Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post

sabato 19 settembre 2026

CRISTIANI IRRILEVANTI?

 


La sfida di una chiesa nuova:


Incontro con

 don Armando Matteo*



-di Stefano Zecchi

L’irrilevanza del cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”. Queste le parole che don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo incontrato. 

Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti? 

Ogni aspetto dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema dell’irrilevanza. 

Con questa parola, intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana. Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù, all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul sentimento religioso degli occidentali. 

Di fronte a tutto questo, non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce, provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente bisogno. 

Nel tempo dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo inventarci qualcosa di super strabiliante. 

Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca

Un cambiamento d’epoca… ci siamo accorti di questo cambiamento? 

Purtroppo, nessuno come i vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana. 

E il cristianesimo con cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare questa nuova condizione dell’Occidente. 

La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e continua a non scuoterci? 

Come ricorderai su questa espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza cristiane. 

 

Le nostre parrocchie, le nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una “caramella ciucciata da altri”, perché? 

Ripeto: cambiare non è mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri. 

Noi siamo animali che hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di costanti. 

E questo vale anche a livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione. 

Le nostre messe festive, non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante per le nuove generazioni? 

L’espressione più efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione, nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di “festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene al secolo e al millennio scorsi! 

 Non credi che il più grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone? 

L’immensa tristezza per la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.

Rocca Quindicinale N° 19 

*don Armando Matteo*, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede. Già Assistente Nazionale AIMC.

 

 

venerdì 18 settembre 2026

COSTRUIRE COMUNITA'

 

Creare e costruire comunità: 

la chiave per vivere da cristiani


In vista delle Giornate di Borca, che si terranno dal 18 al 20 settembre in forma residenziale, con la presenza del Vescovo, Enrico Trevisi, e nelle quali si affronterà il tema “La buona notizia del Vangelo oggi. Linguaggi, relazioni, strade per crescere verso la pienezza”, abbiamo raggiunto Luciano Manicardi, monaco di Bose – che sarà ospite proprio alla tre giorni per favorire l’approfondimento sul tema delle Giornate – per rivolgergli alcune domande. 

 Colpisce sempre quanto si dice dei primi cristiani: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola …” (Atti 4,32). Questa testimonianza, queste relazioni erano la strada per annunciare la profonda realtà che li aveva conquistati e che stavano vivendo. Come attualizzare quell’esperienza in un momento storico in cui siamo spinti sempre più verso l’individualismo, per portare la buona notizia del Vangelo e dell’incontro con Gesù, sia come singoli che come comunità? 

La narrazione degli Atti è segnata da idealizzazione e generalizzazione che coprono le tensioni e i conflitti intra-ecclesiali e inter-ecclesiali che lo stesso Luca narra sempre negli Atti. Dovremmo cogliere quei testi come indicatori di una meta, e dunque di una via da percorrere. Infatti, il genio del cristianesimo sta nel creare comunità, ovvero nell’innestare nella fede nel Cristo Risorto e nel dare forma ecclesiale al bisogno antropologico dell’uomo che cerca la comunità perché è un essere relazionale, un essere parlante e un essere cosciente di dover morire. 

Questa dimensione antropologica viene risignificata evangelicamente rendendo possibile la convivenza dei diversi nel nome di Gesù Cristo. 

Questa costruzione comunitaria è la fatica perenne della vita cristiana. 

Quasi sessant’anni fa, Joseph Ratzinger scriveva: “Dalla crisi della chiesa che vediamo oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perso molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Oltre che perdere numericamente degli aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società … Come piccola comunità essa solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri … Ma, da tutto questo, da una chiesa interiorizzata e semplificata, uscirà una grande forza. Gli uomini, infatti, saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo”. 

L’individualismo è l’altra faccia della solitudine per cui oggi gli umani sono “solitudini connesse” che abbisognano di relazione concreta, fraternità, prossimità. Nello spazio cristiano si tratta oggi di creare piccole comunità, microcosmi, formati da persone convinte, che vi aderiscono per libera scelta e che con la qualità delle loro relazioni narrano la potenza del vangelo. Nel Nuovo Testamento le comunità cristiane non si chiamano solo “chiesa” (ekklesía), ma anche “fraternità” (adelphótes): è così nella prima lettera di Pietro (2,27; 5,9) dove ci si riferisce a comunità numericamente esigue e minoritarie nel contesto pagano. 

Si tratta di porre al centro della vita ecclesiale i legami e le relazioni di fraternità: infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo, le comunità di fede, minoritarie, possono guadagnare in densità e intensità ciò che perdono in estensione. 

 Quali sono i luoghi in cui oggi ci si può formare per annunciare il Vangelo alla realtà odierna? 

