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mercoledì 22 luglio 2026

LA VERA SFIDA

 


La vera sfida? 


Il bene comune


Le questioni poste dal caldo estremo come (probabile) dato strutturale del futuro mostrano l’inadeguatezza dei criteri con i quali affrontiamo le grandi sfide di questo tempo. Che esigono il coraggio di saperci prendere cura di ciò che appartiene a tutti. 

di Mauro Magatti 

L’estate del 2026 sarà ricordata per il caldo. Da settimane l’Europa è attraversata da ondate di calore che hanno trasformato un fenomeno atmosferico in una questione sociale. Le città sono diventate inabitabili, gli ospedali hanno registrato un aumento dei ricoveri, gli anziani e le persone più fragili hanno pagato il prezzo più alto. L’agricoltura ha sofferto, i consumi energetici sono aumentati, lavorare è diventato difficile. Il caldo ha mostrato, ancora una volta, quanto sottile sia il confine tra normalità e vulnerabilità. 

Tutti speriamo che si tratti di un’eccezione. Ma in realtà è ragionevole pensare che si tratti di un’anticipazione di quello che ci aspetta. Se anche così fosse, non è la rassegnazione che deve prevalere. Le società umane hanno sempre saputo adattarsi. Lo faranno anche questa volta. Costruiremo edifici migliori, ripenseremo le città, svilupperemo nuove tecnologie, cambieremo le nostre abitudini. La capacità di apprendere è la grande forza della nostra specie. 

E tuttavia, sarebbe miope non accorgersi che il caldo è (l’ennesimo) segnale di una difficoltà più profonda. Davanti alle sfide che ci riguardano tutti ci scopriamo sorprendentemente deboli. È successo con la pandemia. Accade con il cambiamento climatico. Ma lo vediamo anche col disordine geopolitico, le migrazioni, il governo dell’intelligenza artificiale, gli squilibri demografici. 

Disponiamo di strumenti scientifici e tecnologici straordinari, eppure non riusciamo ad affrontare con efficacia i problemi che abbiamo in comune. Il punto è che siamo entrati in una nuova fase della storia. 

Per oltre due secoli la modernità si è costruita attorno a una promessa precisa: liberare l’individuo dai vincoli tradizionali e affidare al mercato e allo Stato il compito di organizzare la vita collettiva. È stato un progetto che ha portato libertà, innovazione, ricchezza, diritti. Ma oggi ne vediamo anche i limiti. 

Viviamo in un mondo nel quale tutto è diventato interdipendente. Le emissioni prodotte in un continente modificano il clima di un altro. Una guerra lontana cambia il prezzo dell’energia. Una crisi finanziaria attraversa il pianeta in poche ore. Gli squilibri economici e ambientali spingono le migrazioni che trasformano poi i nostri quartieri. Un virus percorre il mondo in pochi giorni. Le reti digitali mettono in relazione miliardi di persone nello stesso istante. 

L’interdipendenza è diventata un tratto costitutivo della nostra esistenza. 

Ma il problema è che continuiamo a pensarci con le categorie nate in epoche passate. Abbiamo affidato quasi tutto al mercato, immaginando che la ricerca dell’interesse individuale producesse automaticamente un beneficio collettivo. 

In molti casi è stato così. Ma i beni comuni non funzionano secondo questa logica. Nessuno, perseguendo soltanto il proprio vantaggio, può produrre un clima stabile, una pace duratura o un equilibrio demografico. 

Allo stesso modo, abbiamo delegato sempre più la nostra responsabilità personale agli apparati pubblici e ai sistemi tecnici. Ogni problema sembra dover essere risolto da un’amministrazione, da un ministero, da un’autorità, da un esperto. Gli apparati sono indispensabili. Ma quando diventano gli unici protagonisti finiscono, quasi inevitabilmente, per deresponsabilizzare cittadini, comunità, associazioni, imprese. La sussidiarietà non è un lusso della democrazia: è la condizione che rende una società capace di agire e, in questo modo, di rigenerarsi. 

Infine, continuiamo a chiedere agli Stati nazionali di governare fenomeni che hanno ormai una scala globale. Ma gli Stati possono difendere gli interessi dei propri cittadini; fanno molta più fatica a difendere interessi che appartengono all’umanità nel suo insieme. È qui che nasce la sensazione di impotenza che attraversa le democrazie contemporanee. 

Per questo il nodo decisivo non è soltanto politico o tecnologico. È culturale. E spirituale. Dobbiamo imparare a pensare il bene comune in modo nuovo. Non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire. Il bene comune è ciò che nessuno può costruire da solo e di cui tutti hanno bisogno. È l’aria che respiriamo, il clima che rende abitabile il pianeta, la pace che permette lo sviluppo, la fiducia che sostiene l’economia, la natalità che garantisce il ricambio tra le generazioni, l’ospitalità che ricrea la socialità. 

La grande questione del nostro tempo è tutta qui. Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente efficace nel moltiplicare le possibilità individuali. Ora dobbiamo imparare a generare le condizioni collettive che rendono quelle possibilità realmente vivibili. 

È dunque questa la lezione di questa estate rovente: il clima sta cambiando. 

Ma cambia anche quel mondo nel quale potevamo immaginare che i problemi comuni si risolvessero come effetto secondario delle nostre scelte individuali. 

Il XXI secolo ci pone davanti a una sfida nuova: siamo capaci di prenderci cura di ciò che appartiene a tutti? Da come risponderemo dipenderà non soltanto la qualità della nostra convivenza ma la possibilità stessa di abitare il tempo che viene.

