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lunedì 5 gennaio 2026

UN TEMPO SCUOLA CHE FUNZIONA

 


La scuola di Palermo 

in cui le lezioni 

durano 50 minuti, 

non si fanno scrutini, 

non si danno voti 

se non a giugno. 



“Diminuite le assenze e azzerata la dispersione”.

 

INTERVISTA di Vincenzo Brancatisano

Non è una scuola senza voti, è una scuola addirittura senza scrutini intermedi. I voti? Solo a giugno. Ma non è finita. Le lezioni durano non sessanta minuti ma cinquanta e sembra che le innovazioni, dati alla mano, funzionino a meraviglia, forti dell’approvazione all’unanimità di Collegio dei docenti e Consiglio d’Istituto, come ci riferisce in questa intervista Giusto Catania, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, dove avviene questa rivoluzione.

Risultato?

Il tempo scuola non è diminuito ma anzi è aumentato, grazie a degli stratagemmi organizzativi, sono diminuite le assenze e le uscite anticipate degli alunni, è aumentato il senso di benessere, è stato portato a zero il tasso di dispersione scolastica. E questo non è poco, per una scuola del CEP di Palermo, che ha solo questa scuola come presidio dello Stato, in assenza di stazione dei Carabinieri, ospedale, delegazione comunale, ma che vanta la presenza di una sempre attiva criminalità “con la quale siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali”, ci spiega il preside Catania.

Che ci chiederà poi di precisare: “Non la chiami scuola del CEP, la nostra è la scuola dal CEP”. Perché, precisa lui “noi partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo”. Come dimostra anche il fatto che ora la stragrande maggioranza degli alunni che escono da questa scuola media si iscrive ai licei e non più in massa ai corsi della formazione professionale, segno di una ritrovata autostima sociale di tanti studenti e di una rivincita delle famiglie del CEP, un orgoglio per lo stesso quartiere popolare di Palermo e per questa scuola, intitolata nel 2013 per volontà del preside, a Giuliana Saladino, la giornalista, scrittrice e politica palermitana morta per un tumore nel 1999 all’età di 73 anni.

Ma l’attenzione di Catania è rivolta sempre verso gli alunni e verso la loro dignità di preadolescenti dell’era digitale: “Li ascolto ogni giorno – segnala – e non è vero che sono come li descrivono, sanno tante cose, molte di più di quelle che sapevamo noi alla loro età. Probabilmente non sanno mettere in connessione le cose che sanno e infatti il tema è quello di costruire non delle teste ben piene ma delle teste teste ben fatte che possano mettere in connessione le cose che sanno”.

Preside Giusto Catania, adesso ci deve spiegare come passa, tutto questo successo, dall’articolazione dell’orario e dall’abolizione degli scrutini. Perché le ore sono di 50 minuti?

L’esigenza è duplice c’è un’esigenza di natura didattica e una di natura organizzativa

La prima

È fondamentale lavorare sull’interdisciplinarità. Il sapere è unitario, la divisione tra discipline è arbitraria, ci sono evidenti interazioni tra le varie discipline, potremmo stare qui a elencarle. Allora abbiamo pensato che fosse più utile intrecciare le discipline e per questa ragione abbiamo ritenuto che il modo più efficace sarebbe stato quello di avere almeno due docenti in compresenza in una stessa classe.

Veniamo alla seconda esigenza

La seconda è di natura organizzativa. Noi ci troviamo in una fase in cui, per un’imposizione del governo, è ora più difficile chiamare un supplente per coprire un’assenza del docente, se non a certe condizioni. E siccome pensiamo che non si possa privare l’alunno dell’attività didattica solo perché ci sono difficoltà economiche ed esigenze di risparmio allora l’organizzazione per compresenze ci aiuta a evitare di avere la classe scoperta. Organizzare in compresenza significa garantire che ci sia sempre un docente in classe evitando di dividere o di accorpare le classi. Ma questa è solo la parte secondaria: il tema è per noi tutto didattico e fa il paio con tutto il resto. La storia dei 50 minuti si spiega all’interno di un discorso più ampio e complessivo. E sull’innovazione.

Per esempio?

Per esempio abbiamo le aule tematiche. Non c’è l’aula della classe 1B o della classe 2C, tanto per dire. Le classi ruotano per aree tematiche e gli ambienti di apprendimento diventano uno spazio educativo dove anche il movimento è un pezzo dalla didattica, tra una lezione e l’altra gli alunni si spostano.

Se le ore diventano di 50 minuti non si rischia di togliere tempo alla lezione?