I luoghi devono essere le concrete comunità cristiane. Se le chiese locali non adempiono questo compito, che ci stanno a fare? Chiediamoci: qual è la ragion d’essere di una chiesa, di una comunità cristiana? È quello di alimentare, sostenere, affinare la relazione con Dio Padre, nello Spirito santo, per mezzo di Gesù Cristo dei battezzati. Questo compito deve diventare la priorità di una comunità cristiana. A costo di sacrificare ad essa altre attività pastorali e iniziative diocesane. In tempi in cui ci si chiede se siamo gli ultimi cristiani e ci si interroga sulla problematicità della cosiddetta “trasmissione della fede”, occorre assumere coraggiosamente una priorità attorno a cui impostare la vita della comunità cristiana. 

Occorre dare ai battezzati gli strumenti per crescere nella fede. Ovvero, introdurre alla conoscenza delle Scritture e, tra le Scritture, massimamente i vangeli, “in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18). I cristiani fondano la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della rivelazione. Su questa base, si tratta di iniziare alla preghiera personale, alla meditazione, alla lotta spirituale, al discernimento, così come ad abitare la solitudine e il silenzio per riconoscere la presenza del Signore in sé e negli altri. Il primato della trasmissione della vita spirituale è poi essenziale nei confronti di giovani che vivono una sorta di analfabetismo di fede e sono sprovvisti di strumenti per fondare antropologicamente il dinamismo della fede, per far aderire parole e gesti della fede alla loro concreta esistenza. 

a cura di don Sergio Frausin 

Fonte: Il Domenicale di San Giusto


Immagine

 

venerdì 11 settembre 2026

IL BENE E LA GIUSTIZIA

 


'Chi vive 
per il Bene 

e la Giustizia 

entra in Dio 

qui e ora'


Intervista a Vito Mancuso 

a cura di Daniele Madau 

Nella fascetta che accompagna e racchiude il suo ultimo saggio, c’è scritto: ‘Un grande maestro dei nostri tempi’, perché in questo periodo di postverità e decostruzione, ha saputo incarnare il nuovo desiderio di senso, il senso della vita, il bene e il male, la libertà, la speranza, il rapporto tra ragione e fede. E’ un piacere, allora, dialogare con Vito Mancuso, in Sardegna per tre appuntamenti, promossi dal ‘Club di Jane Austen Sardegna’, tra Tortolì, Sant’Antioco e Cagliari, per portare dentro tre rassegne diverse le domande che attraversano da anni il suo lavoro filosofico e teologico. Studioso tra i più conosciuti nel dibattito culturale italiano, Mancuso ha costruito la propria ricerca nel confronto tra pensiero filosofico, tradizione religiosa, coscienza individuale e conoscenza scientifica. 

Nell’ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, torna sulla figura di Gesù e sul rapporto tra il personaggio storico e il Cristo della fede. Da quella distinzione si aprono interrogativi più ampi: che cosa significa credere oggi, quale posto occupa la verità, quanto siamo realmente liberi, come si orienta una vita verso il bene. Le sue posizioni sono rivoluzionarie e, in alcuni casi, in assoluta controtendenza nei confronti della tradizione, ma proprio per questo vanno studiate con apertura, rispetto e interesse anche da chi è sempre stato all’interno del credo ortodosso. L’incontro di oggi è un dialogo di crescita e contatto umano profondo. 

Professor Mancuso, il suo ultimo lavoro, ‘Gesù e Cristo’, è un poderoso volume, sulla figura del Gesù della storia e del Cristo della fede. Tra i numerosi personaggi che lei analizza da un punto di vista del tutto nuovo, da Barabba alla commovente possibile storia di Maria, incontriamo, però, nella parte indubbiamente più originale, un Gesù perdente, che si abbandona alla morte, non volendola, chiamando il Padre. È questo ciò di cui ha bisogno la società oggi, magari perché riesce a identificarsi meglio in questo nuovo Gesù? 

Il presente, l’oggi, come sempre, ha bisogna di una sola cosa: la verità. ‘Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’. Questo proclama del Gesù del quarto vangelo, il vangelo di Giovanni, penso che sia valido per tutte le persone e per tutti i tempi. Ora, parlando di verità, il fatto che la morte di Gesù sia una sconfitta emerge in maniera incontrovertibile dal vangelo più antico, quello di Marco, e viene ripreso dal vangelo a quello successivo in ordine cronologico, quello di Luca. Nel vangelo di Giovanni, però, quello più recente, la morte di Gesù è presentata in un modo completamente diverso, e si passa dalla sconfitta al compimento, con quel verbo greco al tempo perfetto – il tempo che indica proprio l’azione compiuta, conclusa: ‘Tutto è compiuto’- che presenta la realizzazione di un progetto. 

Secondo me, però, occorre riprendere quello che è il dettato del Nuovo Testamento, al fine di restituire, per tornare alla parte iniziale della risposta, il più possibile la verità. Per rispondere, poi, ancora più precisamente alla domanda, io non so se questo Gesù sia ciò di cui ha bisogno la società oggi; so, però, che la società stessa non è più disposta a ricevere i dogmi tradizionali presentati come verità assoluta. 

