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mercoledì 19 agosto 2026

LASCIATECI PREGARE

 


Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24)


--di Paolo Gamberini 

L’immagine di un uomo che, all’interno della basilica di San Pietro, avrebbe pregato secondo il rito islamico, probabilmente rivolto verso la Mecca ha suscitato scalpore e scandalo. Non si può permettere un gesto di culto islamico nel cuore della cristianità perché ciò significherebbe indebolire l’identità cristiana e rinunciare a difendere le tradizioni religiose e culturali dell’Occidente.

Tuttavia, deve essere affermato che proprio il cristianesimo – nella sua essenza – ha introdotto nell’identità religiosa un elemento “kénotico” di dis-identificazione rispetto all’assolutizzazione dei luoghi, delle appartenenze, dei costumi e delle identità collettive religiose. Ciò non comporta la negazione delle differenze né l’indifferenza verso il significato specificamente cristiano di una chiesa. Significa, piuttosto, riconoscere che nessun luogo sacro può pretendere di circoscrivere la presenza di Dio. La santità di Dio non viene profanata dalla preghiera sincera di chi appartiene a un’altra tradizione religiosa. 

Alla Samaritana, che gli domanda quale sia il luogo giusto per adorare Dio — il monte Garizìm oppure Gerusalemme — Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre»; perché «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Gesù non nega ogni valore ai luoghi, ai riti e alle tradizioni, ma ne relativizza la pretesa di possedere Dio. Il luogo sacro rimane importante come espressione visibile della fede di una comunità, ma non diventa un confine capace di separare Dio dall’essere umano che lo cerca. 

Tommaso d’Aquino è altrettanto netto: «in omnibus actibus latriae id quod est exterius refertur ad id quod est interius sicut ad principalius» (Summa theologiae, II-II, q. 84, a. 2). In ogni atto di culto ciò che è esteriore è subordinato, come a ciò che è principale, alla disposizione interiore. L’adorazione consiste principalmente «in interiori Dei reverentia», nella riverenza interiore verso Dio, mentre i gesti del corpo hanno un valore secondario e simbolico. Il luogo e la postura possono essere convenienti e significativi, ma non possono racchiudere Dio né stabilire definitivamente chi abbia il diritto di rivolgersi a lui. 

Non si può criticare un uomo semplicemente perché si prostra pregando Dio dentro una chiesa. La prostrazione, peraltro, non è affatto estranea alla tradizione cristiana: ricorre nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità monastica; nella celebrazione del Venerdì Santo, lo stesso sacerdote si prostra davanti all’altare. Il problema non può essere, quindi, il gesto corporeo in quanto tale. Occorre piuttosto domandarsi se una persona che si rivolge sinceramente a Dio debba essere considerata una minaccia soltanto perché lo fa secondo una forma religiosa diversa dalla nostra. 

Anche il magistero cattolico invita a una valutazione teologicamente più profonda. La dichiarazione conciliare Nostra aetate afferma che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente», mentre il Catechismo della Chiesa cattolica dichiara che essi «adorano con noi un Dio unico, misericordioso» (§ 841). Ciò non significa che cristianesimo e islam siano equivalenti o che le loro rispettive confessioni di fede possano essere sovrapposte. Rimangono differenze decisive, soprattutto riguardo alla Trinità, all’incarnazione e all’identità di Gesù Cristo. Significa però che il cristiano può riconoscere nella preghiera del musulmano un’autentica intenzione di rivolgersi all’unico Dio. 

A illuminare ulteriormente l’episodio di San Pietro può contribuire una narrazione conservata nell’antica tradizione islamica. Intorno al 630, una delegazione di cristiani proveniente da Najran, nell’Arabia meridionale, si recò a Medina per incontrare Maometto e discutere con lui di questioni religiose, in particolare dell’identità di Gesù. I membri della delegazione furono accolti nella Moschea del Profeta, la Masjid al-Nabawi, indossando i propri abiti religiosi. Quando giunse l’ora della loro preghiera, si prepararono a celebrare il culto rivolgendosi verso oriente. Alcuni musulmani avrebbero voluto impedirglielo, ma Maometto intervenne dicendo: «Lasciateli pregare». 