No, perché l’orario delle discipline è stato organizzato su due ore consecutive da 50 minuti, quindi diventa un’attività di 100 minuti e non di 50. L’operazione è quella. È un percorso che si costruisce nei vari Consigli di classe, dalla primaria alla secondaria di primo grado. Si costruiscono più presenze in classe e per fare questo c’è la necessità di organizzare l’orario su lezioni da 50 minuti in modo che le ore vengano gestite con le compresenze. L’investimento è stato fatto su tutte le classi, dalla primaria fino alla terza della secondaria di primo grado, per abituare gli alunni fin da subito.

Però non è matematicamente semplice garantire sempre due ore consecutive nella struttura dell’orario annuale.

Ci stiamo riuscendo. E questo vale per le medie, per la primaria è molto più facile.

Cosa risponde a chi dice che così si perde tempo scuola?

È esattamente il contrario.

Addirittura

Si guadagna tempo scuola, non si perde, è tutto il contrario. I docenti recuperano il tempo con le compresenze.

Sì, ma lo perdono gli alunni

No. ed è qui il punto. Vede, abbiamo fatto un calcolo e da questo calcolo emerge che guadagniamo ore di attività didattica. Noi avevamo una tendenza per cui il tempo scuola per alcuni ragazzi si riduceva: visto il contesto sociale in cui vivono, registravamo molte uscite anticipate specie da parte dei ragazzi BES che non riuscivano a reggere il tempo scuola e questo soprattutto all’inizio del percorso scolastico.

Questo non avviene più?

No. Abbiamo eliminato questa tendenza, non abbiamo più quel tipo di richiesta perché la nuova didattica favorisce gli alunni grazie allo spostamento da un’aula tematica all’altra che azzera la riduzione di tempo scuola, perché non c’è più la richiesta di uscita anticipata. Inoltre, negli altri anni capitava durante la settimana di non riuscire a sostituire il docente e quindi si doveva spesso dividere la classe o chiamare le famiglie perché venissero a ritirare l’alunno, cosa che non avviene più, grazie alla compresenza. Tutto questo ha portato all’allungamento del tempo della didattica: abbiamo migliorato non solo la qualità della didattica ma anche il tempo scuola, che così si è allungato.

Cade dunque la critica sulla perdita di tempo scuola: vogliamo i dati.

Certo, e per noi è facilmente dimostrabile. L’anno scorso abbiamo perso 107 ore di scuola per le medie e 108 per la primaria. Quest’anno non abbiamo perso neppure un’ora. C’è un abbattimento radicale della riduzione del tempo scuola e anzi ne guadagniamo di gran lunga.

Le novità organizzative sono frutto di una decisione sofferta? I docenti l’hanno subita o si sono mostrati d’accordo.?

Non è stata una decisione sofferta, tutt’altro. È stata approvata dagli organi collegiali con una discussione che ha impegnato tre riunioni del Collegio dei docenti. Su questa cosa abbiamo poi coinvolto il Consiglio d’Istituto che ha apprezzato l’innovazione introdotta. È stata una bella discussione e infine un’approvazione all’unanimità, e mi consenta di aggiungere che non si tratta di mero unanimismo poiché c’è stata la necessità di una discussione seria, con simulazioni, numeri e dati che sono frutto di elaborazioni statistiche. È stata davvero una bellissima discussione, son ben contento quando in Collegio gli insegnanti si confrontano.

Con questa impostazione gli alunni tornano a casa prima?

Escono 25 minuti prima. Ma in realtà la stragrande maggioranza degli alunni rimane a scuola per svolgere le attività extrascolastiche che iniziano alle 14. Abbiamo diversi laboratori, tra cui quelli di inglese e di scienze. Abbiamo attivato quattro percorsi con il Piano estate. C’è il laboratorio di musica, quello di robotica, un altro laboratorio per la scuola primaria e fra un po’ quello di fotografia. Da questo mese di gennaio partiranno progetti inerenti danza, teatro, arti marziali. Le scuole sono aperte tutto il pomeriggio: gli alunni escono prima ma mangiano qui poiché per alcuni progetti PNRR è prevista la mensa.

Non si tratta di attività obbligatorie, i ragazzi partecipano?