Uno degli argomenti più forti di ‘Gesù e Cristo’ riguarda la resurrezione. Lei afferma che per quanto riguarda la sua ricezione del messaggio di Gesù, non le è necessario credere nella resurrezione per come è stata raccontata. Eppure, se Gesù rappresenta la Storia, il personaggio storico, Cristo, con la sua resurrezione, è l’Idea, che ci spinge a credere nei grandi ideali che ci permettono di trascendere la vita, passeggera ed effimera. Come preservare l’Idea senza la resurrezione? 

Io non nego la resurrezione, e neanche l’affermo. Loro, i discepoli, credevano che Gesù fosse risorto. Alcuni, se non tutti, affermano anche di averlo visto, benché i testi siano contraddittori. Una cosa è certa: io non seguo Reimarus, che ha sostenuto che il corpo di Gesù fu trafugato dai suoi discepoli per poter inventare e proclamare il racconto della sua risurrezione. Di sicuro accadde qualcosa. Ma questo credere nella risurrezione, di che cosa è significativo: che è successo qualcosa di straordinario, in base al quale, poi, il corso degli eventi è cambiato? Io non mi fermerei a questo, ma vorrei analizzare il significato ontologico profondo di ciò che loro credevano. I discepoli non riconobbero Gesù, pensiamo ai discepoli di Emmaus o alla Maddalena; questo perché non dobbiamo pensare a un semplice ‘tornare in vita’, come per Lazzaro, per la figlia di Giairo o il figlio della vedova di Nain, ma all’entrare in un’altra dimensione, senza tempo e senza spazio. ‘Deus non est corpus’, diceva San Tommaso. Quindi per me, nel suo profondo dato filosofico e teologico, la resurrezione che, ripeto, non nego ma che molto umilmente presento in modo diverso per contribuire al dibattito scientifico, significa entrare in un’altra dimensione, che si accorda con la fisica quantistica, per cui si supera la morte, e questa non esiste più. 

Quindi la resurrezione non è un momento storico, ma l’idea che Gesù, con la sua personalità vera, con la sua anima continuerà a vivere in Dio. Così noi, potremmo entrare in Dio qui e ora, vivendo nel bene e nella giustizia, e poi restare in Lui per sempre. 

Una domanda che presenterei come di aspetto metodologico. Anche in questo saggio ha testimoniato la sua acribia, la sua accuratezza nella ricerca, nello studio e nella presentazione delle fonti per le sue teorie. Una di queste mostra come il messaggio che Paolo trasmette, come ‘apostolo delle genti’, ai popoli che incontra sia stato ricevuto da Pietro. Ma Pietro era un umile pescatore, come ha potuto elaborare la grande riflessione teologica che, poi, vedremo in Paolo? 

Il fatto che Paolo abbia ricevuto da altri il messaggio è un dato incontrovertibile, che lo stesso Paolo conferma. I discepoli credevano che Gesù fosse risorto, tuttavia non toccavano con mano quel regno di cui lui aveva parlato tutto il tempo. Per loro, quindi, per le prime comunità cristiane, era fondamentale e naturale chiedersi: ‘Come mai il maestro è morto? Questa era la domanda: ‘Come mai Gesù è morto?’ Cosa fecero, allora, quelle prime comunità, per rispondere e per risolvere il problema? Quello che fanno tutti i credenti, ricorrere ai testi sacri, in questo caso alla Bibbia ebraica, a Isaia, a Zaccaria, ai Salmi. Così scoprono alcuni passi, come Isaia 53 sul servo di Jahvè che deve morire, che loro interpretano come profezia. Pietro, non a caso, negli Atti degli apostoli, emerge sempre come figura principale. È sempre il primo negli elenchi: del resto, è colui a cui sono state date le chiavi del regno. Per le prime comunità cristiane era una figura di riferimento assoluto. Certo, insieme alla sua stessa comunità, con i suoi stretti discepoli, avrà elaborato il messaggio che, poi, arriverà a Paolo. Il ‘primo degli apostoli’, quindi, come simbolo, non lui individualmente, si fa interprete della necessità di intendere la morte di Gesù non come sconfitta ma come progetto, per cui il quarto evangelista, Giovanni, darà alla luce la grande ‘teologia del compimento’. Consegnerà a Paolo questa costruzione teologica che l’apostolo della genti, come dice lui stesso nella lettera ai Corinti – scritta poco dopo la più antica delle lettera paoline, la più vicina alla morte di Gesù, la prima ai Tessalonicesi, secondo alcuni studi – trasmetterà ai nuovi fedeli: Gesù è morto per i nostri peccati ‘secondo le scritture’, diventando il secondo Adamo. 

