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sabato 30 maggio 2026

80 ANNI DI COSTITUZIONE

 La “salute” 

dei cattolici 

a 80 anni 

dalla Costituente


Il 2  giugno si celebra la Festa della Repubblica, 

in un anno in cui si ricorda gli 80 anni dalla Costituente.

Recentemente si è svolto presso il Comune di Poggio a Caiano un convegno per riflettere su questa importante svolta della storia italiana organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani di Prato

Nell’occasione ho avuto l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni specifiche sull’eredità e, soprattutto, sul ruolo dei cattolici in rapporto alla carta costituzionale.

Senza cultura non c’è politica “maiuscola”

Prima considerazione: la presenza dei cattolici italiani ai lavori della Costituente fu il frutto maturo e profetico di una stagione di grande impegno spirituale, culturale e politico, che affonda le radici nella necessità di elaborare un pensiero autonomo dopo la difficilissima fase storica che parte dal Risorgimento ed arriva al fascismo. Impossibile slegare l’illuminato apporto dei costituenti cattolici da un complesso e necessario percorso formativo previo: documenti del Magistero sociale della Chiesa; filosofia tomista e neotomista del Novecento (da San Tommaso a Maritain); settimane sociali e codice di Camaldoli; radiomessaggi di Pio XII. Contrariamente a ciò che succede oggi, non si percorsero facili scorciatoie, ma solo la strada maestra, nella convinzione che senza cultura non c’è politica “maiuscola”.

Persona, storia e metafisica

Veniamo ai contenuti. L’edificio del nuovo Stato doveva poggiare, per Moro, su tre pilastri: «la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano».

Per procedere in questa direzione era necessario rinnovare profondamente la stessa dottrina della sovranità, non più forza irresistibile dell’autorità, che esercita un «prepotere di fatto», ma strumento al servizio della libertà e della dignità delle persone

Questa filigrana del pensiero di ispirazione cristiana la si vede dagli articoli che esprimono l’idea pluralistica della società, rispettosa dei diritti della persona, singola e associata, che esiste da prima dello Stato e che lo Stato riconosce come originari (ancor più nitidamente espressi dall’ Odg di Dossetti del settembre 1946, poi confluito negli articoli 2 e 3 del testo finale).

Ma i passaggi più caratterizzanti a livello filosofico sono quelli di La Pira. Il professore è mosso da una visione evangelica, elaborata mediante la metafisica e la filosofia sociale e politica di S. Tommaso, il cui perno teologico è l’Incarnazione. Ciò si traduce in una visione dell’azione sociale fondata sul comandamento dell’amore, scevra da ogni venatura utopistica ed attenta alla storia nella sua concretezza. Da questo punto di vista La Pira si appoggia ad una base opposta a quella di Togliatti e Croce, accomunati dal principio di immanenza.

I cattolici sono ancora forti ed autorevoli per accompagnare la Costituzione?

Speranza

Ci piace al riguardo tirar fuori un’ultima suggestione: il legame tra Costituzione e speranza.

La nostra Costituzione nasce come esplicita critica al passato. Nessun dubbio. Ma, come si evince da alcuni passaggi del dibattito nella Costituente, è anche implicita critica al presente (…lo Stato deve rimuovere gli ostacoli che impediscono di realizzare i diritti previsti).

Ma tale critica si apre sempre ad una progettualità con un ponte gettato verso il futuro. Per questo ogni critica è allo stesso tempo rotta verso il futuro

Acquistano così un senso ancora più chiaro le parole di Dossetti alla Costituente, secondo cui dobbiamo far sì che la Costituzione sia “amica, compagna di strada e presidio sicuro del nostro futuro”.

Ed è proprio su questo versante che vorrei porre una domanda: i cattolici italiani sono ancora il presidio e contestualmente l’accompagnamento della nostra Costituzione verso il futuro?

Nuovi codici e nuove Camaldoli sarebbero auspicabili. Ma ne abbiamo ancora la forza e l’autorevolezza?

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

Alzogliocchiversoilcielo

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domenica 4 gennaio 2026

QUALE IDENTITA' ?

 


MANEGGIARE 

CON CURA

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.

