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mercoledì 1 luglio 2026

BELLI O BRUTTI?

 


 "Sei una bella 

o una cattiva persona?


 Le belle persone sono 

quelle che prendi

ad esempio

 poiché rendono

 il mondo un posto migliore 

ma non sono infallibili"

La Redazione

"Le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a…”

Un'abitudine sempre più dilagante nella moderna società consiste nel distinguere tra belle persone e cattive persone. Si tratta, evidentemente, di un concetto molto ampio ed allo stesso tempo effimero, a tratti impalpabile ma, nonostante tutto, capace di influenzare le valutazioni che sempre più connotano gli individui nei loro rapporti interpersonali. 

Ed allora quando si parla di belle persone subito la nostra mente corre al concetto di esempio. Infatti, come sostenuto dal medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano Alberto Pellai, "le belle persone sono spesso ritenute esemplari". Appare necessario, pertanto, soffermarsi proprio sulla definizione di "bella persona" e, di conseguenza, sul valore da attribuire al concetto di "persona esemplare". Invero, tali definizioni assumono un ruolo fondamentale soprattutto per i più giovani e per tutti gli adolescenti in via di formazione, spesso indotti erroneamente a ritenere che tali definizioni siano riconducibili ad un soggetto incapace di commettere errori e, come tale, fonte di esempio per le altre persone.

A tal proposito, il noto psicoterapeuta Pellai ritiene che "per essere esemplari e dare il buon esempio non sia necessario essere perfetti". Non serve, cioè, essere persone infallibili". Dunque, compito primario della scuola attraverso gli insegnanti, nonché dei genitori, è quello di far comprendere e trasmettere ai più giovani un concetto di bellezza basato su valori interiori, sulla capacità di comunicare e di crescere con consapevolezza, sull'attitudine ad evolversi attraverso la condivisione, nella piena e perfetta coscienza che la perfezione non esiste.

Ed anzi, come afferma Alberto Pellai, "le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a rimediare".

Dunque le belle persone sono gli esseri umani con tutte le loro fragilità ma anche con le loro capacità, con tutti gli errori ma anche con l'immenso bagaglio di valori e di attitudini che li rendono in grado di rimediare, di correggere, di crescere e migliorare.

È fondamentale, pertanto, che ritorni di moda un concetto di bellezza che non sia sinonimo di perfezione, ma di esempio proficuo e costruttivo per potenziare, sviluppare ed ottimizzare la società che ci circonda: i giovanissimi, dunque, devono imparare ad amare le proprie imperfezioni, senza alcuna paura o timore, tenendo ben a mente che non bisogna chiedere troppo a se stessi ma occorre accettarsi, sperimentando anche le cadute, rialzandosi, coltivando la propria felicità senza omologarsi o uniformarsi ma imparando a differenziarsi, proprio perché ciò che ci rende speciali è la nostra unicità e non bisogna indossare una maschera ma valorizzare la propria essenza, non dimenticando mai che le perfezione non esiste.

Ascuolaoggi


giovedì 11 giugno 2026

IN NOME DI DIO FERMATEVI

Un raid aereo israeliano ha colpito il villaggio di Choukine l'11 giugno 

La Santa Sede all'Onu: 

"Non esiste una soluzione militare

 alle crisi in Medio Oriente"

Intervenendo al dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Delegazione della Santa Sede ha chiesto la fine immediata all’escalation in Libano, la soluzione della crisi umanitaria a Gaza, un percorso verso uno Stato palestinese e attenzione alla situazione iraniana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“Non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente”: è quanto ha detto la delegazione della Santa Sede in occasione del dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza Onu sul tema Mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: Mediazione e dialogo per una pace duratura. “Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente” sottolinea la Delegazione, specificando che “queste condizioni richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Regione segnata dalla violenza e dalla sofferenza

Ricordando che il Medio Oriente è una regione ricca di storia, cultura e fede e che i suoi popoli hanno contribuito in modo incommensurabile alla civiltà umana, la Delegazione ha specificato che “questa regione comprende la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro, una terra sacra per cristiani, ebrei e musulmani, con un significato spirituale che si estende ben oltre la regione stessa. Eppure” ha aggiunto “oggi la regione continua ad essere segnata dalla violenza, dalla paura e dalla sofferenza umana. La pace deve sempre essere costruita attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto per la dignità data da Dio a ogni persona umana. Come sottolinea Papa Leone XIV: La pace non è l’assenza di conflitto: è la forza gentile che respinge la violenza".