Nel suo volume precedente, prettamente filosofico e dedicato a Kant, ha analizzato le tre domande con le quali il filosofo tedesco riassume ogni interesse della ragione, sia speculativo sia pratico. Una di queste chiede: ‘Cosa ci è lecito sperare’. Ecco, cosa ci è lecito sperare in questo periodo, anche di grande vociare politico, mentre ormai entriamo nell’ultimo anno di governo e inizia la campagna elettorale? Pensando a un altro dei suo recenti saggi, ‘I quattro maestri’, forse l’etica dello Stato di Confucio potrebbe guidarci? 

La più grande speranza che possiamo coltivare, pensando alla singolarità di ogni essere umano, è la speranza nella vita eterna. Anche in un mondo in cui è evidente la decadenza etica e spirituale, in questa nostra storia sempre più complicata, è possibile coltivare la dimensione contemplativa della vita, è possibile agire per il bene: insomma salvare la propria anima, che è il vero obiettivo di ogni ricerca spirituale. Rendere l’anima capace di accogliere l’eterno. Questa è la speranza intesa come virtù teologale. Sulla lettura del presente, lo sappiamo, entrano in gioco tante analisi, che ci portano a volte a sperare, a volte a disperare. A esempio, parlando di stretta attualità socio-politica, ho paura che si disgreghi il sogno dell’Unione Europea, ho paura per il clima, per il rischio di perdere le nostre sensibilità e la nostra umanità nella realtà artificiale, per lo scollamento tra generazioni: sono tante le paure, inutile ricordarle. Non è la prima volta che questo accade, il mondo non è mai stato un posto tranquillo: pensiamo al tempo di S. Agostino, a un mondo che crollava e alle paure che questo portava. Anche non sognando più, come da ragazzi, come era capitato a me, che il futuro sarebbe stato sempre migliore, noi possiamo sperare di salvare la propria anima. 

Mi permetto una riflessione personale, a cui penso spesso, ricollegandomi proprio a S. Agostino, e a una ‘teologia della storia’: come realizzare la città di Dio, la città celeste di S. Agostino in terra? Per riallacciarmi alla domanda precedente, a me viene in mente un nuovo accordo tra religione ed etica, tra spiritualità e senso dello Stato. Mi vengono in mente i sovrani illuminati, come Caterina II di Russia. 

Le due città, di Dio e degli uomini, sono destinate a rimanere tali, distinte. Per S. Agostino non c’è nessuna possibilità che questo popolo di dannati – libro IV della ‘Città di Dio’- diventi il ‘popolo di Dio’. Questo popolo è una minoranza di pochi eletti da Dio, con la grazia che scende verticalmente dall’alto. Questa è l’immagine di S.Agostino, soprattutto del secondo Agostino, quello della maturità. Il primo Agostino, neoplatonico, io lo cito spesso, perché rappresenta la spiritualità in cui mi ritrovo, quella che al centro presenta l’anima e l’interiorità. Nel ‘De vera religione’, in cui non c’è mai un accenno alla morte e resurrezione di Gesù, si dice che sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, l’anima umana può aprirsi a Dio, cioè al bene. ‘Noli foras ire, in te impsum redi: in interiore homine habitat veritas’, ‘Non uscire fuori, ritorna in te stesso; nell’uomo interiore abita la verità’. 

La verità del libero arbitrio capace di discernere il bene e l’amore. Questo è difficile, per tornare al rapporto tra religione e Stati, che possa accadere nel potere politico, che è spesso governato da logiche del tutto diverse. 

Conoscendo la sua passione per lo studio e la scrittura, immagino sia al lavoro per un nuovo saggio: è così? E nel caso, ci può anticipare qualcosa? 

Sì, ho affrontato e terminato un lavoro sul grande problema del male, di prossima uscita, in autunno, a novembre.

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

 

venerdì 17 luglio 2026

UNA PICCOLA MINORANZA

 


La Chiesa diventata 

piccola minoranza


Era stato Ratzinger al Concilio 

a fare questa profezia di minoranze 

significative per il rinnovamento.


-di Enzo Bianchi 

Conosciamo tutti la profezia del teologo Joseph Ratzinger che, avendo partecipato alla fatica del Concilio, inaspettatamente predisse che nei decenni a venire la chiesa sarebbe diventata una piccola minoranza. Si parlava allora di minorités agissant, minoranze significative ed efficaci, e sorgevano comunità che credevano fortemente in questa dinamica capace di rinnovamento e di mutare anche situazioni e sorti umane. Si nutriva una visione ottimistica circa questa possibilità: la chiesa diventata umile e povera sarebbe ripartita dai suoi inizi, non avrebbe conosciuto la prosperità, non avrebbe più goduto dell’appoggio dei poteri mondani e si sarebbe dovuta spogliare di molti beni… 

Per alcuni cattolici questo era un sogno, un desiderio, oggetto d’invocazione. 