Il racconto non si trova nelle maggiori raccolte canoniche degli hadith, come il Sahih al-Bukhari o il Sahih Muslim, ma è trasmesso dalla letteratura biografica antica, in particolare dalla Sīra attribuita a Ibn Isḥāq e giunta attraverso la redazione di Ibn Hishām, nonché da successive opere storiche ed esegetiche. Il suo significato normativo è stato discusso dai giuristi musulmani: alcuni vi riconoscono un precedente per l’ospitalità interreligiosa e per l’ingresso dei non musulmani nelle moschee; altri lo considerano una concessione eccezionale, legata a una circostanza diplomatica particolare. Rimane comunque altamente significativo che la tradizione islamica abbia conservato la memoria di cristiani autorizzati a celebrare la propria preghiera nel luogo centrale della comunità musulmana. 

Il racconto della delegazione di Najran propone allora una provocazione salutare: se Maometto, secondo l’antica tradizione islamica, poté dire dei cristiani presenti nella sua moschea «Lasciateli pregare», perché i cristiani dovrebbero sentirsi necessariamente minacciati da un musulmano che si prostra davanti a Dio in una basilica? L’ospitalità non cancella l’identità del luogo: la manifesta nella forma più alta, quando l’identità è abbastanza solida da non percepire ogni differenza come una profanazione. Una chiesa non perde la propria sacralità perché qualcuno vi invoca Dio in modo diverso; potrebbe, al contrario, mostrare che la santità di un luogo si esprime anche nella capacità di accogliere la ricerca religiosa dell’altro. 

Il punto, però, è ancora più profondo. Il cristianesimo introduce una tensione permanente tra particolare e universale. La fede cristiana possiede un’identità determinata, fondata sulla confessione di Gesù Cristo morto e risorto, ma nessuna identità storica, culturale o nazionale può pretendere di esaurirne la verità: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). L’universalità cristiana non elimina le differenze, ma impedisce che una di esse venga trasformata in assoluto. 

Questa struttura non è rimasta confinata alla teologia. Attraverso una storia tutt’altro che lineare e spesso contraddittoria, il cristianesimo l’ha consegnata anche alla cultura occidentale. L’universalismo inclusivo moderno può essere considerato, almeno in parte, uno degli esiti secolarizzati e trasformati dell’universalismo cristiano. Sul piano teologico, Dio non è proprietà esclusiva di un luogo, di un gesto o di un popolo; sul piano politico e culturale, l’universale non è proprietà di una cultura, di un costume o di un’identità storicamente determinata. 

La particolarità rimane e deve essere custodita: una basilica cristiana non è una moschea, così come una moschea non è una chiesa. Il dialogo autentico non nasce dalla confusione delle identità, ma dal loro reciproco riconoscimento. Tuttavia, la particolarità non può trasformarsi in assoluto. Una delle acquisizioni più profonde della tradizione informata dal cristianesimo consiste non soltanto nel possedere un’identità, ma anche nell’aver prodotto gli strumenti per disidentificarsi criticamente da essa, sottoporla a giudizio e aprirla all’universale. 

Inclusività e contaminazione, dunque, non sono necessariamente il sintomo di una civiltà che non crede più in se stessa. Possono significare il contrario: la fedeltà a una civiltà la cui più profonda vocazione consiste, paradossalmente, nel non assolutizzare alcuna identità particolare, nemmeno la propria. La basilica di San Pietro conserva intatta la propria identità cristiana non quando respinge automaticamente chi prega in modo diverso, ma quando testimonia che il Dio annunciato dal cristianesimo è più grande dei confini entro i quali vorremmo racchiuderlo. 

Piuttosto che irrigidirsi nella difesa di una presunta identità — peraltro assai difficile da determinare nella sua presunta purezza — la civiltà ispirata dal cristianesimo ha prodotto una domanda più radicale: con quale diritto di fronte a un uomo prostrato in preghiera, la prima reazione cristiana dovrebbe essere quella di espellerlo, invece di riconoscere, pur nella differenza delle fedi, il desiderio umano di rivolgersi all’Assoluto? In tal senso, le parole attribuite a Maometto potrebbero risuonare anche sotto le volte di San Pietro: «Lasciatelo pregare».

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venerdì 31 luglio 2026

OLTRE GLI STEREOTIPI


 LA COOPERAZIONE CHE NON VEDIAMO



Fiducia e capitale morale oltre gli stereotipi

 

-di VITTORIO PELLIGRA

In uno studio condotto in 125 Paesi, a più di centomila persone è stato chiesto se fossero disposte a rinunciare a una parte del proprio guadagno per contribuire, insieme a uno sconosciuto, a un progetto contro il riscaldamento globale. Il 69 per cento ha detto sì. Prima di scegliere, però, gli stessi partecipanti avevano stimato che lo avrebbe fatto soltanto il 47 per cento degli altri. La distanza tra questi due numeri racconta qualcosa di importante.