- di Italo Fiorin

  Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.

Galli della Loggia continua la sua campagna in favore dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.

“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”

Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.

Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno, quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era, infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia, uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.”

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea, planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini dell’Europa e del mondo.”

Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una identità italiana della quale poter essere orgogliosi?

L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di ‘eroi’?

 

lunedì 24 novembre 2025

ARTIGIANI DI COMUNITA'

 


UNA SFIDA PER LE ASSOCIAZIONI

«Essere artigiani 

di amicizia,

 di fraternità, 

di relazioni autentiche »


«L’amicizia può veramente cambiare il mondo» 

perché «è una strada verso la pace».

Leone XIV

-        -         di MATTEO LIUT

-          Che lo vogliamo o no, siamo tutti intrinsecamente costruttori di comunità, ma non esiste un modo univoco di esserlo, come dimostra un certo stile oppositivo di fare gruppo oggi, che spesso definisce i perimetri dell’appartenenza guardando agli altri quasi come “nemici” da combattere. 

Ecco perché la Chiesa, con questo suo insistere sulla “sinodalità” – inteso come stile che esprime la fraternità mentre si percorre un cammino assieme – nel nostro tempo può avere un ruolo così determinante e profetico in tutti gli ambiti della società. Siamo, infatti, inevitabilmente tutti portatori di comunità e lo siamo dal momento in cui arriviamo ad abitare questo mondo fino a quando chiudiamo gli occhi per sempre: la nostra nascita genera comunità, crea legami, alimenta relazioni, convoca una famiglia; ma anche la nostra morte genera comunità, raduna amicizie e parentele, affida a chi resta una memoria condivisa. E così tutto quello che sta nel mezzo: generiamo comunità andando a scuola o al lavoro, scandendo con riti e celebrazioni i momenti di passaggio della nostra vita, usando gli strumenti della comunicazione digitale. E le scienze ci insegnano che anche la nostra base biologica e anatomica, come quella psichica e affettiva, è un’esperienza comunitaria, ovvero una dinamica collettiva dove ogni elemento funziona perché è in relazione con gli altri.

Siamo destinati alla comunità anche dentro il rapporto più intimo e apparentemente esclusivo tra due persone che si amano: gli innamorati sentono che il loro sentimento chiede loro di essere testimoni di bellezza e di non trattenere per sé ciò che si prova. È innegabile, quindi, che la comunità nell’esistenza umana esiste come qualcosa di connaturale e inevitabile.

Ma questo, appunto, non significa che sappiamo in modo naturale come si costruisce una comunità in grado di essere radice di futuro. Dove imparare a farlo, quindi? E dove imparare a orientare la nostra natura comunitaria verso un progetto più grande, che sappia rispondere alla nostra inesauribile sete di senso, al bisogno primario di essere amati?

Rimanere senza una mano che accompagna in questo cammino genera quello che il Papa ha descritto ieri nel suo discorso davanti ai vescovi italiani, riuniti ad Assisi per la loro 81ª Assemblea generale: «La solitudine consuma la speranza, mentre numerose incertezze pesano come incognite sul nostro futuro». Parole cui Leone XIV fa seguire l’invito a dare forma ciò a cui la Chiesa è chiamata «dalla Parola e dallo Spirito»: «Essere artigiani di amicizia, di fraternità, di relazioni autentiche». Espressioni in piena consonanza con quelle pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nell’introduzione all’Assemblea e nella conferenza stampa di chiusura. L’appello a essere costruttori di comunità non ha solo a che fare con la radice storica e teologica dell’agire della Chiesa nel tempo dell’umanità (Dio stesso è comunità, è Padre, Figlio e Spirito Santo e il mandato del Risorto è quello di fare di tutti gli esseri umani un’unica comunità battezzata, cioè, immersa, nella vita di Dio), ma è snodo fondamentale per continuare ad alimentare la vita della stessa della comunità dei credenti. 