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 21 gennaio 2025

EDUCAZIONE CIVICA A SCUOLA

 


FORUM  DELLE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI DELLA SCUOLA

AIMC, AMDZ, ANDIS, ANFIS, CIDI, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, MCE, PROTEO FARE SAPERE

 Coordinatore  Antonio Giacobbi  - agiacobbi2010@libero.it

 Le nuove linee guida di educazione civica: una forzatura ideologica

Prima di emanare le nuove Linee guida di educazione civica, il ministro avrebbe dovuto, come previsto dal DM 35/92, ascoltare le scuole e fare un serio lavoro per comprendere come integrare quelle precedenti. Non lo ha fatto. Ha deciso invece dì riscrivere il testo. Perché? Sono le stesse ragioni per cui ha affidato alla commissione Perla la revisione delle Indicazioni nazionali del primo ciclo: virare decisamente su una curvatura ideologica e identitaria.

Avviene ormai con troppa frequenza che un cambiamento di governo porti con sé la voglia di intervenire sulla scuola marcando la differenza con ciò che è stato fatto in precedenza. Si pensi alla valutazione nella scuola primaria, alla “ispirazione” suggerita per le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, ai provvedimenti sul rapporto tra scuola a e lavoro, al voto in condotta e alle misure punitive. Al di là del merito, non va bene: la scuola non è un ufficio in cui applicare pratiche, ha bisogno di tempi più lunghi di formazione, di elaborazione, di esperienze. E di rispetto per il lavoro dei docenti che richiede anche di non gettare alle ortiche il lavoro fatto negli anni.

Rinviamo per approfondimenti ai contributi sui siti nazionali delle nostre Associazioni. E inoltre: L. Rondanini su Scuola7 del 23 settembre 2024 e il sito www.gessetticolorati.it

 1)    Il nuovo testo ha preso atto di alcune integrazioni alla legge originaria dovute alla L. 21/2024: “Interventi a sostegno della competitività dei capitali ecc.”. E così prevede, ad esempio, “…l’educazione finanziaria e assicurativa e la pianificazione previdenziale”. Non possono essere queste le finalità dell’educazione civica previste dalla legge istitutiva che recita: “L'educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”.

2) 2) I tre nuclei concettuali sono confermati: Costituzione, Sviluppo sostenibile, Cittadinanza digitale. Il testo definisce anche i traguardi di competenza e gli obiettivi di apprendimento, lo richiede la legge 92/2019.

Accanto ai valori della Costituzione, vi sono alcuni elementi che “marcano” una concezione dell’educazione civica molto discutibile che non condividiamo. a) L’idea di Patria come elemento identitario. È sottolineata in diversi punti. Ne riportiamo uno. Le Linee guida promuovono obiettivi di apprendimento “coerenti con quel sentimento di appartenenza che deriva dal nascere, crescere e convivere in un paese chiamato Italia” e ancora una “comune identità italiana come parte della civiltà europea e occidentale e della sua storia”. La visione che propone il testo è fortemente ideologica, italocentrica e nazionalistica, e va ben oltre quanto leggiamo in Costituzione, dove la parola Patria, sicuramente importante, è citata solo due volte. Le Linee Guida oscurano o, meglio, trascurano volutamente un fatto: l’idea di Patria ha un senso solo se non prevede recinti e confini che impediscono la comprensione, l’azione e la formazione dei cittadini del mondo.

Come non ricordare Don Milani:” Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro” (Da L’0bbedienza non è più una virtù).

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace”

c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere.

 Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento;

valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma  16)

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace” c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere. Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento; valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma 16)

Prima di Prima di tutto la Costituzione

I moltissimi traguardi per lo sviluppo delle competenze e obiettivi di apprendimento possono produrre dispersione e ostacolare la messa a fuoco di ciò che è prevalente. Spetta ai collegi dei docenti rivedere il curricolo di istituto e sono il consiglio di classe e il team docenti che devono effettuare le scelte conseguenti per i loro alunni.

Le scuole siano dunque protagoniste dell’autonomia organizzativa e didattica.

Nel rispetto della legge individueranno alcune priorità per ciascun anno di corso, perché non è possibile fare tutto e la scuola non può essere un contenitore di tutto. Pensiamo che la priorità possa essere data alle competenze e ai traguardi del nucleo concettuale “Costituzione”. Degli altri, invitiamo a valorizzare quelli che hanno a fondamento il concetto di “bene comune” e di responsabilità. E, soprattutto, a “praticare l’educazione civica” nell’insegnamento e nelle relazioni come rispetto e valorizzazione di ciascuno e di tutti, docenti e studenti.

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venerdì 10 gennaio 2025

CATTOLICI DEMOCRATICI


UNA RISORSA 

PER L'ITALIA

 L’eredità di Aldo Moro, Vittorio Bachelet e Piersanti Mattarella i quali, con la loro “originale intelligenza degli avvenimenti” dialogarono con tutti



-         di VINCENZO PAGLIA*

Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Vittorio Bachelet erano tre cristiani. Certo, tra le vittime del terrorismo o della mafia non ci sono stati solo cristiani ma anche laici, comunisti, socialisti … Pio La Torre, Walter Tobagi, Emilio Alessandrini, Ezio Tarantelli, Carlo Alberto dalla Chiesa e molti altri. La democrazia, infatti, non è monopolio di nessuno e vive se è animata da uomini e donne con culture, ideologie, sensibilità diverse.

Ecco perché sono state tanto importanti quelle che una volta chiamavamo “culture politiche”, di cui oggi sentiamo tanto la mancanza. Tra esse vi era quella rappresentata in modo degno da Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Vittorio Bachelet. Possiamo chiamarli martiri civili spinti da un’ispirazione religiosa. La fede cristiana non è rimasta a monte del loro impegno; ha plasmato in profondità la loro cultura politica e le scelte che ne hanno fatto conseguire. È la stessa cultura politica alla cui elaborazione, prima di loro, avevano già contribuito in tanti, come Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e molti altri, gran parte dei quali non così famosi, forse addirittura dimenticati.

