venerdì 2 gennaio 2026

DESTRA E SINISTRA

 Che destra e sinistra ritrovino le loro radici

 

di Giuseppe Savagnone 

 

La denuncia di un intellettuale della destra

In un editoriale sul quotidiano «La Verità» del 21 dicembre, Marcello Veneziani, uno dei più autorevoli intellettuali della destra, ha espresso la sua delusione per la debole impronta impressa al paese dai politici della sua parte, ormai da tre anni al governo. «Non saprei indicare», ha scritto, «qualcosa di rilevante che segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la destra — sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice o che volete voi — e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

Per lo scrittore, «da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di “intellettuali”, di “patrioti” e di uomini “di destra”. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream».

Nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il giudizio era invece favorevole: «Ha governato con abilità, astuzia, prudenza e con una verve passionale che suscitano simpatia». Il guaio, osservava Veneziani, è che «c’è lei, solo lei, il resto è contorno e comparse».

La cultura della destra secondo Veneziani

Nella versione a cui fa riferimento Marcello Veneziani nel suo noto libro «La cultura della destra» (2002) – da lui stesso sintetizzata in una lunga intervista – ,  «quello che distingue oggi la destra dalla sinistra è che la destra crede molto alle radici, ai valori di un radicamento, mentre la sinistra crede molto ai valori di liberazione, di emancipazione».

Veneziani ritiene sia «un tratto tipico della destra» l’adesione «alla vita comune, alle comunità tradizionali, alle solidarietà organiche». Da qui la sua difesa del concetto di nazione, intesa nel senso di «repertorio di immagini, di radici, di memorie collettive», che può costituire il «termine medio» tra una globalizzazione che omologa tutto e tutti, senza creare vera comunità, e il particolarismo di «tribù» fanaticamente protese a difendere la propria identità. Purtroppo, egli constata, oggi «andiamo verso una società di monadi, cioè di persone del tutto isolate dal resto del mondo, e una società senza frontiere». E questo sganciamento da comunità concrete è alla base al tempo stesso di un «individualismo selvaggio» e di una perdita delle differenze, dovuta al fatto che in questa omologazione «non riusciamo più a distinguere non solo la realtà di popoli, ma anche di persone, perché diventiamo tutti intercambiabili». La difesa delle tradizioni comunitarie è dunque garanzia, per l’autore, di quella delle identità personali.

Proprio questa esigenza di «riconoscimento delle diversità» contro un mondo sempre più globalizzato spiega anche l’insofferenza verso la minaccia di un «pensiero unico» che, nella storia personale di Veneziani è stata all’origine della sua scelta controcorrente di essere “di destra” contro una cultura dominante che era “di sinistra”. 

La Patria

La valorizzazione della patria nazionale non va però confusa, per lui, con un nazionalismo, «che è la caricatura scimmiesca dell’idea di nazione», perché fondato sull’idea che la mia nazione sia migliore della tua», cosicché «vince il più forte».

In questa logica va anche la difesa dello Stato come «luogo in cui sono tutelati e rappresentati gli interessi e i valori collettivi, quindi gli interessi di una collettività. Di fronte ai grandi gruppi finanziari, che comandano, di fronte alle esigenze del mercato, è necessario che ci sia un contrappeso».

E in questa prospettiva si giustifica, agli occhi dello scrittore, anche la necessità delle frontiere, volte «a filtrare, nei limiti del possibile, l’immigrazione, cioè a garantire che entrino non in tanti», ma per «fare in modo che quelli che entrano abbiano pari diritti dei cittadini italiani ».

Si può essere d’accordo o in disaccordo con questa visione, anche evidenziandone i pericoli impliciti, ma essa sicuramente merita rispetto. Soprattutto se la si mette a confronto con una cultura della sinistra che spesso ricorda, più che la tradizione socialista a cui nominalmente si ispira, le posizioni del vecchio partito radicale, centrate proprio sulla difesa unilaterale dei diritti dell’individuo, a scapito di una  prospettiva più comunitaria, che ne evidenzi i debiti, i legami e le responsabilità verso gli altri. 

La cultura “reale” della destra

Il punto è che la lettura di Veneziani ha poco a che vedere con ciò che effettivamente sta accadendo nella destra italiana e in quella mondiale. Non c’è da stupirsi che egli non abbia trovato traccia della cultura di cui egli parla nell’Italia di oggi. Ciò che desta meraviglia, piuttosto, è che non si sia reso conto che in realtà una svolta c’è stata e che tutto sta cambiando nel nostro paese, ad opera di un’altra “cultura della destra”, che rende a chiunque possibile dire: «Da qui è passata la destra (…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».

In questa versione la difesa della comunità nazionale è diventata sovranismo , che altro non è se non il nazionalismo spogliato della sua enfasi valoriale e ridotto a mera affermazione di potere. Una filosofia già presente da alcuni anni, e che ora ha trovato nel presidente Trump il suo rappresentante emblematico, di cui la nostra premier Gorgia Meloni ha fatto il proprio modello.  Da qui lo slogan – copiato dal trumpiano Make again great America – «rifare di nuovo grande l’Italia» Anche se alternato con quello «rifare di nuovo grande l’Occidente», per mascherare una mortificante subordinazione alla politica americana con la finzione (chiaramente smentita dai fatti) che essa oggi continui a fare gli interessi anche dell’Europa e della stessa Italia, come era stato dalla seconda guerra mondiale in poi.