Non esiste soluzione militare alle crisi in Medio Oriente

La Delegazione ha poi offerto tre spunti di riflessione: “In primo luogo, non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente. Come ha recentemente ricordato Papa Leone XIV: Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente. Queste condizioni” ha sottolineato “richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Coraggio politico e persona al centro

Un secondo passaggio è stato dedicato alla diplomazia preventiva e alla mediazione che, è stato evidenziato, “richiedono pazienza, coraggio politico e disponibilità all’impegno. Il costo del dialogo può sembrare elevato; il costo della sua assenza è inevitabilmente più alto. Infatti, la mediazione non è semplicemente una questione di gestione delle crisi, ma piuttosto il lavoro paziente di ricostruire relazioni e ripristinare la fiducia”. Infine, ogni soluzione politica deve porre al centro la persona umana. “Gli accordi politici non possono durare se non rispondono alle legittime speranze e necessità dei popoli. La pace non è sostenuta solo dalle istituzioni, ma anche da comunità capaci di fiducia, solidarietà e speranza. Pertanto, è indispensabile sostenere le agenzie e le istituzioni delle Nazioni Unite che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e aiuti alle persone sfollate e alle comunità di rifugiati”.

Pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura

Poi l’appello per la risoluzione di tutti i conflitti in corso in Medio Oriente. “La Santa Sede esorta a porre immediatamente fine all’escalation militare in atto in Libano e chiede sforzi concertati, pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura, affrontando anche la situazione relativa all’Iran. Inoltre, è imperativo che cessino ogni forma di aggressione, che venga affrontata la drammatica situazione umanitaria a Gaza e che venga tracciata una via verso una soluzione a due Stati. I popoli del Medio Oriente” ha concluso la Delegazione “meritano di meglio che rimanere intrappolati in un ciclo di crisi ricorrenti. Meritano un futuro basato sulla giustizia, la sicurezza, la riconciliazione e la speranza”.

Vatican News


VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

Vatican News 


 

giovedì 4 giugno 2026

DIO E' PERSONA?

 


A questa domanda un teista classico, un trans-teista e un monista relativo risponderebbero in tre modi diversi.

 

-di Paolo Gamberini 

 

Il teista classico risponde sì Dio è “persona” poiché è l’essere perfetto. Essendo “persona” una perfezione dell’umano, è inevitabile che Dio è persona. 

 Il trans-teista rifiuta di parlare di Dio come “persona”. È antropomorfismo. Dio non risiede nell’alto dei cieli, giudicando e intervenendo nel mondo a suo piacimento. Dio è energia, armonia. Anzi, non si deve nemmeno usare la parola “Dio”. 

È il Mistero della Vita. 

 Il monista relativo è d’accordo con entrambi, ma afferma che è necessario far un cambio di prospettiva. È necessario fare meta-fisica. Senza di questa, si rischia di impantanarsi in caricature reciproche o di incepparsi in giochi linguistici. 

 L’essere è l’attualità di tutti gli enti: ogni altra perfezione — la vita, l’intelligenza, la bontà — è tale solo in quanto è atto di essere. 

 In questa prospettiva, Dio è definito come “ipsum esse subsistens”: l’Essere stesso, sussistente in sé, senza limitazioni, senza determinazioni. L’atto di essere è infinito e quando si partecipa, è ricevuto come ente finito. 

 L’atto di essere è per sua essenza personale (ipostatico), non nel senso di essere circoscritto e soggetto “alla” determinazione (subjectum determinationi), ma soggetto “di” determinazione (subiectum determinationis). Infatti, Dio è atto “creativo” di essere. 

 Dio è actus essendi, in quanto eccede ogni determinazione, e soggetto che determina. In questo preciso senso, quindi, si deve dire che Dio è per essenza persona (ὑπόστασις), ma non come soggetto psichico (ego) ma come colui che personalizza la realtà, in quanto tutto sussiste in Dio. 

 Per evitare l’ambiguità di identificare la persona di Dio con il soggetto personale (psichico), è preferibile dire che Dio è “trans-personale”. 

 Il teismo classico e il trans-teismo hanno ragione, se sanno visitare con maggiore attenzione le proprie convinzioni e le inevitabili implicazioni. 

 ApertaMente 

 

venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


lunedì 25 maggio 2026

MAGNIFICA HUMANITAS


*Con la presentazione di stamane dell'Encilcica di papa Leone XIV comincia il dibattito sull'IA*

Una presentazione stamane, nell'aula del Sinodo in Vaticano, che ha coinvolto diverse voci: dai cardinali alle menti dell'IA


-di Antonio Tarallo

Evento singolare, se non unico, quello di stamane nell'aula del Sinodo in Vaticano: la presentazione dell'Enciclica di papa Leone XIV, documento atteso, in cui il pontefice ha voluto concentrare l'attenzione della Chiesa su un tema ormai sulla bocca di tutti, l'IA, ossia l'intelligenza artificiale. Una presentazione alla quale lo stesso papa Leone XIV ha voluto partecipare con un intervento. Già nella prima mattina, tanti gli editoriali e le parole su questo documento che reca la firma del pontefice, la sua prima Enciclica. Desta attenzione mediatica, e per gli esperti delle “cose” vaticane. 