Farsi compagni delle donne e degli uomini non per “indottrinarli” ma per camminare con loro nel viaggio di scoperta della radice infinita della loro stessa esistenza è il primo necessario compito ecclesiale. Ecco perché alimentare la sinodalità oggi è così “strategico” e Zuppi ha voluto chiedere risposte chiare, concrete e opportune al Cammino sinodale compiuto in questi anni dalla Chiesa italiana: è in questo stile che sta la profezia delle comunità ecclesiali. Dietro c’è la consapevolezza che contribuire a dare forma a una società più fraterna e solidale, a un’economia di comunione, a una politica della speranza che dà voce agli ultimi, è la condizione fondamentale per aiutare le persone a incontrare Dio. 

Sì, perché l’esperienza comunitaria, dentro la Chiesa, non è fine a se stessa, la compagine ecclesiale non è un partito, non è un club, un gruppo d’interesse, una rete sociale, che si alimenta della propria stessa identità, ma è uno strumento pensato per portare all’incontro con Cristo. 

Una relazione, questa sì, che è intima e personale e che motiva la responsabilità individuale nel mondo: i cristiani vivono in comunità ma non delegano al gruppo, sperimentano la condivisione ma si fanno carico in prima persona degli altri, agiscono insieme ma rispondono di sé stessi.

 La sinodalità, insomma, vissuta alla luce del Vangelo, forma cittadini adulti. E quindi società aperte al futuro.

 

www.avvenire.it

 

 

  

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martedì 13 maggio 2025

CITTADINI VECCHI E NUOVI PER L'ITALIA

 

L'editoriale di VITA magazine di maggio (che presenta alcune novità grafiche) è firmato dal direttore e schiera la testata a favore del "sì" alla riduzione da dieci a cinque anni delle tempistiche per l'ottenimento della cittadinanza da parte degli stranieri che risiedono regolarmente nel nostro Paese

 

di Stefano Arduini

 

Lo scorso gennaio in occasione della 59esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, papa Francesco scrisse queste parole: «Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire. Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come — dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media — rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica. 

C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della “dispersione programmata dell’attenzione” attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro. Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. 

E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti “trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti”. Non possiamo arrenderci a questa logica».

Un referendum

Nelle prossime settimane la mostrificazione della realtà vivrà un momento apicale. L’8/9 giugno infatti è in calendario la due giorni referendaria. Uno dei quesiti, il numero 5, riguarda la cittadinanza. Se passerà, saranno ridotti da dieci a cinque gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter avanzare la domanda di cittadinanza italiana che, una volta ottenuta, sarebbe automaticamente trasmessa ai propri figli e alle proprie figlie minorenni. Il tema, ricordano i promotori, secondo le stime coinvolge 2,5 milioni di persone. Coinvolge i migranti, ma riguarda tutti noi. Ce lo presenteranno come un duello fra chi sta coi migranti versus chi è contro. Una contrapposizione di maniera al servizio di un giornalismo facilone, pigro e velenoso. 

Chi scrive andrà a votare convintamente a favore della riduzione delle tempistiche di ottenimento della cittadinanza. Sarebbe un risultato importante. I pronostici però danno per molto improbabile il raggiungimento del quorum. Ma a prescindere dal passaggio alle urne rimane uno snodo: la nostra è una società che ha un estremo bisogno di partecipazione. Su questo punto c’è unanimità. E allora che senso avrebbe non aprire le porte della cittadinanza a 2,5 milioni di persone che già vivono legalmente nel nostro Paese? Se usciamo dal fanatismo partitico e “giornalistico” denunciato da Francesco, la risposta non può che essere: nessuno. Schierarsi al referendum è necessario, ma non sufficiente. Qualunque sia l’esito delle urne occorre che il tema della partecipazione civile e politica in un Paese ormai abituato ad eleggere i suoi rappresentanti con meno del 50% degli aventi diritto vada affrontato senza infingimenti. Italiani di sangue o stranieri di origine: cittadini non si nasce, cittadini si diventa. 

Cittadinanza e nazionalità

Secondo il consiglio d’Europa «il concetto di cittadinanza ha molti più livelli di significato di quello di nazionalità. Oggi “cittadinanza” non è solo un termine legale ma si collega — tra le altre cose — al senso di appartenenza dell’individuo, per esempio a una comunità che egli può plasmare e influenzare direttamente». Per disarmare la comunicazione e civilizzare il confronto sociale servono cittadini responsabili. Cittadini interessati e appassionati nel plasmare la propria comunità. Ce ne sono sempre meno: questo è l’elefante nell’armadio che facciamo finta di non vedere. 