Da allora sono passati alcuni decenni e di fatto qualcosa si è avverato della profezia di Ratzinger: la chiesa sta abbandonando molti luoghi di culto e molti edifici, sovente venduti per diventare o spazi destinati ad altri culti, o luoghi culturali, o commerciali. Il numero dei presbiteri è più che dimezzato e le religiose stanno per scomparire. Tra i monaci, poi, che non hanno vocazioni, si registra un invecchiamento che rende le loro comunità precarie e umanamente povere. Non è facile nutrire speranza nel futuro per una tale chiesa e un giovane fa molta fatica ad aderire a chiamate verso cammini di vita pastorale o religiosa, oggi assolutamente non attraenti. 

Per ora quella chiesa più spirituale plasmata dalla primitiva ecclesiae forma, la chiesa delle origini, non appare perché la mondanità ha cambiato forme ma regna come prima, come al tempo della cristianità. Sì, c’è chi esalta l’attuale momento di crisi e lo considera un’occasione preziosa per il Vangelo, un’ora pasquale, un tempo di riuscita, ma in questo caso mi sembra che sia un tentativo di coprire la crisi con un’ottica ottimista che rimuove ogni responsabilità, operazione tipica di chi della sua impotenza fa una virtù! 

Il Concilio – certamente non tutti i documenti del Concilio, ma le costituzioni dogmatiche – ha tracciato un cammino di riforma serio e fortemente impegnativo, ma di questa riforma che ne è dopo sessant’anni? Avvenuta in parte nella liturgia eucaristica si è arrestata a un certo punto e per quanto riguarda la vita di preghiera dei fedeli non si è fatto nulla. Di fatto la si è impoverita e si mantiene una grave contraddizione: basti sentire i canti che il popolo di Dio continua a fare, vedere le processioni sempre più dotate di bizzarre invenzioni e creazioni, per notare una contraddizione tra la liturgia voluta dal Concilio e la preghiera della comunità cristiana. So che viene chiamata “pietà popolare” e anche esaltata, ma non è in conformità con la teologia espressa dalla fede e dalla liturgia della riforma conciliare. Si disprezza il rito Vetus Ordo mantenuto dai tradizionalisti fino a volerli escludere dalla comunione cattolica e si tollerano e si promuovono processioni – vere e proprie eredità delle processioni celebrate dai fenici che portavano su carri o sulle spalle i loro dèi – con canti e invocazioni più pagane che ispirate dal Vangelo. 

Perché non c’è volontà di purificazione della liturgia? 

Ho partecipato ancora una volta a un raduno di fedeli cattolici provenienti da diverse chiese locali e con altri osservatori attenti notavamo che le domande che emergevano chiaramente vertevano proprio su tali contraddizioni: questi fedeli portavano a testimonianza liturgie celebrate nelle loro chiese per le quali avevano patito scandalo proprio a causa del misconoscimento della riforma liturgica conciliare. 

Com’è possibile permettere e favorire tale pietà popolare e poi insistere che nulla sia tralasciato e nulla mutato nella liturgia eucaristica senza tener conto dell’assemblea? Vere e proprie contraddizioni che non aiutano né la partecipazione alla liturgia né la vita di fede. 

Ho già fatto notare su queste colonne l’invito della Conferenza Episcopale Italiana nel documento di attuazione del sinodo (2025) ad aprire i cantieri per una revisione del linguaggio dell’eucologia nella liturgia e c’è già qualche vescovo avveduto e intelligente che si è messo all’opera. Non sarà un lavoro né facile né breve e non si deve ripetere l’errore dell’ultimo messale, quando è stato affidato il compito di lavorare sulle collette ad alcuni, concedendo loro pochi mesi per la stesura. Occorre ricerca e studio e si ricorra a biblisti e liturgisti esperti delle fonti, non a esperti di pastorale come è successo in Italia recentemente, dove abbiamo finito per ritrovarci di fronte a una traduzione dei Salmi gravemente carente e non cantabile. Occorrono liturgisti, non antropologi! Questo rinnovamento è necessario a partire dalle “collette”, dalla “secreta” e dal “post-communio”, che risentono molto della loro origine medievale e di un linguaggio vecchio, non più capace di esprimere l’amore sempre preveniente e gratuito del nostro Dio. 

Una Chiesa unita

Papa Leone con la sua mitezza e il suo fermo desiderio per l’unità della chiesa può fare molto in quest’ora difficile, segnata da un accrescersi delle divisioni, delle polarizzazioni e delle contrapposizioni non solo nel mondo, tra i popoli, ma anche tra le chiese e nella chiesa cattolica stessa. Proprio in questi giorni, non possiamo tacerlo, vengono ordinati quattro vescovi nella Fraternità San Pio X, guidata da Lefebvre, senza il mandato pontificio. Significherà la scomunica e lo scisma. Papa Ratzinger aveva tolto la scomunica e Papa Francesco nella sua grande passione di unità durante l’anno della misericordia aveva dato alla Fraternità la possibilità di celebrare legittimamente i sacramenti. Nonostante questo atteggiamento di benevolenza purtroppo oggi lo scisma si consuma, e in modo irreparabile. È una ferita per la chiesa della quale non possiamo rallegrarci e ci rincresce che in tanti anni non ci sia stato un dialogo efficace fino al ristabilimento della comunione. Tutto il corpo di Cristo è lacerato, tutti ne devono soffrire. 

