Don Antonio Mazzi, 96 anni, fondatore di Exodus, non ha dubbi: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni l’abbiamo perso.
Non so esattamente perché sia successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a sorridere»
di Anna Spena
Non siamo ciò che possediamo, questo è chiaro. Ma è pur vero che gli oggetti che ci stanno accanto nella quotidianità plasmano il nostro essere. Quali sono allora “le cose” che segneranno l’anno che verrà? Quali gli oggetti da riscoprire? Quali quelli da guardare sotto una nuova luce? Nei giorni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, ripartiamo da qui: le cose. Senza troppi discorsi, senza troppa teoria. Gli oggetti. A ricordarci che la realtà precede le nostre parole e che l’esercizio da fare è sempre quello, paziente, di adeguare le parole alla realtà che cambia tumultuosamente e sempre ci sfugge. In fondo oggi non siamo più solo nell’epoca della post-verità, siamo in quella della post-realtà. Non è un caso che da poco sia uscito un libro titolato La realtà è sopravvalutata (lo ha scritto Alfredo Gatto).
Il contesto in cui siamo immersi lo descrive bene Mattia Ferraresi nel
suo I demoni della mente: in questa epoca «segnata dal dominio
incontrastato del soggetto», la grande certezza è che «la realtà non esiste». È
qui che prosperano i complottismi, le dietrologie e prende forma un’epoca «in
cui non si ha fiducia in niente ma si crede a tutto». Se vogliamo arginare lo
scivolamento verso una concezione della realtà come luogo inconoscibile e tutto
sommato ostile per chi lo abita, occorre forse ripartire da qui: «dare
all’oggetto una possibilità». Quello che è nato come un gioco per i giorni di festa,
così, è diventato un gioco serissimo. Buona lettura e buon anno! (SDC)
Don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus,
e uno sguardo sempre aperto sul futuro. Quando gli chiediamo “come va?”,
risponde allegro: «Ho 96 anni! Va bene! non mi posso proprio lamentare».
Don Mazzi dice che in questi giorni ha visto molti
presepi, «alcune con statue bellissime», ma più che alla bellezza dobbiamo
puntare «al sorriso». Poi aggiunge: «Nel 2026 vorrei che il sorriso fosse
riscoperto da tutti, vorrei proprio vederlo tornare, perché in questi anni
l’abbiamo perso. Per il sorriso ci vuole anche coraggio, sia chiaro».
Ma come si recupera il sorriso lui non lo sa. Quello che invece sa, è che «dobbiamo
ripartire dal coraggio di farci una domanda: dov’è andato a finire il mio
sorriso? Dov’è andato a finire il sorriso della mia casa? Ovviamente
ognuno si darà la sua risposta, che non dipende da me».
«Viviamo in una società che non sorride più: guardando
il telegiornale la sera resta addosso un magone infinito. Gli esempi di
solidarietà e dolcezza sono rari, mentre ciò che emerge dalle notizie è quasi
sempre doloroso. Guardando questa realtà, la prima cosa che sento nel
cuore è che abbiamo smesso di sorridere. Non so esattamente perché sia
successo, ma so che ognuno deve interrogarsi su come tornare a farlo. Io stesso
mi chiedo se non debba cambiare o migliorare il mio atteggiamento; questa
potrebbe essere già una risposta. Non mi sento di dare giudizi più severi, ma
sento il bisogno di un cambiamento interiore».
E il ritorno del sorriso lo vuole soprattutto per i
giovani e le giovani: «Sono loro che devono brillare. La realtà ce ne
parla con pochi aggettivi e sempre più esplosiva. Il bullismo, la scuola, la
piazza, il branco, le famiglie squinternate, la galera non sono solo titoli, ma
luoghi tristi, desolati, nel contempo dentro e fuori dal mondo, primi e ultimi
capitoli di storie, sempre cominciate e mai finite. La settimana dopo speri in
qualcosa di carino da commentare e invece c’è ancora un nuovo caso caldo, appena
compiuto, che ti colpevolizza, se non addirittura ti spaventa. Non puoi non
domandarti: “Ma è lo stesso mondo che frequento io? E se è lo stesso mondo, io
c’entro o non c’entro?”. La società è un coacervo capace di contenere, più
o meno confusamente, il bene e il male, le luci e le tenebre, gli stracci e le
magliette dell’Inter, i coltelli e gli abbracci. Inventiamo segnali, sogniamo
sentieri nuovi carichi di affetti, di musica, di emozioni che profumano del
sudore della tenerezza, della poesia, del vocabolario dei giovani pellegrini
che hanno sostituito l’autostop con il silenzio dei boschi e la dolcezza dei
tramonti».
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