Per generare responsabilità (e quindi confronto, e quindi partecipazione, e quindi sicurezza, e quindi benessere) occorre creare contesti dove si impari a essere cittadini responsabili e attivi. 

Come? Per esempio scommettendo su scuola e Terzo settore.  

Coinvolgere gli studenti (ancora una volta: italiani o di origine straniera poco importa) in attività di partecipazione civica (su questo punto l’associazione Labsus è un deposito di ottime prassi) e favorire esplicitamente la diffusione dell’associazionismo, del volontariato e della cooperazione sociale sono due carte essenziali da giocare  per aumentare la qualità della partecipazione e della cittadinanza nel nostro Paese.

Un principio che vale prima e dopo il referendum. 

 https://www.vita.it/

domenica 2 marzo 2025

ASSOCIAZIONI E DEMOCRAZIA


Negli ultimi anni la politica è cambiata in maniera significativa

 rispetto all’approccio con i territori e i cittadini.

 La disgregazione di molti partiti, la nascita di movimenti

 populisti, la crescente carenza di leader in grado di interpretare

 le istanze locali e l’uso dei social quali strumenti principali 

di comunicazione tra i rappresentanti politici e i cittadini, 

hanno marcato una distanza importante 

tra le Istituzioni e le comunità.

Il tema, come sostenuto anche da Marco De Ponte, già direttore di Action Aid, nel Rapporto 2023 della ong sulla qualità della democrazia, è estremamente rilevante, perché non mette in dubbio la democrazia in Italia ma la qualità della stessa e soprattutto l’organizzazione della partecipazione nel contesto sociale.

Partecipazione

Nel Rapporto emerge un bisogno di partecipazione importante da parte delle giovani generazioni, che, tuttavia, hanno comportamenti aggregativi molto diversi dal passato. I giovani che si attivano oggi utilizzano, infatti, un modello di attivazione orizzontale, senza leader ma con portavoce, concentrato su tematiche ambientaliste, di genere e di inclusione, spesso molto lontane dalle agende politiche delle Istituzioni nazionali e internazionali (Zamponi, 2019).

Il ruolo dell’associazionismo nel suo rapporto con le democrazie è molto cambiato negli anni, quello di oggi è un associazionismo molto diverso da quello sviluppatosi nel secondo dopoguerra, che mostrava il proliferare di molte più associazioni civico – politiche e religiose, piuttosto che sociali. Un sistema di associazioni che collaborava in maniera molto chiara ed esplicita con i partiti di cui condivideva ideologie e posizioni, senza paura di strumentalizzazioni (Pizzorno, 1993).

Associazionismo

L’associazionismo era il modo che il popolo aveva per partecipare alla vita politica, e la politica nell’associazionismo trovava il suo radicamento. Le associazioni sentivano di svolgere un ruolo di raccordo fondamentale tra la società e le istituzioni e di avere un potere anche nella definizione delle politiche pubbliche. Negli anni Ottanta tale approccio pragmatico e orientato maggiormente al sociale ebbe modo di consolidarsi ulteriormente, a fronte di una sostituzione dei partiti di massa da partiti che venivano legittimati da una più generica opinione pubblica, più distante dai territori e dalla società civile di un tempo (Manin, 2010).  E così in tutta Europa tra gli anni Ottanta e Novanta si compì il processo di distacco dai partiti di quel tessuto associativo che fino ad allora aveva consentito un radicamento ed un dialogo con i territori che rendeva forte la rappresentanza politica (Schmitt- Holmberg 1995, pp. 101-7).

A fine anni Novanta, con la crisi della rappresentanza, conseguente anche agli scandali giudiziari intervenuti e alla nascita della Seconda Repubblica, i cittadini hanno preferito prendere le distanze da partiti, sindacati e associazioni di categoria e impegnarsi invece, in maniera significativa nelle associazioni a scopo sociale.

