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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

sabato 9 agosto 2025

SIATE PRONTI

 


10 Agosto 2025, 

19° Domenica T.O.


Sap 18, 6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2. 8-19; 
Lc 12, 32-48


VANGELO - Luca 12:32-48

32 Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
33 Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34 Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
35 Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; 36 siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. 37 Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39 Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
41 Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42 Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? 43 Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. 44 In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45 Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46 il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. 47 Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Commento di Ernesto Balducci

Il ritorno del Signore, se lo leggiamo al di fuori della sigla simbolica, è il giorno della fioritura del suo regno e della fine di questo mondo. Sono i due aspetti del giorno del Signore, giorno di giudizio e giorno di cambiamento. Essere vigilanti vuol dire tener presente queste opposte possibilità. E invece quanta dissipazione! 

Nel Vangelo è descritta come la baldoria dei servitori: non c’è il padrone ed essi possono fare quel che vogliono, senza pensare che potrebbe arrivare da un momento all’altro. In questa metafora vedo riflessa la situazione di oggi in cui si dà più importanza a cose frivole. 

Per esempio: che ci siano i nove digiunatori non si legge quasi in nessun giornale. Nessuno ne parla. Basta invece che un divo dello schermo vada in prigione e i giornali ne parlano tutti i giorni. Le cose che ci vengono messe sotto l’attenzione sono frivole, le cose serie, sono fuori dall’attenzione: è la dissipazione nel senso profondo, esistenziale, inguaribile. La cultura, e gli strumenti con cui essa si diffonde, è omogenea a questa distrazione, è un suo prodotto e una sua alimentazione. Ecco perché non possiamo alimentare la nostra saggezza utilizzando gli strumenti che la società ci offre perché essi sono tutti funzionali alla dissipazione. Non si pensa che la fine è possibile.

 Leggevo, nella stessa corrispondenza, che un povero militare americano che doveva stare nella famosa stanza del bottone della bomba atomica, si è rifiutato di starci. È impazzito ed è stato messo in manicomio. Al suo posto ci vuole una persona saggia, uno che consideri possibile toccare il bottone che pone fine al mondo. Insomma, un uomo serio, equilibrato. In un mondo in cui la follia si chiama salute, un uomo veramente savio è il folle! Noi siamo in questa condizione. Lo dico adesso in termini molto generici, ma se voi per deduzione arrivate al quotidiano, vedete che le cose tornano.

La rivoluzione della speranza

Ecco perché dobbiamo fare appello a questa forza rivoluzionaria che è la speranza anche quando, come oggi, essa non può nascere dalla fede perché non ci sono molti segni che le cose possano cambiare. La nostra è una speranza che va avanti al buio, è una speranza da pellegrini, che hanno lasciato la città cioè hanno rotto la solidarietà col mondo esistente, come Abramo che lascia la sua casa. L’uomo della speranza è uno che cammina verso una città futura come qui è detto — che vive quella profonda ascetica della coscienza, che è la rottura dei rapporti i solidarietà col mondo esistente. Siamo cittadini, o non lo siamo; stiamo in questo sistema del mondo, ma non ci stiamo. Il nostro esserci è un puro fatto empirico, ma nelle dimensioni profonde in cui l’esistenza ritrova le sue identità alte, noi non ci siamo. 

La nostra patria è futura

Questo andare verso il futuro non è basato su di una sicurezza, su di una garanzia: «Tutti costoro morirono avendo veduto solo da lontano la terra che era stata promessa». Così siamo noi. È un modo di vivere non facile perché integra in sé l’instabilità del camminare. Cioè è l’abbandono per sempre dell’esistenza sedentaria. Entrare nel cammino è poggiare la propria speranza sulla fede che è possibile ciò che invece, secondo i parametri dominanti, è impossibile. Io personalmente sono convinto che è possibile creare un mondo senza armi. Io ci credo. È una follia secondo la saggezza, anche quella illuminata che ci fa scuola, però sono convinto che è possibile. Così come sono convinto che è vicina l’ora in cui può accadere la fine. La vigilanza è prendere sul serio questa prospettiva della fine. In questo stato di coscienza, il gesto che si deve compiere è quello della speranza che punta sul cambiamento: su di una città diversa, su questa città futura a cui aspirano anche quelli che hanno perso la speranza. Io credo che nella società di oggi e nelle singole coscienze ci siano come delle speranze soffocate sotto un selciato di luoghi comuni, di culture trasmesse. Ci sono polle d’acqua sotto il selciato della strada. Occorre disselciare questi pavimenti, occorre far venire fuori queste polle d’acqua viva, occorre dare voce alla speranza di chi l’ha perduta: è un compito a cui non è garantito nessun successo a breve scadenza. È vero che l’imminenza della fine può abbreviare i tempi; può determinare grandi cambiamenti di coscienza nella collettività umana. Io lo spero. Però chi sceglie questa via della speranza, cammina verso la città futura disposto anche a non arrivarci.

