E ALTRI
di LELIO CUSIMANO
Prendendo spunto dalle
notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la
cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto
un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di
spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato
in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.
Il Venezuela arriva a
questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento
istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di
autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel
tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione
politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero
dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro
l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una
cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non
tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio
“cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare,
senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile.
È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello
retorico.
Non stupisce, dunque, il
doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato
il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come
simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il
precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande
potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano,
in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle
regole comuni?
È qui che la vicenda
venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur
con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello
di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio
regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto
come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo
equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.
In questo scenario,
l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più
coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di
principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel
multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di
essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce
ma non incide.
La crisi venezuelana
potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a
dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle
Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra
parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una
politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non
siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico
e, come ultima ratio, di deterrenza.
In questo percorso, il
ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è
uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale:
instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni
delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non
sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane
numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso
privilegiato il dialogo.
L’Italia potrebbe – e
forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di
tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi
frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto
del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di
regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del
leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un
mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora
disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un
ordine imperfetto ma comune?
Probabilmente, l’Europa,
e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.
Nessun commento:
Posta un commento