La mancanza di interesse rispetto alla partecipazione alle elezioni è andata via via crescendo fino agli anni 2000 e si è diffusa in tutta la popolazione, con percentuali di gran lunga superiori alla media, tra adolescenti e giovani. Dal confronto trai dati Istat 2021 e 2023 si conferma la tendenza alla diminuzione delle forme indirette di partecipazione: con un calo della quota di chi parla e di chi si informa di politica (rispettivamente -1% e -1,8%). Si registra, invece, un aumento della partecipazione politica diretta, attraverso manifestazioni e cortei (+1,9%), che ha interessato in particolare giovani e giovanissimi – con un incremento più marcato tra le ragazze – e una lieve ripresa della partecipazione.

Democrazia

Del resto, la partecipazione come scuola di democrazia, teorizzata già nell’800 da Tocqueville, resta ancora oggi una delle principali leve alla base della scelta di attivarsi. L’attivismo e l’associazionismo negli ultimi anni hanno avuto come parole d’ordine “cura” “solidarietà” e “mutualismo”, e si sono visti riconoscere un ruolo, a tratti suppletivo, rispetto alle istituzioni locali e nazionali, riuscendo ad attivare vere e proprie forme di azione collettiva in grado di cambiare la società e di generare un impatto reale e misurabile, pur incidendo pochissimo sulle politiche dei Governi che si sono succeduti.

Non c’è, difatti, un dibattito costruttivo e incisivo, né il mondo della società civile, impegnato in attività di associazionismo, sente di avere voce nell’ambito delle decisioni, anche politiche, che impattano sulla vita del Paese. Anzi, negli ultimi anni lo stesso dibattito politico rispetto ad alcuni specifici temi, come l’immigrazione o l’ecologismo, si è rivolto contro ampi settori del mondo associativo. Il caso più eclatante è stato sicuramente quello delle ong impegnate nel recupero dei migranti in mare che si sono spesso ritrovate coinvolte in cause civili e penali, intentate direttamente da rappresentanti delle Istituzioni.

Più in generale, negli ultimi anni l’associazionismo che protesta è stato sempre più spesso riconosciuto come sovversivo e pericoloso dall’opinione pubblica. Un esempio in tal senso è rappresentato dai movimenti giovanili che si stanno sviluppando sempre di più negli ultimi anni nel mondo. Movimenti impegnati prevalentemente sul tema del cambiamento climatico e dei diritti, che spesso vedono negato il diritto stesso di manifestare e che, per questo. vivono una profonda frustrazione rispetto all’incidenza delle loro azioni (Zamponi 2021). In particolare sul tema ecologico, già nel 2018, un importante studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change metteva in fila le cause e gli effetti del cosiddetto  “lutto ecologico”, vissuto prevalentemente dai giovani, e uno studio condotto della rivista The Lancet nel 2021 mostrava quanto fosse alto il peso psicologico della crisi climatica sugli individui più giovani, soprattutto tra coloro che hanno partecipato maggiormente  alle manifestazioni e alle mobilitazioni per spingere i governi di tutto il mondo ad agire con decisione verso un futuro climaticamente giusto.

Il futuro

Lo studio, condotto su 10mila giovani tra i 16 e i 25 anni di età, in dieci Paesi del mondo (Regno Unito, Finlandia, Francia, India, Stati Uniti, Australia, Portogallo, Brasile, Filippine e Nigeria), ha mostrato un dato importantissimo su tutti, la sensazione di impotenza e di ansia per il futuro, soprattutto nei confronti delle azioni del governo. Del resto, le nuove forme aggregative giovanili odierne segnano il passo di una differenza importante con quelle del passato, poichè sono caratterizzate da una spiccata orizzontalità e reticolarità  (si vedano Castells, 2012, Hardt e Negri, 2012) e mostrano di avere un rapporto complesso con la rappresentanza (si vedano Razsa e Kurnik, 2012, Kauffman, 2012), non hanno leader ma portavoce e credono in una leadership condivisa più che gerarchica. Una rivoluzione decisiva rispetto alle forme di associazionismo raccontate in uno dei principali studi sull’argomento condotto dall’Istituto Cattaneo negli anni 60, in cui emergeva un associazionismo fortemente legato alla politica nazionale e rappresentativo degli interessi territoriali, in grado di condizionare e guidare la politica delle Istituzioni.

