venerdì 16 gennaio 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA




 ISTRUZIONI

 PER L'USO


Un clima rovente



-di Giuseppe Savagnone

La decisione del governo di fissare la data del referendum sulla giustizia il 22 e il 23 marzo – senza aspettare, come la consuetudine avrebbe voluto, la conclusione della raccolta delle firme promossa dai sostenitori del no – ha alimentato ulteriormente la polemica di chi accusa la maggioranza di voler sfruttare la scarsa informazione di moltissime persone sul tema referendario, riducendo i tempi per un approfondito dibattito e giungendo il prima possibile al voto.

Ma anche da parte dei sostenitori del sì ci sono motivi di polemizzare per quella che ai loro occhi, più che una campagna di informazione, si presenta piuttosto come una deliberata falsificazione dei dati della questione. Emblematico il caso del manifesto del Comitato per il No dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) al referendum sulla giustizia, diffuso soprattutto nelle stazioni ferroviarie.  Vi si legge la domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». Una ragazza risponde con un cartello in cui campeggia un grande «No». E, sotto: «Al referendum vota No».

I Comitati per il Sì lo hanno definito «truffaldino», «vergognoso» e hanno parato di una «distorsione consapevole della realtà» da parte di persone, come i magistrati, che, per il loro delicatissimo compito, dovrebbero essere di esempio nel rispettarla. A questa protesta ha dato voce la premier Meloni, nella sua conferenza stampa del 9 gennaio, quando, dopo aver negato che la riforma sia volta a delegittimare la magistratura, ha detto: «Sapete cosa delegittima i magistrati? La campagna dell’ANM nelle stazioni, perché se chi ha nel suo DNA la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna contro il referendum, questo delegittima».

In questo clima rovente, c’è il serio rischio che la questione venga vista da una gran parte dell’opinione pubblica come una sterile rissa, in cui è impossibile stabilire chi abbia ragione e chi torto, con risultato di un astensionismo massiccio che confermerebbe, purtroppo, il trend delle ultime elezioni politiche, europee e regionali e che, per riconoscimento di tutti, sarebbe una sconfitta per la democrazia.

Vale perciò la pena andare al di là della logica dello scontro e cercare di capire le motivazioni dell’una e dell’altra parte, cercando di renderle comprensibili i non addetti ai lavori. È appena il caso di dire che su un argomento così divisivo nessuno può pretendere di essere neutrale. Ma l’oggettività non coincide con la neutralità, anzi la esclude. Questa lettura, perciò, risente sicuramente dell’opinione di chi scrive, ma non rinunzia a sforzarsi di essere oggettiva.

Le ragioni del Sì

La premier Giorgia Meloni ha definito questa riforma «un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini», sottolineando che essa rappresenta «un traguardo storico (. . . )  a favore degli italiani», e non ha aggiunto il ministro della Giustizia Nordio, «una legge punitiva contro la magistratura».

Da qui il moltiplicarsi delle raccomandazioni perché il referendum che dovrà decidere della sua conferma o meno non venga affrontato in una prospettiva politica, ma solo guardando al contenuto tecnico del testo approvato dal Parlamento.

Che riguarda innanzi tutto la separazione delle carriere della magistratura giudicante (i giudici) e di quella inquirente (i pubblici ministeri). E qui sta il nocciolo strettamente giuridico della riforma. Perché, come ha ricordato un deciso sostenitore del Sì, l’ex procuratore Antonio Di Pietro, in una intervista su «Informare» del 7 novembre scorso, sotto questo profilo la riforma è solo la chiusura del cerchio di una revisione costituzionale avvenuta nel 1989», quando, con la riforma del codice di procedura penale, «c’è stato il passaggio da un sistema inquisitorio ad uno accusatorio, stabilendo, già allora, che nel processo  accusa e difesa «in ragione di parità, si affrontano dinanzi ad un giudice terzo. Lo afferma l’articolo 111 della Costituzione».

Fino ad ora questa importante svolta non ha avuto la sua piena attuazione perché il pubblico ministero, in quanto strettamente collegato al giudice, ha goduto di un rapporto privilegiato con lui, rispetto all’avvocato, con un conseguente sbilanciamento a favore dell’accusa rispetto alla difesa che penalizza il cittadino sottoposto a processo e rischia di ledere gravemente i suoi diritti. Come dimostra una serie di gravi errori giudiziari che hanno mandato in prigione degli innocenti (vedi il caso di Enzo Tortora).