Molte persone sono disponibili a cooperare per un obiettivo comune, ma questa disponibilità viene sistematicamente sottostimata. E questo errore non è senza conseguenze. Chi crede che gli altri non faranno la propria parte, infatti, trova meno ragioni per fare la sua. Lo studio di Peter Andre e colleghi sul cambiamento climatico si inserisce in un filone di ricerca che si concentra sulle misperceptions about others, l’imprecisione con la quale giudichiamo le intenzioni e le azioni degli altri. Nicholas Epley, nel suo bellissimo libro A Little More Social, osserva lo stesso problema dal punto di vista della vita quotidiana. Molte occasioni di contatto, riconoscimento e aiuto vengono lasciate cadere non perché manchi il desiderio di relazione, ma perché valutiamo male l’accoglienza che riceveremo. Non chiediamo aiuto perché pensiamo questo crei fastidio, non facciamo una telefonata ad un amico per la stessa ragione, spesso non diciamo neanche grazie per paura che venga mal interpretato. Le convinzioni sugli altri orientano così i gesti con cui allarghiamo o restringiamo il nostro ambiente sociale. Ciò che non tentiamo non può sorprenderci e ciò che non osserviamo difficilmente corregge le nostre aspettative.

Identità

Questa dinamica diventa particolarmente rilevante quando entra in gioco l’identità. In uno studio appena pubblicato assieme a Gabriele Ballicu e Valeria Concas, abbiamo studiato fiducia e cooperazione nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia. L’esperimento ha coinvolto 2.405 persone. In alcuni casi i partecipanti non conoscevano la provenienza geografica della controparte mentre in altri casi sapevano di interagire con qualcuno del Nord o del Sud. Quando l’origine territoriale restava sconosciuta, non emergevano differenze sistematiche tra settentrionali e meridionali. Le distanze si manifestavano soprattutto quando l’identità veniva resa saliente. Il risultato più significativo riguardava le aspettative. Una parte dei partecipanti meridionali attribuiva ad altri meridionali una minore propensione alla fiducia e alla cooperazione.

Il dato invita a rovesciare una lettura consolidata. Il divario non deve essere interpretato necessariamente come il riflesso di disposizioni morali profonde e immutabili. Può dipendere anche dal modo in cui le persone anticipano il comportamento degli altri.

L’identità condivisa, anziché rafforzare automaticamente il legame, può richiamare una reputazione collettiva negativa e trasformarla in una previsione sul singolo individuo. Qui le percezioni diventano istituzioni informali. Se una comunità viene rappresentata a lungo come scarsamente affidabile, quella descrizione può sedimentarsi anche all’interno del gruppo i cui membri la interiorizzano. Chi ne fa parte può finire per usare lo stereotipo come criterio prudenziale. Concede meno fiducia, si espone meno, interpreta con maggiore sospetto i segnali ambigui. Non perché possieda necessariamente preferenze meno cooperative, ma perché agisce in un ambiente nel quale la cooperazione sembra meno probabile, anche se non lo è. Il confronto tra questi lavori suggerisce una tesi comune. Una società non utilizza tutto il capitale morale di cui dispone quando i suoi membri non riescono a riconoscerlo negli altri.

Comunicazione responsabile

Questa è anche una questione di politica pubblica e di comunicazione responsabile. Correggere le percezioni non significa diffondere messaggi edificanti o occultare i conflitti. Significa produrre informazioni credibili sui comportamenti reali, rendere visibili le pratiche cooperative e valorizzare le esperienze che contraddicono le narrazioni più stereotipate. Nel campo climatico, sapere che molti altri sono pronti a contribuire può aumentare la disponibilità individuale. Nei territori segnati dalla sfiducia, mostrare che la cooperazione esiste può impedirle di apparire come un’eccezione irrilevante. Le istituzioni hanno dunque anche un compito conoscitivo, quello di aiutare i cittadini a vedersi con maggiore precisione. Non soltanto sanzionare chi viola le regole o premiare chi le rispetta, ma rendere pubblicamente riconoscibile la parte di società che già funziona. La speranza contenuta in queste ricerche non è ingenua. Non afferma che gli esseri umani siano sempre generosi né che i problemi collettivi possano essere risolti con una campagna informativa. Suggerisce semplicemente che in molte circostanze non partiamo da zero. Esistono risorse di fiducia, responsabilità e disponibilità che rimangono inutilizzate perché non sappiamo quanto siano diffuse. Perché siamo preda di una sorta di pessimismo antropologico. In questo senso, dunque, non si tratta di generare nuova cooperazione, ma di imparare a vedere quella che già esiste.

