lunedì 5 gennaio 2026

UN TEMPO SCUOLA CHE FUNZIONA

 


La scuola di Palermo 

in cui le lezioni 

durano 50 minuti, 

non si fanno scrutini, 

non si danno voti 

se non a giugno. 



“Diminuite le assenze e azzerata la dispersione”.

 

INTERVISTA di Vincenzo Brancatisano

Non è una scuola senza voti, è una scuola addirittura senza scrutini intermedi. I voti? Solo a giugno. Ma non è finita. Le lezioni durano non sessanta minuti ma cinquanta e sembra che le innovazioni, dati alla mano, funzionino a meraviglia, forti dell’approvazione all’unanimità di Collegio dei docenti e Consiglio d’Istituto, come ci riferisce in questa intervista Giusto Catania, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, dove avviene questa rivoluzione.

Risultato?

Il tempo scuola non è diminuito ma anzi è aumentato, grazie a degli stratagemmi organizzativi, sono diminuite le assenze e le uscite anticipate degli alunni, è aumentato il senso di benessere, è stato portato a zero il tasso di dispersione scolastica. E questo non è poco, per una scuola del CEP di Palermo, che ha solo questa scuola come presidio dello Stato, in assenza di stazione dei Carabinieri, ospedale, delegazione comunale, ma che vanta la presenza di una sempre attiva criminalità “con la quale siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali”, ci spiega il preside Catania.

Che ci chiederà poi di precisare: “Non la chiami scuola del CEP, la nostra è la scuola dal CEP”. Perché, precisa lui “noi partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo”. Come dimostra anche il fatto che ora la stragrande maggioranza degli alunni che escono da questa scuola media si iscrive ai licei e non più in massa ai corsi della formazione professionale, segno di una ritrovata autostima sociale di tanti studenti e di una rivincita delle famiglie del CEP, un orgoglio per lo stesso quartiere popolare di Palermo e per questa scuola, intitolata nel 2013 per volontà del preside, a Giuliana Saladino, la giornalista, scrittrice e politica palermitana morta per un tumore nel 1999 all’età di 73 anni.

Ma l’attenzione di Catania è rivolta sempre verso gli alunni e verso la loro dignità di preadolescenti dell’era digitale: “Li ascolto ogni giorno – segnala – e non è vero che sono come li descrivono, sanno tante cose, molte di più di quelle che sapevamo noi alla loro età. Probabilmente non sanno mettere in connessione le cose che sanno e infatti il tema è quello di costruire non delle teste ben piene ma delle teste teste ben fatte che possano mettere in connessione le cose che sanno”.

Preside Giusto Catania, adesso ci deve spiegare come passa, tutto questo successo, dall’articolazione dell’orario e dall’abolizione degli scrutini. Perché le ore sono di 50 minuti?

L’esigenza è duplice c’è un’esigenza di natura didattica e una di natura organizzativa

La prima

È fondamentale lavorare sull’interdisciplinarità. Il sapere è unitario, la divisione tra discipline è arbitraria, ci sono evidenti interazioni tra le varie discipline, potremmo stare qui a elencarle. Allora abbiamo pensato che fosse più utile intrecciare le discipline e per questa ragione abbiamo ritenuto che il modo più efficace sarebbe stato quello di avere almeno due docenti in compresenza in una stessa classe.

Veniamo alla seconda esigenza

La seconda è di natura organizzativa. Noi ci troviamo in una fase in cui, per un’imposizione del governo, è ora più difficile chiamare un supplente per coprire un’assenza del docente, se non a certe condizioni. E siccome pensiamo che non si possa privare l’alunno dell’attività didattica solo perché ci sono difficoltà economiche ed esigenze di risparmio allora l’organizzazione per compresenze ci aiuta a evitare di avere la classe scoperta. Organizzare in compresenza significa garantire che ci sia sempre un docente in classe evitando di dividere o di accorpare le classi. Ma questa è solo la parte secondaria: il tema è per noi tutto didattico e fa il paio con tutto il resto. La storia dei 50 minuti si spiega all’interno di un discorso più ampio e complessivo. E sull’innovazione.

