della
democrazia
genera mostri
Un’isola di democrazia
nel Medio Oriente
I risultati delle
elezioni svoltesi martedì scorso in Israele possono dare luogo a diverse
considerazioni. La prima ad imporsi è che siamo davanti a uno Stato in cui
vigono le regole della democrazia parlamentare. Non c’è dubbio che, rispetto a
quelli arabi che lo circondano – dall’Egitto del dittatore Al-Sisi, all’Arabia
Saudita, alla Giordania, agli Emirati Arabi, al Qatar, retti da monarchie più o
meno assolute –, Israele è l’unico a dare spazio al libero dibattito politico,
nel pluralismo dei partiti e degli organi d’informazione, compresi quelli più
critici verso il governo, e a sottoporre periodicamente l’operato di
quest’ultimo al voto popolare. Come è regolarmente avvenuto anche nella
consultazione di martedì.
Lo stesso vale rispetto
agli Stati apertamente ostili a quello ebraico, come la Turchia, o addirittura
accaniti fautori della sua distruzione, come l’Iran, dove le libertà politiche
dei cittadini sono sistematicamente violate da regimi il cui autoritarismo
assume, come in Iran, la forma di una spietata repressione di massa, con
migliaia di oppositori massacrati nelle piazze o arrestati, processati e
giustiziati.
Né si può certo parlare
di democrazia nella gestione della Striscia di Gaza da parte di Hamas e in
quella della Cisgiordania da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, visto
che in entrambi i casi, dopo le elezioni del 2006, non ci sono più state libere
consultazioni.
Il sostegno
incondizionato dell’Occidente a Israele dopo il 7 ottobre
Si capisce perché, fin
dall’inizio della crisi esplosa il 7 ottobre 2023, la quasi totalità dei
governi e degli osservatori occidentali si sia schierata senza esitazione dalla
parte di Israele. Per quanto riguarda i primi, è significativo che quelli europei,
decisamente ostili alla Russia per le sue violazioni del diritto
internazionale, abbiano invece taciuto, con un evidente doppio standard, di
fronte a quelle dell’IDF a Gaza. Solo recentemente alcuni di essi hanno preso
le distanze dalle violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. È un dato di
fatto che, a fronte dei 22 pacchetti di sanzioni dell’UE nei confronti di
Mosca, nemmeno uno è stato varato contro Tel Aviv.
Quanto agli Stati Uniti,
già con Biden hanno sostenuto con aiuti militari consistenti la reazione
israeliana al 7 ottobre. Il secondo mandato di Trump ha segnato una
significativa intensificazione di questo appoggio militare e politico, fino a
configurare un vero e proprio asse fra il presidente americano e quello
israeliano. Su entrambe le sponde dell’Atlantico la giustificazione è stata
sempre la stessa: bisognava permettere di difendersi all’unica democrazia
presente in un mondo islamico che non riconosce i valori fondamentali
dell’Occidente.
Su questa linea anche
giornalisti e opinionisti. È in nome della democrazia israeliana che i media,
soprattutto quelli di destra, hanno condotto una strenua quanto inefficace
battaglia per cercare di smontare la crescente indignazione dell’opinione pubblica
occidentale nei confronti dei metodi usati dall’esercito israeliano verso i
civili palestinesi.
E anche un editorialista
equilibrato e serio come Sergio Fabbrini, sul «Sole24ore» del 15 ottobre 2023
si è appellato alla democrazia per giustificare il sopra citato doppio standard
occidentale di fronte al carattere violento, già evidente fin dai primi giorni,
della reazione israeliana: «Putin e Sinwar [il leader di Hamas a Gaza]», notava
Fabbrini, «condividono il disprezzo per le società aperte, dove gli individui
sono protetti da diritti inalienabili rispetto a chi detiene il potere
(secolare e religioso) […]. Ucraina e Israele sono democrazie, seppure
imperfette, che sono l’opposto dei regimi autocratici (sia secolari che
religiosi) che quei leader rappresentano». Da qui la conclusione: «Se la
democrazia è la posta in gioco delle due aggressioni militari, allora è
evidente che le altre democrazie non possono che sostenere Kiev e Tel Aviv».
Se questo è un uomo
A mettere in crisi queste
ragionevoli argomentazioni presso il grande pubblico sono state le
testimonianze e le immagini che, malgrado la rigida censura israeliana, sono
giunte dalla Palestina e che hanno mostrato scenari di morte e distruzione che
rendevano assolutamente poco credibili le assicurazioni dello Stato ebraico di
avere di mira esclusivamente i terroristi di Hamas.
La conferma è venuta
dalle cifre, anche da quelle giudicate credibili dallo stesso IDF, che parlano
di 75.000 morti, l’85% dei quali civili, moltissime donne e bambini. Senza
contare i feriti e i mutilati. Su una popolazione di due milioni e mezzo di persone.
Per avere un’idea delle proporzioni del massacro, basta pensare che in Ucraina,
dall’inizio della guerra ad oggi, su quaranta milioni di abitanti le vittime
civili sono state 17.700.
E non è stato soltanto
spaventoso il prezzo in termini di vite: è stato un mondo umano a essere
desertificato con una sistematicità che a molti ha ricordato la tragica
razionalità dei metodi nazisti. Sono stati bombardati o spianati con i
bulldozer i palazzi di civile abitazione, gli ospedali, gli uffici, le moschee,
i mercati. La gente – sradicata dalle proprie case, dalle proprie terre – è
stata costretta a fuggire di luogo in luogo, inseguita dagli ultimatum che
minacciavano imminenti attacchi aerei. Uno stile difeso dai comandi israeliani
come prova della loro intenzione di risparmiare la popolazione, ma che ha
ridotto quest’ultima a un gregge impaurito, privato di ogni sicurezza e
soprattutto di ogni dignità.
