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mercoledì 14 ottobre 2026

WOLFANGO E LA BAMBINA

 


Seminare speranza


Aprendo finestre sul proprio passato, nella sua vecchiaia un uomo ricompone la travagliata costruzione della propria identità e ripercorre il cammino che gli ha permesso di evadere dalla gabbia in cui sembrava destinato a restare.

A segnare i primi anni della sua vita sono la povertà affettiva, la miseria economica e culturale, la convinzione dei genitori che il suo futuro dovesse essere la semplice replica del loro precario presente. Ma è la sua sete di un altrove – di emozioni, relazioni e conoscenza – a dargli il coraggio di opporsi al destino.

Saldo alle proprie radici, il protagonista scioglie a poco a poco i lacci del pregiudizio, della disistima e dell’insignificanza sociale, fra vittorie e sconfitte, simbolicamente rappresentate dalle carte pescate dal mazzo della vita.

Ne nasce il racconto di un percorso di emancipazione, libertà e amore.

Una storia vera, capace di farsi specchio di molti altri cammini di riscatto, di ricerca di sé, di speranza.


Adriana Lafranconi – Wolfango e la bambina – ed. Studium, 2026

 Adriana Lafranconi è stata maestra, dirigente scolastica, impegnata nella ricerca in università, formatrice. Attualmente è responsabile del Dipartimento Scienze Sociali, Università delle Tre Età, Sede di Mandello Lario. Con Il paese sul lago. Cento e un personaggio in scena, Marcianum Press (2024) esordisce nella narrativa.

mercoledì 30 settembre 2026

CLASSI SENZA CONFINE

 


Quale scuola 

per una 


società plurale




-di MILENA SANTERINI

L’obiettivo di integrare maggiormente nella scuola alunni e studenti con background migratorio è certamente condivisibile. Ma non è facile convincersi che le politiche scolastiche attuali, compreso l’ultimo decreto-legge sul tetto del 30% degli stranieri nelle classi, realizzino effettivamente questo progetto. Al di là delle dichiarazioni ufficiali sulla necessità di far apprendere l’italiano a studenti e famiglie immigrate, compito fondamentale dell’istruzione, l’orientamento attuale sembra lentamente erodere il patrimonio di universalismo (tutti a scuola) e insieme di rispetto delle diversità culturali, sociali, etniche, di genere (scuola interculturale), che è stato costruito faticosamente negli ultimi decenni.

Un’equa distribuzione indubbiamente evita la concentrazione degli alunni di origine immigrata nelle stesse classi.

Tuttavia, ci si è chiesti perché non vigilare e far rispettare nelle scuole le disposizioni che già dal 2010 chiedono di distribuirli nelle classi e nei plessi, cosa possibile nella grande maggioranza degli istituti. E in quelli dove per motivi urbanistici vi è un alto numero di alunni neo-arrivati (Nai), perché non agire per evitare il white flight (la fuga delle famiglie italiane) con progetti di potenziamento dell’offerta formativa (dalle lingue allo sport) che rendano attraente la scuola. Ci si domanda poi perché ricorrere a un decreto che probabilmente riguarderà, secondo le proiezioni di Costanzo Ranci – tolti i nati qui e chi ha già frequentato anni di scuola – una stretta minoranza di alunni in tutta Italia. 

Se si vuole più conoscenza dell’italiano perché non aumentare le risorse a disposizione degli insegnanti?

Molti hanno osservato che le carenze linguistiche possono essere recuperate attraverso il potenziamento dell’insegnamento dell’Italiano L2, anziché la redistribuzione degli alunni. Ma le risorse messe a disposizione dal decreto, come osserva Tuttoscuola, sono largamente insufficienti.

Anche rispetto all’opportunità che i genitori imparino l’italiano, la strada maestra non è certo l’obbligo ma semmai il potenziamento dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e soprattutto il sostegno alla rete del volontariato, delle comunità, del Terzo settore, delle parrocchie, che si caricano del peso di un servizio che lo Stato non svolge sufficientemente. 

E, infine, se veramente si vuole integrare bambini e ragazzi che si sentono e sono italiani, il vero potente strumento di inclusione e coesione sociale sarebbe concedere loro la cittadinanza.