Quella che chiamiamo cultura politica cattolico-democratica è stata popolare, ampia, corale, con radici antiche e capacità di confrontarsi con le sfide del mondo contemporaneo. Tale cultura – sconfitta nel primo dopoguerra – nel secondo dopoguerra ha orientato gran parte del cattolicesimo italiano, pur restando minoritaria. E comunque - insieme ad altre culture democratiche – è stata determinante nella elaborazione della Costituzione italiana, un documento giuridico-politico che resta ancora oggi una bussola che accompagna quando si deve andare verso un di più di libertà, di uguaglianza, di giustizia, di pace… La Costituzione italiana è stata scritta con uno spirito inclusivo: doveva essere una Carta per un paese che fosse per tutti, che fosse aperto al futuro e disponibile a superare ciò che invecchia e affrontare in maniera conseguente le nuove sfide che si sarebbero presentate. Moro, Mattarella, Bachelet sono stati in senso profondo uomini di questa Costituzione. Moro perché contribuì anche a scriverla e, con agli due, ne rispettavano la lettera e ne custodivano lo spirito. Tutti e tre, assieme a tanti altri, hanno condiviso della Costituzione il sogno di una Italia che progredisse nella giustizia sociale e nella pace. E quindi, un’Italia più bella, più solidale, con un a tensione umanistica universale.

Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta si sentiva nel Paese il bisogno di un nuovo slancio che fosse radicato nella lettera e soprattutto nello spirito della Costituzione. Il Paese doveva affrontare le nuove sfide che il tempo poneva. Il dibattito pervadeva l’intera società italiana. Chi ha la mia età ricorda, ad esempio, il fervore dei cattolici italiani nell’attuare il Concilio, appena terminato, in Italia. Come non ricordare il Convegno della Chiesa di Roma del febbraio ’74 e quello successivo della Chiesa italiana del ’76 sul tema “Evangelizzazione e promozione umana”? E ricordo – faccio solo due esempi – la sorpresa mia e degli amici di Sant’Egidio nel vedere Aldo Moro prendere contatto con diversi nuovi movimenti cattolici che cercavano le strade per un cristianesimo più legato al Vangelo e alla società. E Vittorio Bachelet che fu tra i protagonisti di questa stagione di rinnovamento della Chiesa e dell’associazionismo cattolico anche con quella “scelta religiosa” – che oggi va certamente ripensata – ma che allora cercò di liberare milioni di cattolici italiani da una triste logica di conservazione e di contrapposizione. Piersanti Mattarella non l’ho conosciuto ma ci colpiva la coraggiosa lotta contro la mafia, che apriva una nuova stagione per la Sicilia e per l’Italia intera: se tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta la mafia ha subito una sconfitta storica, grazie a Falcone, Borsellino e tanti altri, è stato anche soprattutto per merito suo. Moro, Mattarella, Bachelet sono stati tutti e tre profondamente democratici, aperti al confronto e alla collaborazione con forze politiche di tutt’altro orientamento ideologico. Ciò non ha mai significato per loro cedere a ciò che di inaccettabile c’era in tali ideologie. Non esitarono nel condannare le persecuzioni anticristiane nei paesi dell’Europa orientale e in Urss, che certamente nessuno dei tre ha mai condiviso. E non è stato un caso se nel 1977 il segretario del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, scrisse una lettera ad un vescovo, monsignor Luigi Bettazzi, che il suo partito si professava «non teista, non ateista, non antiteista». Bensì «laico e democratico». Tutto ciò era il risultato di una profonda evoluzione maturata anche perché uomini come Moro, Mattarella e Bachelet seppero condurre con i comunisti italiani un lungo dialogo rispettoso, profondo, tenace. Cattolicesimo democratico, infatti, vuol dire dialogo per un paese che fosse democratico per tutti. Dialogo: cioè confronto, comprensione reciproca, riconoscimento della parte di verità di cui ogni uomo è portatore, collaborazione.

Di questa cultura politica voglio ricordare – di grande attualità oggi – anche la capacità di coniugare le esigenze della difesa e quelle della cooperazione internazionale. Al fondo, anche su questo terreno, c’è stato un sogno, che la loro ispirazione cristiana ha contribuito potentemente ad alimentare: il sogno della pace. I cristiani sanno bene la pace è anzitutto un dono di Dio. E non cessano di invocarla. Ma senza la coltivazione di questo sogno è facile smarrire la strada della pace accettando, rassegnati, la guerra come inevitabile. È il desolante e crudele panorama di questo tempo! I cattolici, che dopo la Seconda guerra mondiale si sono impegnati a fondo per la democrazia in Italia, hanno avuto il sogno della pace e hanno operato per realizzarla. Lo hanno fatto con realismo, consapevoli della complessità del mondo, ma nello stesso tempo convinti che un Paese come l’Italia ha bisogno di alleati forti delle cui decisioni è ovviamente necessario tener conto. La scelta atlantica è in questo senso. Ma questi cattolici – che hanno pagato con la vita la loro scelta - non hanno mai smesso di cercare una terza via tra subordinazione e conflitto nei confronti di tali alleati, facendo valere, nella lealtà, le proprie ragioni, sulla base di una «originale intelligenza degli avvenimenti», come diceva Moro. Per questo hanno occupato una posizione strategica nei rapporti tra l’Occidente e il blocco sovietico, tra l’Occidente e i Paesi allora definiti del Terzo mondo. Per questo la loro idea di Europa era legata alla pace e ad un nuovo ordine internazionale. Tale prospettiva è oggi ancor più urgente di allora. Ha ragione papa Francesco nel parlare di terza guerra mondiale a pezzetti. In realtà, il mondo lo stiamo davvero facendo a pezzi!