Sebbene non siano obbligatorie c’è un’altissima adesione e una lodevole reattività a questi progetti perché sono attività stimolanti. In un quartiere come il nostro è molto importante avere ragazzi che passano più tempo a scuola, grazie ad attività finanziate con il PNRR. Siamo impegnati in un braccio di ferro quotidiano con la criminalità e far stare i ragazzi a scuola significa sottrarre loro da possibili influenze delinquenziali che esistono, aumentare il tempo scuola è una missione altrettanto importante del fare scuola al mattino e gli alunni lo hanno percepito tanto che partecipano in massa”.

È vero che avete una sala cinema e che vi sono arrivate in dono le poltroncine da un cinema di Viareggio?

Con le risorse che abbiamo siamo riusciti a migliorare gli ambienti e abbiamo un campetto esterno, una sala teatro e siamo una delle pochissime scuole dotate di una sala cinema con 50 posti. Un cinema di Viareggio ci ha regalato le poltroncine grazie all’intermediazioni di Anec, l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema, che è venuta a vedere la nostra scuola, che è scuola capofila delle Giornate nazionali cinema per la scuola. Noi in questi anni abbiamo investito molto sulla didattica attraverso il cinema e abbiamo avuto una buona partecipazione dal quartiere, dalle mamme, dai papà, dai nonni. Abbiamo investito molto sul cinema come strumento didattico. Con i finanziamenti SIAE abbiamo condotto la rassegna intitolata “Dalla strada al mito” che è stata l’occasione di far vedere dei documentari fatti dai nostri ragazzi.

Ma le poltroncine?

Quando il direttore generale di Anec è venuto qui e ha visto tutto questo, ha detto: vi manca una sola cosa: le poltroncine. Non vi preoccupate, ve le farò avere io. Avevamo delle sedie, certo, ora abbiamo le poltroncine di questo nostro cinema. E sa a chi è intitolato? A Vito Mercadante, un preside di scuole difficili e periferiche che ha investito molto sul tema della lotta alla mafia.

Va bene tutto, ma che cosa risponde ai tanti insegnanti che leggeranno questa intervista e che ironizzeranno sul fatto che “nelle scuole ormai si fanno tante attività e ci si dimentica della vera scuola”, tanto per intenderci “quella di una volta”?

Chi dice questo è rimasto fermo alla scuola gentiliana in cui la lezione frontale era l’unica modalità e dimostra di non conoscere i ragazzi di oggi, i quali acquisiscono capacità di apprendimento diverse da quelle che avevamo noi. È cambiato il modo di apprendere, le innovazioni hanno cambiato le modalità di acquisizione. L’Internet ha cambiato il mondo e noi vogliamo fare didattica come si faceva una volta? È cambiato il modo di apprendere di noi adulti, figuriamoci i ragazzi che non hanno conosciuto il prima.

Pensi a noi adulti impegnati in una lettura: prima leggevamo serenamente un libro, ora dopo dieci minuti arriva un messaggio su Whatsapp, e quando serve invece di usare un dizionario, come si faceva un tempo, si va su Google, al che spesso ci si disperde su altre pagine web, figurarsi i ragazzi, che non hanno conosciuto il mondo di prima. E noi pensiamo che la lezione frontale, tanto per dire, possa ancora essere l’unica modalità possibile?La scuola non può essere lontana dalla realtà. Ci sono cent’anni di pedagogia che ci dicono che si apprende meglio partendo dalla realtà e noi stiamo ancora a discutere se questa pedagogia funzioni o meno.

E, secondo lei, funziona?

La verità è che la pedagogia degli ultimi cent’anni ani è stata disapplicata completamente. Continuiamo a pensare al modello gentiliano che divide le discipline tra quelle alte e quelle basse, alla scuola che ritiene che sia più importante parlare e scrivere che conoscere la musica o saper disegnare, alla scuola che ancora pensa che esista una sola intelligenza e non le intelligenze multiple, alla scuola che non sa coltivare talenti. Le indicazioni nazionali parlano di sviluppo del pensiero critico da favorire: ma come lo favoriamo? Riempendo i ragazzi di nozioni?

Edgar Morin parlava di testa ben fatta in contrapposizione alla testa ben piena e noi lavoriamo affinché i nostri alunni abbiano una testa ben fatta e non piena di nozioni, la vera scuola è questa.

Chi si ostina a pensare che tenere ragazzi per sei ore consecutive immobili e in silenzio è sicuro che questo sia il modello migliore? Samo sicuri che sia il modello che vogliamo? Siamo sicuri che un ragazzo che in classe neanche non si sente sia bravo? Lo vogliamo così? Chi dice questo non conosce più la scuola e infatti il dibattito pubblico sulla scuola è spesso alimentato da persone che la conoscono perché l’hanno frequentata da studenti. Ormai si sentono tutti autorizzati a parlare di scuola perché tutti hanno almeno per un anno frequentato la scuola, in realtà non hanno idea di come siano cambiate la scuola e la modalità di apprendimento e hanno un’immagine dei giovani negativa, di giovani sdraiati, che non sanno fare niente.

