I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:
19° Domenica T.O.
Il ritorno del Signore, se lo leggiamo al di fuori della sigla simbolica, è il giorno della fioritura del suo regno e della fine di questo mondo. Sono i due aspetti del giorno del Signore, giorno di giudizio e giorno di cambiamento. Essere vigilanti vuol dire tener presente queste opposte possibilità. E invece quanta dissipazione!
Nel Vangelo è descritta come la baldoria dei servitori: non c’è il padrone ed essi possono fare quel che vogliono, senza pensare che potrebbe arrivare da un momento all’altro. In questa metafora vedo riflessa la situazione di oggi in cui si dà più importanza a cose frivole.
Per esempio: che ci siano i nove digiunatori non si legge quasi in nessun giornale. Nessuno ne parla. Basta invece che un divo dello schermo vada in prigione e i giornali ne parlano tutti i giorni. Le cose che ci vengono messe sotto l’attenzione sono frivole, le cose serie, sono fuori dall’attenzione: è la dissipazione nel senso profondo, esistenziale, inguaribile. La cultura, e gli strumenti con cui essa si diffonde, è omogenea a questa distrazione, è un suo prodotto e una sua alimentazione. Ecco perché non possiamo alimentare la nostra saggezza utilizzando gli strumenti che la società ci offre perché essi sono tutti funzionali alla dissipazione. Non si pensa che la fine è possibile.
Leggevo,
nella stessa corrispondenza, che un povero militare americano che doveva stare
nella famosa stanza del bottone della bomba atomica, si è rifiutato di starci.
È impazzito ed è stato messo in manicomio. Al suo posto ci vuole una persona
saggia, uno che consideri possibile toccare il bottone che pone fine al mondo.
Insomma, un uomo serio, equilibrato. In un mondo in cui la follia si chiama
salute, un uomo veramente savio è il folle! Noi siamo in questa condizione. Lo
dico adesso in termini molto generici, ma se voi per deduzione arrivate al
quotidiano, vedete che le cose tornano.
La rivoluzione della speranza
Ecco perché dobbiamo fare appello a questa forza rivoluzionaria che è la speranza anche quando, come oggi, essa non può nascere dalla fede perché non ci sono molti segni che le cose possano cambiare. La nostra è una speranza che va avanti al buio, è una speranza da pellegrini, che hanno lasciato la città cioè hanno rotto la solidarietà col mondo esistente, come Abramo che lascia la sua casa. L’uomo della speranza è uno che cammina verso una città futura come qui è detto — che vive quella profonda ascetica della coscienza, che è la rottura dei rapporti i solidarietà col mondo esistente. Siamo cittadini, o non lo siamo; stiamo in questo sistema del mondo, ma non ci stiamo. Il nostro esserci è un puro fatto empirico, ma nelle dimensioni profonde in cui l’esistenza ritrova le sue identità alte, noi non ci siamo.
La nostra patria è futura.
Questo andare
verso il futuro non è basato su di una sicurezza, su di una garanzia: «Tutti
costoro morirono avendo veduto solo da lontano la terra che era stata
promessa». Così siamo noi. È un modo di vivere non facile perché integra in sé
l’instabilità del camminare. Cioè è l’abbandono per sempre dell’esistenza
sedentaria. Entrare nel cammino è poggiare la propria speranza sulla fede che è
possibile ciò che invece, secondo i parametri dominanti, è impossibile. Io
personalmente sono convinto che è possibile creare un mondo senza armi. Io ci
credo. È una follia secondo la saggezza, anche quella illuminata che ci fa
scuola, però sono convinto che è possibile. Così come sono convinto che è
vicina l’ora in cui può accadere la fine. La vigilanza è prendere sul serio
questa prospettiva della fine. In questo stato di coscienza, il gesto che si
deve compiere è quello della speranza che punta sul cambiamento: su di una
città diversa, su questa città futura a cui aspirano anche quelli che hanno
perso la speranza. Io credo che nella società di oggi e nelle singole coscienze
ci siano come delle speranze soffocate sotto un selciato di luoghi comuni, di
culture trasmesse. Ci sono polle d’acqua sotto il selciato della strada.