Con l’omicidio di Moro, di Mattarella, di Bachelet (e di altri ancora), terrorismo, mafia, forze eversive e occulte, volevano abbattere quella democrazia che questi tre uomini rappresentavano, difendevano e promuovevano. Li hanno uccisi, ma il loro sacrificio non è stato inutile: quel disegno terroristico di abbattere la democrazia è stato sconfitto.

Il terrorismo italiano era il colpo di coda di un mondo dominato da grandi ideologie: chi ha ucciso Moro e Bachelet, credeva ancora in quelle ideologie e non sopportava chi cercava, come loro e come Mattarella, di appianare i conflitti, conciliare le opposizioni, cambiare concretamente la realtà senza proclami astratti. Siamo entrati in questo nuovo mondo senza Moro, Mattarella, Bachelet, essendo più deboli e più incerti. Il cattolicesimo politico italiano – negli anni Ottanta – ha perso quel rapporto con la Chiesa – a tratti difficile per la necessità di affermare la giusta autonomia dei laici in campo politico, ma necessario per pensare in grande – così importante per le generazioni precedenti. Anche il riferimento all’ispirazione cristiana si è affievolito. Sarebbe sbagliato dire che il cattolicesimo politico italiano è diventato più laico, perché laicità significa cercare un giusto rapporto tra Chiesa e Stato, non disinteressarsi di uno dei due, e mantenere l’ispirazione cristiana nel pluralismo delle tendenze ideologiche e politiche e non perderla. Direi che si è in parte smarrita la strada tracciata dal cattolicesimo democratico nei decenni precedenti e questo patrimonio politico-culturale ha stentato a trovare interpreti adeguati alle nuove sfide. Sì, una cultura politica più povera non solo sul versante cattolico, ma dell’intero Paese. La stessa crisi dei partiti ne è una conseguenza.

Oggi viviamo in una nuova epoca storica che, purtroppo, è priva di visioni unitive. Emerge sempre più quella che possiamo chiamare una sorta di “dittatura dell’io” – o, con Guicciardini, il primato del “particulare” – che sta sgretolando il “Noi” ch’è condizione indispensabile per ispirare una globalizzazione dai tratti di quell’umanesimo universale che è l’anima stessa del cattolicesimo. L’eredità di Moro, Mattarella e Bachelet, costituisce un patrimonio da cui si deve attingere anche per l’oggi. Abbiamo bisogno del loro spirito, del loro sogno. Che era lo stesso dei padri costituenti.

Ascoltando le parole del Capo dello Stato nell’ultimo giorno dell’anno, ho colto in esse la forza del sogno che guidava i testimoni di allora: il sogno di una democrazia larga e inclusiva. Le tante cose che il Presidente ha detto erano legate le une alle altre da un grande disegno: quello di un’Italia più umana, più giusta e più felice. Appunto, lo stesso di Moro, di suo fratello Piersanti e di Bachelet. Mi chiedo: non dobbiamo – noi cattolici, anzitutto – augurarci uno scatto di pensiero da parte di spiriti “liberi e forti” – per dirla con don Sturzo – che riprendano il coraggio e l’audacia di una cultura politica per un’Italia, anzi, per un’Europa che aiuti il mondo a disegnare una visione che conduca ad un nuovo ordine internazionale? Certo, non possiamo stare a guardare!

 * Arcivescovo, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

www.avvenire.it

 

sabato 4 gennaio 2025

L'INTEGRAZIONE NECESSARIA

 


DEMOCRAZIA 


Politica, corpi sociali,

 sussidiarietà:


 l’integrazione

 necessaria


 

-         di Giorgio Vittadini*

-          Un compito pesante che il nuovo anno riceve in eredità riguarda il bisogno di una spinta verso una costruzione sociale e civile che, insieme a quella istituzionale, dovrà dare una prospettiva al Paese, oltre che permettergli di affrontare le difficoltà.

La globalizzazione

La sensazione largamente diffusa, non solo in Italia, è che la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, le migrazioni di massa e l’affermarsi di poteri sovranazionali (la finanza globale, l’Unione Europea, le Agenzie di Rating che operano sul mercato) ci abbiano sottratto il controllo sulle scelte dalle quali dipende il nostro futuro.

La rappresentanza politica è in crisi, non riesce a leggere la realtà contemporanea nei suoi radicali cambiamenti, a interpretare i differenti bisogni dei cittadini, e non ha la capacità di proporre previsioni credibili e realistiche. I partiti sono diventati “leggeri”, liquidi, crescono e si sgonfiano senza assumere una consistenza culturale duratura.

I social media

I social media hanno promosso l’illusione di una relazione diretta tra cittadini e leader politici, eludendo le strutture partitiche tradizionali e alimentando la percezione che esprimere un’opinione equivalga a “contare”. Questo fenomeno, ben descritto da Giuliano Amato come “populismo digitale”, trasforma la partecipazione politica in una mera somma di voci isolate: «A essere essenziale non è la voce di ciascuno, ma il prodotto dell’insieme delle voci. I partiti erano strutturati per fare questo, con tutti i loro difetti. Ciò che li ha sostituiti è una partecipazione privata: i social sono una sommatoria di opinioni individuali, vissute in solitudine e prive di un autentico confronto collettivo».

La democrazia

Da tempo la democrazia viene messa in discussione di fronte alle crescenti difficoltà di governare società complesse e plurali. Ma la rifondazione della politica non potrà avvenire dagli attuali partiti-fantasma. Potrà realizzarsi con una grande ripresa di attività dei corpi sociali e dalla loro volontà di dare energia, idee e iniziative ai partiti e alla politica, come documenta il volume “Comunità intermedie, occasione per la politica” (Il Mulino), di recente pubblicazione.

