Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: "I care", mi sta a cuore.
-di Mimmo Battaglia
Le cronache di questi
giorni, da Roma a Napoli, ci pongono una domanda che non possiamo archiviare
con l’indignazione del momento: che cosa sta succedendo ai nostri ragazzi? E,
ancora prima, che cosa sta succedendo a noi adulti? Al Vomero un uomo è stato picchiato da alcuni giovanissimi per
aver difeso le sue due figlie e poi investito anche da un camion della raccolta
dei rifiuti. Un fatto che lascia senza parole. Le indagini accerteranno le
responsabilità di ciascuno e chi ha sbagliato dovrà risponderne. Ma fermarsi
alla cronaca non basta. Se ragazzi così giovani arrivano a una simile ferocia,
dobbiamo chiederci che cosa abbiamo insegnato loro, quali esempi hanno avuto
sotto gli occhi, con quali parole li abbiamo abituati ad affrontare i conflitti
e quanto valore abbiamo dato alla vita degli altri.
Vorrei essere chiaro:
chiamare in causa gli adulti non significa assolvere i ragazzi. Guardare ai
ragazzi, però, non ci autorizza a dimenticare le nostre responsabilità.
Chiediamo ai giovani di rispettarsi e poi siamo i primi a umiliare chi la pensa
diversamente. Pretendiamo che sappiano controllare la rabbia, in una società
che ha fatto dell’aggressività una prova di forza.
Insegniamo a riconoscere
i limiti e facciamo fatica a riconoscere i nostri. Poi ci stupiamo se una
delusione diventa vendetta, se una lite finisce a calci e pugni, se il gruppo
si trasforma in branco e nessuno trova il coraggio di fermarsi.
Per questo l’emergenza educativa è soprattutto un problema di adulti. I
ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico
del mondo in cui crescono. Un ragazzo ha bisogno di adulti che ci siano, che
sappiano ascoltare senza rinunciare all’autorevolezza e dire quei no che fanno
crescere, come suggeriva il titolo di un libro. Ha bisogno di qualcuno che gli
faccia capire che la frustrazione si può attraversare, che un rifiuto non è
un’offesa da vendicare, che la forza non sta nel far paura agli altri e vincere
a tutti costi. E un ragazzo deve sapere che, se sbaglia, dovrà affrontare delle
conseguenze ma non verrà lasciato solo.
Poi c’è un equivoco
importante da superare, anche qui a Napoli: credere che il problema riguardi
solo le periferie, i quartieri difficili, le famiglie povere. È vero che dove
mancano servizi, opportunità e presenze educative crescere costa più fatica. Ma
la solitudine dei ragazzi non ha confini geografici, ed è sotto gli occhi di
tutti. Ci sono adolescenti che hanno tutto e non sanno con chi parlare,
famiglie che non fanno mancare nulla e non riescono più a incontrare i propri
figli. In ogni zona della città e a ogni livello sociale, oggi gli adulti
vivono una difficoltà educativa che non possiamo più far finta di non
vedere.
Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche
anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve
diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da
solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di
curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e
risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni
e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere,
sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine
prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in
violenza.
La prevenzione comincia
ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad
ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata,
quando una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane
e sicure per stare insieme. Anche la politica deve fare la sua parte. Napoli e
il Paese si avviano verso le elezioni: che spazio avrà l’emergenza educativa
nel dibattito pubblico? Resterà un tema da evocare dopo ogni tragedia o
diventerà una priorità concreta? La sicurezza è indispensabile e chi commette
violenza va fermato. Ma la sola risposta repressiva arriva quando il danno è
già fatto. Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione,
sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di
aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che non si vedranno
domani e che forse non porteranno consensi immediati.
Possiamo "tirare a
campare", come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere
pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro
l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore. Mi sta a cuore il ragazzo
che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona
ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una
violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo
smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un
figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci
anche quando sembra inutile. Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza
opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta
a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le
condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba
conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno.
Soprattutto mi sta a
cuore che noi adulti torniamo a sentirci responsabili. Non di tutto, ma della
nostra parte. Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità
deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio.
Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà.
Possiamo scegliere di non
lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non
considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti. I ragazzi non cercano
adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole.
Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene
affidata oggi. Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più
che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e
cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi.

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