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lunedì 4 maggio 2026

SINNER, L'ITALO-AUSTRIACO

 


LA SOSTITUZIONE ETNICA

Una questione aleggia, indirettamente, in molte affermazioni che riguardano Jannik Sinner. E’ davvero un tennista italiano? La domanda si rafforza se guardiamo alla identità italiana con gli occhiali della ideologia che si colloca, apertamente, nelle parole di non pochi leaders politici: essi fanno della “difesa della nazione”, della “remigrazione”, della paura della “sostituzione etnica” una bandiera, persino nel nome stesso del partito (come Fratelli d’Italia). Rispetto ai “fratelli d’Italia” che si riconoscono solo nel “carattere nazionale”, Sinner sembra un marziano. Anche giornalisti ingenui, o senza scrupoli, hanno scritto diversi articoli sulla “non italianità” di Sinner. Sinner nei modi, come nelle parole, come nel suo stesso nome, non sembra italiano. Sembra piuttosto un caso palese di “sostituzione etnica”. 

di Andrea Grillo

Per capire meglio questa perplessità, spesso interessata, bisogna riflettere su un dato rimosso. Se per conseguire la cittadinanza italiana è ragionevole richiedere una certa conoscenza della lingua italiana, bisogna tuttavia ammettere che ci sono cittadini italiani che non sono di “lingua madre” italiana. Se si chiamano Abdul, Liam, Ruud o Joao è perché, molto spesso, non hanno l’italiano come lingua madre. Jannik Sinner è tra questi italiani, di lingua madre non italiana (ma, nel suo caso, tedesca). Il suo è il caso particolare di una parte della nazione italiana, come la Val Pusteria, in cui più del 98% dei cittadini italiani è di madre lingua tedesca. Questo accade, in quella parte di Italia, dal momento in cui il Sud Tirolo è diventato Alto Adige. Si deve notare la sottile ironia con cui Sinner è per gli austriaci un uomo del sud, mentre per gli Italiani è un uomo dell’estremo nord. Ma quello che conta è che ci siano italiani che non hanno la lingua italiana come lingua madre. 

 Questo non dovrebbe sorprendere chi ha un minimo di memoria storica. 

Certamente la lingua italiana è uno dei fattori storici di unificazione della nazione. Ma non nelle forme che immaginiamo. Italiani, ma non di madre lingua italiana, si trovano alla radice della nostra storia istituzionale. Per fare solo due esempi: Camillo Benso Conte di Cavour e Vittorio Emanuele II non avevano l’italiano come lingua madre, ma il francese

 Ecco dunque un primo aspetto interessante: ci sono italiani che parlano e pensano primariamente in una lingua diversa dall’italiano. Parlare e pensare in un’altra lingua significa portare, nella esperienza dello Stato italiano, altre visioni del mondo, altre concezioni, altre rappresentazioni, altri ideali. Quello che accade oggi, pubblicamente, di fronte al talento di Jannik Sinner, dovrebbe diventare una sorta di esempio di ciò che può capitare in ogni settore, anche molto meno famoso ed esposto dello sport. 

Dovremmo ammettere, senza riserve, che il “fenomeno Sinner” è stato possibile grazie alla “ibridazione” italo-germanica, o, meglio, germano-italica. Che cosa accade ad un ragazzo, di lingua madre tedesca, che entra nel mondo in un contesto italiano? Che è costretto, dalla nazione in cui vive, a tenere insieme una lingua madre tedesca con una lingua comune italiana? 

Fin dall’inizio della parte “pubblica” della sua carriera, era chiaro che Jannik, o Gianni, portava nello sport un senso della dedizione, un equilibrio nella comunicazione e una rigorosa attenzione al lavoro che viene, in larga parte dalla tradizione tedesca. Se sei italiano, appartieni alla tradizione italiana. Ma se parli e pensi anzitutto in tedesco, appartieni alla cultura germanofona. Nel misterioso equilibrio che questa condizione sa generare in alcuni, si può vedere, quasi in ogni tratto della azione o della parola, la traccia di questa sintesi nuova, che sarebbe difficile sia ad un “tutto italiano”, sia a un “tutto austriaco”. La “impurità” istituzionale di Sinner, il suo essere “italiano di lingua madre tedesca” è una componente decisiva del suo stile e del suo successo. 