Per esempio?

Per esempio abbiamo le aule tematiche. Non c’è l’aula della classe 1B o della classe 2C, tanto per dire. Le classi ruotano per aree tematiche e gli ambienti di apprendimento diventano uno spazio educativo dove anche il movimento è un pezzo dalla didattica, tra una lezione e l’altra gli alunni si spostano.

Se le ore diventano di 50 minuti non si rischia di togliere tempo alla lezione?

No, perché l’orario delle discipline è stato organizzato su due ore consecutive da 50 minuti, quindi diventa un’attività di 100 minuti e non di 50. L’operazione è quella. È un percorso che si costruisce nei vari Consigli di classe, dalla primaria alla secondaria di primo grado. Si costruiscono più presenze in classe e per fare questo c’è la necessità di organizzare l’orario su lezioni da 50 minuti in modo che le ore vengano gestite con le compresenze. L’investimento è stato fatto su tutte le classi, dalla primaria fino alla terza della secondaria di primo grado, per abituare gli alunni fin da subito.

Però non è matematicamente semplice garantire sempre due ore consecutive nella struttura dell’orario annuale.

Ci stiamo riuscendo. E questo vale per le medie, per la primaria è molto più facile.

Cosa risponde a chi dice che così si perde tempo scuola?

È esattamente il contrario.

Addirittura

Si guadagna tempo scuola, non si perde, è tutto il contrario. I docenti recuperano il tempo con le compresenze.

Sì, ma lo perdono gli alunni

No. ed è qui il punto. Vede, abbiamo fatto un calcolo e da questo calcolo emerge che guadagniamo ore di attività didattica. Noi avevamo una tendenza per cui il tempo scuola per alcuni ragazzi si riduceva: visto il contesto sociale in cui vivono, registravamo molte uscite anticipate specie da parte dei ragazzi BES che non riuscivano a reggere il tempo scuola e questo soprattutto all’inizio del percorso scolastico.

Questo non avviene più?

No. Abbiamo eliminato questa tendenza, non abbiamo più quel tipo di richiesta perché la nuova didattica favorisce gli alunni grazie allo spostamento da un’aula tematica all’altra che azzera la riduzione di tempo scuola, perché non c’è più la richiesta di uscita anticipata. Inoltre, negli altri anni capitava durante la settimana di non riuscire a sostituire il docente e quindi si doveva spesso dividere la classe o chiamare le famiglie perché venissero a ritirare l’alunno, cosa che non avviene più, grazie alla compresenza. Tutto questo ha portato all’allungamento del tempo della didattica: abbiamo migliorato non solo la qualità della didattica ma anche il tempo scuola, che così si è allungato.

Cade dunque la critica sulla perdita di tempo scuola: vogliamo i dati.

Certo, e per noi è facilmente dimostrabile. L’anno scorso abbiamo perso 107 ore di scuola per le medie e 108 per la primaria. Quest’anno non abbiamo perso neppure un’ora. C’è un abbattimento radicale della riduzione del tempo scuola e anzi ne guadagniamo di gran lunga.

Le novità organizzative sono frutto di una decisione sofferta? I docenti l’hanno subita o si sono mostrati d’accordo.?

Non è stata una decisione sofferta, tutt’altro. È stata approvata dagli organi collegiali con una discussione che ha impegnato tre riunioni del Collegio dei docenti. Su questa cosa abbiamo poi coinvolto il Consiglio d’Istituto che ha apprezzato l’innovazione introdotta. È stata una bella discussione e infine un’approvazione all’unanimità, e mi consenta di aggiungere che non si tratta di mero unanimismo poiché c’è stata la necessità di una discussione seria, con simulazioni, numeri e dati che sono frutto di elaborazioni statistiche. È stata davvero una bellissima discussione, son ben contento quando in Collegio gli insegnanti si confrontano.

Con questa impostazione gli alunni tornano a casa prima?