E questo lo statuto di un’esistenza che fa della speranza la propria qualità fondamentale, e oscilla di continuo tra la speranza ragionevole, pubblica, che viene quando ci sono molti segni esterni del cambiamento, e la speranza che non ha altro alimento che la fede.

 Noi dobbiamo vivere della speranza in ambedue i momenti: nel momento diurno dell’evidenza e nel momento notturno in cui la speranza trae dalla fede profonda il sorso d’acqua per vivere.

Da “Il vangelo della pace” vol. 3 anno C

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venerdì 14 giugno 2024

TEMPO DI MIETITURA


 16 Giugno 2024, 11° Domenica T.O.

 Prima Lettura Dal libro del profeta Ezechiele Ez 17, 22-24

Salmo 91

Dalla seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, 2Cor 5, 6-10

Dal Vangelo secondo Marco Mc 4, 26-34

 _26 Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27 dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. 28 Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29 Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».

30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31 Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; 32 ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra». 33 Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa._____________

Commento di Ernesto Balducci

 Siamo in un tempo che si è soliti definire, da qualche decennio, tempo di secolarizzazione, cioè un tempo in cui l’emergenza religiosa nella società si sta logorando fino a scomparire. I simboli sacri perdono d’importanza, il linguaggio si laicizza, la stessa consistenza politica delle istituzioni religiose si sta eclissando. Qualcuno ha voluto parlare di un’epoca post-cristiana, intendendo il cristianesimo come espressione religiosa complessiva della società tradizionale. Questa società tradizionale.

Ricordiamo quel che disse un nostro grande filosofo non nonostante le sue diversificazioni interne, però accettava di riconoscersi come cristiana, credente: « noi non possiamo non dirci cristiani », nel senso che in Europa le norme morali e le concezioni della vita, che la filosofia poi assume nelle sue sistemazioni razionali, sono legate al grande evento cristiano. 

Noi — dico noi come credenti — possiamo reagire a questo processo di eclissi del cristianesimo in due modi: o deplorandolo, resistendogli, considerandolo in sé, intrinsecamente, come distruttivo della fede cristiana, oppure considerandolo come una nuova epoca, nella quale la fede deve vivere senza appoggiarsi ai simboli religiosi che sembravano essenziali sua sopravvivenza e alla sua espressione, senza e nella società attraverso strutture giuridiche e sociali da considerarsi come sue. Mi pare che la scelta storica a cui dobbiamo orientarci sia questa seconda: far viver la fede all’interno di una società secolarizzata, anche se l’ipotesi della secolarizzazione progressiva è tutt’altro che sicura. L’importante è non legare il futuro della fede alle perplessità delle ipotesi storiche. La fede è autosufficiente, si pone come un progetto e una previsione sul futuro ultimo a cui siamo incamminati. I nodi storici che intercorrono tra il nostro presente e il giorno ultimo sono contingenti, relativi, storico complessivo in cui gli uomini vivono.

Possiamo riferirci ad un noto pensiero di Pascal, che ci permette di chiarire le cose. Secondo Pascal ci sono tre ordini di grandezze tra loro non commensurabili: le grandezze fisiche, le grandezze spirituali e, egli dice, le grandezze della carità. Le grandezze fisiche sono quelle che si esprimono attraverso la potenza, la forza, la coazione. Non sono soltanto le grandezze corporee. 

La grandezza di un paese è fondata sulla  sua forza d’urto, sul suo esercito, sulla sua produttività, sulla sua economia. Le grandezze spirituali sono quelle dell’ordine razionale: quando noi parliamo di un grande scrittore, di un grande filosofo, noi alludiamo a quella misura emergente di alcuni personaggi che hanno lasciato e lasciano nella storia un patrimonio di valori razionali. Le due grandezze sopra descritte sono incommensurabili. 

Può darsi benissimo che un paese grande, ad esempio, secondo l’ordine fisico, sia piccolo secondo l’ordine spirituale; viceversa, ci può essere un paese o una città o un gruppo sociale che dal punto di vista della grandezza fisica sono insignificanti e sono invece significantissimi dal punto di vista della grandezza spirituale.

