CON CURA
Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.
- di Italo Fiorin
Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della
Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.
Galli della Loggia continua la sua campagna in favore
dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile
dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto
europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a
causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.
“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non
vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso
vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro,
l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe
del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”
Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare
l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni
nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili
pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno
causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e
non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.
Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la
migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team
del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato
del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto
del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per
ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno,
quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era,
infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di
Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un
filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un
ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia,
uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro
ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La
dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico
caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro
l’umanità.”
Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità.
L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano
ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli
della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma
la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della
complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea,
planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria
agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva
imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola
deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini
dell’Europa e del mondo.”
Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che
facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la
consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla
fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere
fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di
alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra
fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una
identità italiana della quale poter essere orgogliosi?
L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato
non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di
‘eroi’?
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