Che cosa insegna a tutti, questa vicenda? Che non dobbiamo aver paura delle ibridazioni, delle mescolanze, delle impurità. Questo vale sempre, ma in modo particolare sul piano istituzionale. Ogni forma di discredito verso le identità composite, che viene spesso dal discorso politico sulla purezza, sulla italianità, sulla difesa dallo straniero, sul sospetto verso il diverso, dovrebbe riconoscersi qui come un chiaro esempio di accecamento. Lo stereotipo dell’italiano è un danno per tutti: per gli italiani che così si semplificano troppo, e per gli stranieri, che non capiscono la verità. Una “fratellanza” italiana è possibile solo accettando che le “lingue madri” sono molte, anche nell’ambito dello stesso ambito italiano. Le regioni di Italia sono, da questo punto di vista, una riserva di diversità preziosa e da coltivare. Fare in modo che in ogni cittadino italiano resti una differenza tra “lingua madre” e “lingua comune” è una riserva di senso e di cittadinanza preziosa. 

Per questo è bello chiamare Jannik con la sua italianizzazione Gianni (che non è molto diversa da come gli spagnoli pronunciano Jannik, ossia Giannik). D’altra parte è bello notare quanto spesso Jannik, parlando italiano, lascia trasparire che sta traducendo dal tedesco. Il suo è non di rado “italiano di traduzione”. Si sente che il suo parlare italofono non è “primario”, ma “secondario”. Ma questo non si può cambiare, Le lingue sono “forme del mondo”, ossia danno forma al mondo. La lingua sovraintende non solo a tutto ciò che diciamo, ma anche a tutto ciò che facciamo. Per ogni cittadino italiano questo è ciò che dovremmo sempre ricordare: la sua lingua madre contribuisce alla costruzione della cultura italiana. Il tedesco che Jannik ha nel cuore organizza la sua giornata, imposta il modo con cui risponde di dritto o di rovescio, in cui avanza o retrocede nel campo. La correlazione tra prima lingua e seconda lingua ricostruisce la sua identità. Che è italiana in forma composita e perciò originale. La fratellanza italiana vive di queste diversità costitutive. Chi cerca di negarle, chi ne ha paura, chi preferisce puntare su una “normalità uniforme” e dice che “per Jannik un italiano fatica a tifare” ha paura della storia e può convincere per qualche attimo, ma sarà sconfitto dal cammino civile e sociale, che non sopporta confini angusti. 

Il campione italiano con nome e profilo austriaco è una bella metafora della “composizione sociale” che l’Italia sta vivendo da molti decenni. La sordità arrogante di alcune istituzioni non riesce ad appassionarsi per Jannik Sinner, perché sente che sconvolge uno stereotipo troppo importante per coloro che vogliono fermare la storia, chiudere le frontiere, stabilire blocchi navali, reggere lo strascico ad ogni nazionalismo. Sinner è la smentita di ogni nazionalismo, essendo la figura vivente di una ibridazione da cui viene fuori un nuovo modello di sportivo e di cittadino. Sinner è un esempio di “apprendimento sociale”. Questo vale per ogni cittadino la cui lingua madre non si identifica con la lingua comune: ogni istituzione che non capisca il valore delle lingue-madri per la lingua comune lavora contro se stessa. Una “fratellanza italiana” inizia necessariamente da questa diversità, che non si deve solo tollerare, ma ammirare, incentivare e imitare. La “sostituzione etnica” non è altro che la storia dei popoli, una grande carovana in cui ci si mescola in un apprendimento continuo. Ma, come diceva un Cardinale, quando la carovana parte, i cani abbaiano. 

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giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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mercoledì 1 aprile 2026

DAL LORO AL NOI

Dal «loro» al «noi»:

 come il cervello abbatte le divisioni



Il cervello umano si riconfigura, e può ridurre le distanze tra etnie, quando si richiama un’identità condivisa. Le implicazioni per le società multiculturali riguardano il superamento dei confini attraverso semplici stimoli contestuali

di Nicla Panciera

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la  coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura». 