E invece?

Invece oggi la quantità di cose che sanno i giovani è di gran lunga più grande della quantità di ciò che sapevamo noi. Infatti non capiamo quello che dicono. Io ascolto gli alunni e posso dire che non è vero che sono come li descrivono: sanno tante cose anche se spesso non sanno mettere in connessione le cose che sanno. E infatti il tema è proprio quello di non creare delle teste ben piene ma semmai di costruire delle teste ben fatte che siano in grado di mettere in connessione le cose che sanno.

Per fortuna la scuola è diventata più inclusiva e accogliente: tutti parlano di alunni come una massa informe. Ma pensi alla composizione delle classi con alunni BES, alcuni con disagio sociale o ambientale o culturale: chi pensi di dare a tutti la stessa cosa è fuori dal mondo, questa nostra modalità di guardare l’individuo consente di dare a ciascuno quello che è utile.

Sono cent’anni che la pedagogia ci dice che il primo ambiente di apprendimento è quello che vivi, è il rapporto tra pari, e noi continuiamo a pensare che l’unico strumento sia l’insegnante che parla agli alunni e gli alunni che ascoltano l’insegnante per ore: l’apprendimento cooperativo è storico e invece lo facciamo passare come modello nuovo. Le isole per i lavori di gruppo? Ma meno male che ci sono.

Però alla fine i ragazzi si scontreranno con la realtà dei semestri filtro e dei test d’accesso…

Peccato che la selezione si faccia poi con le crocette. La nostra non è una modalità lassista. Il tema è come apprendere. Io penso che uno studente che ha una capacità mentale di mettere in connessione gli argomenti sia più bravo di uno che sa solo l’anatomia, tanto per dire. La contraddizione semmai è un’altra e cioè che per accedere a Medicina si debba fare un test con le crocette su domande a risposta multipla. In un momento come questo in cui servono i medici si rende tutto così difficile? Ma meno male che abbiamo importato i medici cubani e venezuelani e le infermiere rumene.

Occorrerebbe, secondo lei, allargare le maglie per l’accesso all’università?

Certo. È meglio avere medici bravi, ma la selezione la fai a valle e non a monte e non è che tutti poi diventano poi medici o architetti

Si obietta che mancherebbero i posti fisici per garantire la formazione universitaria a un numero più elevato di studenti

Certo, se si tagliano le spese, se aumentano i finanziamenti alla scuola privata e alla difesa e non quelli alla scuola pubblica e all’università, succede poi tutto questo.

Veniamo alla valutazione. La vostra scuola non ha più i quadrimestri: come mai avete abolito la divisione intermedia?

Sì, la valutazione qui si fa solo alla fine dell’anno. Se è vero che la valutazione degli alunni è annuale allora riteniamo che le interruzioni per fare gli scrutini intermedi non sia utile, anzi va discapito della didattica, si passa più tempo a valutare che a fare didattica, si passa più tempo a pensare a un 5 che deve diventare 6 che al tempo scuola. La valutazione si fa alla fine e non dev’essere divisa da intervalli intermedi, altrimenti il mese di gennaio si trascorre con le interrogazioni.

Non è obbligatorio dunque fare gli scrutini intermedi?

Non è scritto da nessuna parte che sia un obbligo, dipende dalle valutazioni del collegio dei docenti. Il voto si mette alla fine dell’anno. Abbiamo pensato anche che la valutazione degli studenti non debba essere numerica, il 6 di un alunno non è uguale al 6 di un altro alunno. È venuto fuori un percorso di valutazione da cui rileviamo che partendo dai punti di forza e di debolezza degli alunni questo ci aiuta a valutare i singoli progressi e come migliorare gli apprendimenti. Gli alunni non hanno l’ansia da prestazione. Né gli alunni, né il docente, perché questo non va bene in un ambiente che deve essere cooperativo.

Guardi che da domani la sua scuola verrà definita “scuola senza voti e senza quadrimestri”

È impropriamente definibile come una scuola senza voti: è più facile dare un 5 che non dare una vera e propria valutazione descrittiva che poi alla fine dell’anno diventerà un voto numerico.

Al di là della riduzione dello stress, l’abolizione degli scrutini intermedi ha portato altri vantaggi legati in qualche modo alla valutazione?

