martedì 6 gennaio 2026

IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

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