Il lavoro

Il lavoro lancia un appello a tutti gli attori sociali: dal Terzo Settore al volontariato, dalle cooperative ai movimenti civici. Queste realtà, che aggregano milioni di cittadini attivi, possono e devono assumersi il compito di aiutare i partiti a riempire questo vuoto, offrendo nuova linfa vitale a un sistema di rappresentanza che sembra oggi incapace di rinnovarsi. La democrazia, infatti, non può sopravvivere senza i partiti, ma questi devono tornare a essere espressione autentica delle realtà di base, incarnando valori come responsabilità, competenza e impegno sociale.

Il futuro della politica richiede una profonda riscoperta del ruolo delle comunità intermedie, chiamate a fungere da ponte tra cittadini e istituzioni. La loro missione va però ben oltre la semplice mediazione: esse devono promuovere una nuova visione del vivere politico, radicata in una concezione dell’umano come essere relazionale.

La ripartenza antropologica

La vera rigenerazione politica passa attraverso una “ripartenza antropologica,” un ritorno a concepire le relazioni sociali non come ostacoli, ma come beni essenziali per la propria realizzazione e per il bene comune.

Questa prospettiva implica un cambiamento culturale profondo, che rimetta al centro il desiderio umano nella sua pienezza: non un desiderio ridotto alle logiche individualistiche, ma un’apertura autentica verso l’altro e verso il bene collettivo, a partire dalla natura relazionale del nostro io. I corpi intermedi sono i custodi di questa visione e hanno il compito di suscitare una “passione per la persona” che restituisca senso all’impegno politico e partitico. Solo così si potrà dar vita a un pluralismo ideale capace di conciliare interessi individuali e benessere collettivo.

La sussidiarietà

È questo il vero senso della sussidiarietà: la messa a sistema del contributo di tutti, realtà sociali, istituzionali ed economiche, che coordinano le loro azioni in funzione del bene comune, creando un ecosistema in cui ogni soggetto trova il proprio ruolo. Per le forze politiche, questo significa riannodare i legami con le comunità intermedie, evitando il progressivo distacco dalla realtà delle persone. Solo un’integrazione tra politica e corpi sociali potrà evitare la deriva della rappresentanza e restituire solidità al sistema democratico.

 ​*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

 www.avvenire.it

venerdì 13 dicembre 2024

SERVIRE IL BENE COMUNE

 


Un servitore 

del 

bene comune

 




-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Alla fine, Ernesto Maria Ruffini si è dimesso da direttore dell’Agenzia delle Entrate.  Di lui, fino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico, si parlava molto da giorni sui quotidiani come dell’“uomo nuovo” di cui, secondo alcuni, l’opposizione avrebbe bisogno per superare la sua attuale frammentazione, che le rende impossibile costituire una concreta alternativa all’attuale governo.

Era anche indicato come l’uomo adatto, per la sua storia personale di credente, a far ritornare i cattolici protagonisti della vita politica, dopo una lunga eclisse.

All’origine di queste voci, sempre più insistenti, c’era sicuramente la stima di cui Ruffini gode, un po’ in tutti gli schieramenti politici, per il suo eccellente lavoro nell’Agenzia e che spiega perché sia stato confermato nel suo delicato ruolo da ben quattro governi, di tutti i colori, compreso quello attuale.

Grazie a lui l’Agenzia delle Entrate ha reso più razionali e funzionali i suoi servizi ai cittadini, anche ricorrendo a un ampio uso della digitalizzazione. E in questo modo ha potuto combattere, molto più efficacemente che in passato, la piaga cronica dell’evasione fiscale, raggiungendo nel 2023 il traguardo record un recupero di oltre 31 miliardi di euro.

Al di là dei risultati concreti, però, è significativa la logica secondo cui Ruffini ha concepito e impostato la sua ardua opera, nel quadro di una visione più ampia, esposta nel suo recente libro «Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 ad oggi», con una prefazione del presidente Mattarella.

Per Ruffini «le tasse, belle o brutte che siano, sono il mezzo più onesto e trasparente che abbiamo per contribuire al bene comune del nostro paese, di tutti noi». In un’Italia che vede aumentare sempre più il divario tra una minoranza di ricchi sempre più ricchi e una maggioranza di poveri sempre più poveri, le imposte sono il modo per combattere questa perversa polarizzazione e redistribuire le risorse, così da non vanificare l’art. 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».  

In conflitto con il governo

Una logica che non può certo essere condivisa dai partiti di destra oggi al governo, il cui comune modello è quell’acerrimo nemico delle tasse che è stato Silvio Berlusconi, secondo cui esse costituiscono un illegittimo «mettere le mani nelle tasche degli italiani». 

In questa prospettiva si capiscono le reiterate campagne di Matteo Salvini per promuovere forme di “pace fiscale” che in sostanza si riducono a condonare agli evasori la maggior parte di quello che devono alla comunità e che altri (soprattutto i lavoratori con stipendio fisso), al posto loro, sono obbligati a pagare, rendendo così il carico fiscale veramente esorbitante.

Ed è nel più puro spirito berlusconiano che il nostro vice-premier, qualche tempo fa, ha usato parole durissime contro l’ufficio dello Stato di cui egli dovrebbe essere istituzionalmente il primo sostenitore: «Ci sono milioni di italiani ostaggio dell’Agenzia delle Entrate».  

È stata l’unica volta che Ruffini ha sentito la necessità di fare un intervento pubblico: «Il contrasto all’evasione», ha risposto al ministro, «non è volontà di perseguitare qualcuno, l’Agenzia è un’amministrazione dello Stato, non un’entità belligerante.  È un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che le tasse, anno dopo anno, le pagano, e le hanno pagate, sempre fino all’ultimo centesimo, anche a costo di sacrifici e nonostante l’innegabile elevata pressione fiscale, e di coloro che hanno bisogno del sostegno dello Stato, erogato attraverso i servizi pubblici con le risorse finanziarie recuperate».

