Alle radici della violenza dei giovani
Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti vanno in classe armati di coltelli.
Una società priva di valori produce violenza.
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di Giuseppe Savagnone
Inadeguate misure repressive
Gli ultimi gravi episodi di violenza da parte di
ragazzi nei confronti di loro coetanei – il più eclatante è stato quello
della scuola di La Spezia – hanno riproposto all’opinione pubblica il
problema di una nuova generazione che sembra avere perduto il senso dei
limiti.
Sotto la spinta della Lega, il governo lo sta
interpretando nella prospettiva della lotta contro gli stranieri irregolari e
punta a una stretta sul pacchetto sicurezza. Il Carroccio vuole introdurre una
normativa per i giovani stranieri che violano le leggi. Basta ricongiungimenti
familiari facili, taglio dei benefici dell’accoglienza per i ragazzi che
commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza
parenti.
In realtà, però, il problema non riguarda solo gli
stranieri. Da uno studio recente del CNR risulta che circa 90.000 studenti
vanno in classe armati di coltelli. Da qui l’idea di introdurre l’uso dei metal
detector a scuola, anche se – ha specificato il ministro Giuseppe Valditara che
ha lanciato la proposta – «non può esserci un utilizzo generalizzato, ma
soltanto laddove vi sia la richiesta da parte della comunità scolastica e se si
dovesse accertata la reale criticità della situazione».
Si parla anche di nuove norme che puniscano non
solo i diretti responsabili, ma anche gli adulti responsabili di un mancato
controllo sui figli. Il governo ipotizza anche di incrementare la presenza
della forza pubblica nelle strade con circa 10.000 militari, per migliorare il
controllo del territorio ed esercitare un’azione dissuasiva.
La domanda, tuttavia, è se veramente il dramma della
violenza giovanile si possa risolvere con questi provvedimenti repressivi,
o se questi non rischiano di ridursi a una dimostrazione di forza volta
soprattutto a tranquillizzare quell’ampia fascia della popolazione per
cui ordine e sicurezza sono i valori primari della convivenza.
Non è cacciando i minori stranieri o moltiplicando i
divieti e i controlli polizieschi che si potrà combattere efficacemente la
violenza giovanile. Le sue radici sono molto più in profondità e richiedono,
più che misure punitive, una svolta a livello educativo che non incida tanto
sui comportamenti esteriori, quanto sul modo di essere, di pensare, di sentire
da cui essi scaturiscono.
I mezzi e i fini
Perciò, più dei metaldetector, sarebbe necessaria alla
scuola italiana una seria riflessione sulla sua attuale impostazione, volta
oggi prevalentemente a fornire agli alunni competenze utili per entrare nel
mercato del lavoro (lingue, informatica, abilità tecniche…). A questo
scopo sarebbe importante prendere coscienza che ciò che è utile non coincide
con ciò che è importante, anzi è irriducibile ad esso, perché se qualcosa vale
perché “serve” ad altro, è quest’ultimo ad avere davvero importanza. Mentre ciò
che è importante, per definizione, è “inutile”, nel senso che non è finalizzato
ad altro, ma vale per se stesso. I mezzi hanno valore solo in rapporto ai fini.
Il problema della nostra società è che l’utile viene
presentato ai giovani come l’unico orizzonte del futuro, lasciando fuori dal
discorso educativo la ricerca di valori come la verità, il bene, il giusto, che
non servono a niente, ma danno un senso a tutto il resto. Nella misura in cui
la scuola esprime questa visione, essa contribuisce a formare persone il cui
unico obiettivo è il successo economico e sociale, certamente utile (denaro e
prestigio sono necessari, ma come mezzi per avere altro), che però non
garantisce le sola cose veramente importanti, che sono la realizzazione di se
stessi e la capacità di relazionarsi correttamente con gli altri.
Non si tratterebbe, evidentemente, di indottrinare gli
studenti con una o un’altra visione della vita e della società, ma di
alimentare un problematica che riguardi i fini, oltre che i mezzi, e stimoli la
ricerca in questa prospettiva più ampia.
Solo così, peraltro, si può educare al bene comune –
tema centrale dell’educazione civica prevista dai programmi scolastici – , che
non è certo riducibile al piano degli interessi, perché questi sono di qualcuno
a scapito di qualcun altro e risultano perciò inevitabilmente divisivi,
mentre il bene arricchisce tutti coloro che lo condividono, senza escludere
nessuno.
Al di là del bene e del male
E proprio la ricerca del bene comune della società
definisce, fin dalla sua origine, il concetto di politica, offuscato e tradito
nel mondo contemporaneo, in cui, a livello sia pubblico che privato, la
differenza tra ciò che è vero e giusto e ciò che non lo è sembra diventata il
frutto di valutazioni puramente soggettive.
Lo dicono gli scenari internazionali, il cui grande
protagonista, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha adottato uno
stile che egli ha anche teorizzato, quando, alla domanda se veda limiti ai suoi
«poteri globali», ha risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa
che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso:
«Rispondo solo a me stesso».