Escono 25 minuti prima. Ma in realtà la stragrande maggioranza degli alunni rimane a scuola per svolgere le attività extrascolastiche che iniziano alle 14. Abbiamo diversi laboratori, tra cui quelli di inglese e di scienze. Abbiamo attivato quattro percorsi con il Piano estate. C’è il laboratorio di musica, quello di robotica, un altro laboratorio per la scuola primaria e fra un po’ quello di fotografia. Da questo mese di gennaio partiranno progetti inerenti danza, teatro, arti marziali. Le scuole sono aperte tutto il pomeriggio: gli alunni escono prima ma mangiano qui poiché per alcuni progetti PNRR è prevista la mensa.

Non si tratta di attività obbligatorie, i ragazzi partecipano?

Sebbene non siano obbligatorie c’è un’altissima adesione e una lodevole reattività a questi progetti perché sono attività stimolanti. In un quartiere come il nostro è molto importante avere ragazzi che passano più tempo a scuola, grazie ad attività finanziate con il PNRR. Siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano con la criminalità e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali che esistono, aumentare il tempo scuola è una missione altrettanto importante del fare scuola al mattino e gli alunni lo hanno percepito tanto che partecipano in massa”.

È vero che avete una sala cinema e che vi sono arrivate in dono le poltroncine da un cinema di Viareggio?

Con le risorse che abbiamo siamo riusciti a migliorare gli ambienti e abbiamo un campetto esterno, una sala teatro e siamo una delle pochissime scuole dotate di una sala cinema con 50 posti. Un cinema di Viareggio ci ha regalato le poltroncine grazie all’intermediazioni di Anec, l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, che è venuta a vedere la nostra scuola, che è scuola capofila delle Giornate nazionali cinema per la scuola. Noi in questi anni abbiamo investito molto sulla didattica attraverso il cinema e abbiamo avuto una buona partecipazione dal quartiere, dalle mamme, dai papà, dai nonni. Abbiamo investito molto sul cinema come strumento didattico. Con i finanziamenti SIAE abbiamo condotto la rassegna intitolata “Dalla strada al mito” che è stata l’occasione di far vedere dei documentari fatti dai nostri ragazzi.

Ma le poltroncine?

Quando il direttore generale di Anec è venuto qui e ha visto tutto questo, ha detto: vi manca una sola cosa: le poltroncine. Non vi preoccupate, ve le farò avere io. Avevamo delle sedie, certo, ora abbiamo le poltroncine di questo nostro cinema. E sa a chi è intitolato? A Vito Mercadante, un preside di scuole difficili e periferiche che ha investito molto sul tema della lotta alla mafia.

Va bene tutto, ma che cosa risponde ai tanti insegnanti che leggeranno questa intervista e che ironizzeranno sul fatto che “nelle scuole ormai si fanno tante attività e ci si dimentica della vera scuola”, tanto per intenderci “quella di una volta”?

Chi dice questo è rimasto fermo alla scuola gentiliana in cui la lezione frontale era l’unica modalità e dimostra di non conoscere i ragazzi di oggi, i quali acquisiscono capacità di apprendimento diverse da quelle che avevamo noi. È cambiato il modo di apprendere, le innovazioni hanno cambiato le modalità di acquisizione. L’Internet ha cambiato il mondo e noi vogliamo fare didattica come si faceva una volta? È cambiato il modo di apprendere di noi adulti, figuriamoci i ragazzi che non hanno conosciuto il prima.

Pensi a noi adulti impegnati in una lettura: prima leggevamo serenamente un libro, ora dopo dieci minuti arriva un messaggio su Whatsapp, e quando serve invece di usare un dizionario, come si faceva un tempo, si va su Google, al che spesso ci si disperde su altre pagine web, figurarsi i ragazzi, che non hanno conosciuto il mondo di prima. E noi pensiamo che la lezione frontale, tanto per dire, possa ancora essere l’unica modalità possibile?La scuola non può essere lontana dalla realtà. Ci sono cent’anni di pedagogia che ci dicono che si apprende meglio partendo dalla realtà e noi stiamo ancora a discutere se questa pedagogia funzioni o meno.

E, secondo lei, funziona?