L’identità non è un dato fisso, ma un processo dinamico che il cervello riorganizza continuamente. Anche nelle interazioni tra gruppi etnici diversi, basta rendere saliente un’appartenenza comune perché i confini sociali si attenuino. Con un simbolo, una lingua condivisa, perfino una bandiera: il cervello può cambiare rapidamente il modo in cui percepisce chi appartiene a un altro gruppo etnico e trasformare uno “traniero in qualcuno di più simile a noi. A dirlo è uno studio neuroscientifico che, in un’epoca segnata da tensioni identitarie e polarizzazioni sociali, mette in luce quanto sia flessibile, e meno rigida di quanto si pensi, la linea che separa “noi” dagli “altri”. Il lavoro condotto dalla Università di Trento e dalla Nanyang Technological University di Singapore dimostra che il cervello umano possiede una sorprendente capacità di ridefinire le appartenenze sociali, ampliando il senso di inclusione quando viene evocata un’identità comune, come quella nazionale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, si basa su un esperimento condotto a Singapore, uno dei contesti più emblematici per lo studio della convivenza tra gruppi etnici diversi. Coinvolgendo 92 partecipanti appartenenti alle principali comunità cinese, malese e indiana, gli studiosi hanno osservato l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale mentre i soggetti guardavano volti di persone di etnie differenti. In condizioni normali, quando è attivata l’identità etnica, la corteccia prefrontale ventromediale, un’area legata ai processi autoreferenziali, risponde di più ai volti del proprio gruppo rispetto a quelli esterni. Ma quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa, presentando ai soggetti segnali come la lingua comune o simboli del Paese, questa stessa area aumenta significativamente la propria attività anche di fronte ai volti di altri gruppi etnici, trattandoli in modo più simile a quelli propri.

Il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere

Le analisi dei pattern neurali mostrano una riduzione della distanza rappresentazionale tra volti di gruppi diversi: il cervello li codifica come più simili. In altre parole, il cervello tende a classificare i volti appartenenti a gruppi etnici diversi come parte del proprio gruppo, pur continuando a riconoscerne le differenze. Infatti, questa convergenza non è totale: le differenze etniche continuano a essere tracciate, indicando un processo di ricategorizzazione parziale più che una cancellazione delle identità. L’armonia sociale non implica l’omologazione. Come sottolinea in una nota Annabel Chen, coautrice della ricerca, «il cervello non ha bisogno di eliminare l’identità etnica per fare spazio a quella nazionale: queste identità possono coesistere». Un equilibrio che, secondo i ricercatori, rappresenta una chiave per rafforzare la coesione sociale nelle società multiculturali. Il risultato più rilevante dello studio riguarda proprio la plasticità della percezione sociale. Secondo lo scienziato cognitivo e direttore del dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento Gianluca Esposito, tra i responsabili dello studio, questo fenomeno rivela una capacità fondamentale del cervello umano: «Espandere il senso di appartenenza, passando da una logica di contrapposizione a una più inclusiva». Il confine tra gruppi non è rigido, ma può essere ridefinito anche attraverso semplici stimoli contestuali.

Le implicazioni dello studio vanno oltre il laboratorio. Comprendere i meccanismi neurali che regolano la percezione dell’altro può offrire strumenti concreti per affrontare conflitti sociali e promuovere il dialogo. Politiche pubbliche, comunicazione istituzionale e contesti educativi potrebbero trarre beneficio da strategie che valorizzano identità condivise senza cancellare le diversità. Conclude Esposito: «Ciò suggerisce che, anche in contesti caratterizzati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche in grado di favorire il riconoscimento reciproco, ridurre la distanza e promuovere una maggiore apertura verso gli altri. Da una prospettiva di coesione sociale, questi risultati indicano che enfatizzare le identità comuni e gli obiettivi condivisi può contribuire a stemperare le dinamiche oppositive e a creare condizioni più favorevoli al dialogo. Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono immutabili: il cervello è in grado di riorganizzarsi, fornendo una base concreta per immaginare percorsi verso la coesistenza, la riconciliazione e una pace duratura».

VITA

 

domenica 4 gennaio 2026

QUALE IDENTITA' ?

 


MANEGGIARE 

CON CURA

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.

- di Italo Fiorin

  Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.

Galli della Loggia continua la sua campagna in favore dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.

“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”

Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.

Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno, quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era, infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia, uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.”

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea, planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini dell’Europa e del mondo.”

Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una identità italiana della quale poter essere orgogliosi?

L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di ‘eroi’?