Quindi, mentre si proclama la necessità di integrare, si manda un messaggio che in realtà va in altra direzione. Temere che i bambini italiani “si sentano nell’angolo” e diventino “minoranza” a scuola evoca l’invasione da parte degli “altri” minacciosi, in realtà sempre bambini. Ma così la classe non viene considerata come una comunità di minori tutti diversi perché maschi e femmine, di diversa classe sociale o origine etnica e di differenti personalità, ma come un luogo di incontro/scontro tra appartenenti a nazioni diverse. Perché arruolare nel nazionalismo bambini e ragazzi creando un conflitto di appartenenza?

 Perché richiamare la gerarchia tra i gruppi (“prima gli italiani”) invece di insegnare l’uguaglianza dei diritti di tutti gli esseri umani? Il termine “assimilazione”, utilizzato nei dibattiti di questi giorni, suona in modo equivoco. I valori della Costituzione non soltanto si insegnano ma si vivono realmente nella scuola. 

L’uguaglianza deve essere praticata senza che gli alunni venuti da lontano si sentano di serie B, tollerati e guardati con sospetto, smistati per rispondere alle paure delle famiglie. Paure alimentate sempre dalla politica per avere un bersaglio su cui far scaricare la frustrazione della gente. Il curricolo ufficiale dice “integrazione”, quello nascosto comunica divisione tra gruppi e sovranismo.

Nelle ultime Indicazioni nazionali del 2025 il tema dell’inclusione degli alunni stranieri non compare. L’educazione interculturale, di cui già parlavano le Circolari dell’allora Ministro Mattarella, sarebbe la risposta ad una scuola delle diversità, dove ciascuno è differente dall’altro per mille motivi (e non solo la lingua), ma è divenuta un tabù, mai nominata in nessun documento. Senza educare al confronto si isolano le identità culturali contrapponendole (“Occidente” contro il resto del mondo) mentre nel mondo attuale siano tutti interconnessi e interdipendenti. 

Le identità, come nota Mauro Ceruti, non sono “contro l’alterità” ma sempre in relazione reciproca. Quindi non abbiamo bisogno di una scuola identitaria, ma che insegni a vivere nel pluralismo, specie in tempi di guerra. Rendere estranei e considerare gli immigrati persone da cui difendersi mortifica Ahmed, che si sente italiano, Irina, che si è rifugiata nel nostro Paese, Andrei, che vorrebbe essere figlio di due popoli, Camila, che sogna di avere tanti amici.

Ma soprattutto è una minaccia a quella grande ricchezza che è l’unità e la coesione di una società.

www.avvenire.it

SALE E LIEVITO

 


Papa Leone

 e l'Occidente 

in cerca

 di un'identità sociale

 




-di Vito Mancuso 

La Stampa 

«Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l'originale latino societas non a caso viene da socius). Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri. 

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell'essere umano, siamo "animali politici", ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. 

È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l'esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia. 

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l'espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l'espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi. Quale? Il bisogno di un'identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un'identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all'individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l'affermarsi della loro identità personale. 

 Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un'identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l'essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un'idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi. Io penso che qui si giochi il futuro dell'identità europea. Penso che il futuro dell'Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l'identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l'identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell'umanità. I veri pastori sono coloro che pongono l'identità sociale al servizio di un'aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l'umanità a quella "fraternité" sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789. 

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi. Si tratta piuttosto di ritrovare un'aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l'isolamento dell'individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell'autentica comunità. 

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito "leone erbivoro", questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l'espressione di quella "forza debole" che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera. 

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel "sale della terra" e quel "lievito della pasta" di cui al suo riguardo parlava Gesù.

Vatican News

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mercoledì 19 agosto 2026

LASCIATECI PREGARE

 


Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24)


--di Paolo Gamberini 

L’immagine di un uomo che, all’interno della basilica di San Pietro, avrebbe pregato secondo il rito islamico, probabilmente rivolto verso la Mecca ha suscitato scalpore e scandalo. Non si può permettere un gesto di culto islamico nel cuore della cristianità perché ciò significherebbe indebolire l’identità cristiana e rinunciare a difendere le tradizioni religiose e culturali dell’Occidente.

Tuttavia, deve essere affermato che proprio il cristianesimo – nella sua essenza – ha introdotto nell’identità religiosa un elemento “kénotico” di dis-identificazione rispetto all’assolutizzazione dei luoghi, delle appartenenze, dei costumi e delle identità collettive religiose. Ciò non comporta la negazione delle differenze né l’indifferenza verso il significato specificamente cristiano di una chiesa. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun luogo sacro può pretendere di circoscrivere la presenza di Dio. La santità di Dio non viene profanata dalla preghiera sincera di chi appartiene a un’altra tradizione religiosa. 

Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Gesù non nega ogni valore ai luoghi, ai riti e alle tradizioni, ma ne relativizza la pretesa di possedere Dio. Il luogo sacro rimane importante come espressione visibile della fede di una comunità, ma non diventa un confine capace di separare Dio dall’essere umano che lo cerca. 

Tommaso d’Aquino è altrettanto netto: «in omnibus actibus latriae id quod est exterius refertur ad id quod est interius sicut ad principalius» (Summa theologiae, II-II, q. 84, a. 2). In ogni atto di culto ciò che è esteriore è subordinato, come a ciò che è principale, alla disposizione interiore. L’adorazione consiste principalmente «in interiori Dei reverentia», nella riverenza interiore verso Dio, mentre i gesti del corpo hanno un valore secondario e simbolico. Il luogo e la postura possono essere convenienti e significativi, ma non possono racchiudere Dio né stabilire definitivamente chi abbia il diritto di rivolgersi a lui. 

Non si può criticare un uomo semplicemente perché si prostra pregando Dio dentro una chiesa. La prostrazione, peraltro, non è affatto estranea alla tradizione cristiana: ricorre nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità monastica; nella celebrazione del Venerdì Santo, lo stesso sacerdote si prostra davanti all’altare. Il problema non può essere, quindi, il gesto corporeo in quanto tale. Occorre piuttosto domandarsi se una persona che si rivolge sinceramente a Dio debba essere considerata una minaccia soltanto perché lo fa secondo una forma religiosa diversa dalla nostra. 

Anche il magistero cattolico invita a una valutazione teologicamente più profonda. La dichiarazione conciliare Nostra aetate afferma che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», mentre il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara che essi «adorano con noi un Dio unico, misericordioso» (§ 841). Ciò non significa che cristianesimo e islam siano equivalenti o che le loro rispettive confessioni di fede possano essere sovrapposte. Rimangono differenze decisive, soprattutto riguardo alla Trinità, all’incarnazione e all’identità di Gesù Cristo. Significa però che il cristiano può riconoscere nella preghiera del musulmano un’autentica intenzione di rivolgersi all’unico Dio. 

A illuminare ulteriormente l’episodio di San Pietro può contribuire una narrazione conservata nell’antica tradizione islamica. Intorno al 630, una delegazione di cristiani proveniente da Najran, nell’Arabia meridionale, si recò a Medina per incontrare Maometto e discutere con lui di questioni religiose, in particolare dell’identità di Gesù. I membri della delegazione furono accolti nella Moschea del Profeta, la Masjid al-Nabawi, indossando i propri abiti religiosi. Quando giunse l’ora della loro preghiera, si prepararono a celebrare il culto rivolgendosi verso oriente. Alcuni musulmani avrebbero voluto impedirglielo, ma Maometto intervenne dicendo: «Lasciateli pregare». 

Il racconto non si trova nelle maggiori raccolte canoniche degli hadith, come il Sahih al-Bukhari o il Sahih Muslim, ma è trasmesso dalla letteratura biografica antica, in particolare dalla Sīra attribuita a Ibn Isḥāq e giunta attraverso la redazione di Ibn Hishām, nonché da successive opere storiche ed esegetiche. Il suo significato normativo è stato discusso dai giuristi musulmani: alcuni vi riconoscono un precedente per l’ospitalità interreligiosa e per l’ingresso dei non musulmani nelle moschee; altri lo considerano una concessione eccezionale, legata a una circostanza diplomatica particolare. Rimane comunque altamente significativo che la tradizione islamica abbia conservato la memoria di cristiani autorizzati a celebrare la propria preghiera nel luogo centrale della comunità musulmana. 

Il racconto della delegazione di Najran propone allora una provocazione salutare: se Maometto, secondo l’antica tradizione islamica, poté dire dei cristiani presenti nella sua moschea «Lasciateli pregare», perché i cristiani dovrebbero sentirsi necessariamente minacciati da un musulmano che si prostra davanti a Dio in una basilica? L’ospitalità non cancella l’identità del luogo: la manifesta nella forma più alta, quando l’identità è abbastanza solida da non percepire ogni differenza come una profanazione. Una chiesa non perde la propria sacralità perché qualcuno vi invoca Dio in modo diverso; potrebbe, al contrario, mostrare che la santità di un luogo si esprime anche nella capacità di accogliere la ricerca religiosa dell’altro. 