Alla luce di tale distanza tra il mondo dell’associazionismo e quello delle istituzioni, in che modo possono promuoversi azioni che fungano da innesco per nuove forme di attivazione e motivazione, anche in vista di una maggiore partecipazione politica degli attivisti sociali e di un miglioramento della stessa qualità della democrazia?

Il Terzo Settore

Il Codice del Terzo Settore (D. Lgs. 03 luglio 2017, n. 117) nel Titolo VII potrebbe rappresentare, da questo punto di vista, la risposta a tale rilevante fabbisogno sociale. In particolare agli artt. 55 e 56 il Codice introduce importanti istituti relativi alla partecipazione del Terzo settore nella definizione delle politiche pubbliche e disciplina le modalità fondamentali in cui tale rapporto può svilupparsi per promuovere nuovo coinvolgimento attivo ed efficace sui territori e a livello di politiche pubbliche “partecipate”. Tale approccio orizzontale viene condiviso dal Legislatore anche nel nuovo Codice degli Appalti, approvato con D.Lgs. 31 marzo 2023, n.36, che recepisce la norma n. 131/2020 della Corte Costituzionale nell’art. 6, introducendo un sistema fondato su due modelli organizzativi di amministrazione condivisa alternativi per l’affidamento di servizi sociali da parte dell’istituzione pubblica: la solidarietà sociale e la sussidiarietà orizzontale. 

Al fine di riattivare un comportamento partecipativo nei cittadini, potrebbe rivelarsi efficace da parte delle istituzioni locali l’utilizzo di metodologie di ascolto partecipativo, di co-programmazione e co-progettazione delle politiche locali e delle azioni da mettere in campo, fermo restando la capacità da parte degli enti locali di gestire tali processi e quindi la formazione del personale interno in tale direzione.

Il riconoscimento di un ruolo attivo e propositivo da parte dei decisori nei confronti delle associazioni e gli attivisti locali e la concreta partecipazione dei loro rappresentanti ai tavoli di lavoro per la definizione di soluzioni condivise potrebbe portare il mondo dell’associazionismo, e del Terzo settore in generale, a vedersi riconosciuto un nuovo protagonismo sociale e politico.

Il bene comune

 La partecipazione resta un fondamentale approccio alla vita pubblica e le conseguenze di un comportamento passivo da parte dei cittadini in tal senso possono avere ricadute pesanti sul sistema democratico del Paese, a partire dal disinteresse nei confronti della partecipazione elettorale, che di fatto rispecchia la scarsa fiducia dei cittadini nella possibilità di innescare cambiamenti reali nelle politiche nazionali e locali.

C’è però la necessità che i cittadini non smettano di credere nella cosa pubblica e che lo facciano partecipando attivamente e sentendo l’utilità del loro contributo, poiché la sfiducia nelle istituzioni scoraggia tale attivismo e determina un comportamento di attesa, di lamento o di rabbia sterile. Occorre far tornare i cittadini a sentirsi parte delle politiche locali, ad essere protagonisti della loro definizione e del loro sviluppo.

 

VITA

 

 


martedì 18 febbraio 2025

CITTADINI DEL MONDO


 Educazione alla cittadinanza globale: temi e obiettivi di apprendimento

L’UNESCO intende rispondere alle sfide della violazione dei diritti umani, delle crescenti ineguaglianze e della perdurante povertà che tuttora minacciano la pace e la sostenibilità nel mondo sempre più interconnesso in cui viviamo, attraverso l’Educazione alla cittadinanza globale, un’area strategica del suo programma di medio termine.

L’obiettivo prioritario di questa iniziativa è quello di rendere gli insegnanti maggiormente consapevoli della globalità di queste problematiche e promotori attivi di società più tolleranti, pacifiche, inclusive e sostenibili. Allo stesso tempo essa mira a instillare nei discenti valori, attitudini e comportamenti che sostengano una cittadinanza globale sostenibile: creatività, innovazione e impegno per la pace, per i diritti umani e per lo sviluppo sostenibile.

