giovedì 29 ottobre 2026

SVEGLIARSI DAL SONNO

 


Il sonno 

della 

democrazia

 genera mostri




-di Giuseppe Savagnone

Un’isola di democrazia nel Medio Oriente

I risultati delle elezioni svoltesi martedì scorso in Israele possono dare luogo a diverse considerazioni. La prima ad imporsi è che siamo davanti a uno Stato in cui vigono le regole della democrazia parlamentare. Non c’è dubbio che, rispetto a quelli arabi che lo circondano – dall’Egitto del dittatore Al-Sisi, all’Arabia Saudita, alla Giordania, agli Emirati Arabi, al Qatar, retti da monarchie più o meno assolute –, Israele è l’unico a dare spazio al libero dibattito politico, nel pluralismo dei partiti e degli organi d’informazione, compresi quelli più critici verso il governo, e a sottoporre periodicamente l’operato di quest’ultimo al voto popolare. Come è regolarmente avvenuto anche nella consultazione di martedì.

Lo stesso vale rispetto agli Stati apertamente ostili a quello ebraico, come la Turchia, o addirittura accaniti fautori della sua distruzione, come l’Iran, dove le libertà politiche dei cittadini sono sistematicamente violate da regimi il cui autoritarismo assume, come in Iran, la forma di una spietata repressione di massa, con migliaia di oppositori massacrati nelle piazze o arrestati, processati e giustiziati.

Né si può certo parlare di democrazia nella gestione della Striscia di Gaza da parte di Hamas e in quella della Cisgiordania da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, visto che in entrambi i casi, dopo le elezioni del 2006, non ci sono più state libere consultazioni.

Il sostegno incondizionato dell’Occidente a Israele dopo il 7 ottobre

Si capisce perché, fin dall’inizio della crisi esplosa il 7 ottobre 2023, la quasi totalità dei governi e degli osservatori occidentali si sia schierata senza esitazione dalla parte di Israele. Per quanto riguarda i primi, è significativo che quelli europei, decisamente ostili alla Russia per le sue violazioni del diritto internazionale, abbiano invece taciuto, con un evidente doppio standard, di fronte a quelle dell’IDF a Gaza. Solo recentemente alcuni di essi hanno preso le distanze dalle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. È un dato di fatto che, a fronte dei 22 pacchetti di sanzioni dell’UE nei confronti di Mosca, nemmeno uno è stato varato contro Tel Aviv.

Quanto agli Stati Uniti, già con Biden hanno sostenuto con aiuti militari consistenti la reazione israeliana al 7 ottobre. Il secondo mandato di Trump ha segnato una significativa intensificazione di questo appoggio militare e politico, fino a configurare un vero e proprio asse fra il presidente americano e quello israeliano. Su entrambe le sponde dell’Atlantico la giustificazione è stata sempre la stessa: bisognava permettere di difendersi all’unica democrazia presente in un mondo islamico che non riconosce i valori fondamentali dell’Occidente.

Su questa linea anche giornalisti e opinionisti. È in nome della democrazia israeliana che i media, soprattutto quelli di destra, hanno condotto una strenua quanto inefficace battaglia per cercare di smontare la crescente indignazione dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dei metodi usati dall’esercito israeliano verso i civili palestinesi.

E anche un editorialista equilibrato e serio come Sergio Fabbrini, sul «Sole24ore» del 15 ottobre 2023 si è appellato alla democrazia per giustificare il sopra citato doppio standard occidentale di fronte al carattere violento, già evidente fin dai primi giorni, della reazione israeliana: «Putin e Sinwar [il leader di Hamas a Gaza]», notava Fabbrini, «condividono il disprezzo per le società aperte, dove gli individui sono protetti da diritti inalienabili rispetto a chi detiene il potere (secolare e religioso) […]. Ucraina e Israele sono democrazie, seppure imperfette, che sono l’opposto dei regimi autocratici (sia secolari che religiosi) che quei leader rappresentano». Da qui la conclusione: «Se la democrazia è la posta in gioco delle due aggressioni militari, allora è evidente che le altre democrazie non possono che sostenere Kiev e Tel Aviv».

Se questo è un uomo

A mettere in crisi queste ragionevoli argomentazioni presso il grande pubblico sono state le testimonianze e le immagini che, malgrado la rigida censura israeliana, sono giunte dalla Palestina e che hanno mostrato scenari di morte e distruzione che rendevano assolutamente poco credibili le assicurazioni dello Stato ebraico di avere di mira esclusivamente i terroristi di Hamas.

La conferma è venuta dalle cifre, anche da quelle giudicate credibili dallo stesso IDF, che parlano di 75.000 morti, l’85% dei quali civili, moltissime donne e bambini. Senza contare i feriti e i mutilati. Su una popolazione di due milioni e mezzo di persone. Per avere un’idea delle proporzioni del massacro, basta pensare che in Ucraina, dall’inizio della guerra ad oggi, su quaranta milioni di abitanti le vittime civili sono state 17.700.

E non è stato soltanto spaventoso il prezzo in termini di vite: è stato un mondo umano a essere desertificato con una sistematicità che a molti ha ricordato la tragica razionalità dei metodi nazisti. Sono stati bombardati o spianati con i bulldozer i palazzi di civile abitazione, gli ospedali, gli uffici, le moschee, i mercati. La gente – sradicata dalle proprie case, dalle proprie terre – è stata costretta a fuggire di luogo in luogo, inseguita dagli ultimatum che minacciavano imminenti attacchi aerei. Uno stile difeso dai comandi israeliani come prova della loro intenzione di risparmiare la popolazione, ma che ha ridotto quest’ultima a un gregge impaurito, privato di ogni sicurezza e soprattutto di ogni dignità.