 

Il trumpismo

E comuni al trumpismo sono i punti essenziali della nuova visione che sta alla base della politica italiana dopo l’avvento al potere della destra. Emblematica la centralità attribuita alla «difesa di confini», in nome di una identità nazionale concepita in chiave conflittuale e difensiva, in contrasto con l’accoglienza dei  diversi, visti come invasori.

Così come rientra nella logica del trumpismo anche la tendenza a identificare lo Stato con il potere esecutivo, in perpetua lotta con quello giudiziario, – la cui autonomia, peraltro, in Italia è garantita dalla Costituzione –  e con tutte le istituzioni (come ad esempio, in America, la Federal Reserve, in Italia la Banca d’Italia) che non dipendono dal  potere esecutivo. Da dove anche la svalutazione  del parlamento, in Italia già avviata nelle precedenti legislature, ma ora  completata con la sua riduzione al compito di sottoscrivere le decisioni prese dal Consiglio dei ministri.

Anche in politica estera il governo Meloni si è distinto per la perfetta sintonia con la linea degli Stati Uniti, ulteriormente accentuata dopo l’avvento di Trump, volta a sostenere l’azione di Israele contro i palestinesi di Gaza, bloccando tutti gli sforzi internazionali per porre dei limiti alla violenza dell’Idf e fermare il massacro in corso.

Ma quello che più vistosamente riproduce in Italia lo stile trumpiano è la lotta permanente contro i «nemici interni», che sovverte una tradizione dei paesi democratici secondo cui chi vince le elezioni cerca di sottolineare, fin dal suo primo discorso, la sua volontà di essere il rappresentante di tutti, anche dei propri avversari. Sia Trump che Meloni invece, continuano dopo la loro ascesa al governo, come i capi del proprio partito, in perenne campagna elettorale contro chi  si oppone, accusato di «remare contro».

Da qui la strumentalizzazione di qualsiasi occasione – dall’assassinio di Kirk all’apertura delle indagini sui finanziamenti occulti ad Hamas – per scatenare campagne di delegittimazione dei partiti d’opposizione, sfidando l’evidente incongruenza, soprattutto nel primo caso, di queste accuse. Ma la propaganda funziona.

E, paradossalmente,  in questo continuo inveire contro i propri “nemici”, i nostri governanti attribuiscono ad essi l’odio e la violenza che riversano su di loro, presentandosi all’opinione pubblica nel ruolo di vittime, coraggiosamente impegnate a resistere a ricatti e minacce di ogni genere. 

La sfida di un nuovo stile della destra e della sinistra

Su queste basi non si costruisce la vita democratica. Perciò, se si vuol fare all’Italia un augurio per l’anno che sta cominciando, esso dovrebbe essere di vedere la nascita di una nuova prospettiva culturale sia nella destra che nella sinistra.  Basterebbe, per questo, che esse recuperassero il senso delle loro radici. Che la destra tornasse ad essere la difesa delle tradizioni comunitarie, da quella della nazione a quella della famiglia, e che la sinistra si ricordasse che i diritti civili, per quanto importanti, devono essere strettamente collegati a quelli sociali.

La prima dovrebbe prendere atto che l’insistenza sull’ordine e la stabilità non può far perdere di vista la centralità che la nostra Costituzione, rompendo con un precedente regime autoritario, attribuisce alla libertà. La seconda, che i diritti devono sempre essere integrati con i doveri e che nessuno può essere visto come un’isola, padrone nel proprio territorio di fare ciò che vuole di se steso senza rispondere a nessuno. Ma questo non escluderebbe la sottolineatura delle rispettive anime culturali, anzi le renderebbe più autentiche.

Le radici

Il punto di riferimento per questo recupero delle radici dovrebbe essere la nostra Costituzione, che è nata non da una sola visione, imposta a tutti a colpi di maggioranza – come oggi si usa – , ma dal dialogo tra le diverse componenti del paese. La costituente è stata la dimostrazione che il dialogo tra coloro che la pensano diversamente è possibile. Oggi nessuno ci prova nemmeno più. Destra e sinistra si accapigliano in una rissa permanente che non valorizza certo le idee e meno che mai gli ideali, ma fa soltanto prevalere i toni più volgari dall’una e dall’altra parte.

E invece è dalle idee che oggi è importante ripartire. Non si tratta di trovare semplici accordi tattici che facciano cessare le ostilità grazie a un superficiale compromesso. È necessario, da parte di tutti i contendenti, accedere a un livello più profondo di consapevolezza della propria tradizione, per potersi confrontare reciprocamente a partire da questa ritrovata identità. Cattolici, comunisti e liberali hanno fatto questo, nel 1946, e ne è uscita una delle migliori Costituzioni mai formulate. Oggi si pretende di cambiarla adottando la logica del più forte. Non è questo lo stile della democrazia come la intesero i padri costituenti.

Non dipende solo dai politici riscoprirlo e praticarlo. Destra e sinistra sono dentro noi, semplici cittadini, e si esprimono nel nostro modo di pensare, di discutere, di votare. I partiti possono cambiare se noi lo vorremo. È questa la sfida più decisiva per questo nuovo anno che comincia.

 

www.tuttavia.eu 

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