 

Da “Il mandorlo e il fuoco” vol.2 anno B   

giovedì 4 maggio 2017

DIALOGO: AVANZARE INSIEME


Lectio di Enzo Bianchi per la Fondazione Balducci a Firenze su “L’altro come dono”: la condivisione di un percorso in cui il fine «non è il consenso, ma il reciproco progresso»
Il fondatore della Comunità di Bose riflette sull’alterità a partire dal pensiero del padre scolopio: «Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana» Senza contrapposizioni

 di ENZO BIANCHI

«Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana ». È da queste parole di padre Ernesto Balducci che prendo le mosse per riflettere su «L’altro come dono». Nel nostro modo abituale di pensare e di parlare questa nostalgia è assente e ricorriamo troppo sbrigativamente a due categorie contrapposte «noi» e «gli altri». Ma è arduo definire i confini tra queste due entità e, ancor di più, stabilire con certezza chi appartiene all’una o all’altra, in che misura e per quanto tempo. Quando giustapponiamo i due termini, in realtà intraprendiamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Appare evidente allora come per l’essere umano la relazione con gli altri sia una delle modalità di relazione che – assieme a quella con se stesso, con il cosmo e, per chi crede, quella con Dio – gli permettono di costruire la propria identità e di vivere. Chi di noi non si è mai chiesto come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con l’altro, con ogni altro, con ogni volto umano?
In primo luogo occorre riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, riconoscere la sua dignità di essere umano, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, vecchio, credente, non credente, ecc. È un essere umano come me, eppure diverso da me, nella sua irriducibile alterità: io per lui (o lei) e lui (o lei) per me! Teoricamente questo riconosci-mento è facile, ma in realtà proprio perché la differenza desta paura, si deve mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere: in particolare, c’è in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, estetica o costumi. Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza. Non spetta a me ricordare quanto sia stato decisivo il contributo di padre Balducci a tale proposito, soprattutto nelle opere dell’ultima fase della sua vita: L’uomo planetario e La terra del tramonto.
Bisogna dunque esercitarsi a desiderare di ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti ma si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti. C’è un sano relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora… Se ci sono questi atteggiamenti preliminari, allora diventa possibile mettersi in ascolto: ascolto arduo ma essenziale di una presenza, di una chiamata che esige da ciascuno di noi una risposta, dunque sollecita la nostra responsabilità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’ascolto non è un momento passivo della comunicazione, ma è un atto creativo che instaura una confidenza quale con-fiducia tra i due ospiti, chi ospita e chi è ospitato. L’ascolto è un sì radicale all’esistenza dell’altro come tale; nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Nell’ascolto si arriva progressivamente a porsi un semplice domanda: in verità, chi ospita e chi è ospitato? Ascoltare l’altro non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi. E nell’ascolto – lo sappiamo bene per esperienza – occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano, occorre lottare per farli tacere dentro di noi e a volte addirittura nelle posture fisiche con cui stiamo di fronte all’altro. Siamo inoltre chiamati a nominare e ad affrontare le paure che ci abitano quando entriamo in relazione con l’altro, senza pensare stoltamente di poterle rimuovere o sopprimere, perché altrimenti torneranno in seguito con maggior forza. Quando ci si immette in questo percorso di sospensione del giudizio, ecco che si appresta l’essenziale per guardare all’altro con sym-pátheia: quest’ultima è un atteggiamento che si nutre di un’osservazione partecipe, la quale accetta anche di non capire l’altro e tuttavia tenta di esercitarsi a “sentire-con lui”. In tal modo si comprende che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia verità. E si faccia attenzione: ciò non equivale a dire che non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono. No, ciascuno è legittimato a manifestare la propria verità, ognuno deve impegnarsi con umiltà a confrontarsi e a ricevere la verità che sempre precede ed eccede tutti, pur nella convinzione che la propria verità è quella su cui può essere fondata e trovare senso una vita. Questa “simpatia” decide anche dell’empatia, che non è lo slancio del cuore che ci spinge verso l’altro, bensì la capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno: è la manifestazione dell’humanitas dell’ospite e dell’ospitante, è umanità condivisa.
Attraverso queste tappe – mai schematiche, ma sempre da rinnovarsi nel faccia a faccia, mediante un’intelligenza creativa e un amore intelligente – si può giungere al dialogo, autentica esperienza di intercomprensione.
Dia-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza che nasce da un’aggressività non parlata… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.
Sono le strade che ha percorso Gesù di Nazareth e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte della relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti. Possiamo intendere anche in questo senso alcune parole di padre Balducci in una delle sue ultime omelie: «La riconciliazione consiste in uno scambio tale per cui uno non è se stesso se non in quanto si riferisce all’altro.
Questa condizione antropologica piena è il luogo in cui si ritagliano le positive avventure della nostra vita, certamente parziali ma che ci fanno sognare un mondo diverso da questo». Un mondo in cui possa finalmente trovare compimento il desiderio di Gesù, che è la fonte e il culmine di ogni discorso sull’altro come dono: «Voi siete tutti fratelli» ( Mt 23,8).


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