La
denuncia di un intellettuale della destra
In
un editoriale sul quotidiano «La Verità» del 21 dicembre, Marcello Veneziani,
uno dei più autorevoli intellettuali della destra, ha espresso la sua
delusione per la debole impronta impressa al paese dai politici della sua
parte, ormai da tre anni al governo. «Non saprei indicare», ha
scritto, «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene
o nel male, al Paese: da qui è passata la destra — sovranista, nazionale,
sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi — e ha lasciato
un segno inconfondibile del suo governo».
Per
lo scrittore, «da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella
nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di
“intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come
prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura
anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano
nel mainstream».
Nei
confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il giudizio era
invece favorevole: «Ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve
passionale che suscitano simpatia». Il guaio, osservava Veneziani, è che «c’è
lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».
La
cultura della destra secondo Veneziani
Nella
versione a cui fa riferimento Marcello Veneziani nel suo noto libro «La cultura
della destra» (2002) – da lui stesso sintetizzata in una lunga intervista
– , «quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra
crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede
molto ai valori di liberazione, di emancipazione».
Veneziani
ritiene sia «un tratto tipico della destra» l’adesione «alla vita comune, alle
comunità tradizionali, alle solidarietà organiche». Da qui la sua difesa del
concetto di nazione, intesa nel senso di «repertorio di immagini, di radici, di
memorie collettive», che può costituire il «termine medio» tra una
globalizzazione che omologa tutto e tutti, senza creare vera comunità, e
il particolarismo di «tribù» fanaticamente protese a difendere la propria
identità. Purtroppo, egli constata, oggi «andiamo verso una società di monadi,
cioè di persone del tutto isolate dal resto del mondo, e una società senza
frontiere». E questo sganciamento da comunità concrete è alla base al tempo
stesso di un «individualismo selvaggio» e di una perdita delle differenze, dovuta
al fatto che in questa omologazione «non riusciamo più a distinguere non solo
la realtà di popoli, ma anche di persone, perché diventiamo tutti
intercambiabili». La difesa delle tradizioni comunitarie è dunque garanzia, per
l’autore, di quella delle identità personali.
Proprio
questa esigenza di «riconoscimento delle diversità» contro un mondo sempre più
globalizzato spiega anche l’insofferenza verso la minaccia di un «pensiero
unico» che, nella storia personale di Veneziani è stata all’origine della sua
scelta controcorrente di essere “di destra” contro una cultura dominante che
era “di sinistra”.
La
Patria
La
valorizzazione della patria nazionale non va però confusa, per lui, con un
nazionalismo, «che è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione», perché
fondato sull’idea che la mia nazione sia migliore della tua», cosicché «vince
il più forte».
In
questa logica va anche la difesa dello Stato come «luogo in cui sono tutelati e
rappresentati gli interessi e i valori collettivi, quindi gli interessi di una
collettività. Di fronte ai grandi gruppi finanziari, che comandano, di fronte
alle esigenze del mercato, è necessario che ci sia un contrappeso».
E
in questa prospettiva si giustifica, agli occhi dello scrittore, anche la
necessità delle frontiere, volte «a filtrare, nei limiti del possibile,
l’immigrazione, cioè a garantire che entrino non in tanti», ma per «fare
in modo che quelli che entrano abbiano pari diritti dei cittadini italiani ».
Si
può essere d’accordo o in disaccordo con questa visione, anche evidenziandone i
pericoli impliciti, ma essa sicuramente merita rispetto. Soprattutto se la
si mette a confronto con una cultura della sinistra che spesso ricorda, più che
la tradizione socialista a cui nominalmente si ispira, le posizioni del vecchio
partito radicale, centrate proprio sulla difesa unilaterale dei diritti
dell’individuo, a scapito di una prospettiva più comunitaria, che ne
evidenzi i debiti, i legami e le responsabilità verso gli altri.
La
cultura “reale” della destra
Il
punto è che la lettura di Veneziani ha poco a che vedere con ciò che
effettivamente sta accadendo nella destra italiana e in quella
mondiale. Non c’è da stupirsi che egli non abbia trovato traccia della
cultura di cui egli parla nell’Italia di oggi. Ciò che desta meraviglia,
piuttosto, è che non si sia reso conto che in realtà una svolta c’è stata e che
tutto sta cambiando nel nostro paese, ad opera di un’altra “cultura della
destra”, che rende a chiunque possibile dire: «Da qui è passata la destra
(…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».
In
questa versione la difesa della comunità nazionale è diventata sovranismo , che
altro non è se non il nazionalismo spogliato della sua enfasi valoriale e
ridotto a mera affermazione di potere. Una filosofia già presente da alcuni
anni, e che ora ha trovato nel presidente Trump il suo rappresentante
emblematico, di cui la nostra premier Gorgia Meloni ha fatto il proprio
modello. Da qui lo slogan – copiato dal trumpiano Make again
great America – «rifare di nuovo grande l’Italia» Anche se alternato
con quello «rifare di nuovo grande l’Occidente», per mascherare una
mortificante subordinazione alla politica americana con la finzione
(chiaramente smentita dai fatti) che essa oggi continui a fare gli interessi
anche dell’Europa e della stessa Italia, come era stato dalla seconda guerra
mondiale in poi.
