“La lingua italiana deve essere l’obiettivo prioritario dell’insegnamento, fondamento cognitivo e civile”
Di redazione
Pubblichiamo la lettera
inviata alla nostra redazione da Marco Ricucci, docente di Italiano e Latino e
professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.
Il dibattito
sull’insegnamento dell’italiano e della letteratura nella scuola secondaria di
secondo grado, in Italia, continua a essere impostato, perlopiù, come una
disputa sul canone: quali autori preservare, quali ridimensionare, quali
eventualmente escludere. Questa impostazione rischia di essere fuorviante,
perché sposta l’attenzione dai nodi pedagogici reali verso una contrapposizione
ideologica che raramente incide sulla qualità effettiva degli apprendimenti. E
nasce, facilmente, la “caciara”, in particolare su gruppi social, ad opera di
leoni da tastiera…
A mio avviso la
riflessione critica e lucida che ci si deve attendere da chi è docente dovrebbe
partire da una domanda preliminare, troppo spesso elusa: quale sia oggi la
priorità formativa dell’insegnamento dell’italiano in una scuola che opera in
un contesto sociale profondamente mutato, caratterizzato da una crescente
complessità culturale, da una pervasiva mediazione tecnologica e da una
progressiva fragilità delle competenze linguistiche di base, in un mondo sempre
più globalizzato e interconnesso, dove l’Intelligenza Artificiale pone sfide,
anche in campo pedagogico.
Il punto centrale è che
oggi la lingua italiana deve costituire l’obiettivo prioritario
dell’insegnamento, non in senso riduttivo o strumentale, ma come fondamento
cognitivo e civile. Non regge più il tradizionale connubio tra letteratura e
lingua, a livello didattico, per gli adolescenti del terzo millennio.
Soffermarsi sul perché e sul come di questo divorzio sarebbe troppo lungo e non
funzionale alla riflessione che qui propongo. La lingua, alla luce anche degli
studi specialistici recenti, non è soltanto da intendere come un codice
comunicativo, bensì come lo strumento attraverso cui si organizza il pensiero,
si costruisce l’identità, si interpretano i testi e si prende posizione nel
mondo. Senza una solida competenza linguistica, ogni discorso sulla letteratura
rischia di rimanere astratto.
Le difficoltà
linguistiche diffuse tra gli studenti di oggi non possono più
essere considerate un problema marginale o contingente. Una quota significativa
di ragazzi arriva alla scuola superiore con competenze fragili nella
comprensione del testo scritto, nella gestione del lessico astratto, nella
produzione di testi coerenti e argomentati. Lo attestano spesso i dati INVALSI
e i test internazionali. Se ciò non bastasse, le Università dello Stivale
organizzano i “corsi di recupero” per le matricole sulle competenze di base
come la comprensione del testo e I laboratori di scrittura italiana; si
chiamano, con eleganza accademica, Obblighi Formativi Aggiuntivi (OFA). Tali
difficoltà delle competenze di base hanno ricadute dirette sulla capacità di
orientarsi criticamente in una società complessa, globale e fortemente
mediatizzata, minando il diritto a essere un cittadino pieno nella società del
mondo di oggi.
Le Indicazioni nazionali
per il curricolo del 2012 collocano la lingua al centro del percorso formativo,
sottolineando come la comprensione, l’interpretazione e la produzione dei testi
costituiscano competenze trasversali e fondative. La letteratura, in questo
quadro, non è concepita come un repertorio di contenuti, ma come uno strumento
privilegiato per educare alla complessità del linguaggio e dell’esperienza
umana, che sarà sempre più essenziale in un mondo “inumano” dominato dalla
presenza delle “macchine” e dall’invasione tecnologica.
Nella prassi didattica
quotidiana, tuttavia, questo impianto viene spesso disatteso. L’insegnamento
continua a essere strutturato secondo un modello storicistico uniforme, che
presuppone, in maniera subdola e ipocrita, competenze linguistiche già consolidate.
In assenza di tali competenze, tuttavia, la letteratura rischia di trasformarsi
in un insieme di informazioni da memorizzare, perlopiù veicolato da prassi
nozionistiche e da metodologie meramente trasmissive che fanno “comodo” a molti
docenti, paladini spesso ciechi davanti alla realtà, con la velleità di
“salvare” Dante e Manzoni a scuola.
Obiettivi e strumenti
È necessario, dunque,
ripensare i percorsi in termini di riallineamento tra obiettivi e strumenti: se
l’obiettivo è lo sviluppo delle competenze linguistiche, allora la selezione
dei testi deve essere coerente con tale finalità. Ci può essere anche la storia
della letteratura come è oggi… ma allora ci vuole un monte ore maggiore!
Ripristiniamo, dunque, le cinque ore settimanali decurtate dalla Riforma
Gelmini. Nessuno però grida per questo scempio perpetrato quasi venti anni fa!
In questa prospettiva, la letteratura del Novecento assume un ruolo centrale. I
suoi testi affrontano temi vicini alla sensibilità dell’uomo contemporaneo:
identità, crisi, relazioni, marginalità, conflitto. Dal punto di vista
linguistico, consentono un lavoro più diretto sulla comprensione e
sull’argomentazione, senza la mediazione continua della parafrasi.
La scelta dei testi non è neutra, ma pedagogica. Privilegiare opere che
consentano un accesso reale alla lingua, senza perdersi in un mare di note o in
estenuanti parafrasi che spesso sono delle vere traduzioni in italiano corrente
per i ragazzi di oggi, significa rendere effettivo il diritto
all’apprendimento.
In una società dominata
da linguaggi tecnici e semplificati, la letteratura educa al valore della
parola, alla lentezza e alla profondità del senso, ossia contrasta la
frammentazione dell’attenzione e l’impoverimento del lessico, dischiudendo
dolcemente quel “naufragar” di memoria leopardiana.
È anche attraverso la
lettura che si può restituire agli studenti il piacere della parola e della
riflessione come strumenti di sviluppo personale, rispetto a un cimitero di
date e nozioni: una “battaglia” contro gli “-ismi”, per alludere a un saggio di
Luigi Capuana.
Ciò non implica
l’esclusione della tradizione, ma una mediazione didattica consapevole. Anche
le Indicazioni nazionali parlano di flessibilità, gradualità e centralità del
testo.
L’educazione umanistica
Riportare al centro la
lingua italiana, attraverso un uso pedagogicamente fondato della letteratura
del Novecento, significa rendere effettiva l’educazione umanistica; i secoli
precedenti possono essere commisurati e riadattati a tale prospettiva.
Poi si può discutere se
sia pedagogicamente proficuo oppure “giusto” ed equo differenziare i programmi
dell’insegnamento della storia della letteratura italiana in base all’indirizzo
di studi della scuola secondaria di secondo grado. Ma la premessa teorico-didattica,
basata sul principio dell’onestà intellettuale, deve essere chiara: tenere
conto della realtà dei nostri alunni e delle quattro ore settimanali che noi
decenti abbiamo.
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