Il punto, però, è ancora più profondo. Il cristianesimo introduce una tensione permanente tra particolare e universale. La fede cristiana possiede un’identità determinata, fondata sulla confessione di Gesù Cristo morto e risorto, ma nessuna identità storica, culturale o nazionale può pretendere di esaurirne la verità: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). L’universalità cristiana non elimina le differenze, ma impedisce che una di esse venga trasformata in assoluto. 

Questa struttura non è rimasta confinata alla teologia. Attraverso una storia tutt’altro che lineare e spesso contraddittoria, il cristianesimo l’ha consegnata anche alla cultura occidentale. L’universalismo inclusivo moderno può essere considerato, almeno in parte, uno degli esiti secolarizzati e trasformati dell’universalismo cristiano. Sul piano teologico, Dio non è proprietà esclusiva di un luogo, di un gesto o di un popolo; sul piano politico e culturale, l’universale non è proprietà di una cultura, di un costume o di un’identità storicamente determinata. 

La particolarità rimane e deve essere custodita: una basilica cristiana non è una moschea, così come una moschea non è una chiesa. Il dialogo autentico non nasce dalla confusione delle identità, ma dal loro reciproco riconoscimento. Tuttavia, la particolarità non può trasformarsi in assoluto. Una delle acquisizioni più profonde della tradizione informata dal cristianesimo consiste non soltanto nel possedere un’identità, ma anche nell’aver prodotto gli strumenti per disidentificarsi criticamente da essa, sottoporla a giudizio e aprirla all’universale. 

Inclusività e contaminazione, dunque, non sono necessariamente il sintomo di una civiltà che non crede più in se stessa. Possono significare il contrario: la fedeltà a una civiltà la cui più profonda vocazione consiste, paradossalmente, nel non assolutizzare alcuna identità particolare, nemmeno la propria. La basilica di San Pietro conserva intatta la propria identità cristiana non quando respinge automaticamente chi prega in modo diverso, ma quando testimonia che il Dio annunciato dal cristianesimo è più grande dei confini entro i quali vorremmo racchiuderlo. 

Piuttosto che irrigidirsi nella difesa di una presunta identità — peraltro assai difficile da determinare nella sua presunta purezza — la civiltà ispirata dal cristianesimo ha prodotto una domanda più radicale: con quale diritto di fronte a un uomo prostrato in preghiera, la prima reazione cristiana dovrebbe essere quella di espellerlo, invece di riconoscere, pur nella differenza delle fedi, il desiderio umano di rivolgersi all’Assoluto? In tal senso, le parole attribuite a Maometto potrebbero risuonare anche sotto le volte di San Pietro: «Lasciatelo pregare».

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venerdì 31 luglio 2026

OLTRE GLI STEREOTIPI


 LA COOPERAZIONE CHE NON VEDIAMO



Fiducia e capitale morale oltre gli stereotipi

 

-di VITTORIO PELLIGRA

In uno studio condotto in 125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi due numeri racconta qualcosa di importante.

Molte persone sono disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions about others, l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More Social, osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre aspettative.

Identità

Questa dinamica diventa particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto 2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta, non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente. Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione alla fiducia e alla cooperazione.

Il dato invita a rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili. Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento degli altri.

L’identità condivisa, anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia, si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non riescono a riconoscerlo negli altri.

Comunicazione responsabile

Questa è anche una questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa. Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero. Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso, dunque, non si tratta di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già esiste.

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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese. 

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

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giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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mercoledì 1 aprile 2026

DAL LORO AL NOI

Dal «loro» al «noi»:

 come il cervello abbatte le divisioni



Il cervello umano si riconfigura, e può ridurre le distanze tra etnie, quando si richiama un’identità condivisa. Le implicazioni per le società multiculturali riguardano il superamento dei confini attraverso semplici stimoli contestuali

di Nicla Panciera

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la  coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura». 

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura».

VITA

 

domenica 4 gennaio 2026

QUALE IDENTITA' ?

 


MANEGGIARE 

CON CURA

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.

- di Italo Fiorin

  Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.

Galli della Loggia continua la sua campagna in favore dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.

“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”

Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.

Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno, quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era, infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia, uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.”

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea, planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini dell’Europa e del mondo.”

Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una identità italiana della quale poter essere orgogliosi?

L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di ‘eroi’?