Con la separazione delle carriere la contiguità e l’interconnessione tra giudici e pubblici ministeri finalmente finirà, perché essi non solo avranno una formazione diversa, ma faranno anche riferimento, con lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (CSM), a due organi di governo diversi e non potranno perciò più condizionarsi a vicenda nei meccanismi di assegnazione delle cariche, possibile fonte di reciproci favori.

In questa stessa direzione va anche la riforma del sistema di designazione dei membri di questi CSM, che non sarà più basato sulle elezioni, ma sul sorteggio. Fino ad oggi, spiega ancora Di Pietro nella sopracitata intervista, «tutto ciò che riguarda gli avanzamenti di carriera o promozioni, viene scelto da quegli stessi magistrati che sono stati scelti attraverso uno scambio di preferenze non trasparente (…) che, come in politica, apre le porte agli scambi di favore». Da qui il ruolo fondamentale assunto dalle diverse correnti interne all’ANM, dai cui giochi di potere dipende l’elezione dei rappresentanti dei giudici e che decidono della carriera dei loro rispettivi aderenti.

Che ciò sia possibile lo dimostra il fatto che è avvenuto, come ha rivelato il clamoroso scandalo Palamara. Da questo momento in poi non sarà più possibile essere eletti da sostenitori a cui poi dover ricambiare l’appoggio ricevuto con  promozioni o altri riconoscimenti.

Non solo: lo smantellamento delle correnti, fa notare la maggioranza di governo,  porterà finalmente a una de-ideologizzazione della magistratura, evitando che ci siano “toghe rosse”, giudici condizionati da una visione politica che prevale sulle ragioni del diritto e li porta a emanare sentenze prive di un reale fondamento giuridico.

Con vantaggio per tutta la società civile, a cui il governo cerca di garantire la sicurezza di cui ha assoluto bisogno con provvedimenti che i giudici “di sinistra” sistematicamente bloccano.

Peraltro il nuovo sistema di reclutamento dei menri “togati” del CSM avrà un preciso corrispettivo in quello dei membri “laici” (non magistrati) dei due CSM, che non saranno più eletti direttamente dal Parlamento, come era fino ad oggi,  ma sorteggiati. A chi accusa la riforma di voler sottoporre la magistratura alla politica, Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa ha potuto rispondere perciò, in polemica col manifesto del Comitato del CSM: «Noi togliamo al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm».

Infine, la riforma prevede la nascita di un nuovo organismo, incaricato di sostituire quella che fino ad oggi era stata la sezione disciplinare del CSM , la quale  – come aveva denunciato il ministro Nordio – era «costituita da persone che vengono elette dagli stessi magistrati,», creando «un vincolo tra elettore ed eletto che dà una percezione di non parzialità».

Ora invece i magistrati saranno giudicati da un’Alta Corte di Giustizia, composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco votato dal Parlamento in seduta comune, da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie. I magistrati restano la maggioranza, ma hanno più, come nell’attuale sistema, il totale controllo del sistema disciplinare.

Le ragioni del No

Il contesto

Le ragioni del No, secondo i loro sostenitori, riguardano innanzi tutto il clima politico in cui questa riforma è maturata. Un testo, ci ha insegnato l’ermeneutica, va letto nel suo contesto, perché solo allora se ne coglie il significato. E, sotto questo profilo, la prima cosa che viene contestata alla nuova legge costituzionale è di essere nata in uno spirito che è l’opposto di quello che ha dato vita alla nostra Costituzione. Essa è scaturita dal dialogo tra partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

L’attuale riforma, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Col risultato di trasformare una norma costituzionale, in cui  la grande maggioranza degli italiani dovrebbe potersi riconoscere, nell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto.

A sottolineare questa unilateralità è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura ha sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità. Come del resto il governo e la maggioranza che ora hanno voluto riformarla, e che – al di là delle ragioni tecniche sopra esposte-  continuano a contestare le sentenze dei giudici , contrapponendo ad esse il diritto di governare loro conferito da elezioni democratiche.

«Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», è la risposta di Meloni e della maggioranza a questi stop giudiziari. Senza tenere conto che la nostra Costituzione, stabilendo una divisione dei poteri e attribuendo alla magistratura un’autorità autonoma, ha espressamemte voluto evitare che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni.

Alla luce di tutto questo, dicono i critici, appare insostenibile la posizione del ministro Nordio, che chiede di valutare la riforma esclusivamente sotto il profilo tecnico, affermando che «conferirvi un significato politico è assolutamente improprio». È evidente che il contesto a cui prima ci si riferiva è quello di una scelta non certo partitica, ma sicuramente politica, come resto è normale che sia, trattandosi di una riforma che riguarda non solo magistrati e avvocati, ma tutti i cittadini. Per valutarne il senso non è necessaria una laurea in legge, ma avere una coscienza democratica.