L’UNESCO sostiene gli Stati membri nei loro sforzi per l’attuazione dell’ educazione alla cittadinanza globale attraverso la sensibilizzazione, lo sviluppo di linee guida e il rafforzamento delle loro capacità operative. Il suo lavoro in questo campo contribuisce al perseguimento dell’obiettivo 4 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, dedicato all’educazione, che prevede l’impegno dei paesi a “garantire che a tutti gli studenti siano fornite le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, una cultura di pace e non violenza, la cittadinanza globale e l’apprezzamento della diversità culturale”.

Nel 2015 l’UNESCO ha pubblicato un documento intitolato “Global citizenship education: topics and learning objectives”, la cui traduzione in italiano è ora disponibile grazie alla traduzione del “Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento” con l’Organizzazione, per la ricerca nel campo dell’educazione alla cittadinanza globale (ECG) e per la sua promozione. Il Centro è un’ associazione no profit impegnata nell’analisi, informazione, formazione e promozione della conoscenza sui temi della cooperazione internazionale, degli affari europei, della pace e dei diritti umani.

Frutto del lavoro di ricerca e consultazione di esperti, “Educazione alla cittadinanza globale: temi e obiettivi di apprendimento” costituisce la prima guida pedagogica UNESCO per gli Stati membri affinché abbiano un orientamento generale sull’integrazione dell’educazione alla cittadinanza globale nei rispettivi sistemi scolastici. Sul piano dei contenuti offre suggerimenti su come tradurre i concetti di educazione alla cittadinanza globale in temi e materie specifiche per ogni età e in altrettanti obiettivi di apprendimento, in modo da poter essere adattata ai diversi contesti locali.

La guida vuole essere una risorsa per gli educatori, gli esperti nella redazione dei curricoli, i formatori, i politici e anche gli operatori che lavorano in contesti non formali.

Agg.to 9 agosto 2024

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martedì 21 gennaio 2025

EDUCAZIONE CIVICA A SCUOLA

 


FORUM  DELLE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI DELLA SCUOLA

AIMC, AMDZ, ANDIS, ANFIS, CIDI, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, MCE, PROTEO FARE SAPERE

 Coordinatore  Antonio Giacobbi  - agiacobbi2010@libero.it

 Le nuove linee guida di educazione civica: una forzatura ideologica

Prima di emanare le nuove Linee guida di educazione civica, il ministro avrebbe dovuto, come previsto dal DM 35/92, ascoltare le scuole e fare un serio lavoro per comprendere come integrare quelle precedenti. Non lo ha fatto. Ha deciso invece dì riscrivere il testo. Perché? Sono le stesse ragioni per cui ha affidato alla commissione Perla la revisione delle Indicazioni nazionali del primo ciclo: virare decisamente su una curvatura ideologica e identitaria.

Avviene ormai con troppa frequenza che un cambiamento di governo porti con sé la voglia di intervenire sulla scuola marcando la differenza con ciò che è stato fatto in precedenza. Si pensi alla valutazione nella scuola primaria, alla “ispirazione” suggerita per le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, ai provvedimenti sul rapporto tra scuola a e lavoro, al voto in condotta e alle misure punitive. Al di là del merito, non va bene: la scuola non è un ufficio in cui applicare pratiche, ha bisogno di tempi più lunghi di formazione, di elaborazione, di esperienze. E di rispetto per il lavoro dei docenti che richiede anche di non gettare alle ortiche il lavoro fatto negli anni.

Rinviamo per approfondimenti ai contributi sui siti nazionali delle nostre Associazioni. E inoltre: L. Rondanini su Scuola7 del 23 settembre 2024 e il sito www.gessetticolorati.it

 1)    Il nuovo testo ha preso atto di alcune integrazioni alla legge originaria dovute alla L. 21/2024: “Interventi a sostegno della competitività dei capitali ecc.”. E così prevede, ad esempio, “…l’educazione finanziaria e assicurativa e la pianificazione previdenziale”. Non possono essere queste le finalità dell’educazione civica previste dalla legge istitutiva che recita: “L'educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”.

2) 2) I tre nuclei concettuali sono confermati: Costituzione, Sviluppo sostenibile, Cittadinanza digitale. Il testo definisce anche i traguardi di competenza e gli obiettivi di apprendimento, lo richiede la legge 92/2019.