Parole molto simili a quelle che duemilatrecento anni
fa Platone metteva in bocca a Callicle, il giovane e spregiudicato sofista
che, nel Gorgia, discute con Socrate dell’esistenza o meno di un bene
che non si riduca al piacere e all’interesse egoistico e di cui la legge
dovrebbe essere l’espressione: «Io credo che ad inventare la legge sia
stata la massa dei deboli. Dunque, a proprio favore i deboli pongono
le leggi (…), dicono che è brutto e ingiusto mettersi al di sopra degli
altri (…). E la loro mira – a mio parere – sta nell’ottenere
l’uguaglianza, pur essendo più deboli (…). Ma mi pare che la natura stessa
mostri che giusto è che chi è migliore abbia più di chi è peggiore, e chi
è più potente abbia più di chi è meno potente (…), che il più forti domini il
più debole e abbia più di lui (…) Ma, ne sono convinto, se
nascesse un uomo dotato di una natura forte quanto occorre, allora essa
scuoterebbe da sé tutte queste remore, le spezzerebbe e si ribellerebbe ad
esse, calpesterebbe le nostre scritture, i nostri incantesimi e i
nostri sortilegi e le nostre leggi».
È una visione che corrisponde perfettamente a ciò a
cui, ormai da un anno, Trump ci ha abituati con i suoi comportamenti
aggressivi, con le sue minacce, con le sue pretese, in nome dello slogan
«Fare di nuovo grande l’America». Nessun valore, nessun bene, nessuna
regola che possa limitare questa logica autoreferenziale, in cui il
diritto coincide con la forza ed è giusto, perciò, «che il più forte domini il
più debole».
Affermazioni che oggi non si trovano solo nei libri di
filosofia, ma in discorsi ufficiali come quello del Segretario al Tesoro
statunitense Scott Bessant, il quale – per giustificare l’arbitraria
pretesa di Trump di impossessarsi della Groenlandia imponendo la propria
volontà all’Europa e in particolare alla Danimarca -ha spiegato: «Gli
europei proiettano debolezza, gli Stati Uniti proiettano forza».
Di questo modello, che non è solo politico, ma
culturale, proprio il governo italiano – espressione peraltro della maggioranza
degli italiani, come confermano i sondaggi, e fiancheggiato da gran parte dei
mezzi di comunicazione (ben sette quotidiani, le reti RAIe la maggior parte di
quelle private) – è esplicitamente ammiratore e fiancheggiatore,
differenziandosi in questo dagli altri governi dell’Europa occidentale. Mentre
questi si piegano malvolentieri ai diktat di Trump, la nostra premier si è
sempre dichiarata orgogliosa del rapporto privilegiato che ha con lui e, ha
sottolineato che anche qualche occasionale divergenza di opinioni non può
minare la sintonia sostanziale che li unisce.
Oltre la logica della violenza
C’è da stupirsi, in questo contesto, che i nostri
ragazzi riproducano nella loro esperienza quotidiana questo stile di
violenza? I giovani imparano dagli adulti. E quello che stanno imparando
in questi mesi non è certo il senso della verità e della giustizia, meno che
meno il rispetto degli altri. Per fermare questa deriva e capovolgerne il corso
non servono decreti-legge e forze di polizia. È necessario un paziente
sforzo educativo, di cui la scuola, la famiglia e la Chiesa – tre comunità che
un tempo erano decisive per la formazione delle coscienze, ma che oggi sono, da
questo punto di vista, profondamente in crisi – devono tornare
coraggiosamente a farsi carico.
Il loro naturale alleato è l’intima esigenza di
verità e di bene che, sta al fondo anche se non sempre consapevolmente, di ogni
cuore umano, e di quello dei giovani in particolare. Ne abbiamo avuto un
esempio nella loro mobilitazione di fronte allo spaventoso massacro perpetrato
da Israele nella Striscia di Gaza, per protesta nei confronti del nostro
governo, ancora una volta appiattito sulla linea del presidente americano,
alleato di ferro di Netanyahu.
Si tratta ancora, però, come questo caso dimostra,
di reazioni certamente significative, ma episodiche. E ora che il cinico
progetto trumpiano finisce di realizzarsi, dietro la maschera della finta pace,
trasformando le macerie e i morti di Gaza in «uno dei più grossi affari
immobiliari di sempre» (Nello Scavo, su «Avvenire» del 23 gennaio), la protesta
giovanile si è spenta. Perché la cultura di fondo resta quella che non si
scandalizza più della violenza, perché la vede ogni giorno praticata e
apprezzata, anche da coloro che, come il nostro governo, ufficialmente la
denunciano e la condannano.
E così sarà finché la vita di questi ragazzi resterà
priva di un progetto valoriale che noi adulti abbiamo il dovere di proporre, se
non vogliamo continuare a lasciare il campo a misure meramente repressive
palesemente inadeguate. A questo la scuola deve lavorare, in stretta
connessione con le famiglie e con la Chiesa, unica voce internazionale ancora
capace di gridare la verità. È un cammino lungo e problematico. Ma vale la pena
provare a percorrerlo, se non altro perché è l’unico possibile.
Foto di Hajran Pambudi su Unsplash
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