Per non parlare della chiusura dei confini della Striscia, che ha impedito l’afflusso dei più elementari generi di sussistenza e dei medicinali, costringendo le persone – perché persone rimanevano, malgrado tutto – a dare l’assalto ai pochi tir che portavano viveri, diventando anche là oggetto di un indegno tiro a segno (confermato da soldati israeliani). Vengono in mente gli scenari descritti da Primo Levi nel suo Se questo è un uomo.

Non si tratta di propaganda antisemita. Il quotidiano israeliano «Haaretz» il 19 aprile 2025 scriveva: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta […]. Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».

Le pronunce degli organismi internazionali e lo spostamento delle violenze in Cisgiordania

Da qui, nel novembre del 2024, l’emissione, da parte della Corte penale internazionale dell’Aja, di mandati d’arresto per «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro della difesa israeliano Yoav Gallant e del capo del braccio armato di Hamas Mohammad Deif.

Provvedimento accolto con molte riserve dai governi occidentali, a cominciare da quello italiano: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza» ha commentato la nostra presidente del Consiglio. «Motivazioni», ha tenuto ad aggiungere con un’implicita riserva, «che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica».

In ogni caso – ha assicurato la premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere un’equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas». Anche se, a dire il vero, la pronuncia della Corte non poneva alcuna equivalenza tra i soggetti destinatari dei mandati d’arresto, ma tra il carattere criminoso dei loro comportamenti.

Poi, nel settembre del 2025 è venuto il rapporto stilato da una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, presieduta da un’autorevole giurista, Navi Pillay, che già aveva guidato analoghe indagini in altre questioni internazionali e che, nell’ottobre del 2026, ha ricevuto il Nobel per la pace.

Il rapporto ritiene responsabili il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant di aver promosso «atti genocidi» con l’«intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio.

Ma nel frattempo l’epicentro delle violenze israeliane si è spostato da Gaza – dove peraltro continuano a essere uccisi quotidianamente dei civili – alla Cisgiordania, dove i coloni israeliani, con la tacita o esplicita complicità dell’esercito, cercano di rendere impossibile la vita ai residenti arabi, per farli andare via. Con l’appoggio di Tel Aviv che dal 1967 in poi ha favorito i nuovi insediamenti sulle terre che in teoria, secondo la risoluzione dell’ONU, dovrebbero costituire il territorio del futuro Stato palestinese.

E del resto Netanyahu non ha mai nascosto di essere fermamente contrario al rispetto di quella risoluzione e di non volere che i palestinesi abbiano una loro identità politica. In piena sintonia con gli estremisti ortodossi Smotrich e Ben-Gvir, che si propongono chiaramente di espellerli sia da Gaza che dalla Cisgiordania. Pulizia etnica che implica anche la distruzione dell’identità geografica, etnica, logistica, culturale di un popolo, destinato a essere disperso e per ciò stesso annientato. Genocidio, appunto.

Svegliarci dal sonno

È in questo quadro che si sono svolte le elezioni di martedì scorso, giustamente interpretate da tutti come un referendum sulla gestione della crisi di Gaza e della Cisgiordania da parte del governo di Benjamin Netanyahu.

Molti pensavano che, dopo quello che aveva fatto e le autorevoli condanne ricevute, il premier israeliano fosse ormai impresentabile come leader politico e che, anche se si fosse ripresentato, sarebbe stato sconfessato dagli elettori.

Non è andata così. Netanyahu non ha ricevuto i voti necessari a formare un nuovo governo, ma ne ha comunque raccolti più di tutti gli altri candidati, confermandosi l’uomo politico di punta della democrazia israeliana. Un ruolo che certamente peserà in modo decisivo sul prossimo assetto politico dello Stato, quale che sia la formula di governo che verrà adottata.

Finora, in assenza di una consultazione elettorale, il consenso di cui il leader del Likud godeva non era misurabile. Ora è sancito solennemente dal voto dei suoi concittadini. Che consapevolmente e liberamente hanno dato la maggior parte delle loro preferenze a un criminale.

Qualcuno dirà che non è la prima volta. Tanti premier sono accusati – e probabilmente a ragione – di corruzione e violenze. Ma – a parte l’eccezionale gravità, in questo caso, delle responsabilità etiche e politiche – la differenza è che qui si tratta di un soggetto condannato solennemente da autorevoli organismi internazionali. E che sembra in grado, dopo questa investitura popolare, di continuare a svolgere indisturbato la sua opera in violazione di ogni diritto umano.

In un momento in cui il presidente degli Stati Uniti, il Paese finora guida del mondo democratico, esulta per il successo di Netanyahu, attribuendosene il merito, e in cui diversi paesi europei si devono confrontare con l’emergere di forze politiche che esibiscono la loro piena sintonia con il premier israeliano, è forse necessario chiederci se è questo il senso della democrazia per cui nel secolo scorso hanno lottato gli uomini e le donne da cui l’abbiamo ereditata. E ritrovare dentro di noi le forze per impegnarci a nostra volta, ora, per svegliarla – per svegliarci – da un sonno che genera mostri.

www.tuttavia.eu

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