la strada a strumenti compensativimisure dispensative e a un modo diverso di leggere il tuo percorso scolastico: non come una serie di fallimenti personali, ma come un contesto in cui ti servono strategie su misura.

Intanto, puoi iniziare da una cosa semplice: osservare quando studi meglio. Orario, ambiente, tipo di materia, formato (video, libro, mappe). Più conosci come funziona il tuo cervello, più puoi costruire una scuola che, almeno un po’, si adatti a te, e non solo il contrario.

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