Il Vetus Ordo

Anche da questa realtà di chi continua a celebrare secondo il Vetus Ordo, pur dicendo il nostro fermo disaccordo in obbedienza alla riforma liturgica conciliare, dobbiamo lasciarci interrogare. In Italia non sono molti i cristiani tradizionalisti, ma in altri paesi la loro presenza è eloquente e s’impone, come in Francia, dove assicurano un certo risveglio della vita cristiana dopo una stagione segnata da esteso secolarismo e profonda indifferenza. Il fenomeno del pellegrinaggio a Chartres, le “Sentinelle del mattino” nella chiesa di Parigi, sono una novità che raduna soprattutto giovani che non arrossiscono nel professare il Vangelo di Gesù Cristo. Purtroppo i presbiteri che sono presenti tra di loro soprattutto a livello liturgico non solo seguono il Vetus Ordo, ma lo celebrano anche nelle sue devianze che si manifestano in celebrazioni individuali e simultanee sotto le tende gli uni accanto agli altri. Ho interrogato con attenzione questi giovani sulle motivazioni della loro appartenenza a queste porzioni di chiesa tradizionaliste e sempre mi è stato risposto che dai tradizionalisti la celebrazione dell’eucaristia è seria, è curata, senza protagonismi del celebrante, e i canti gregoriani sono eloquenza della fede, non vergognose canzoni da happening…”. Sì, cercano ciò che la liturgia scaturita dalla riforma del Concilio dovrebbe dare loro, né più né meno, anzi da quest’ultima riceverebbero di più, perché è ispirata dalla parola di Dio. 

Ma attualmente le eucaristie nelle nostre chiese raramente sono ben celebrate, secondo le vere intenzioni della riforma. Lo dico da testimone, perché per due anni ho partecipato a messe domenicali parrocchiali, essendo fuori comunità, e grande è stata la mia desolazione o per la celebrazione scadente o per le miserie dell’assemblea. 

Io nutro la speranza che i vescovi italiani che hanno avuto il coraggio di aprire i cantieri di una nuova riforma liturgica riescano veramente ad attuarla, e sarà un’occasione per rinnovare la comunità cristiana che celebra il grande mistero della sua identità: essere corpo di Cristo!

Vita Pastorale  

Immagine

lunedì 6 luglio 2026

LA ZATTERA E IL MARE


 L’umanità 

al bivio 


di Lampedusa


Su quest’isola si decide quale civiltà vogliamo costruire: quella che riconosce il volto dell’altro e se ne prende cura, oppure quella che lo lascia naufragare nell’indifferenza. 

 

di Corrado Lorefice *

 Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco

Il suo messaggio è stato chiaro, potente: «Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso». 

È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono. 

E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro – del «pescatore di uomini» – a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile. 

La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano. 

Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione – che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune – significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz. 

La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. «Mai più» è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento

Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare «Umanità!» in nome di Dio (« Magnifica humanitas »!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde. 

Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre – e non ci avvelena – solo se condiviso.

*Arcivescovo di Palermo 

Avvenire

venerdì 3 luglio 2026

I TRE VOLTI

 


I tre volti 

di 


uno scisma





-di Giuseppe Savagnone 


Il volto ecclesiale

La scelta della Fraternità sacerdotale San Pio X di ordinare quattro nuovi vescovi si può considerare sotto profili diversi. Il più evidente – di cui soprattutto si sono occupati i media – è quello ecclesiale. Dopo la scomunica da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1988 fece seguito all’ordinazione di altri quattro vescovi da parte del fondatore della Fraternità, mons. Lefebvre, c’erano stati degli sforzi di riavvicinamento, culminati nella remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, che aveva anche ammesso nuovamente l’uso del messale preconciliare.

Papa Francesco aveva revocato la liberalizzazione della messa in latino, ma aveva concesso ai preti lefebvriani la potestà di confessare durante il Giubileo della misericordia (2015-2016) e la possibilità – da valutare però caso per caso – di celebrare matrimoni.

Con la decisione di ordinare altri quattro vescovi senza il mandato della Santa Sede, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha respinto l’accorato appello di papa Leone a mantenere aperto il dialogo e ha reso inevitabile una nuova scomunica. Si tratta, infatti, di una sfida aperta all’autorità del pontefice, come era stata quella del defunto mons. Lefebvre. Un gesto che consacra la disobbedienza della Fraternità al papa, rompendo la comunione con lui, e determina automaticamente lo scisma.

