mercoledì 21 gennaio 2026

AMERICA FIRST

 


L'America di Trump, 
un anno dopo

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Ed è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale

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    -di Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Il mondo si fida di più o di meno degli Stati Uniti d’America? È questa la domanda che spicca a distanza di un anno dall’insediamento della seconda presidenza statunitense guidata da Donald Trump. Spicca perché, anche se sono passati solo 365 giorni, tra Venezuela, Groenlandia, tensioni con l’Europa e la Nato, i dazi, lo scontro in diretta televisiva con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, e la complessa tregua a Gaza, una cosa è chiara: gli Stati Uniti stanno cambiando il loro modo di vedere il mondo e, di riflesso, il loro modo di relazionarsi col mondo.

La "Donroe Doctrine"

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: America First non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Spazio strategico che anzitutto ha una definizione geografica: si estende nell’emisfero occidentale e quindi nel cortile di casa americano, ridefinendo così la dottrina Monroe del 1823 — ora soprannominata la “Donroe Doctrine” — che al tempo avvertiva l’Europa di stare fuori dal “cortile di casa” latino-americano. La strategia di sicurezza nazionale Usa del 2025 ha richiamato esplicitamente la dottrina partorita dall’allora segretario di Stato, John Quincy Adams, aggiungendo quello che è stato definito il “corollario Trump”: l’influenza americana sull’emisfero occidentale è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale.

Un avvertimento a Cina e Russia

Data la definizione geografica, ecco spiccare i due principali obiettivi. Il primo, tutto diretto a Cina, Russia e relativi nemici: l’emisfero occidentale deve restare «libero da incursioni ostili o dalla proprietà straniera di asset fondamentali», recita sempre il documento sulla sicurezza nazionale pubblicato lo scorso novembre. Il secondo, con un forte richiamo ad Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro Usa nel 1789: «Gli Stati Uniti non devono mai dipendere da alcuna potenza esterna per componenti essenziali — dalle materie prime ai pezzi fino ai prodotti finiti — necessari alla difesa o all’economia della nazione». La tattica conferma la strategia: il cambiamento di priorità dell’amministrazione Trump è confermato dal fatto che oggi ben 12 navi da guerra – tra cui la portaerei USS Gerald R. Ford, la più avanzata al mondo – navigano nelle acque dei Caraibi e solo sei sono in Medio Oriente.

Quale rapporto con gli alleati europei e asiatici?

Tuttavia, tattica e strategia scoperchiano anche una seconda domanda: come cambia il rapporto degli Stati Uniti con i loro alleati? Interrogativo rivolto anzitutto al blocco atlantico e ai Paesi europei, con cui Trump sta alzando i toni da ultimo sulla questione della Groenlandia, ma anche a Paesi asiatici come Corea del Sud, Filippine, Giappone e Taiwan, abituati ad avere un occhio di riguardo da parte di Washington in base alla centralità dell’Indo-Pacifico. Se gli Usa si concentrano più sul loro emisfero, questi Paesi hanno gli strumenti diplomatici e strategici per poter pensare in modo più autonomo al loro spazio di influenza? E cosa significa ridefinire il proprio spazio di influenza, di fronte al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e a un mondo sempre più aggressivo? In base a quali obiettivi e a quali strumenti? Che tipo di rapporto promuovere con Washington?

Il fronte interno

La nuova logica geopolitica della Casa Bianca non ha ripercussioni solo sugli alleati. Anzi, se il fronte interno e quello esterno s’incrociano sempre di più, qui emerge un’altra domanda: questo nuovo assetto nella politica estera americana, esplicitamente teso non a un ordine mondiale di stampo Usa bensì al soddisfacimento degli interessi nazionali, sta piacendo ai cittadini statunitensi? Il 2026 sarà l’anno decisivo per capirlo perché tutti gli occhi sono fissati sulle elezioni di midterm. Secondo il quotidiano «The Wall Street Journal», il 45 per cento degli elettori approva l’operato del presidente, mentre il 54 per cento lo disapprova, un divario di nove punti, tre in più rispetto allo stesso sondaggio di luglio. Le cose non vanno meglio per i democratici: il 58 per cento degli elettori ha un’opinione sfavorevole verso il partito attualmente all’opposizione, contro il 39 per cento che ne ha una favorevole. Il 92 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 oggi gli attribuisce un giudizio positivo sull’operato, compreso un 70 per cento che lo «approva fortemente». Circa la metà degli elettori afferma però che l’economia è peggiorata nell’ultimo anno, contro il 35 per cento che vede un miglioramento, uno scarto percentuale in costante aumento.