E ora l’ormai ex direttore si è riferito a questo episodio per spiegare le sue dimissioni: «Non mi era mai capitato», ha detto in un’intervista al “Corriere della Sera”,  «di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore».

E ha ribadito il suo punto di vista: «Attenzione però: se il fisco in sé è demonizzato, si colpisce il cuore dello Stato (…). Personalmente ho sempre pensato che a danneggiare i cittadini onesti siano gli evasori»

La mancata “discesa in campo

Ruffini ha anche precisato, contestualmente, di non avere nessuna intenzione di “scendere in campo”. Un’ipotesi gravata da troppe incognite, in realtà, per essere realistica. Qualcuno lo voleva federatore dei partiti di centro – ma né Renzi né Calenda erano disposti a farsi da parte; qualcun altro evocava addirittura l’esempio di Prodi, che aveva  unito i partiti di centro-sinistra, per applicarlo all’attuale situazione del “campo largo”. 

Ma c’era chi si chiedeva se esistano, oggi, le condizioni che allora consentirono questa esperienza e metteva in guardia dal rischio di voler riprodurre uno schema ormai inattuale.

Ora la decisa presa di posizione di Ruffini – peraltro già anticipata nel suo intervento in un convegno di qualche giorno fa – elimina questi dubbi e dissipa questi equivoci spiegando le motivazioni che la ispirano: «Fatico a pensare che per cambiare le cose bastino i singoli. Per natura tendo più a credere nella forza delle persone che collaborano per un progetto comune. Affidarsi a sedicenti salvatori della Patria non è un buon affare.

Dovremmo smetterla di considerare la politica come una partita a scacchi o un gioco di potere, perché dovrebbe essere un percorso fatto di discussioni, grandi ideali, progetti, coinvolgimento. Non un talent show culinario per selezionare uno chef in grado di mescolare un po’ di ingredienti, nella speranza che il piatto finale sia buono. Altrimenti si alimenta il distacco dei cittadini dalla politica. E si costruisce un futuro peggiore».

Parole che suonano incredibili – e probabilmente resteranno incomprensibili – in uno scenario politico che vede dominare logiche del tutto diverse, sia nel governo che nell’opposizione.

Il risveglio di cui il mondo cattolico ha bisogno

Eppure, paradossalmente, proprio con questa rinunzia a fare la politica nel modo che gli veniva chiesto, Ruffini ha in realtà indicato la via per farla in un altro modo, completamente diverso. E, forse contro le sue intenzioni, questo lo rende il migliore candidato ad animare e promuovere il ritorno dei cattolici alla politica.

Perché essi non sono certo assenti nella nostra società per mancanza di forze, come dimostra  la loro incidenza nella sfera propriamente sociale, che li vede protagonisti del terzo settore. Se sono diventati irrilevanti in quella politica, dove, dopo essere stati per quarant’anni al governo del paese con la Dc, è perché non hanno avuto la capacità di elaborare quel «progetto comune» di cui ha parlato Ruffini e sono stati risucchiati da due poli – di destra e di sinistra – che non rispecchiano in alcun modo l’insegnamento sociale cristiano a cui essi si ispirano.

Così si sono trovati all’interno di un PD che, malgrado fosse nato con l’ambizione di unire cattolici e socialisti, sembra ormai essersi concentrato sulle battaglie per una libertà che ricorda molto quella dell’individualismo possessivo radical-liberale (altro che sinistra!), lasciando in secondo piano i diritti (e i doveri) sociali.

Oppure hanno finito per sostenere una destra che, ad ogni pie’ sospinto, si dichiara «cristiana» e che combatte, è vero, contro  il «diritto di aborto» e la maternità surrogata, ma che non conosce la dimensione della solidarietà, né all’interno dello Stato (vedi legge sull’autonomia differenziata, fortemente criticata dai vescovi italiani), né verso i poveri del mondo (vedi politica di «difesa dei confini»  contro i migranti, agli antipodi dei reiterati appelli di papa Francesco alla solidarietà). 

Per non parlare della sostanziale solidarietà del nostro governo con quello israeliano, davanti alle stragi di inermi civili palestinesi (anche in questo caso in chiaro contrasto con la posizione del papa).

Questo vale anche per l’ala più moderata, della destra, Forza Italia, il cui segretario, Tajani, recentemente ha detto di considerarsi erede di Alcide De Gasperi. Una dichiarazione che non può non fare rabbrividire chi ricorda la figura del grande politico cristiano (di cui oggi è in corso il processo di beatificazione), nel vederla accaparrata da un partito che  si ispira a un personaggio come Silvio Berlusconi – agli antipodi di De Gasperi, nel pensiero e nell’esempio, – di cui ancora nelle ultime elezioni europee ha messo il nome sui suoi manifesti.

È in questo vuoto che si è manifestata, nella Settimana sociale di Trieste del luglio scorso, l’esigenza di riscoprire, al di là delle divisioni, una identità cattolica trasversale ai partiti. 

Non per formare un terzo polo, ma per rimettere all’ordine del giorno della politica idee della dottrina sociale cristiana come “bene comune” e “solidarietà”, scomparse dal vocabolario sia della destra che della sinistra.

Su questa base potranno in futuro nascere degli sviluppi che coinvolgano anche i partiti. Ma questo richiede un pensiero, un progetto. Sono le idee che prima di tutto sono mancate in questi anni al mondo cattolico, ed è in questa direzione che lo stesso Ruffini ha mostrato di voler lavorare.

