Attacco
al Venezuela
Il
caso Venezuela ha riempito e continua riempire le pagine dei giornali, letto
però in ottiche abbastanza diverse e talora opposte. Poiché ad esserne
protagonista è il paese – gli Stati Uniti – che, dalla seconda guerra mondiale
in poi, ha costituito, e anche ora continua a costituire, il punto di
riferimento delle democrazie occidentali, vale la pena cercare di
comprendere meglio il significato di questa vicenda e delle diverse
interpretazioni che se ne danno.
In
primo luogo, come sempre è giusto fare prima di passare ai commenti, partiamo
dai fatti. Da mesi il regime del presidente venezuelano Nicolás Maduro era
oggetto di durissime accuse da parte della Casa Bianca. L’imputazione
fondamentale era il suo ruolo nel narcotraffico. Maduro sarebbe
stato addirittura capo di un cartello della droga denominato «Cartel de
los Soles», accusato anche di essere una organizzazione terroristica.
È
stato in rapporto a questo che, dai primi di settembre 2025, più di trenta
imbarcazioni venezuelane, mentre navigavano nelle loro acque territoriali, sono
state oggetto di attacchi da parte di droni americani, con la morte di
centodieci persone – pacifici pescatori, secondo il governo venezuelano,
pericolosi narco-trafficanti secondo quello statunitense.
In
mancanza di prove, impossibile dire chi avesse ragione. Ma diversi membri del
Congresso americano hanno fortemente criticato la violenza delle operazioni –
per di più sulla base di una indimostrata presunzione di colpa – , evidenziata
da un video che mostrava alcuni superstiti dell’attacco a una di queste
barche, aggrappati al relitto, colpiti e uccisi da un secondo attacco.
Anche
se gli esperti della lotta al narcotraffico hanno sempre dichiarato che il
Venezuela ha in esso un ruolo marginale e infatti, dopo la cattura di
Maduro e l’avvio del processo nei suoi confronti, l’accusa di capeggiare il
traffico della droga è quasi scomparsa dall’elenco delle imputazioni e al
centro c’è quella di essere al centro di un «sistema di corruzione»..
Quello
che è certo, è che Maduro era un dittatore, come del resto il suo precessore,
Chavez, di cui dal 2013 era il successore designato, ma di cui non aveva né il
carisma né le capacità. Da qui un regime che ha puntato più sulla repressione
che sul vero consenso, che ha messo in prigione gli oppositori, che ha
trascinato il Venezuela in una profonda crisi economica e sociale.
È
in questo contesto – caratterizzato dalle proteste dell’opposizione,
guidata dalla premio Nobel per la pace Maria Corina Machado – che il
presidente Trump ha sempre più accresciuto la pressione psicologica e militare
su Maduro, schierando di fronte alle coste venezuelane una vera e propria
armata, con numerose navi da guerra e truppe pronte allo sbarco. Ma Maduro non
si è dimesso. A questo punto, nella notte fra il 2 e il 3 gennaio, è scattato
il blitz che lo ha sorpreso nottetempo nella sua residenza e, eliminando la sua
guardia personale – si parla di circa ottanta vittime – lo ha arrestato e
trasportato negli Stati Uniti, dove è appena cominciato il suo processo.
Le
reazioni internazionali
E
qui cominciano le divergenze nel valutare l’accaduto. Il primo ministro
israeliano Benyamin Netanyahu si è congratulato con Trump per il blitz e
per la sua «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della
giustizia», mentre la Russia e la Cina – che tra l’altro in Venezuela hanno
grossi interessi legati al petrolio – hanno duramente condannato l’attacco.
L’Unione
Europea ha reagito con estrema cautela, ricordando di avere «ripetutamente
affermato che Nicolás Maduro non ha la legittimità di un presidente
democraticamente eletto», ma al tempo stesso sottolineando che «in ogni
circostanza devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e la
Carta delle Nazioni Unite» e affermando che «il diritto del popolo venezuelano
a determinare il proprio futuro deve essere rispettato». Tutto e nulla.
Diversificate
le reazioni dei singoli governi europei. Quello italiano, pur criticando in
linea di principio «l’azione militare esterna», ha dichiarato
di considerare «al contempo legittimo un intervento di natura difensiva
contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali
che alimentano e favoriscono il narcotraffico».
La
condanna più decisa è venuta dal governo francese: «Nessuna soluzione politica
durevole può essere imposta dall’esterno», ha affermato il ministro degli
Esteri Jean-Noel Barrot. E, a proposito di Maduro, ha aggiunto: «L’operazione
militare che ha portato alla sua cattura viola il principio di non uso della
forza, che è alla base del diritto internazionale».
Il
contesto
Come
sempre, però, è il contesto della vicenda a indicarne il significato.
