Tra le voci più
autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa
la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.
La canzone che ascoltavi
a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari
durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la
metropolitana di Milano e quella di New York…
Insomma, la madeleine di
Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale
semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha
coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.
Luciano Floridi, tra le
voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University
dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia
della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a
neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per
descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente
informazionale in cui viviamo.
Il capitale semantico è
ciò che mi caratterizza
In un’epoca dominata
dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave
per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo
incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di
quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze
esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò
che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed
essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si
tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e
di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di
costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi
circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».
Oggi è urgente
dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…
Ecco perché il capitale
semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per
esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di
arricchire la nostra vita e di disegnarla.
In che modo il capitale
semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?
Tanto più siamo in grado
di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più
dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa
davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi,
era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale,
spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più
automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o
sociale e quello della meccanizzazione.
Questa prospettiva
ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI.
E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.
Mi auguro che la
formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le
differenze che creano disuguaglianze.
In che modo?
Dalla consapevolezza del
valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un
capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita
umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e
non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una
rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo
il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a
fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici
cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la
Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi
sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento
dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione
sociale, non soltanto educativa.
Credo che il non profit
possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione
l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico
Anche perché
viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…
Abbiamo eredità dai
Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo
da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti
contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece
di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo
consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa
lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner
non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo
semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.
Che ruolo ha, secondo
lei, il non profit in tutto questo?
Il non profit è una delle
realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta
luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri.
Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”,
perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o
banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non
profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo
vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il
giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione
di basso valore.
Possiamo dire che la
comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua
natura quella sociale?
La comunicazione avviene
almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione,
certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe
servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola
all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale.
Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata
(ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di
engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è
comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di
comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto
sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla
società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più
sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta
dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece
abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per
fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo
male.
Tutti possono
decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le
famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una
consapevolezza critica nell’utilizzo.
A Orbits avete dedicato
una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra
le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la
crescita reciproche?
Anzitutto credo che da un
lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è
fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure,
sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una
fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre
stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti,
impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse
in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di
ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto
secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a
Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la
nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in
passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani,
esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o
esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più
sostenibile.
Come cambierà il mondo
con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza
fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza
artificiale.
Sarebbe bene che noi
umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi
manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è
la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi
di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere
sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali
sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower),
non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è
usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti
possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro
tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali,
la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo
futuro penso che ci sarà una polarizzazione.
La differenza però non
sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la
controlla e chi ne è controllato.
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