 

venerdì 10 ottobre 2025

LA PAURA DELLA SOLITUDINE

 



I ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole




- di Riccardo D'Avenia   


Ho chiesto ai miei studenti la loro paura più grande. La maggioranza ha risposto: rimanere soli. Un timore connaturato all’uomo, ma che stupisce nell’epoca della condivisione costante. Sebbene iper-connessi siamo iper-slegati, e “social” non è sinonimo di relazione significativa ma di solitudine di massa. E questo perché l’unico modo per non sentirsi soli è il riconoscimento della propria unicità: volersi ed essere voluti al mondo come si è. Se ciò non accade non dipende dai social ma dalle relazioni primarie (personali, familiari, amicali). L’onlife, come Luciano Floridi (La quarta rivoluzione) definisce l’identità oggi, si sposta fuori dalla vita spirituale che è il luogo dell’amarsi e del sentirsi amati, e si affida a rappresentazioni (“Chi sono per te?” diventa “Chi sono online?”).

Ma se ad essere amata è la rappresentazione di me e non io, allora ci si sente soli anche in mezzo alla folla (o ai follower). Il concetto di auto-stima, oggi tanto diffuso, è l’ingannevole correttivo di questa mascherata, perché non può auto-amarsi chi non si sente amato, e non esiste doping spirituale per una identità relazionale come quella umana: l’io nasce e rinasce da un tu che ci fa sentire voluti. I social non possono darci l’amore, perché non arrivano al sé, possono darcene l’impressione, ma amata è la post-produzione che facciamo di noi, non noi. Figuriamoci per un ragazzo che sta cercando di dare alla luce il sé autentico e viene invece allenato a farsi “un profilo, cioè a identificarsi con l’ego voluto dal mondo. Questo alimenta la paura della solitudine. Che fare?

Il sé è una nascita graduale che richiede parti dolorosi. Quando mi è capitato di perdermi, sono riuscito a dare alla luce un sé più autentico solo rinunciando alle rappresentazioni rassicuranti dell’ego, compromessi d’amore che amore non erano, e ci sono riuscito grazie alla forza ricevuta da persone che non amavano quelle rappresentazioni, ma me: mi vogliono bene “a prescindere”, cioè per loro è un bene che io ci sia, a prescindere da cosa io rappresenti.

Ci accade come nel Cyrano de Bergerac di Rostand in cui il protagonista, innamorato di Rossana, non ha il coraggio di dichiararsi a causa della bruttezza del suo volto deturpato da un naso gigantesco, e si limita a prestare le parole del corteggiamento al giovane spasimante di lei, Cristiano, bello quanto vuoto. Cristiano è come il profilo social di Cyrano. A un certo punto Cyrano, nella scena memorabile in cui, nascosto, detta le parole d’amore a Cristiano, fa chiedere alla donna: “Mi ameresti anche se fossi orrendo?”. Tradotto: anche se fossi me stesso?

Ecco il punto: i ragazzi oggi hanno bisogno più che mai di sapere se c’è qualcuno che li ama (li vuole al mondo, si impegna per il loro esserci) così come sono e non così come il mondo li vuole. A quell’età poi ci si sente brutti non tanto o non solo per l’aspetto fisico in trasformazione, ma perché, messi da parte i genitori, ci si scopre “soli”, cioè unici, ma si teme che questa unicità non interessi a nessuno là fuori. E così si cerca approvazione (non amore) ovunque, anche a costo di vendersi, tradirsi, nascondersi. La paura di rimanere soli non è la paura di non trovare qualcuno, ma di non essere “belli” abbastanza perché qualcuno ami proprio noi, anche perché l’unicità, scambiata per “farsi vedere”, è fatta proprio di ciò che nascondiamo: i nostri limiti. In una cultura della performance, auto-promozione e post-produzione di se stessi, si teme di non essere amabili e farsi amare diventa un lavoro. Tutti i ragazzi sono generati biologicamente ma pochi spiritualmente, cioè non riescono a contattare il sé, quel nucleo della persona che non è frutto di costruzioni, prestazioni, risultati, ma che si scopre e si abita se è amato gratuitamente, a prescindere da qualsiasi risultato.

La domanda di Cyrano è la domanda di tutti: “Posso essere amato anche se sono brutto?”, dove “brutto” non è estetica ma la verità di chi io sono, l’unicità dei miei limiti. I social che parlano il linguaggio del mondo, cioè dove gli umani ricevono attenzione solo perché se lo meritano o perché ti seducono, non possono nutrire la vita spirituale, che è vita amata gratuitamente. Nessuno di noi si è dato la vita e quindi per sentirsi amato ha bisogno di sapere che quella vita è stata voluta a prescindere da tutto (per questo i ragazzi adottati hanno la cosiddetta ferita dell’origine e prima o poi vanno alla ricerca dei genitori biologici, per sapere quella verità oscurata dal fatto di essere stati “abbandonati”). Ma un amore che ci ama anche “brutti”, che ci vuole esistenti a prescindere è una chimera? No, se il poeta può così testimoniare della sua amata: “Possesso di me tu mi davi, dandoti a me” (Pedro Salinas, La voce a te dovuta). Ecco la vita spirituale: il possesso di sé che nasce dall’amore gratuito.

