LA CURA COME VOCAZIONE CIVILE
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di MASSIMO IONDINI
In direzione ostinata e
contraria rispetto all’uomo metropolitano d’oggi, che corre e non guarda. E
quando guarda, non vede. Come il Bianconiglio di Alice condannato a sentirsi in
ritardo. In ritardo sulla velocità del mondo dove è l’agenda (le cose da fare)
a dettare tempi e modi. Questo è il sistema imperante nel mondo dei presunti
sani. Di chi produce e, consumando, consente di produrre perché si consumi.
Naturalmente in tutto questo meccanico ingranaggio sociale c’è anche l’intoppo,
c’è chi non produce. Per un po’ di tempo o anche per sempre. È la tredicesima
ora, che l’orologio non segna. Il tilt del sistema. Il fattore che interrompe
il flusso.
L’anomalia, la
patologia che irrompe e sconvolge l’ordine delle cose. È Enea
che fuggendo da Troia in fiamme deve rallentare correndo il rischio
di morire per prendere in braccio il padre Anchise infermo. È
l’evangelico samaritano che interrompe il suo cammino e si
ferma a soccorrere un ebreo ferito dai briganti per poi
affidarlo alle cure di un oste che rimborserà. È il medico, è
l’infermiere che lascia la festa e la fetta di panettone nel piatto e si
precipita a Capodanno in ospedale per cercare di salvare i ragazzi che hanno
bruciato la loro giovinezza a Crans-Montana. Ecco la tredicesima ora che solo
l’imperfetto orologio del cuore può segnare, indicando il quadrante esatto del
tempo autentico dell’uomo. Ed è in quell’atto fuori orario, fuori ordinanza,
nel mettere in gioco se stessi, che l’illogico e folle moto dell’anima, la
“passione”, incontra la sofferenza (comune radice semantica) e diventa
“compassione”. Grazie alla relazione, che ci unisce in un comune sentire capace
di scardinare in un colpo solo ogni logica utilitaristica e produttivistica.
Confermando il primato non soltanto morale ma anche reale e concreto del politico (la polis, la comunità) sull’economico o sul finanziario. È l’attenzione speciale e particolare al fragile, a ciò che si rompe, all’anello debole della catena umana, che connota radicalmente il grado di elevatezza etica e civile di una comunità che diventa in quanto tale anche autentica società. Tutto ciò, naturalmente, in una visione del tutto laica.
Risulta così
totalmente umano e universalmente condivisibile il messaggio di
ieri di papa Leone per la XXXIV Giornata mondiale del malato che sarà celebrata come sempre l’11 febbraio, il giorno della
prima apparizione della Madonna a Santa Bernadette
Soubirous nella grotta di Massabielle, a Lourdes, nel1858.
Un messaggio che marca il fondamentale connotato umano della
solidarietà non soltanto come consapevole scelta di essere, ma
anche come vocazione a essere. Si tratta insomma di
rispondere sì anziché no al compito di essere umani. Non un atto
eroico, ma semplicemente umano. A meno che questa realtà
apparentemente disumanizzante non finisca col far sembrare
eroico e sovrumano ciò che è soltanto normale. Così è stato per
il mitologico Enea, così per l’evangelico samaritano e per
medici e infermieri di Crans-Montana adesso o anni fa ai
tempi del Covid. Tutto ciò grazie a un moto insito nell’uomo, la
compassione. La capacità di esercitare e vivere l’umano sentire che ci accomuna
e affratella.
Forse è questa la risposta alla inesausta domanda sul perché ci
sia il dolore. Non c’è logica, se non che la croce del ma-lato, la croce dello
scartato, la croce dello sconfitto, nella sua spesso insopportabile pesantezza,
può essere portata insieme a chi oggi la può sorreggere e domani sarà a sua
volta aiutato. Ognuno può dunque ritrovarsi improvvisamente da sano a ma-lato,
senonché soltanto una società sana saprà prendersi cura di chi soffre. E la
compassione, da edificare ogni giorno, è la chiave d’oro per aprire il proprio
cuore e liberarlo dalla mortale morsa dell’Ego. Un paziente esercizio che
ognuno è chiamato a praticare nella silenziosa cameretta della propria
coscienza. Prima di uscire di casa. Prima di farsi ingannare da vani luccichii
di mode e illusioni. La cura è l’essenza del nostro esistere. Cura anzitutto di
sé, perché ognuno di noi è l’unità di misura dell’altro. E un’unità di misura
fine a se stessa non avrebbe senso.

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