Non si tratta, ovviamente, di creare un “pensatoio” di intellettuali. Nella sua intervista il direttore dimissionario ha definito la politica «un’avventura collettiva fondata su rispetto, dialogo e soprattutto partecipazione» .

È a questo che bisogna rieducare una base cattolica che attualmente troppo spesso si limita a frequentare le parrocchie per “consumare” – individualisticamente – sacramenti e appena fuori dalle mura del tempio, ignora l’appello dei papi a considerare la politica «la forma più alta di carità». . 

È urgente, dunque, ricominciare a creare occasioni di riflessione, confronto e partecipazione che da tempo sono venute meno. In questo impegno collettivo può essere prezioso il ruolo dell’associazionismo cattolico. Su questa base anche molti, che credenti non sono, sarebbero probabilmente interessati a dare il loro contributo.

Questa – ha ragione Ruffini – è sola via per una reale svolta. Non le operazioni di palazzo in cui lo si voleva coinvolgere, offrendogli posti di potere. E noi gli siamo grati di avere non solo detto, ma testimoniato con il suo gesto coraggioso, ciò di cui non solo i cattolici, ma l’Italia, oggi, ha estremo bisogno.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

venerdì 4 ottobre 2024

NESSUN UOMO E' UN'ISOLA


 SACRIFICI 

PER 

IL BENE COMUNE


-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Uno shock collettivo

Le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sono state semplici e chiare: per risanare i conti pubblici, sarà necessaria una manovra che «chiederà sacrifici a tutti».

 E il ministro ha citato l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», un principio che per lui dev’essere «la stella polare» in questa situazione.

 In concreto, ha spiegato, per far fronte alle necessità del momento bisognerà reperire risorse da «tutto il sistema Paese»: «i privati, le aziende e soprattutto la Pubblica amministrazione, che sarà chiamata ad essere più performante e produttiva». In particolare, per quanto riguarda le banche e le aziende, si tratterà di «tassare i giusti profitti, gli utili», calcolati «in modo corretto».

 A prima vista non sembrerebbe un discorso sconvolgente. Invece lo è stato. La Borsa di Milano ha chiuso a -1,5%, il risultato peggiore in Europa.

 Peggiore anche del -1,32% di quella di Parigi, dopo l’annuncio di una «imposta eccezionale» sulle imprese e sui contribuenti più ricchi ipotizzata dal governo del nuovo premier, Michel Barnier.

 Ma non è stata solo la Borsa ad aver un shock: basta leggere, all’indomani dell’annunzio di Giorgetti, i titoli di prima pagina dei quotidiani – ad eccezione di quelli filo-governativi, che significativamente non hanno riportato la notizia o l’hanno relegata in un piccolo riquadro – per rendersi conto di quanto esso abbia scosso partiti e opinione pubblica.

 La maggioranza ha cercato di calmare gli animi e di rassicurare tutti: «Niente nuove tasse», è stato ribadito con forza da diversi suoi esponenti. Né essi potrebbero dire diversamente, per coerenza con il programma elettorale della destra, che, al n.4, prevedeva, fra gli altri punti, «Riduzione della pressione fiscale per famiglie, imprese e lavoratori autonomi» e «No a patrimoniali dichiarate o mascherate». E proprio a una “patrimoniale mascherata” fanno pensare le parole del ministro dell’Economia.

 Ma, nel tempo della post-verità, non è necessario che una affermazione sia conforme alla realtà: basta che lo sembri. E le parole in questo aiutano.

 Come nel caso delle accise sul gasolio, per le quali allo studio del Tesoro ci sarebbe un «meccanismo di allineamento» con quelle della benzina. Una possibilità che ha suscitato aspre reazioni. Anche in questo caso, l’accusa al governo è di essere incoerente con le promesse elettorali.

 Su X, allora, Giorgia Meloni scriveva: «Gli italiani continuano a essere spennati alla pompa di benzina… Per forza, le tasse sui carburanti sono tra le più alte al mondo! Abbassare, se non abolire, alcune folli e anacronistiche accise che gravano sugli automobilisti sarebbe un atto di civiltà!». E, l’opposizione ha rispolverato un video del 2019, durante la campagna elettorale, in cui l’attuale premier pretendeva che le accise venissero «progressivamente abolite».

 Ma anche qui il recupero è possibile, grazie alle parole: è stato subito precisato dal governo che non si tratta di un vero e proprio aumento delle accise del gasolio, bensì di una loro «rimodulazione». Miracoli del linguaggio. Vedremo se basteranno a fermare le proteste.

 Il problema delle imposte tra vincoli dell’economia e libere scelte politiche

Davanti a questo quadro, bisogna innanzi tutto constatare che, anche nell’ambito della politica fiscale (non è l’unico) i partiti al governo non stanno riuscendo a mantenere le promesse fatte quando chiedevano il voto agli elettori.

 Non è certo la prima volta nella storia che ciò accade. Prenderne atto serve solo a ricordare che ormai, al di là delle proclamazioni retoriche, di “svolte radicali” – a comandare la linea politica dei governi sono, in larga misura, le regole dell’economia, che impongono loro una sostanziale uniformità di scelte, anche quando le idee e i progetti sono diversi.

 Una seconda osservazione, che controbilancia la precedente, è che, un certo margine di autonomia la politica continua comunque ad averla. Lo dimostra il fatto che, sempre in campo fiscale, il governo in carica due promesse elettorali le aveva mantenute: «Pace fiscale e “saldo e stralcio”», sulla base di un «accordo tra cittadini ed Erario per la risoluzione del pregresso»; ed «Estensione della Flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro di fatturato».

 Anche se entrambe queste scelte appaiono problematiche. La Pace fiscale è accusata da più parti di essere in sostanza un puro semplice condono, che avvantaggia gli evasori fiscali e li incoraggia per il futuro a non pagare le tasse, irridendo e scoraggiano coloro che attualmente versano contributi esorbitanti proprio a causa della immunità di cui godono gli altri.