Occorre disselciare questi pavimenti, occorre far venire fuori queste polle
d’acqua viva, occorre dare voce alla speranza di chi l’ha perduta: è un compito
a cui non è garantito nessun successo a breve scadenza. È vero che l’imminenza
della fine può abbreviare i tempi; può determinare grandi cambiamenti di
coscienza nella collettività umana. Io lo spero. Però chi sceglie questa via
della speranza, cammina verso la città futura disposto anche a non arrivarci.
E questo lo statuto di un’esistenza che fa della speranza la propria qualità fondamentale, e oscilla di continuo tra la speranza ragionevole, pubblica, che viene quando ci sono molti segni esterni del cambiamento, e la speranza che non ha altro alimento che la fede.
Noi dobbiamo vivere della speranza in ambedue i
momenti: nel momento diurno dell’evidenza e nel momento notturno in cui la
speranza trae dalla fede profonda il sorso d’acqua per vivere.
Da
“Il vangelo della pace” vol. 3 anno C
Salmo
91
Dalla
seconda lettera di San Paolo ai Corinzi, 2Cor 5, 6-10
Dal
Vangelo secondo Marco Mc 4, 26-34
Commento
di Ernesto Balducci
Siamo in un tempo che si è soliti definire, da qualche decennio, tempo di secolarizzazione, cioè un tempo in cui l’emergenza religiosa nella società si sta logorando fino a scomparire. I simboli sacri perdono d’importanza, il linguaggio si laicizza, la stessa consistenza politica delle istituzioni religiose si sta eclissando. Qualcuno ha voluto parlare di un’epoca post-cristiana, intendendo il cristianesimo come espressione religiosa complessiva della società tradizionale. Questa società tradizionale.
Ricordiamo quel che disse un nostro grande filosofo non nonostante le sue diversificazioni interne, però accettava di riconoscersi come cristiana, credente: « noi non possiamo non dirci cristiani », nel senso che in Europa le norme morali e le concezioni della vita, che la filosofia poi assume nelle sue sistemazioni razionali, sono legate al grande evento cristiano.
Noi — dico noi come credenti — possiamo
reagire a questo processo di eclissi del cristianesimo in due modi: o
deplorandolo, resistendogli, considerandolo in sé, intrinsecamente, come
distruttivo della fede cristiana, oppure considerandolo come una nuova epoca,
nella quale la fede deve vivere senza appoggiarsi ai simboli religiosi che
sembravano essenziali sua sopravvivenza e alla sua espressione, senza e nella
società attraverso strutture giuridiche e sociali da considerarsi come sue. Mi
pare che la scelta storica a cui dobbiamo orientarci sia questa seconda: far
viver la fede all’interno di una società secolarizzata, anche se l’ipotesi
della secolarizzazione progressiva è tutt’altro che sicura. L’importante è non
legare il futuro della fede alle perplessità delle ipotesi storiche. La fede è
autosufficiente, si pone come un progetto e una previsione sul futuro ultimo a
cui siamo incamminati. I nodi storici che intercorrono tra il nostro presente e
il giorno ultimo sono contingenti, relativi, storico complessivo in cui gli
uomini vivono.
Possiamo riferirci ad un noto pensiero di Pascal, che ci permette di chiarire le cose. Secondo Pascal ci sono tre ordini di grandezze tra loro non commensurabili: le grandezze fisiche, le grandezze spirituali e, egli dice, le grandezze della carità. Le grandezze fisiche sono quelle che si esprimono attraverso la potenza, la forza, la coazione. Non sono soltanto le grandezze corporee.
La grandezza di un paese è fondata sulla sua forza d’urto, sul suo esercito, sulla sua produttività, sulla sua economia. Le grandezze spirituali sono quelle dell’ordine razionale: quando noi parliamo di un grande scrittore, di un grande filosofo, noi alludiamo a quella misura emergente di alcuni personaggi che hanno lasciato e lasciano nella storia un patrimonio di valori razionali. Le due grandezze sopra descritte sono incommensurabili.
Può darsi benissimo che un paese grande, ad esempio, secondo l’ordine fisico, sia piccolo secondo l’ordine spirituale; viceversa, ci può essere un paese o una città o un gruppo sociale che dal punto di vista della grandezza fisica sono insignificanti e sono invece significantissimi dal punto di vista della grandezza spirituale.
Da
“Il mandorlo e il fuoco” vol.2 anno B