Lo stato dell'economia americana

Conviene soffermarsi su quest’ultimo dato. Esso conferma una discrepanza, ormai tipica, tra gli indicatori economici tradizionali – inflazione e crescita economica – relativamente positivi — e una percezione pubblica dell’economia alquanto negativa. In effetti, sul fronte economico il primo anno di Trump consegna un quadro meno fragile di quanto i critici temessero. Il pil Usa nel 2025 è cresciuto intorno al 2,5 per cento, i mercati finanziari restano forti, le banche segnano profitti record e l’inflazione, rientrata tra il 2,6 e il 2,7 per cento (lontana dal 2 per cento ma sotto il 3), non ha imboccato la spirale che i dazi avrebbero potuto innescare. I costi tariffari sono stati in larga parte assorbiti dai margini di profitto delle imprese, con un parziale trasferimento sui prezzi al consumo. In superficie, l’economia appare quindi sotto controllo ed è peraltro in attesa non solo dell’effetto espansivo del Big Beautiful Bill, bensì anche di ipotetici booster che Trump potrebbe lanciare in vista delle elezioni di novembre. Sullo sfondo, il dollaro resta la moneta di riferimento globale e non si registrano fughe dai Treasury. Anche se qui va subito messa una postilla: il rialzo dell’oro di oltre il 70 per cento, la crescente attrattività di argento e bitcoin e il calo relativo delle riserve globali in dollari indicano che una parte degli investitori sta progressivamente diversificando verso i beni rifugio, non per paura di una crisi imminente ma per coprirsi da una possibile lenta erosione di fiducia nel dollaro come bene pubblico globale.

Ombre su occupazione, migrazione e demografia

Sotto la cenere, dunque, il fuoco cova. Il ciclo economico americano è sempre più finanziarizzato e capital-intensive: intelligenza artificiale, data center, asset prices e credito abbondante sostengono la crescita, ma non la traducono in occupazione diffusa. Anzi, il mercato del lavoro statunitense sta rallentando in modo marcato: nel 2025 sono stati creati circa 584.000 posti, poco meno di 50.000 al mese, contro i 168.000 mensili del 2024, il peggior dato — fuori dalle recessioni — da oltre vent’anni. Il tasso di disoccupazione, seppur tornato ai livelli pre-covid, non esplode non solo perché l’offerta di lavoro si è contratta drasticamente, ma anche per almeno due fenomeni sociali paralleli. Il primo è demografico: le proiezioni del Congresso indicano che, con l’attuale tasso di fecondità ben sotto il livello di sostituzione (circa 1,6 figli per donna), la crescita naturale della popolazione si avvicinerà allo zero entro i prossimi decenni e potrebbe addirittura azzerarsi già nel 2030 se i decessi supereranno le nascite senza un’immigrazione significativa. Il secondo fenomeno è proprio migratorio: l’immigrazione negli Usa è crollata da circa 2,3 milioni a poco più di 400.000 persone, sottraendo fino a due milioni di potenziali lavoratori. Anche la promessa occupazionale dei dazi resta disattesa: la manifattura ristagna o arretra, trasporti e logistica rallentano, il reshoring spinge sì gli investimenti ma il non lavoro.

Se gli americani si sentono sfiduciati

Emerge così il quadro di un’economia che cresce in superficie ma che, in fondo, non riesce a iniettare fiducia e soddisfare il timore dei cittadini statunitensi di sentirsi meno ricchi e meno benestanti rispetto a prima. Anche perché, sebbene l’inflazione sia tornata intorno al 2,6–2,7 per cento nel 2025, quindi sotto controllo ma sopra il target della Fed, i prezzi al consumo restano elevati, con aumenti particolarmente marcati nel comparto abitativo e alimentare. Gli stipendi settimanali reali sono aumentati solo dello 0,8 per cento da dicembre 2024 a dicembre 2025 quando si corregge l’inflazione e, al di là delle medie, la crescita del reddito reale per molte fasce della popolazione è rimasta contenuta.

Le ripercussioni sui rapporti sociali

L’idea di non sentirsi adatti a vivere nell’attuale contesto economico può scatenare fenomeni antropologici e quindi sociologici come esclusione, isolamento e violenza. Negli Stati Uniti circa 1 adulto su 3 riferisce di sentirsi spesso solo, circa il 32 per cento dichiara una significativa mancanza di connessione sociale significativa, mentre una quota consistente della popolazione adulta (si oscilla, in base ai sondaggi, tra il 37 e il 40 per cento) riporta livelli moderati o gravi di solitudine. Qui ci si può ricollegare non solo al calo demografico e quindi anche alla crisi della famiglia — un fenomeno su cui negli Usa si sta sempre più discutendo — bensì anche ai possibili gesti di violenza. Se da un lato i dati mostrano che i morti per arma da fuoco e le sparatorie negli Usa nel 2025 sono calati, dall’altro i numeri restano altissimi, anche per la facilità di detenere un’arma: nel 2025 negli Stati Uniti circolavano oltre 390 milioni di armi, più di 120 ogni 100 abitanti, e le statistiche preliminari del Gun Violence Archive indicano che sono state registrate almeno circa 40.000 persone colpite da proiettili, con oltre 14.600 morti e circa 26.100 feriti. Il primo anno della seconda presidenza Trump è stato anche l’anno dell’uccisione dell’attivista politico Charlie Kirk, di un utilizzo più assertivo della Guardia nazionale — ormai schierata nelle principali città americane — e quindi di un fronte interno sempre più caldo. Che, in fondo, porta a una connessione ma anche a un’integrazione della domanda da cui si è partiti: gli Stati Uniti si fidano più o meno di loro stessi rispetto a prima?

Vatican News

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