 Quanto alla Flat tax (“tassa piatta”) – già varata per i titolari di partita IVA con incassi lordi annui non superiori ai 65mila euro (ma di cui si prevede presto l’estensione anche ai redditi superiori) – è un sistema fiscale non progressivo per cui applica una sola aliquota d’imposta, a prescindere dall’ammontare dell’imponibile. Invece di pagare in percentuali proporzionate al loro reddito – e quindi più elevate per quelli che ne hanno uno maggiore – , i contribuenti  rispondono tutti sulla base della stessa percentuale.

 Una riforma che è stata contestata perché appare in contrasto con quello stesso art.53 della Costituzione, citato dal ministro Giorgetti, che, al secondo comma, recita: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». E che, secondo molti esperti, comporta in sostanza uno sgravio per i redditi più alti.

 La filosofia insita nella lotta contro le tasse

In entrambi i casi, le riforme che la destra aveva annunciato e sta attuando in campo fiscale prestano il fianco al sospetto di essere un favore alle classi più abbienti, in una prospettiva che ha sempre visto con aperta ostilità le tasse.

 Non bisogna dimenticare che i partiti di governo si ispirano tutti, anche se con accentuazioni diverse, alla visione e alla testimonianza vissuta di Silvio Berlusconi (per la cui morte hanno indetto il lutto nazionale), grande nemico delle tasse, al punto da dichiarare che la «giustificazione morale» dell’evasione è insita nel «diritto naturale».

 A questo gli italiani sono stati educati nel corso della Seconda Repubblica, una stagione di cui quella attuale è la naturale continuazione. Si capiscono, allora, lo sconcerto dell’opinione pubblica e l’imbarazzo del governo di fronte alle parole di Giorgetti quando cita l’art.53 della Costituzione (sia pure solo nella sua prima parte), ricordando che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Ce ne eravamo dimenticati.

 E, quel ch’è peggio, non aderiamo più alla filosofia sottesa a tutto questo articolo – primo e secondo comma – , che era quella della dottrina sociale cristiana, a cui aderiva la maggioranza dei padri costituenti, democristiani, su questo punto d’accordo con i loro colleghi del PCI e del PSI.

 Quello che ormai la grande maggioranza degli italiani pensa è che ognuno ha diritto di tenersi quello che è suo. Questo spiega l’adesione massiccia alla politica del governo nei confronti dei flussi migratori (ormai sempre più condivisa anche dal resto d’Europa, che si ispira alla stessa filosofia), con relativa “difesa delle frontiere”, a tutela del nostro sovrabbondante benessere (vedi gli sprechi spaventosi che esso comporta).

 E spiega anche l’ostilità verso le tasse, percepite come un abuso di uno Stato che – secondo la famosa espressione berlusconiana – vuole “mettere le mani nelle tasche” dei cittadini.

 Magari ci si dedica al volontariato e si fanno offerte alle fondazioni di beneficenza, ma il diritto di proprietà è un dogma indiscutibile e il principio delle tasse ne costituisce tendenzialmente una violazione. Posso regalare il mio, ma non essere obbligato a darlo alla comunità, perché il frutto del mio lavoro, o di quello dei miei genitori (nel caso delle successioni, per cui pure l’Italia è il paradiso degli ereditieri), o del denaro che in qualche modo mi sono guadagnato.

 Ma forse si perde di vista qualcosa…

È praticamente assente, nei più, la consapevolezza che in realtà ognuno di noi può crescere, studiare, lavorare, produrre e consumare, grazie a una società che lo precede, lo accoglie alla nascita e lo accompagna in tutte queste fasi, creando le condizioni per cui le sue potenzialità possono realizzarsi.

 E che essa può farlo solo perché e nella misura in cui i singoli non si limitano a percepirne i benefici, ma contribuiscono al mantenimento dei suoi servizi con quello che posseggono, che perciò non è solo in funzione del loro benessere, ma va impiegato perché anche altri abbiano quello che noi abbiamo ricevuto.

 Come si è molto indebolita, a livello collettivo, l’idea che siamo responsabili degli altri esseri umani, al di là di ogni appartenenza etnica e culturale, e a maggior ragione dei nostri connazionali poveri.

 Secondo i dati ufficiali sono più di cinque milioni. Uomini, donne, bambini, che non hanno neppure il necessario (per loro colpa? Il liberalismo classico lo sosteneva, ma oggi sappiamo che non è così). Il sistema tributario ha il compito, precisamente, di realizzare concretamente questa umana solidarietà.

 In ogni caso, poveri o ricchi, c’è una solidarietà – i cristiani la chiamano fraternità – che rende i nostri destini, lo vogliamo o no, dipendenti tra loro. Perché, come ha scritto nel Seicento il poeta inglese John Donne, «nessun uomo è un’isola, completo in se stesso./ Ogni uomo è un pezzo del continente,/ una parte del tutto./ Se anche solo una zolla fosse portata via dal mare,/ l’Europa ne è diminuita,/ come se lo fosse un promontorio,/ o una magione amica,/ o la tua stessa casa./ Ogni morte d’uomo mi sminuisce,/ perché io sono parte dell’umanità./ E dunque non mandare mai a chiedere/ per chi suona la campana:/ essa suona per te».

 Questa è la filosofia, oggi dimenticata, a cui si ispira la nostra Costituzione. E ora che il ministro Giorgetti ha avuto il coraggio di ricordaci la necessità di fare tutti dei sacrifici per il bene comune, forse, invece di farci prendere dal panico, dovremmo riflettere.

 *Scrittore ed editorialista – Pastorale della Cultura, Diocesi di Palermo

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