Altroché. Abbiamo aumentato i momenti di incontro tra le famiglie e questo ha migliorato i rapporti tra loro e la scuola. Genitori che ricevono un 6 sono contenti ma incontrarli per riflettere insieme sui punti di debolezza e anche su quelli di forza dei loro figli è molto importante. Guardi, dopo avere scoperto di avere un ragazzino particolarmente dotato per la musica abbiamo riferito questa cosa alla famiglia

E la famiglia?

È corsa ad acquistare una batteria…

Questo non sarebbe successo in ogni caso?

Come fai a notare questi aspetti di un alunno con due ore di musica a settimana? In un’ottica di attività extracurriculare viene invece fuori ciò che non emerge in un’ora al mattino.

Torniamo ai voti. I genitori che durante l’anno non conoscono i voti dei figli non rischiano di restare disorientati?

Quando abbiamo incontrato le famiglie abbiamo trovato tante rispondenze positive. Le famiglie sono contente del fatto che abbiamo aumentato il tempo di rendicontazione nei loro confronti. Il tempo di tre o di cinque minuti serve a poco, invece un genitore è più contento se gli racconti l’andamento del figlio con i suoi punti di forza e di debolezza, ciò che dovrebbe curare di più a casa.

In questo modo la famiglia ha un resoconto realistico della situazione del figlio. Dire che ha 6 non significa assolutamente nulla e dedicare il triplo del tempo ai genitori significa eliminare quello degli scrutini intermedi e ridurre il livello di conflittualità tra docenti. È incredibile come la riduzione della conflittualità passi da queste piccole cose. I docenti durante gli scrutini litigano: io dal quattro non mi muovo – sembra di sentirli – io lo voglio bocciare… insomma è il momento di massima tensione

Lei dice che la scuola “Saladino” non è la scuola del CEP ma la scuola dal CEP. Che cosa intende?

Che partiamo dal CEP per proiettare questi ragazzi nel mondo.

E i ragazzi si fanno proiettare?

Qualcuno rimane legato al territorio e anche alle brutte abitudini, molti crescono, migliorano, vanno via ma non per forza fisicamente: sono in grado di guardare il mondo. Al CEP non c’è una scuola superiore. L’unico presidio dello Stato è il nostro, non c’è neanche la caserma dei Carabinieri, non c’è l’ospedale e nemmeno più la delegazione del Comune. Quanto alle superiori la stragrande quantità dei nostri alunni prima andava nei centri di formazione. Oggi la stragrande quantità di dei nostri alunni va al liceo. Anche questo vogliamo dire quando diciamo che la scuola “Saladino” ora è la scuola dal CEP.

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martedì 11 novembre 2025

BASTA BOCCIATURE !

 

Andrea Maggi: “Basta bocciature e votacci.

 Più obiettivi, meno lezioni frontali.

Dovremmo chiedere agli studenti perché non riescono ad apprendere”


-       - di Andrea Carlino

La scuola rappresenta una comunità educativa in cui studenti acquisiscono competenze, allenano il senso critico e si mettono alla prova non solo sul piano didattico, ma soprattutto relazionale.

L’istituzione scolastica dovrebbe costituire uno spazio di scoperta e crescita, capace di trasformare l’impegno scolastico in un trampolino per sviluppare passioni e coltivare talenti, evitando che sia percepito come un obbligo privo di significato.

Durante la giornata dedicata a Figli&Genitori al Tempo della Salute, evento organizzato dal Corriere della Sera a Milano il 9 novembre 2025, esperti e docenti hanno analizzato le modalità per rafforzare il legame tra ragazzi e scuola.

Tra gli ospiti è intervenuto Andrea Maggidocentescrittore e volto televisivo noto per la partecipazione al docu-reality Il Collegio. Il professore ha sottolineato l’urgenza di ripensare l’approccio educativo per rispondere concretamente ai bisogni degli studenti, superando modelli tradizionali ormai inadeguati.

Bocciature e abbandoni: serve un cambio di paradigma

«Non serve bocciare, gli abbandoni sono già troppi. Non dobbiamo dare votacci, ma obiettivi da raggiungere; semmai dovremmo chiedere agli studenti perché non riescono ad apprendere”, ha affermato Maggi durante l’incontro. La proposta del docente si colloca in un contesto nazionale in cui la dispersione scolastica è in calo: nel 2024 il tasso è sceso al 9,8%, avvicinandosi all’obiettivo europeo del 9% previsto per il 2030, mentre le stime per il 2025 indicano un ulteriore ribasso all’8,3%.