 Una presentazione ricca di interventi che si sono alternati attorno alle pagine del documento pontificio. Sono stati tre, i cardinali, che hanno “illustrato” le parole del papa: il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, per primo; poi i cardinali Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, e Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Parolin nel ruolo di moderatore di questo evento che potrebbe considerarsi “a tutti gli effetti” una tavola rotonda. Ma prima di questa, lo stesso porporato si è soffermato inevitabilmente sulla “transizione digitale”, nella quale “come in un prisma” convergono diversi temi del nostro oggi come la dignità della persona, il lavoro, la libertà, la qualità dei legami sociali, la pace, la giustizia, la responsabilità verso la casa comune. Una relazione, quella di Parolin, che ha sottolineato l'importanza dell'attenzione della Chiesa sui temi che l'Enciclica ha presentato. Si sta evolvendo e sta vendendo una sua “rinascita” la Dottrina sociale della Chiesa. 

 Su tre parole si è snodato, invece, l'intervento del cardinale Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale: “Ingegno, coscienza e cura”. L'IA “è un cantiere”, ha detto il porporato e questa “può sostenere la cura della nostra casa comune e servire lo sviluppo dei popoli”. Ma, allo stesso tempo, “può concentrare il potere, esacerbare le disuguaglianze e lasciare indietro coloro che si trovano già ai margini”. Bisogna, dunque, stare attenti da queste possibili nocive direzioni.  

Una lettura sul presente è stata invece presentata dal cardinale Fernández: guarda all'umanità ferita da guerre e odii. Ha parlato di nuove forme di schiavitù, da cinismo e crudeltà. A questa crudeltà - dice il prefetto del Dicastero per la Cultura - è necessario rispondere anche con la bellezza, come la stessa enciclica ricorda. Come alcuni nomi che hanno fatto la santità: si pensi solamente a quello di madre Teresa di Calcutta, fra tutte. Ma non solo: altri nomi, quelli di Dorothy Day, Marie Curie, Elisabeth Elliot. E tanti altri. Assieme ai loro nomi che hanno umanizzato l'umanità ci sono quelli “ignoti”, quelli che affrontano la vita ogni giorno con tenacia e perseveranza, con amore: sono le persone “comuni” che si adoperano per il bene della civiltà.

 E poi, gli esperti del campo. Tutti nomi autorevoli del mondo delle nuove tecnologie sono intervenuti stamane alla presentazione della prima enciclica di Leone XIV. Nomi che hanno dietro le spalle un passato di studio e sul campo delle nuove tecnologie: un apporto interessante che ha reso la mattinata un vero e proprio convegno non solo sulla stessa enciclica ma sul vasto ventaglio di proposte che l'IA serba per il futuro. 

 I nomi, dunque, portatori di esperienze: Christopher Olah, cofondatore di "Anthropic" e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA; Anna Rowlands, professoressa di Teologia politica, Dottrina sociale della Chiesa ed Etica teologica delle migrazioni umane presso il Dipartimento di Teologia e Religione della Durham University, in Inghilterra; Leocadie Lushombo, professoressa di Teologia politica e Pensiero sociale cattolico presso la Jesuit School of Theology della Santa Clara University, in California.

 Papa Leone XIV: "Il cristiano non è semplicemente un filantropo, ma persona compassionevole"

Christopher Olah, cofondatore di Anthropic e responsabile della ricerca sull'interpretabilità dell'IA sull'IA: "E' un po' come dare vita a un personaggio di fantasia. E ora stiamo entrando in un mondo straordinario in cui questi personaggi di fantasia ci parlano, sono attivi, hanno un lavoro". La Lushombo invita soprattutto a non perdere i propri valori umani a causa dell'IA, che rende l'apprendimento transazionale. Questo è uno dei passaggi sottolineati proprio dall'enciclica. La professoressa Rowlands loda l'attività della Chiesa sul tema dell'IA perché è proprio compito della comunità ecclesiale quello di “accompagnare l'umanità mentre si affanna per raggiungere il suo vero bene e di promuovere l'unità”. 

 Voci, volti, esperienze. Tutto in un dibattito, quello di stamane, che sembra divenire preludio di un dibattito ancora più vasto. Capiremo nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, cosa avverrà. 

ENCICLICA

(ACI Stampa).

Immagine



 



sabato 16 maggio 2026

I.A. e DISABILITA'


 IL CRITERIO

 E' SEMPRE

 LA PERSONA


Il parametro per capire se la tecnologia nella sua applicazione amplia o restringe l’umano non sta in ciò che un individuo riesce a fare, ma in ciò che riesce a essere

L’implementazione delle prestazioni non può essere il solo metro se questa significa dipendenza o si tramuta in una sorta di apologia della tecnologia

-di VINCENZO AMBRIOLA

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, parte da un’idea semplice e radicale: la disabilità non è nel corpo, è nell’ambiente che non si adatta. Chi controlla la rappresentazione di quel corpo non sta solo raccontando una storia, sta costruendo o demolendo un diritto.

