non si cresce,
la paura di sbagliare
sta spegnendo sogni,
ambizioni e unicità"
Crepet
riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza
e finisce per spegnere sogni e unicità.
Viviamo
in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri
occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la
capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le
esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri,
privi di radici e di significato.
Questa
difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di
libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi
esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare,
piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si
sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet,
il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a
identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il
rischio di non rischiare», non meno inquietante.
Anzi.
In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità».
Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella
vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.
Si
diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel
gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene
guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa
per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a
non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e
capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa
richiami il concetto di ambizione”.
I
genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono
responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo
e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti
che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a
un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente
disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di
straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza
neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo
Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare
ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la
ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà
conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a
costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".
Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.
“L’esistenza
non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare
libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che
è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così
come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.
Il
noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto
ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una
continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di
regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il
raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di
superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come
consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i
propri sogni ed i relativi progetti.
Dunque
“oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che
dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non
si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.
Non
si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della
popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa,
comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni
stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui
tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.
Ciò
determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte
affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un
qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino morale. Oppure
c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi,
nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa
altro che allontanare...l'impulso istintivo".
È
necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori,
che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare
pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero
critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore
dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che
l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e
scoperta della vera essenza della felicità.
Infatti,
parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha
imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo
recente e precaria".
“Alla
fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque
desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio
di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una
forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui
parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”,
attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.
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