Questo amore è stato da sempre ritenuto “divino” da noi umani perché noi non riusciamo ad amare così, eppure si dà anche nel quotidiano quando qualcosa o qualcuno smette di farmi sentire un mezzo e mi rende un fine: “sei il fine e quindi la fine del mondo!”. Può accadere in un bosco, in un quadro, in un angolo di città, in un volto, in una carezza, in una parola… insomma in tutte quelle situazioni in cui cose e persone non “si aspettano” nulla ma “ci aspettano”, lasciano “in pace” (danno pace al-) la nostra alterità (unicità), non ci manipolano, non ci rendono oggetti ma soggetti, ci rendono liberi, in ultima istanza ci testimoniano un amore che ci vuole esistenti, a prescindere da quanto siamo belli e bravi. Questo amore è la vita vera, la vita che non muore, la vita eterna, l’unica realtà che vince la paura di rimanere soli. E se in noi troviamo questo desiderio, allora questo amore c’è, altrimenti non ne avremmo notizia o nostalgia. La paura della solitudine dei ragazzi si rivela per quello che è: desiderio di spogliarsi delle rappresentazioni con cui l’ego crede di meritarsi di esistere ed essere amato, per far nascere il sé, che è dove la vita limitata che abbiamo si sente amata a prescindere.

Abbiamo appena festeggiato San Francesco che comincia la sua vita nuova proprio da giovane, con un denudamento sulla pubblica piazza: rinuncia a tutte le finzioni dell’ego per abbracciare la vita vera, quella in cui tutti sono figli e quindi fratelli e sorelle, dal fuoco alla morte. Non fa altro che seguire la frase paradossale di Cristo secondo cui chi perde la vita la trova, cioè solo chi smette di nascondersi e si libera dalle illusioni d’amore trova l’amore. Cyrano, alla fatidica domanda sul poter essere amato anche brutto (convinto com’è che la sua vita sia tutta definita dal naso deforme) si sente rispondere da Rossana: «Ma certo! E ti amerei ancora di più». Solo quando mi vengono restituite amate le mie insufficienze, le cose di cui io stesso mi vergogno, allora mi sento amato, e la mia vita è in pace, perché è voluta sino alle sue fondamenta. La paura di rimanere soli di questa generazione non è altro che la ricerca dell’amore “a prescindere”, non sotto condizione, che Social, dio delle inesauribili aspettative e solitudini, non potrà mai dare.

Prof 2.0

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mercoledì 20 agosto 2025

MISS A 13 ANNI


 Pellai: “Diventare Miss a 13 anni significa non comprendere che l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità"


La Redazione

 La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che…

Nella moderna società si assiste ormai ad una classe adolescenziale concentrata più sulla forma che sulla sostanza. A chi di noi non capita quotidianamente di incrociare giovani ragazze fossilizzate solo ed esclusivamente sull'aspetto fisico ed esteriore?! Si tratta di una prassi comune che tende alla spettacolarizzazione e a fare delle adolescenti le protagoniste di mere esibizioni estetiche.

Invero, negli ultimi giorni, si è diffusa la notizia di una giovane Miss dell'età di 13 anni e ciò ha suscitato non poco scalpore.

La tredicenne, sfilando in bikini e tacchi alti, è salita sul palco e si è rivolta alla giuria descrivendosi così: "Ho 13 anni, sono una ragazza molto determinata e piena di sogni, vorrei fare la modella e già da oggi i social mi danno una spinta in più per credere a me stessa".

A tal fine Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea come a 13 anni “l'unica cosa che non deve accadere è mettere il corpo al centro della costruzione del proprio valore e della propria identità, perché quel corpo si sta trasformando, ma soprattutto si sta costruendo come immagine mentale".

La notizia di una giovane tredicenne divenuta Miss ci fa comprendere come un'adolescente non possa essere considerata solo in funzione del corpo che viene mostrato ed altresì induce a pensare che la famiglia debba impedire che quella stessa immagine del proprio corpo diventi un valore di vita.

 "La notizia che i media raccontano oggi di una Miss tredicenne data in pasto ai social media, dice moltissime cose della fragilità educativa del mondo adulto", così come dichiarato espressamente da Alberto Pellai.

 A scuola oggi

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