L’Epifania, coronamento del Natale , è un controsenso.
Mentre l’uomo vuole crescere, espandersi,
avere potere su cose e persone, farsi dio
e così immagina i suoi dei,
al contrario questo Dio vuole farsi uomo,
senza potere su nulla: un neonato.
Credenti o meno, festeggiamo una liberazione: smettere di dover «di-mostrare» e limitarsi a «mostrare» chi siamo veramente. Tutti costruiamo un’immagine di noi stessi diversa da come siamo davvero, perché crediamo di dover chiedere il permesso di esistere pur avendo ricevuto gratuitamente la vita (o proprio per questo), e così ci illudiamo di essere altro, sopra- o sotto-valutandoci. Lo facciamo perché vogliamo essere amati, e crediamo di riuscirci esercitando potere su cose e persone: «Me lo merito».
Ma poi puntualmente la vita ci ricorda, spesso con durezza, che siamo qui
per un dono, e che la nostra identità non è un’idea, un sogno, una maschera ma
un dato, fatto di limiti, fragilità, imperfezioni. Ce lo ricordano le cadute,
la stanchezza, le malattie, gli errori, la morte, la pesantezza del quotidiano:
la realtà non si piega alle nostre fantasie, resiste e ci conduce alla verità,
che non è un’astrazione ma un’incarnazione, proprio quella a cui si adegua
anche il Dio del racconto evangelico.
Ma quando sperimentiamo la distanza tra chi pensiamo di essere e chi siamo
realmente, cadiamo nella vergogna («non valgo nulla»), nella paura («non fa per
me»), nell’illusione («devo essere perfetto o altro da come sono»), non parlo
del normale volersi migliorare e compiere la propria vita in base ad attitudini
e vocazione, ma del perdere contatto con sé stessi, che comporta molta inutile
sofferenza a noi e agli altri. In questo senso l’Epifania aiuta ad aderire
alla verità di chi siamo, senza perdersi in complessi di inferiorità o di
superiorità.
A Natale — si dice — si torna bambini, e non perché crediamo di essere più
buoni (non lo siamo), ma perché possiamo per qualche ora smetterla di volere il
potere su cose e persone al fine di essere amati, attraverso l’immagine che
tentiamo di tenere in piedi. Se un Dio non «di-mostra» nulla, ma si mostra
bambino, allora la versione divina dell’uomo è quella in cui non dobbiamo
«di-mostrare» nulla, ma solo mostrare ciò che già siamo che però nascondiamo
per paura o mancanza di accettazione. Per questo durante le feste smettiamo di
lavorare: per riposare e ritornare alle relazioni primarie, quelle in cui
viene alla luce (nel bene o nel male) chi siamo veramente, ciò che nascondiamo
al mondo, non chi siamo sui social ma chi siamo quando nessuno ci guarda o con
chi ci sta accanto ogni giorno. Per questo il Natale spesso pesa, perché la
luce delle relazioni primarie rende manifesta la verità incarnata: quanto siamo
amati o quanto non lo siamo, quanto amiamo o quanto non sappiamo farlo. Lì si
gioca la partita della propria incarnazione e quindi felicità.
L’Epifania smonta la scena, la ribalta, la maschera e mostra un bambino nudo:
questo sei tu. Lo mostra il racconto evangelico smascherando coloro che vengono
a sapere di questa «manifestazione»: i Magi grazie ai segni celesti, e il
re Erode grazie a loro che vanno a informarsi da lui su
un presunto re nato in Giudea. Erode rimane a palazzo, a difendere l’identità di
cartapesta di reuccio sottomesso ai Romani, impaurito dal presunto concorrente, facendo
uccidere tutti i neonati della regione per eliminare la minaccia. È prigioniero
del mondo e del potere, egli è solo e soltanto ciò che il mondo gli dice di
essere, un’immagine che pur di essere difesa genera una violenza inaudita:
la strage degli innocenti.
I Magi invece hanno visto un fenomeno celeste eclatante che interpretano come
segno della nascita di un re divino ma, giunti a destinazione, trovano solo un
bambino tra le braccia della madre in un alloggio provvisorio. Eppure, si
prostrano e offrono doni: si liberano dall’idea di re che avevano in testa e si
inchinano alla realtà nella sua schietta verità. Il mondo con le sue apparenze
viene giù, «reale» (inteso sia come realtà, sia come regalità) è un bambino
amato dalla sua famiglia e di cui nessuno, se non qualche pastore del luogo, sa
nulla, e così sarà per 30 anni, tanto da essere noto come figlio del falegname.
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