« Io sono diviso in due metà. Una è quella della fabbrica, sono un tecnico, un chimico. Un’altra, invece, è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti. Sono proprio due mezzi cervelli». Primo Levi, intervistato da Edoardo Fadini sull’Unità, 4 gennaio 1966. Oggi quel centauro ha una terza parte, non biologica. Una protesi che impara, un esoscheletro che decide il passo, un algoritmo che racconta il nostro corpo prima di noi. Non è fantascienza, è la condizione quotidiana di chi vive con una disabilità nell’era dell’intelligenza artificiale. La domanda non è se la macchina ci potenzia, è cosa resta di noi quando l’intelligenza non è più solo umana. Per rispondere non basta la tecnologia ma serve guardare dove si gioca il potere. Nella rappresentazione che ci viene imposta, nella trasfor-mazione del corpo che abitiamo, nell’autonomia che negoziamo ogni giorno.

La società vede, racconta e mette in scena il corpo tecnologico. Azzardo una trasposizione politicamente scorretta, cui mi spingono curiosità ed empatia. Provo a mettermi nei panni di un disabile. Ho avuto modo di assistere, nel passato, a disabilità che non godevano di protesi intelligenti. Il mio azzardo ne risulta, così, ancora più rischioso. Immagino di essere dotato di una macchina che sostituisce qualche parte del mio corpo che non funziona. Sono per strada, la gente non vede me, vede una storia già scritta fin dalla wunderkammer seicentesca del canonico Manfredo Settala, collezionista di macchine strabilianti, tra cui lo spaventoso diavolo- automa che ancora sorprende i visitatori del museo del Castello Sforzesco. Ecco, indossando la mia porzione di automa, io sparisco, resta solo la macchina che accende la curiosità dei passanti. E per questo devo annegare la frustrazione nella gratitudine alla tecnologia. Nell’era dell’intelligenza artificiale, la rappresentazione non è vanità. È necessità sociale. Decide se avrò un lavoro, una casa, una famiglia. Se sono un bambino, la rappresentazione di me deciderà della mia accoglienza in un contesto. Chi controlla la mia immagine pubblica, io o l’algoritmo che la racconta? Quando un servizio televisivo mostra il mio primo passo con l’esoscheletro, crea un fatto morale. Mi presenta come prova della tecnologia, non come persona. L’etica chiede chi ha dato il consenso alla narrazione, o solo all’immagine?

Mi chiedo che cosa succede al sé quando una protesi impara, un esoscheletro decide il passo, un robot riabilitativo corregge il gesto? Quando una mano mioelettrica, controllata dall’intelligenza artificiale, predice la presa. All’inizio, immagino, è magia. Dopo qualche settimana, è fatica. Dovrò pensare per lei, correggere quando sbaglia, sopportare che non abbia sensibilità. Il mio cervello cercherà

di incorporarla, ma senza una restituzione tattile resterà un oggetto esterno. È trasformazione, sì, ma a che prezzo? Quando il mio corpo impara con una macchina, l’etica non è nel codice, è nel patto. Se l’intelligenza artificiale adatta la presa senza spiegarmi perché, perdo il controllo del mio gesto. Se migliora leggermente le prestazioni della mia mano, ma aumenta il dolore e la fatica, chi decide cosa vale? Io, non l’algoritmo. La tecnologia deve adattarsi alla mia biografia, non io alla sua ottimizzazione… È esattamente ciò che la Convenzione chiede agli Stati: promuovere tecnologie che seguano il progetto di vita della persona, non il contrario. E definisce la disabilità come risultato di un’interazione, tra il corpo e le barriere che incontra, comprese quelle di una mano robotica che misura e migliora la potenza e la precisione della presa ma non il dolore che causa.