Il
trumpismo
E
comuni al trumpismo sono i punti essenziali della nuova visione che sta alla
base della politica italiana dopo l’avvento al potere della destra. Emblematica
la centralità attribuita alla «difesa di confini», in nome di una identità
nazionale concepita in chiave conflittuale e difensiva, in contrasto con
l’accoglienza dei diversi, visti come invasori.
Così
come rientra nella logica del trumpismo anche la tendenza a identificare
lo Stato con il potere esecutivo, in perpetua lotta con quello giudiziario, –
la cui autonomia, peraltro, in Italia è garantita dalla Costituzione
– e con tutte le istituzioni (come ad esempio, in America, la Federal
Reserve, in Italia la Banca d’Italia) che non dipendono dal potere
esecutivo. Da dove anche la svalutazione del parlamento, in Italia
già avviata nelle precedenti legislature, ma ora completata con la sua
riduzione al compito di sottoscrivere le decisioni prese dal
Consiglio dei ministri.
Anche
in politica estera il governo Meloni si è distinto per la perfetta sintonia con
la linea degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dopo l’avvento di
Trump, volta a sostenere l’azione di Israele contro i palestinesi di Gaza,
bloccando tutti gli sforzi internazionali per porre dei limiti alla violenza
dell’Idf e fermare il massacro in corso.
Ma
quello che più vistosamente riproduce in Italia lo stile trumpiano è la lotta
permanente contro i «nemici interni», che sovverte una tradizione dei paesi
democratici secondo cui chi vince le elezioni cerca di sottolineare, fin dal
suo primo discorso, la sua volontà di essere il rappresentante di tutti, anche
dei propri avversari. Sia Trump che Meloni invece, continuano dopo la loro
ascesa al governo, come i capi del proprio partito, in perenne campagna
elettorale contro chi si oppone, accusato di «remare contro».
Da
qui la strumentalizzazione di qualsiasi occasione – dall’assassinio di Kirk
all’apertura delle indagini sui finanziamenti occulti ad Hamas – per scatenare
campagne di delegittimazione dei partiti d’opposizione, sfidando l’evidente
incongruenza, soprattutto nel primo caso, di queste accuse. Ma la propaganda
funziona.
E,
paradossalmente, in questo continuo inveire contro i propri “nemici”, i
nostri governanti attribuiscono ad essi l’odio e la violenza che riversano su
di loro, presentandosi all’opinione pubblica nel ruolo di vittime,
coraggiosamente impegnate a resistere a ricatti e minacce di ogni genere.
La
sfida di un nuovo stile della destra e della sinistra
Su
queste basi non si costruisce la vita democratica. Perciò, se si vuol fare
all’Italia un augurio per l’anno che sta cominciando, esso dovrebbe essere di
vedere la nascita di una nuova prospettiva culturale sia nella destra che
nella sinistra. Basterebbe, per questo, che esse recuperassero il
senso delle loro radici. Che la destra tornasse ad essere la difesa delle
tradizioni comunitarie, da quella della nazione a quella della famiglia, e che
la sinistra si ricordasse che i diritti civili, per quanto importanti, devono
essere strettamente collegati a quelli sociali.
La
prima dovrebbe prendere atto che l’insistenza sull’ordine e la stabilità non
può far perdere di vista la centralità che la nostra Costituzione, rompendo con
un precedente regime autoritario, attribuisce alla libertà. La seconda,
che i diritti devono sempre essere integrati con i doveri e che nessuno
può essere visto come un’isola, padrone nel proprio territorio di fare ciò che
vuole di se steso senza rispondere a nessuno. Ma questo non escluderebbe la
sottolineatura delle rispettive anime culturali, anzi le renderebbe più
autentiche.
Le
radici
Il
punto di riferimento per questo recupero delle radici dovrebbe essere la nostra
Costituzione, che è nata non da una sola visione, imposta a tutti a colpi di
maggioranza – come oggi si usa – , ma dal dialogo tra le diverse componenti del
paese. La costituente è stata la dimostrazione che il dialogo tra coloro che la
pensano diversamente è possibile. Oggi nessuno ci prova nemmeno più. Destra e
sinistra si accapigliano in una rissa permanente che non valorizza certo
le idee e meno che mai gli ideali, ma fa soltanto prevalere i toni più
volgari dall’una e dall’altra parte.
E
invece è dalle idee che oggi è importante ripartire. Non si tratta di trovare
semplici accordi tattici che facciano cessare le ostilità grazie a un
superficiale compromesso. È necessario, da parte di tutti i contendenti,
accedere a un livello più profondo di consapevolezza della propria tradizione,
per potersi confrontare reciprocamente a partire da questa ritrovata identità.
Cattolici, comunisti e liberali hanno fatto questo, nel 1946, e ne è uscita una
delle migliori Costituzioni mai formulate. Oggi si pretende di cambiarla
adottando la logica del più forte. Non è questo lo stile della democrazia come
la intesero i padri costituenti.
Non
dipende solo dai politici riscoprirlo e praticarlo. Destra e sinistra sono
dentro noi, semplici cittadini, e si esprimono nel nostro modo di pensare,
di discutere, di votare. I partiti possono cambiare se noi lo vorremo. È questa
la sfida più decisiva per questo nuovo anno che comincia.

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