Accanto ai valori della Costituzione, vi sono alcuni elementi che “marcano” una concezione dell’educazione civica molto discutibile che non condividiamo. a) L’idea di Patria come elemento identitario. È sottolineata in diversi punti. Ne riportiamo uno. Le Linee guida promuovono obiettivi di apprendimento “coerenti con quel sentimento di appartenenza che deriva dal nascere, crescere e convivere in un paese chiamato Italia” e ancora una “comune identità italiana come parte della civiltà europea e occidentale e della sua storia”. La visione che propone il testo è fortemente ideologica, italocentrica e nazionalistica, e va ben oltre quanto leggiamo in Costituzione, dove la parola Patria, sicuramente importante, è citata solo due volte. Le Linee Guida oscurano o, meglio, trascurano volutamente un fatto: l’idea di Patria ha un senso solo se non prevede recinti e confini che impediscono la comprensione, l’azione e la formazione dei cittadini del mondo.

Come non ricordare Don Milani:” Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro” (Da L’0bbedienza non è più una virtù).

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace”

c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere.

 Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento;

valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma  16)

b) È incredibile: vi sono 56 conflitti nel mondo, due dei quali drammatici ai confini dell’Europa, ma un documento del ministero che deve “guidare” le scuole nell’insegnamento dell’educazione civica, non contiene mai la parola “pace” c) L’art. 9 della Costituzione è citato solo per la scuola secondaria di secondo grado; sono poco presenti sviluppo sostenibile, responsabilità sociale e personale, contrasto alla povertà alle disuguaglianze, lotta alla fame e contrasto al cambiamento climatico.

Perché e come l’educazione civica

È fondamentale. Anche come disciplina. Ma non servono i voti, tanto meno in itinere. Proponiamo alcuni riferimenti.

1. Nel 2025 ricorre l’80° Anniversario della Liberazione: studiare la Costituzione significa anche conoscere come è nata a partire dalla Resistenza come valore unificante e dall’educazione alla convivenza democratica

2. Costruire comunità di apprendimento, nella convinzione che l’apprendimento è un fatto sociale

3. Assumere il paradigma della complessità (Morin) per comprendere le differenze e non far sentire “stranieri” gli alunni provenienti da altri paesi 4. Educare al “bene comune” e alla cittadinanza consapevole e attiva (che non è sudditanza), come contrasto all’interesse individuale.

5. Assumere come valore l’Etica pubblica che poggia sulla responsabilità e non sul senso di colpa come la morale privata.

6. Costruire percorsi di partecipazione democratica degli allievi, fin dalla scuola dell’infanzia, a partire dalla elaborazione di regole condivise per “abitare insieme” la scuola e dall’organizzazione cooperativa dell’apprendimento; valorizzare la cultura del confronto anche con la pratica delle assemblee e delle consulte degli studenti.

7. Avere attenzione, in questi tempi di forte disregolazione emotiva e di mancanza di senso del limite, alla costruzione di esperienza di socializzazione anche esterna alla scuola.

8. Promuovere l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, anche nella pratica educativa (Legge 107/2015, art 1, comma 16)

Prima di Prima di tutto la Costituzione

I moltissimi traguardi per lo sviluppo delle competenze e obiettivi di apprendimento possono produrre dispersione e ostacolare la messa a fuoco di ciò che è prevalente. Spetta ai collegi dei docenti rivedere il curricolo di istituto e sono il consiglio di classe e il team docenti che devono effettuare le scelte conseguenti per i loro alunni.

Le scuole siano dunque protagoniste dell’autonomia organizzativa e didattica.

Nel rispetto della legge individueranno alcune priorità per ciascun anno di corso, perché non è possibile fare tutto e la scuola non può essere un contenitore di tutto. Pensiamo che la priorità possa essere data alle competenze e ai traguardi del nucleo concettuale “Costituzione”. Degli altri, invitiamo a valorizzare quelli che hanno a fondamento il concetto di “bene comune” e di responsabilità. E, soprattutto, a “praticare l’educazione civica” nell’insegnamento e nelle relazioni come rispetto e valorizzazione di ciascuno e di tutti, docenti e studenti.

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