Cosa significa autonomia quando dipende da un server in rete? Autonomia assistita dalla tecnologia suona bene, ma nella vita quotidiana significa che la mia protesi funziona solo se l’app è aggiornata. Se l’azienda chiude il server, io ne perderò la funzionalità, e resterò quello che sono: fermo. La mia autonomia dipende da un abbonamento. Potenziamento non significa andare più veloce di un normodotato. Significa poter scegliere di spegnere l’intelligenza artificiale quando voglio sentire solo il mio corpo, senza perdere il diritto all’assistenza… La Convenzione la chiama partecipazione piena ed effettiva, non indipendenza assoluta, ma possibilità reale di scegliere. Un’autonomia che dipende da un abbonamento attivo non è autentica, è una concessione revocabile. Ed è proprio per questo che la Convenzione impegna gli Stati a evitare che l’accesso alla tecnologia rimanga un privilegio dei centri di eccellenza anziché diventare un diritto ordinario. C’è un modo per misurare tutto questo che non sia il numero di passi migliorati o la velocità della presa? Amartya Sen e Martha Nussbaum lo chiamano capability: non ciò che la tecnologia fa, ma ciò che la persona riesce davvero a essere e a fare grazie a essa. È da qui che si misura se l’intelligenza artificiale amplia o restringe l’umano. E alla fine, resta una sola domanda, ed è la stessa di Levi: chi tiene insieme le metà. La rappresentazione non può essere un montaggio televisivo del primo passo. La trasformazione non può essere un punteggio di simmetria che ignora il dolore. L’autonomia non può dipendere da un abbonamento. Se l’intelligenza artificiale entra nel corpo, deve firmare lo stesso patto che Levi chiedeva alla chimica, di spiegare e non solo di funzionare.

Poter essere visti senza essere simbolo, poter sentire senza essere corretti, poter spegnere senza perdere diritti. Il centauro di oggi non ha bisogno di correre più veloce. Ha bisogno di scegliere quale delle sue metà ascoltare, anche quella artificiale.

www.avvenire.it

sabato 9 maggio 2026

LE PAROLE SONO PIETRE


 La persona, 

le etichette 

e le pietre



In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione

 dell’uomo, esprimibile con una definizione. 

Ma si può definire la persona umana? 

«Definire» significa fissare dei limiti, precisare, mettere fine

 all’incertezza, al dubbio, a ciò che resta ancora da scoprire.

 Significa chiudere una data realtà dentro un concetto 

e una parola ben precisi.

-di Salvatore Cipressa*

Cercando di definire la persona, si arriva ben presto a un paradosso: quello di affermare che la persona, a differenza di un qualsiasi oggetto, non si lascia «definire» totalmente. Inoltre, ciascuno di noi sa, per esperienza, che non c’è nulla di più doloroso che sentirsi «definiti» o meglio «etichettati», una volta per tutte, dagli altri. Purtroppo, persiste ancora una visione miope della grandezza della persona umana e forse, proprio per questo, come afferma Erich Fromm nell’Arte di amare, «per la maggior parte della gente, la propria personalità e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita».

Le parole sono pietre

Come dice Carlo Levi, «le parole sono pietre» hanno l’enorme potere di contribuire, anche inconsapevolmente, a ferire, etichettare, rafforzare pregiudizi o stereotipi culturali e di genere. Pregiudizi e stereotipi sono visioni troppo semplicistiche e miopi della realtà e possono essere trasmessi dall’ambiente familiare e sociale in cui viviamo, dai mezzi di comunicazione sociale, da esperienze e vissuti personali. Essi possono riguardare il genere e l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico, l’etnia, la religione, lo status socio-economico, le differenze ideologiche o politiche, e così via.

Pertanto è profondamente riduttivo e dispregiativo qualificare negativamente una persona unicamente per il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, l’appartenenza sociale, la religione, senza vedere in lei la ricchezza dell’«essere persona», creata ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata in Cristo Gesù a vivere la figliolanza divina.

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Quaresima 2026, ha invitato tutti ad astenersi dalle parole che percuoto e feriscono gli altri. Egli ha affermato: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». 

Mistero e valore infinito della persona

La persona si lascia avvicinare e si rivela solo dal rispetto che le si porta e che la rende a poco a poco conoscibile. La persona è mistero, una realtà talmente ricca, ineffabile, indicibile, irripetibile, unica, che non si può comprendere (dal latino comprehendĕre «prendere insieme») totalmente; è un valore in sé, ontologico e assiologico, che vive nella tensione tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza; ha valore di fine mai di mezzo, pertanto non può mai essere usata come oggetto, strumentalizzata o etichettata.

Il Salmo 8 esprime chiaramente la superiorità dell’uomo nei confronti della creazione quando afferma: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (vv. 6-7). L’uomo, come afferma Jacques Maritain, «è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico».

Il Dicastero per la dottrina della fede, nella dichiarazione Dignitas infinita, afferma in maniera forte e decisa questo principio fondamentale: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti.

La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù. Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza»» (n. 1).

Alla luce di questo principio fondamentale, possiamo affermare che ogni persona umana ha un valore infinito e una dignità ontologica, radicati nel suo stesso essere, che non possono essere mai annullati e costituiscono un punto di riferimento oggettivo per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale, l’equità, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità.

 *Salvatore Cipressa insegna Teologia morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano «don Tonino Bello» di Lecce.