Trump ha parlato di una «nuova alba» per il Venezuela. E come
tale l’hanno salutata molti partiti e giornali di destra in Europa e in Italia,
dove i critici dell’operazione americana sono stati accusati di essere per ciò
stesso sostenitori di un dittatore. E, anche laddove si è, più
correttamente, preso atto che la condanna del blitz statunitense non
implicava l’apprezzamento del personaggio Maduro, essa è stata additata come il
segno di una distorsione ideologica. Così in un titolo de «il Foglio (6
gennaio): «Questa sinistra venera più il diritto internazionale che la
libertà».
Una
contrapposizione inquietante, perché il diritto non è un’alternativa alla
libertà, ma la sua suprema garanzia. Senza di esso, ad essere liberi sono
soltanto i più forti, che sono in grado di imporre la loro volontà senza
rispettare alcuna regola. Che è quello che Trump ha a chiare lettere
rivendicato, in una lunga intervista fattagli dal «New York Times». Quando gli
è stato chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», il presidente ha
risposto: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non
ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me
stesso».
Questa
è la libertà senza diritto. Maduro era un dittatore, ma Trump crede di essere
Dio. E il secondo non è meno pericoloso del primo. Anche semplicemente dal
punto di vista della democrazia. Lo evidenzia il fatto che l’enfasi con
cui è stata esaltata dall’opinione pubblica mondiale la liberazione del popolo
venezuelano e la sua restituzione ad un regime finalmente democratico sia
miseramente naufragata di fronte all’esplicita esclusione, da parte di Trump,
della leader dell’opposizione, Maria Corina Machado, che in un primo
momento aveva esultato, dichiarandosi pronta a «prendere il potere».
In
realtà il presidente americano sembra preferire la continuazione del tanto
contestato assetto chaveziano finora vigente in Venezuela, ora che la vicepresidente
Delcy Rodríguez, subentrata al vertice del governo ha ceduto alle sue minacce e
si è sottomessa senza riserve, in particolare riconoscendo agli Stati Uniti il
pieno controllo del petrolio venezuelano e, indirettamente, del paese.
Ed
è di petrolio che Trump ha parlato celebrando il proprio ennesimo trionfo,
molto più che di democrazia. Anche perché è difficile definire democratico un
progetto che prevede il controllo degli Stati Uniti sul Venezuela nel prossimo
futuro. Per quanto, «solo il tempo ce lo dirà», ha spiegato il Tychoon
nell’intervista al «New York Times» Alla domanda se la situazione sarebbe
durata tre mesi, sei mesi, un anno o più, il presidente americano ha risposto:
«Direi molto più a lungo». E ha continuato: «Useremo il petrolio e lo
importeremo. Abbasseremo i prezzi del petrolio e daremo soldi al Venezuela, che
ne ha disperatamente bisogno».
Insomma,
l’avvento della democrazia, per il popolo venezuelano, comporterà
l’appropriazione della sua principale risorsa da parte degli Stati Uniti, che
hanno sempre aspirato a impadronirsene, e la sottomissione all’arbitrio del più
forte. Quali che siano le acrobazie dei sostenitori europei e italiani di
Trump, questo non è il progetto di una liberazione, ma di un dominio e di uno
sfruttamento coloniale.
Una
stella nella notte
Come
conferma, del resto, il concomitante ritorno del Tychoon alla
rivendicazione della Groenlandia, che certo non ha nulla a che vedere col
narcotraffico e con la mancanza di democrazia. «Abbiamo bisogno della
Groenlandia», ha dichiarato, spiegando che non esclude, per questo neppure
l’opzione militare. In alternativa, si offre di comprarla da governo danese che
però, per bocca della sua premier Mette Frederiksen, ha replicato con
fermezza che «la Groenlandia non è in vendita».
Questa
volta l’Europa sembra compatta nella decisone di difendere i diritti della
Danimarca. Ma circola l’ipotesi che, per evitare che finisca come col
Venezuela, si possa ricorrere all’escamotage di concedere
l’indipendenza all’isola e lasciare poi che siano gli abitanti a decidere. E
già si parla della possibile offerta di centomila dollari a testa in cambio
della scelta di aderire agli Stati Uniti.
Il
diritto ormai si identifica apertamente con la forza, quella delle armi e
quella del denaro, nel venir meno di ogni criterio etico e perfino del pudore
che in passato mascherava questo cinismo. Ciò riguarda l’Italia in modo
particolare perché, come si è visto, mentre altri paesi, come la Francia, hanno
preso le distanze dallo stile di Trump, la nostra premier – che se ne è sempre
dichiarata ammiratrice, rivendicando il «rapporto privilegiato» che li lega – ,
non lo ha fatto, fedele al proposito, espresso più volte, di collaborare con
lui per «rendere di nuovo grande l’Occidente».
Una
piccola stella, in questa notte, è stata la parola di papa Leone che,
nell’omelia della veglia di Natale, ha contrapposto la logica del vangelo a un
sistema economico che non è a servizio della persona, ma la riduce ad oggetto.
«Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio
si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo
vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per
liberarci da ogni schiavitù». Il papa non ha detto a chi si riferiva. I
fatti si sono incaricati di mostrarlo.
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