La verità è che la pedagogia degli ultimi cent’anni ani è stata disapplicata completamente. Continuiamo a pensare al modello gentiliano che divide le discipline tra quelle alte e quelle basse, alla scuola che ritiene che sia più importante parlare e scrivere che conoscere la musica o saper disegnare, alla scuola che ancora pensa che esista una sola intelligenza e non le intelligenze multiple, alla scuola che non sa coltivare talenti. Le indicazioni nazionali parlano di sviluppo del pensiero critico da favorire: ma come lo favoriamo? Riempendo i ragazzi di nozioni?

Edgar Morin parlava di testa ben fatta in contrapposizione alla testa ben piena e noi lavoriamo affinché i nostri alunni abbiano una testa ben fatta e non piena di nozioni, la vera scuola è questa.

Chi si ostina a pensare che tenere ragazzi per sei ore consecutive immobili e in silenzio è sicuro che questo sia il modello migliore? Samo sicuri che sia il modello che vogliamo? Siamo sicuri che un ragazzo che in classe neanche non si sente sia bravo? Lo vogliamo così? Chi dice questo non conosce più la scuola e infatti il dibattito pubblico sulla scuola è spesso alimentato da persone che la conoscono perché l’hanno frequentata da studenti. Ormai si sentono tutti autorizzati a parlare di scuola perché tutti hanno almeno per un anno frequentato la scuola, in realtà non hanno idea di come siano cambiate la scuola e la modalità di apprendimento e hanno un’immagine dei giovani negativa, di giovani sdraiati, che non sanno fare niente.

E invece?

Invece oggi la quantità di cose che sanno i giovani è di gran lunga più grande della quantità di ciò che sapevamo noi. Infatti non capiamo quello che dicono. Io ascolto gli alunni e posso dire che non è vero che sono come li descrivono: sanno tante cose anche se spesso non sanno mettere in connessione le cose che sanno. E infatti il tema è proprio quello di non creare delle teste ben piene ma semmai di costruire delle teste ben fatte che siano in grado di mettere in connessione le cose che sanno.

Per fortuna la scuola è diventata più inclusiva e accogliente: tutti parlano di alunni come una massa informe. Ma pensi alla composizione delle classi con alunni BES, alcuni con disagio sociale o ambientale o culturale: chi pensi di dare a tutti la stessa cosa è fuori dal mondo, questa nostra modalità di guardare l’individuo consente di dare a ciascuno quello che è utile.

Sono cent’anni che la pedagogia ci dice che il primo ambiente di apprendimento è quello che vivi, è il rapporto tra pari, e noi continuiamo a pensare che l’unico strumento sia l’insegnante che parla agli alunni e gli alunni che ascoltano l’insegnante per ore: l’apprendimento cooperativo è storico e invece lo facciamo passare come modello nuovo. Le isole per i lavori di gruppo? Ma meno male che ci sono.

Però alla fine i ragazzi si scontreranno con la realtà dei semestri filtro e dei test d’accesso…

Peccato che la selezione si faccia poi con le crocette. La nostra non è una modalità lassista. Il tema è come apprendere. Io penso che uno studente che ha una capacità mentale di mettere in connessione gli argomenti sia più bravo di uno che sa solo l’anatomia, tanto per dire. La contraddizione semmai è un’altra e cioè che per accedere a Medicina si debba fare un test con le crocette su domande a risposta multipla. In un momento come questo in cui servono i medici si rende tutto così difficile? Ma meno male che abbiamo importato i medici cubani e venezuelani e le infermiere rumene.

Occorrerebbe, secondo lei, allargare le maglie per l’accesso all’università?

Certo. È meglio avere medici bravi, ma la selezione la fai a valle e non a monte e non è che tutti poi diventano poi medici o architetti

Si obietta che mancherebbero i posti fisici per garantire la formazione universitaria a un numero più elevato di studenti

Certo, se si tagliano le spese, se aumentano i finanziamenti alla scuola privata e alla difesa e non quelli alla scuola pubblica e all’università, succede poi tutto questo.

Veniamo alla valutazione. La vostra scuola non ha più i quadrimestri: come mai avete abolito la divisione intermedia?