Il Regno

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giovedì 19 marzo 2026

LA COSTITUZIONE

 


SALVAGUARDIA DELLA DEMOCRAZIA



- di Donato Mantoan

David Maria Turoldo, figura di spicco del cattolicesimo post-conciliare e antifascista, ha sostenuto una visione etica della Costituzione italiana, intesa come patto fondamentale tra persone e non solo come norma giuridica. Ha spesso criticato la mancata piena attuazione dei suoi principi democratici e sociali, difendendola come strumento di libertà.

I punti chiave del legame tra Turoldo e la nostra Costituzione:

Difesa e Applicazione: Turoldo considerava la Costituzione un traguardo fondamentale della Resistenza. Lamentava spesso che la Costituzione non fosse mai stata realmente applicata nel suo spirito più autentico, criticando chi proponeva modifiche senza averla prima attuata.

Centralità della Persona: In linea con l'Articolo 2 della Costituzione, Turoldo poneva al centro il valore della "persona" e la sua dignità, con una visione teologica e sociale che valorizzava la terra e la comunità.

Radicalismo Democratico: Come "coscienza inquieta della Chiesa", ha promosso un'interpretazione della Costituzione aperta al dialogo, alla giustizia sociale e all'ecumenismo, agendo da ponte tra valori religiosi e civili.

Critica al Potere: La sua visione era in linea con la necessità di vigilare sulle libertà democratiche, criticando i poteri forti e sostenendo l'industria di pace rispetto a quella di guerra.

Padre Turoldo, insieme ad altre figure come don Milani e padre Balducci, hanno fatto parte di quella cultura cristiana che ha visto nella Costituzione il quadro di riferimento per un impegno sociale e civile volto alla giustizia e alla legalità.



 

venerdì 20 febbraio 2026

LE NUOVE INDICAZIONI NAZIONALI

 


LE NUOVE INDICAZIONI

 NAZIONALI


TRA CENTRALITÀ 

DELLA PERSONA, 

RUOLO DEL MAGISTER

 E TRASFORMAZIONI

 TECNOLOGICHE

-


di Maria Torrisi*


Premessa
Queste riflessioni prendono spunto dal Convegno nazionale “Ripensare la Scuola: visioni, sfide e prospettive”, del 7 febbraio scorso, svoltosi a Roma, presso la sede nazionale dell' AIMC, e rappresentano una lettura interpretativa personale dei principali temi emersi, con riferimento alle Nuove Indicazioni Nazionali 2025, alla centralità della persona, al ruolo del Magister e alle sfide etiche poste dalle tecnologie.

 La persona al centro: una cornice antropologica per l’educazione
L'intervento a cura di Ester Flocco, presidente nazionale AIMC, ha posto al centro la questione della persona come fondamento dell’educazione. Nei riferimenti della presidente Flocco è possibile riconoscere la visione cristiana/cattolica della persona: un essere dotato di dignità inalienabile, chiamato a essere educato con il cuore, non come oggetto di istruzione ma come soggetto di cura e crescita. La persona, in questa prospettiva, non è un individuo isolato, ma una realtà relazionale che si realizza nella comunità, nella responsabilità verso gli altri e nel rispetto della propria libertà.
Questa cornice antropologica risulta particolarmente significativa perché orienta tutte le successive riflessioni: dalle Indicazioni Nazionali 2025 alla figura del docente come Magister, fino all’uso critico delle tecnologie. La scuola non è semplicemente un luogo di trasmissione di contenuti, ma una comunità educante chiamata a formare persone libere, responsabili e partecipi, secondo una visione che richiama il valore dell’ “educare con il cuore”.

 Le Nuove Indicazioni Nazionali 2025: tra critica e opportunità
Le Nuove Indicazioni Nazionali 2025 hanno suscitato un dibattito intenso, caratterizzato da posizioni di sostegno e da critiche di diversa matrice politica. Il confronto, tuttavia, deve essere condotto con rigore e senza riduzioni ideologiche, poiché la scuola deve mantenere la propria neutralità, evitando che orientamenti politici inficino la libertà e la professionalità dell’insegnamento. La neutralità non significa indifferenza, bensì apertura alla pluralità, rispetto della libertà di coscienza, fedeltà alla Costituzione e responsabilità educativa, in coerenza con la visione di scuola democratica delineata da Dewey, richiamato più volte nel Convegno come riferimento imprescindibile per un’educazione che formi cittadini attivi e partecipi.
Se è vero, come sostiene John Dewey, che l’apprendimento autentico nasce dall’esperienza e dalla partecipazione attiva dello studente, è altrettanto vero che l’esperienza non è mai improvvisazione né spontaneismo privo di direzione. Per Dewey, infatti, l’esperienza educativa è tale solo quando è intenzionalmente progettata, guidata e resa significativa dal docente. In questa cornice, i contenuti non rappresentano un vincolo rigido o un ritorno a un modello trasmissivo, ma possono costituire una struttura di riferimento entro cui organizzare esperienze formative coerenti e progressivamente articolate.