Il testo della riforma

Ovviamente anche il testo della nuova legge è oggetto di durissime critiche. Innanzi tutto, per quello che non dice. Si sente affermare spesso che con la riforma i gravissimi e innegabili problemi della giustizia – primo fra tutti la lentezza dei procedimenti – saranno risolti. In realtà anche un fautore del Sì come Di Pietro, nell’intervista prima citata,  alla domanda «Di cosa c’è bisogno per far funzionare la Giustizia?», ha risposto: «Non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti». Solo così si ridurranno i tempi dei processi.

Ma la riforma viene attaccata anche e soprattutto per quello che dice. In primo luogo,  è ingannevole presentarla come riguardante la separazione delle carriere, che già adesso di fatto esiste, visto che meno dello 0,5% dei magistrati negli ultimi anni è passato dall’una all’altra. Il vero obiettivo sarebbe, in realtà l’indebolimento del CSM, che l’art. 104 della Costituzione menziona come il fondamentale garante dell’ autonomia. E proprio il CSM, nella nuova normativa viene sdoppiato, delegittimato e privato della sua fondamentale funzione disciplinare.

Già la costituzione di due CSM, secondo i critici, segue la logica del divide et impera. Ma, soprattutto, viene contestata la motivazione di mettere finalmente sullo stesso piano il pubblico ministero e l’avvocato.

In realtà, si fa notare, il ruolo del PM è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare tutti gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente. Invece è normale che il PM chieda di non procedere contro chi è stato oggetto di indagine.

Ignorando questa differenza fondamentale e tagliando i legami del PM con il giudice, la riforma finisce per esasperare in senso unilaterale la sua funzione accusatrice e col costituire, col CSM dei PM, un organo autonomo dedito esclusivamente all’accusa, facendone un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di rendere plausibile una sua sottomissione a controlli istituzionali e di finire per sottoporlo al  potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.

Alla riforma viene anche contestato il nuovo sistema di designazione dei membri del CSM. Si fa notare che il sorteggio da un lato espropria i magistrati – unico caso in tutti gli ordini professionali, ma anche, soprattutto, in tutti gli organi di rilevanza costituzionale – del diritto di scegliere i propri rappresentanti, dall’altro delegittima questi ultimi, che in realtà non rappresenterebbero più nessuno.

Quanto alle correnti, spesso demonizzate, si riconosce che hanno dato luogo a forme perverse di scambio di favori, ma si sottolinea che questa è una loro degenerazione che non ne infirma  il senso di raggruppare magistrati ch condividono l’una o l’altra delle possibili  interpretazioni del loro ruolo.

Quanto all’eguale trattamento riservato alle nomine dei membri “laici” da parte della politica, si fa notare  che per loro il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare. Cosicché mentre il magistrato si troverà a far parte del CSM senza un progetto, senza una precisa motivazione, i membri “laici” saranno stati in partenza selezionati in base alle loro idee e avranno di conseguenza un’assai maggiore incisività nell’orientare la linea del Consiglio

Quanto all’Alta corte di Giustizia è vero che, dei quindici membri, solo sei saranno “laici”. Ma la loro proporzione nei singoli collegi in cui essa si articolerà sarà fissata da una legge ordinaria, fatta da questa maggioranza, che potrebbe benissimo istituirne alcuni in cui i “laici” – potenzialmente legati a questo o quello schieramento politico, saranno più dei togati, e che potranno esercitare un ruolo intimidatorio nei confronti di tutti i membri del sistema giudiziario.

Tanto più che i ricorsi contro le decisioni di questo organo non verranno più decisi, come oggi avviene per quelli contro le decisioni del CSM, dalle Sezioni Unite della Cassazione, ma da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio.

La sola certezza che possiamo condividere tutti, al termine di questo esame sintetico, è che la giustizia in Italia non funziona e che è necessario migliorarla. E, facendo nostra almeno una richiesta di Di Pietro, ci sembra legittimo chiedere al governo – che sembra aver trovato i fondi ingentissimi necessari allo sdoppiamento di tutte le funzioni del CSM e alla creazione di un nuovo organo come l’Alta Corte –  di trovare anche quelli per l’assunzione di nuovi magistrati, per rendere più rapidi i processi.

www.tuttavia.eu



 

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