Questa mossa, in verità, può apparire – e secondo molti è – contraddittoria con la volontà della Fraternità di ritornare al Catechismo di Pio X, in cui è rigorosamente prescritta l’obbedienza al papa. Ma già secondo Lefebvre la crisi della Chiesa era così grave da giustificare misure eccezionali per salvaguardare l’ortodossia, rendendo leciti atti normalmente proibiti dal diritto canonico. 

E anche don Pagliarani si appella a uno “stato di necessità” per una presa di posizione che a suo avviso è motivata da una più profonda fedeltà alla Chiesa e al papa, perché volta a ricondurli alla retta interpretazione della tradizione ecclesiastica. Come scrive nella sua risposta all’appello di Leone: «Lungi da noi il volerci separare dalla Chiesa di Roma – si legge nel testo – al contrario, desideriamo servirla con mezzi straordinari, come si soccorrerebbe una madre in difficoltà che necessita di un aiuto particolare, anche se tale aiuto non è compreso da tutti».

Le ragioni del dissenso

La Fraternità, infatti, ritiene che il Concilio Vaticano II abbia creato una frattura nella tradizione della Chiesa e abbia dunque tradito lo spirito del cattolicesimo. Un punto cruciale è, a questo proposito, il riconoscimento contenuto nella dichiarazione conciliare Dignitatis humanae  – poi sviluppato in particolare da Giovanni Paolo II e da papa Francesco con gesti pubblici di apertura e di dialogo –  che c’è della verità anche nelle altre religioni e nelle altre confessioni cristiane, valorizzandone così la funzione spirituale, invece di bollarle semplicemente come errori da combattere in nome dell’unica verità rivelata e di cui solo la Chiesa cattolica sarebbe depositaria.

Ma ad apparire inaccettabile ai seguaci di mons. Lefebvre è anche la nuova dimensione comunitaria introdotta dalla costituzione conciliare Lumen gentium, che rovescia la concezione piramidale e gerarchica della Chiesa, mettendo in primo piano il popolo di Dio, desacralizzando la gerarchia e valorizzando il laicato.

È solo una conseguenza di queste divergenze di fondo quella che spesso è stata scambiata per il problema cruciale, la celebrazione della messa in latino. Dove in realtà la questione della lingua è certo significativa, ma secondaria rispetto al fatto che si tratta di una messa celebrata con un rito non rispondente alla nuova visione del Concilio.

Un solo esempio: una delle novità della messa post-conciliare è il fatto che il celebrante non dà le spalle al popolo – volgendosi come suo rappresentante ad Orientem, verso Dio – ma celebra rivolto ai fedeli, partecipando insieme a loro alla comune mensa sacrificale.

È evidente che quello della Fraternità San Pio X è una reazione a tutto ciò che di nuovo la Chiesa ha espresso in questi anni. Eppure, deve far riflettere il fatto che, contrariamente a quanto molti immaginavano nel 1988, essa non si è estinta con Lefebvre, ma è cresciuta. Se allora contava poco più di duecento sacerdoti, l’anno scorso ne contava 733, con altri 264 seminaristi, oltre a religiosi e religiose presenti in numerosi Paesi e alcune centinaia di migliaia di laici che gravitano attorno alle sue opere.

Non solo. All’interno della stessa Chiesa cattolica si registrano segni di nostalgia del passato. E quello che colpisce è che essi vengono soprattutto dai giovani preti, con il ritorno a un accentuato ritualismo, all’uso della talare, alla sottolineatura dell’autorità dei presbiteri. È come se si sentisse il bisogno di puntare su contrapposizioni nette e di trincerarsi dietro forme rigide, per difendere una identità minacciata dalla complessità e dalla problematicità della realtà attuale. Ma, in definitiva, è una fuga dai dubbi e dal confronto, che rivela una sostanziale debolezza.

Il volto teologico-culturale

Questo apre la strada a un secondo aspetto dello scisma, assai meno trattato, quello teologico-culturale. Liquidare lo smarrimento di cui si è detto come un fatto meramente psicologico rischia di coprire i problemi che il cristianesimo – non solo quello cattolico – sta affrontando, in questa che – come lucidamente ha precisato papa Francesco – non è un’epoca di cambiamento ma un cambiamento epocale.

Il distacco dalla Chiesa di masse sempre più imponenti di fedeli evidenzia la difficoltà del messaggio cristiano a presentarsi come attuale e coinvolgente per gli uomini e le donne del nostro tempo. Più che le chiese vuote, il problema sembra la difficoltà delle persone – anche di chi ancora le frequenta – a trovare credibile il Vangelo e a vivere con l’intensità di una volta la loro adesione di fede nel nuovo contesto culturale.