Sì, la valutazione qui si fa solo alla fine dell’anno. Se è vero che la valutazione degli alunni è annuale allora riteniamo che le interruzioni per fare gli scrutini intermedi non sia utile, anzi va discapito della didattica, si passa più tempo a valutare che a fare didattica, si passa più tempo a pensare a un 5 che deve diventare 6 che al tempo scuola. La valutazione si fa alla fine e non dev’essere divisa da intervalli intermedi, altrimenti il mese di gennaio si trascorre con le interrogazioni.

Non è obbligatorio dunque fare gli scrutini intermedi?

Non è scritto da nessuna parte che sia un obbligo, dipende dalle valutazioni del collegio dei docenti. Il voto si mette alla fine dell’anno. Abbiamo pensato anche che la valutazione degli studenti non debba essere numerica, il 6 di un alunno non è uguale al 6 di un altro alunno. È venuto fuori un percorso di valutazione da cui rileviamo che partendo dai punti di forza e di debolezza degli alunni questo ci aiuta a valutare i singoli progressi e come migliorare gli apprendimenti. Gli alunni non hanno l’ansia da prestazione. Né gli alunni, né il docente, perché questo non va bene in un ambiente che deve essere cooperativo.

Guardi che da domani la sua scuola verrà definita “scuola senza voti e senza quadrimestri”

È impropriamente definibile come una scuola senza voti: è più facile dare un 5 che non dare una vera e propria valutazione descrittiva che poi alla fine dell’anno diventerà un voto numerico.

Al di là della riduzione dello stress, l’abolizione degli scrutini intermedi ha portato altri vantaggi legati in qualche modo alla valutazione?

Altroché. Abbiamo aumentato i momenti di incontro tra le famiglie e questo ha migliorato i rapporti tra loro e la scuola. Genitori che ricevono un 6 sono contenti ma incontrarli per riflettere insieme sui punti di debolezza e anche su quelli di forza dei loro figli è molto importante. Guardi, dopo avere scoperto di avere un ragazzino particolarmente dotato per la musica abbiamo riferito questa cosa alla famiglia

E la famiglia?

È corsa ad acquistare una batteria…

Questo non sarebbe successo in ogni caso?

Come fai a notare questi aspetti di un alunno con due ore di musica a settimana? In un’ottica di attività extracurriculare viene invece fuori ciò che non emerge in un’ora al mattino.

Torniamo ai voti. I genitori che durante l’anno non conoscono i voti dei figli non rischiano di restare disorientati?

Quando abbiamo incontrato le famiglie abbiamo trovato tante rispondenze positive. Le famiglie sono contente del fatto che abbiamo aumentato il tempo di rendicontazione nei loro confronti. Il tempo di tre o di cinque minuti serve a poco, invece un genitore è più contento se gli racconti l’andamento del figlio con i suoi punti di forza e di debolezza, ciò che dovrebbe curare di più a casa.

In questo modo la famiglia ha un resoconto realistico della situazione del figlio. Dire che ha 6 non significa assolutamente nulla e dedicare il triplo del tempo ai genitori significa eliminare quello degli scrutini intermedi e ridurre il livello di conflittualità tra docenti. È incredibile come la riduzione della conflittualità passi da queste piccole cose. I docenti durante gli scrutini litigano: io dal quattro non mi muovo – sembra di sentirli – io lo voglio bocciare… insomma è il momento di massima tensione

Lei dice che la scuola “Saladino” non è la scuola del CEP ma la scuola dal CEP. Che cosa intende?

Che partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo.

E i ragazzi si fanno proiettare?

Qualcuno rimane legato al territorio e anche alle brutte abitudini, molti crescono, migliorano, vanno via ma non per forza fisicamente: sono in grado di guardare il mondo. Al CEP non c’è una scuola superiore. L’unico presidio dello Stato è il nostro, non c’è neanche la caserma dei Carabinieri, non c’è l’ospedale e nemmeno più la delegazione del Comune. Quanto alle superiori la stragrande quantità dei nostri alunni prima andava nei centri di formazione. Oggi la stragrande quantità di dei nostri alunni va al liceo. Anche questo vogliamo dire quando diciamo che la scuola “Saladino” ora è la scuola dal CEP.

Orizzonte Scuola

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