Per non parlare della
chiusura dei confini della Striscia, che ha impedito l’afflusso dei più
elementari generi di sussistenza e dei medicinali, costringendo le persone –
perché persone rimanevano, malgrado tutto – a dare l’assalto ai pochi tir che
portavano viveri, diventando anche là oggetto di un indegno tiro a segno
(confermato da soldati israeliani). Vengono in mente gli scenari descritti da
Primo Levi nel suo Se questo è un uomo.
Non si tratta di
propaganda antisemita. Il quotidiano israeliano «Haaretz» il 19 aprile 2025
scriveva: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza
di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata
contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta […]. Ciò che
accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte
in questa guerra».
Le pronunce degli
organismi internazionali e lo spostamento delle violenze in Cisgiordania
Da qui, nel novembre del
2024, l’emissione, da parte della Corte penale internazionale dell’Aja, di
mandati d’arresto per «crimini di guerra e crimini contro l’umanità» nei
confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’ex ministro
della difesa israeliano Yoav Gallant e del capo del braccio armato di Hamas
Mohammad Deif.
Provvedimento accolto con
molte riserve dai governi occidentali, a cominciare da quello italiano:
«Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza»
ha commentato la nostra presidente del Consiglio. «Motivazioni», ha tenuto ad
aggiungere con un’implicita riserva, «che dovrebbero essere sempre oggettive e
non di natura politica».
In ogni caso – ha
assicurato la premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può
essere un’equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e
l’organizzazione terroristica Hamas». Anche se, a dire il vero, la pronuncia
della Corte non poneva alcuna equivalenza tra i soggetti destinatari dei
mandati d’arresto, ma tra il carattere criminoso dei loro comportamenti.
Poi, nel settembre del
2025 è venuto il rapporto stilato da una Commissione d’inchiesta internazionale
indipendente delle Nazioni Unite, presieduta da un’autorevole giurista, Navi
Pillay, che già aveva guidato analoghe indagini in altre questioni internazionali
e che, nell’ottobre del 2026, ha ricevuto il Nobel per la pace.
Il rapporto ritiene
responsabili il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin
Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant di aver promosso «atti
genocidi» con l’«intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio.
Ma nel frattempo
l’epicentro delle violenze israeliane si è spostato da Gaza – dove peraltro
continuano a essere uccisi quotidianamente dei civili – alla Cisgiordania, dove
i coloni israeliani, con la tacita o esplicita complicità dell’esercito,
cercano di rendere impossibile la vita ai residenti arabi, per farli andare
via. Con l’appoggio di Tel Aviv che dal 1967 in poi ha favorito i nuovi
insediamenti sulle terre che in teoria, secondo la risoluzione dell’ONU,
dovrebbero costituire il territorio del futuro Stato palestinese.
E del resto Netanyahu non
ha mai nascosto di essere fermamente contrario al rispetto di quella
risoluzione e di non volere che i palestinesi abbiano una loro identità
politica. In piena sintonia con gli estremisti ortodossi Smotrich e Ben-Gvir,
che si propongono chiaramente di espellerli sia da Gaza che dalla Cisgiordania.
Pulizia etnica che implica anche la distruzione dell’identità geografica,
etnica, logistica, culturale di un popolo, destinato a essere disperso e per
ciò stesso annientato. Genocidio, appunto.
Svegliarci dal sonno
È in questo quadro che si
sono svolte le elezioni di martedì scorso, giustamente interpretate da tutti
come un referendum sulla gestione della crisi di Gaza e della Cisgiordania da
parte del governo di Benjamin Netanyahu.
Molti pensavano che, dopo
quello che aveva fatto e le autorevoli condanne ricevute, il premier israeliano
fosse ormai impresentabile come leader politico e che, anche se si fosse
ripresentato, sarebbe stato sconfessato dagli elettori.
Non è andata così.
Netanyahu non ha ricevuto i voti necessari a formare un nuovo governo, ma ne ha
comunque raccolti più di tutti gli altri candidati, confermandosi l’uomo
politico di punta della democrazia israeliana. Un ruolo che certamente peserà
in modo decisivo sul prossimo assetto politico dello Stato, quale che sia la
formula di governo che verrà adottata.
Finora, in assenza di una
consultazione elettorale, il consenso di cui il leader del Likud godeva non era
misurabile. Ora è sancito solennemente dal voto dei suoi concittadini. Che
consapevolmente e liberamente hanno dato la maggior parte delle loro preferenze
a un criminale.
Qualcuno dirà che non è
la prima volta. Tanti premier sono accusati – e probabilmente a ragione – di
corruzione e violenze. Ma – a parte l’eccezionale gravità, in questo caso,
delle responsabilità etiche e politiche – la differenza è che qui si tratta di
un soggetto condannato solennemente da autorevoli organismi internazionali. E
che sembra in grado, dopo questa investitura popolare, di continuare a svolgere
indisturbato la sua opera in violazione di ogni diritto umano.
In un momento in cui il
presidente degli Stati Uniti, il Paese finora guida del mondo democratico,
esulta per il successo di Netanyahu, attribuendosene il merito, e in cui
diversi paesi europei si devono confrontare con l’emergere di forze politiche
che esibiscono la loro piena sintonia con il premier israeliano, è forse
necessario chiederci se è questo il senso della democrazia per cui nel secolo
scorso hanno lottato gli uomini e le donne da cui l’abbiamo ereditata. E
ritrovare dentro di noi le forze per impegnarci a nostra volta, ora, per
svegliarla – per svegliarci – da un sonno che genera mostri.

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