Da qui i tentativi di diversi teologi di pensare in modo nuovo l’oggetto di questa fede, anche ricorrendo a vere e proprie rivoluzioni dottrinali, come quella implicita nelle diverse forme di post-teismo, che arrivano a rimettere in questione perfino l’esistenza di un Dio trascendente il mondo. Col rischio, però, che, piuttosto che di un’attualizzazione delle verità da sempre credute, si tratti di una loro sostituzione con altre.

E anche nel modo di concepire il pluralismo religioso, il rispetto per le altre fedi finisce a volte per tradursi nella riduzione della figura di Gesù Cristo a quella di uno dei tanti fondatori di religioni, spogliandola della divinità che le attribuisce il Credo elaborato dalla Chiesa indivisa nel primo millennio della sua storia. Col risultato di svuotare l’idea centrale del cristianesimo, che è quella dell’assunzione della nostra umanità da parte di Dio stesso.

Da qui l’irrigidimento di chi, per difendere la tradizione, la identifica con una pura e semplice conservazione, assumendo come assoluta questa o quella formulazione del passato, senza rendersi conto dell’arbitrarietà di una simile scelta: perché proprio il catechismo di Pio X, o le formule del Concilio tridentino, e non altre fasi della storia cristiana?

Quando invece ogni tradizione è per sua natura dinamica e deve sempre fare i conti con i nuovi contesti culturali in cui si trova a vivere, arricchendosi grazie ai loro apporti. Quella della Chiesa, poi, è il processo attraverso cui i discepoli di Gesù sono chiamati a una sempre più profonda comprensione del suo messaggio, sotto la guida dello Spirito Santo, come ha promesso il Maestro ai suoi prima di lasciarli.

Ciò non avviene, però, senza il contributo attivo degli uomini e delle donne di ogni epoca. E, per quanto riguarda la nostra, la Chiesa non potrà far fronte adeguatamente al suo compito di traduzione del Vangelo nel linguaggio del nostro tempo senza un forte slancio di pensiero creativo e, al tempo stesso, fedele all’essenziale. Il richiamo del passato, di cui lo scisma è una manifestazione, rivela questa difficoltà a costruire il futuro.

Il volto politico

Ma c’è anche un terzo volto di questo scisma, che non va trascurato, quello politico. L’opposizione al messaggio sociale proposto energicamente dagli ultimi papi ha avuto il suo fulcro, negli Stati Uniti, in ambienti religiosi conservatori, prevalentemente evangelici, ma in una certa misura anche cattolici. E, reciprocamente, il messaggio che viene da un’esperienza come quella della Fraternità è decisamente di appoggio alla destra, a livello internazionale come a quello italiano.

Destò un certo scalpore, a questo proposito, la scoperta che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, mons. Richard Williamson, era un deciso negazionista dell’Olocausto. E, nell’ottobre del 2013, è stata la Fraternità di San Pio X a voler ospitare la funzione religiosa dei funerali del gerarca e criminale nazista Eric Priebke.

Non è un caso, perciò, che alla consacrazione dei quattro vescovi scismatici siano stati presenti, unici rappresentanti politici, l’ex europarlamentare della Lega Mario Borghezio, oggi aderente a Futuro Nazionale (il nuovo partito di Vannacci), e una delegazione di Forza Nuova guidata da Roberto Fiore.

Una destra cinicamente aggressiva e sprezzante dei diritti delle persone e dei popoli sta dilagando in Europa e nel mondo, dagli Stati Uniti ai paesi del Sudamerica, dall’Italia alla Germania, da Israele al Giappone. La Chiesa cattolica è forse attualmente l’unica voce che si oppone a questa marea e si leva a difesa dei poveri, dei migranti, degli inermi.

Alle forze della reazione emergenti ne serve un’altra, che pretenda di essere anch’essa pienamente cattolica, e che avalli la linea di quei governanti che, come la nostra Meloni, fanno dell’erezione di muri contro i migranti il loro fiore all’occhiello, senza però voler rinunciare alla pretesa di essere paladini del cristianesimo («Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana») contro il pericolo dell’invasione dell’islam.

La Fraternità di San Pio X si presta perfettamente a questa operazione e indica comunque la direzione di una nuova conciliazione tra potere politico e cristianesimo. Anche qui, tuttavia, si tratta di una sfida che può essere salutare. Essa costringe il mondo cattolico a una riflessione sulla propria assenza dalla scena politica.

Più in generale, sotto tutti e tre i profili che abbiamo esaminato, questa riedizione dello scisma del 1988 potrebbe rivelarsi una nuova occasione di risveglio per una Chiesa spesso stanca e demotivata.

Non ci sono ricette. Come papa Leone ha ricordato nella sua enciclica, dipende da ognuno di noi decidere se lasciarsi dominare dalla logica del potere dell’omologazione espressa nella torre di Babele o contribuire alla ricostruzione delle mura della città di Dio, in cui l’umano è custodito e può fiorire. 

A ciascuno la scelta.

www.tuttavia.eu

Immagine