Le critiche rivolte ai “contenuti” delle Indicazioni 2025 rischiano, talvolta, di sovrapporre il piano prescrittivo a quello orientativo. Se interpretati in modo flessibile, tali contenuti possono fungere da bussola culturale e professionale, soprattutto in un contesto in cui molti docenti provengono da percorsi non tradizionali, con solide competenze disciplinari ma senza un’adeguata formazione pedagogica e psicologica. In questi casi, l’indicazione di nuclei tematici e riferimenti culturali condivisi non limita la libertà d’insegnamento, bensì sostiene la costruzione di una professionalità docente ancora in fase di consolidamento, senza sostituirsi alla libertà progettuale dell’insegnante.

La libertà progettuale.

In una scuola democratica, coerente con la visione deweyana, la libertà progettuale non coincide con l’assenza di riferimenti, ma con la capacità critica di interpretarli. I contenuti suggeriti possono allora diventare strumenti per costruire esperienze significative, promuovere il pensiero riflessivo e formare cittadini attivi e consapevoli, in fedeltà alla Costituzione e nel rispetto della pluralità.
Tuttavia, come osservato dal prof. Petracca, permane una preoccupazione diffusa: la possibilità che i contenuti suggeriti dalle Indicazioni possano diventare, de facto, criteri di valutazione anche nelle prove INVALSI, trasformandosi in una sorta di cartina di tornasole. Questo timore richiede una vigilanza pedagogica, perché le prove standardizzate non possono e non devono diventare strumenti di riduzione della complessità educativa e del valore formativo dei processi scolastici.
Il Magister e la relazione educativa: autorità, guida e cura.
Un aspetto particolarmente discusso nelle Indicazioni riguarda il modello del Magister, spesso criticato come asimmetrico rispetto al rapporto maestro-alunno e percepito come sinonimo di autorità tout-court. Tale critica invoca un modello di insegnamento in cui il processo di apprendimento si svolge in parallelo e in simmetria, negando qualsiasi forma di guida o di autorevolezza. Tuttavia, la figura del docente non può essere ridotta a una presenza neutra o esclusivamente “facilitatrice”: l’educazione, per sua natura, richiede guida, orientamento e cura.
La persona non è solo un soggetto cognitivo: essa è un insieme di dimensioni – affettiva, sociale, culturale, spirituale – che richiedono un’educazione integrale. La scuola deve dunque considerare l’alunno nella sua interezza, riconoscendo che l’apprendimento si costruisce nella relazione, nella cura, nella motivazione e nel senso di appartenenza. Questa prospettiva richiede una visione dell’insegnante come figura capace di orientare e accompagnare, ma anche di rispettare la libertà e la dignità dell’alunno.

L’autorità educativa, intesa in senso autentico, non coincide con il potere, ma con la capacità di orientare il percorso dell’alunno, di sostenerne la crescita e di tutelarne il benessere. Questa necessità è rafforzata anche dalla contingenza attuale, in cui episodi di aggressione nei confronti dei docenti testimoniano la fragilità del rapporto educativo e la necessità di riconoscere un ruolo di autorevolezza professionale. Maria Montessori descriveva il ruolo del docente come una presenza che sta accanto all’alunno: non davanti, per dirigere ogni passo, né dietro, per controllare o correggere, ma al fianco, in un atteggiamento di attenta osservazione e accompagnamento. Il docente guida il processo di apprendimento creando le condizioni perché l’alunno possa sviluppare in modo autonomo le proprie capacità. L’immagine del pastore, richiamata anche nel messaggio evangelico, diventa così metafora di una relazione educativa fondata sulla responsabilità, sulla fiducia e sul rispetto dei tempi e dei percorsi individuali. È opportuno sottolineare, come evidenziato dal prof. Magni, che il Magister non deve essere inteso come autorità nel senso stretto del termine, ma come figura di guida educativa che unisce autorevolezza e rispetto della persona, in una relazione di accompagnamento. Inoltre, Magni ha ribadito che, nonostante la prescrittività delle Indicazioni, la differenza la possono fare i docenti, grazie alla libertà di insegnamento e all’autonomia scolastica, confermando la centralità della professionalità docente.

Contenuti, educazione e prosocialità: il valore della relazione e dell’Altro
La riflessione sulla persona conduce a interrogarsi sul rapporto tra istruzione ed educazione. Come ricordato da Aldo Agazzi, ha affermato il prof. Petracca, non esiste istruzione senza educazione: l’apprendimento non può essere disgiunto dalla formazione della persona. Anche Edgar Morin insiste su un insegnamento “educativo”, che non si limiti a trasmettere conoscenze, ma che orienti il soggetto nella complessità della realtà. In questa prospettiva, i contenuti non sono neutrali: la selezione dei contenuti più significativi assume un valore educativo fondamentale, poiché è attraverso di essi che si costruisce la formazione della persona e si promuove la prosocialità.

