Seneca svela
perché la gentilezza
rende più forti
ed ha il potere
del successo
Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà.
Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la
più ardua e, per questo, la più gloriosa.
Nel
suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il
“beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo
che non teme l’usura del tempo.
Il
cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento
dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:
Che
cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la
riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità
naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o
data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il
beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel
sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)
La
forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti
Proprio
partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca
scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di
sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto
alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una
reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza
interrompe il circuito della violenza.
Questa
fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la
forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è
sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del
proprio stato d’animo.
Non
è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver
bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il
successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le
regole del gioco dai difetti altrui.
La
gentilezza è fonte di successo
Per
Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la
capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La
forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza
assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.
Per
spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora
architettonica folgorante:
La
società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si
sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio
reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)
In
questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi
alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la
struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere
abbattuto.
Il
successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello
ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla
gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una
base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la
struttura stessa a proteggere chi la sostiene.
La
gentilezza non prevede di essere misurata
La
grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti.
Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione
contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore
a fondo perduto.
Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato. (De Beneficiis, Libro I, 2.3)
La
logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è
ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta.
Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.
Quest’approccio
è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli
altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si
fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità
come persone degne e di valore.
La
perseveranza che ammansisce il mondo
Seneca
sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche
le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura
e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine
umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non
accetta la sconfitta morale.
Qualcuno
è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un
secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche
quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis,
Libro I, 2.5)
Non
bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale,
offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la
perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in
un alleato.
In
questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o
ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è
fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di
sostenere il peso di un gesto gratuito.
Il
prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se
non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca
continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento
altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.
Egli
è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche
l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così
tanto da non aver paura di perdere nulla.
Essere
gentili richiede coraggio
In
ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di
coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è
la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto
di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.
Il
successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma
nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria
posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.
La
gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio
dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è
gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.
In
questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che
il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre
angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.
La
gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più
resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il
successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.
Essere
gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una
società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e
libertà interiore.
Per
questo, non resta che ringraziare Seneca per
questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi
suggerimenti.
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