La prosocialità

Nel suo intervento, il prof. Petracca ha posto l’accento sull’importanza della prosocialità e della relazione con l’Altro, inteso come dimensione relazionale che include persone, comunità e realtà circostante. Questo richiamo trova risonanza nel pensiero di Hannah Arendt, per la quale la persona non “esiste” nel senso dell’individualità isolata, ma “consiste” nella pluralità e nella relazione con gli altri. Bauman, infatti, evidenzia come la retrotopia – la tendenza a rifugiarsi nel passato di fronte a un futuro incerto – possa ridurre la speranza sociale a una dimensione individuale, accentuando l’isolamento e la perdita di comunità. In questa prospettiva, l’educazione deve recuperare un respiro etico e comunitario, selezionando contenuti di pregnanza formativa e promuovendo relazioni autentiche.
Il comportamento sociale, infatti, non può essere semplicemente valutato: va prima promosso, favorendo pratiche di cooperazione, tutoring, comunità educante e relazioni di cura. In una società disorientata, la scuola deve essere luogo di promozione della democrazia e di rispetto della diversità, senza annullare l’unicità dell’altro. Accogliere l’ “Altro” richiede un sacrificio di sé, una capacità di uscire dalla propria prospettiva e di riconoscere la differenza come risorsa. Il principio di prospettiva di Bruner, così come la pedagogia del confronto, possono contribuire a sviluppare una cultura dell’inclusione e del consenso, fondata su valori comuni e sul rispetto della pluralità.

 Tecnologie e Intelligenza Artificiale: priorità etica e responsabilità educativa.
Un ulteriore ambito di riflessione riguarda il ruolo delle nuove tecnologie digitali e dell’Intelligenza Artificiale nella scuola. Le tecnologie non possono essere considerate un semplice strumento accessorio, poiché costituiscono un ambiente culturale in cui studenti e adulti sono immersi. In tale prospettiva, risulta contraddittorio chiedere ai giovani di rinunciare o di limitare strumenti di cui gli adulti stessi non possono fare a meno.

Tuttavia, l’uso scolastico delle tecnologie non può essere accettato acriticamente. Il dibattito emerso nel Convegno ha sottolineato come la priorità debba essere etica: la tutela della privacy, la trasparenza degli algoritmi, la gestione dei dati personali e il rischio di disuguaglianze nell’accesso e nell’uso consapevole delle tecnologie sono questioni decisive. L’Intelligenza Artificiale può amplificare asimmetrie tra chi possiede competenze critiche e chi ne fa un uso passivo, generando nuove forme di disuguaglianza educativa. Pertanto, è necessaria un’educazione digitale che non si limiti alla padronanza operativa, ma promuova una alfabetizzazione critica e responsabile.
In questo contesto, la tecnologia non deve sostituire il docente né diventare una scorciatoia per l’apprendimento, ma essere integrata in un progetto educativo più ampio. Il docente, come Magister, ha il compito di mediare culturalmente e eticamente l’uso delle tecnologie, aiutando gli studenti a interrogarsi sui limiti, sui rischi e sul significato dell’innovazione. Solo così la tecnologia può diventare occasione di cittadinanza, consapevolezza e cura dell’altro, anziché fattore di isolamento o di frammentazione.

Conclusione
Nel complesso, la riflessione sulle Nuove Indicazioni Nazionali 2025 conferma che la scuola non può essere ridotta a un luogo di trasmissione di contenuti né a un laboratorio di metodi. La sfida consiste nel mantenere un equilibrio tra “cosa” e “come”, tra conoscenze e competenze, tra autonomia professionale e responsabilità educativa. Le Indicazioni possono offrire un quadro di riferimento utile, soprattutto in una fase di cambiamento e di rinnovamento delle professionalità, ma è il docente che, attraverso l’analisi dei bisogni degli alunni e il progetto educativo della classe, deve fare la differenza

La qualità dell’azione educativa dipende dalla capacità della scuola di esercitare la propria Autonomia e di progettare in modo consapevole il Curricolo d’Istituto.
La centralità della persona, la responsabilità etica e la cura della relazione educativa costituiscono la base su cui costruire una scuola capace di rispondere alle sfide contemporanee. Per rendere operativa questa prospettiva, è necessario rafforzare i Patti di comunità, promuovendo un’alleanza stabile tra scuola, associazioni, enti e territorio, con l’unico obiettivo del benessere degli alunni. Solo attraverso una comunità educante autentica la scuola potrà davvero “ripensare” se stessa, non come ripetizione del passato, ma come progetto di futuro.


*Presidente AIMC - sezione di Giarre

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