Gli studenti con cittadinanza straniera presentano tuttavia tassi di abbandono drammaticamente più elevati: 24,3% contro il 9,8% della media nazionale. La bocciatura può innescare, secondo la ricerca pedagogica, impotenza appresa, disaffezione verso la scuola, vergogna, senso di fallimento, perdita di autostima e isolamento sociale.

“Sarebbe meglio abbandonare le lezioni frontali, che si dimenticano dopo poco”, ha aggiunto Maggi, suggerendo l’adozione di metodologie didattiche attive capaci di mantenere viva l’attenzione e la motivazione degli studenti, come l’apprendimento basato su progetti o la didattica cooperativa.

Una scuola a misura di adulti o di ragazzi?

“La scuola oggi sembra essere più a misura delle fragilità degli adulti“, ha dichiarato Maggi, denunciando un sistema che da un lato offre ai genitori un falso senso di sicurezza – per esempio limitando l’uso del cellulare a scuola – dall’altro «li carica di aspettative e si aspetta performance irrealizzabili, rendendoli ansiosi”. Il professore ha invitato a ripensare il rapporto tra studentidocenti e famiglie: “I ragazzi non dovrebbero aver paura di sbagliare, di arrabbiarsi; nei genitori dovrebbero trovare la spalla su cui piangere, nella scuola un luogo che trasmetta contenuti e soprattutto la forza delle idee”.

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martedì 2 settembre 2025

SCUOLA SENZA VOTI E LEZIONI


 Una scuola senza voti né lezioni frontali: a Piacenza la nuova media con il metodo di Daniele Novara che mette al centro esperienze, domande e lavoro di gruppo.

 

-       di Andrea Carlino

-        

Un modello educativo che rompe con l’impostazione tradizionale e si fonda sulla relazione educativa, sull’apprendimento esperienziale e sulla rinuncia a ogni forma punitiva. L’incontro, ospitato nella sede di Via Genocchi 4, offrirà a genitori e cittadini un’occasione di confronto diretto con i promotori dell’iniziativa.

Il dirigente dei Licei, Fabrizio Bertamoni, ha sottolineato lo spirito dell’appuntamento: “Sarà un’occasione preziosa per raccontare in prima persona il progetto della nuova scuola media firmata San Benedetto, rispondere a domande e chiarire eventuali dubbi. La nostra scuola si fonda sulla relazione e sulla fiducia reciproca”.

Un modello didattico che cambia prospettiva

Il Metodo Daniele Novara propone un approccio di forte discontinuità con la scuola tradizionale: niente voti punitivi, nessuna lezione frontale come unico strumento didattico, assenza della cattedra come simbolo gerarchico e una centralità del lavoro di gruppo. Gli studenti sono chiamati a collaborare, a costruire conoscenze attraverso laboratori maieutici e a sviluppare competenze attraverso la “fatica creativa”.
Come ha spiegato lo stesso pedagogista, “si lavora sulle domande e sull’apprendimento attivo, elementi che permettono agli alunni di crescere nella collaborazione, nella scoperta e nella conquista di nuove capacità applicative”.

Una comunità di apprendimento orientata al futuro

La nuova scuola media si pone come comunità di apprendimento, attenta a valorizzare le risorse personali di ciascun ragazzo. L’obiettivo dichiarato è offrire agli studenti un contesto nel quale imparare con motivazione, consolidando il rispetto reciproco e la consapevolezza del valore dell’esperienza scolastica. Per Novara, si tratta di “una concreta speranza per tanti ragazzi e ragazze di trovare una scuola che sappia orientarsi al futuro, utilizzando gli aspetti migliori del passato e non quelli peggiori”. L’iniziativa, unica nel panorama nazionale, si presenta come un’esperienza pilota che mira a tradurre in pratica un metodo già sperimentato in diversi contesti educativi, ma mai prima d’ora applicato in modo integrale nell’ambito della scuola secondaria di primo grado.

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venerdì 19 aprile 2024

CAMBIARE LA SCUOLA

“Stop a lezioni frontali, compiti a casa, studio mnemonico.

 La scuola italiana può cambiare e vi dico come”.

 

INTERVISTA a Daniele Novara di Vincenzo Brancatisano

 “Cambiare la scuola si può”. Ne è convinto Daniele Novara, pedagogista e fondatore, del CPPP, il Centro Psicopedagogico per l’educazione. “Da almeno 100 anni – si spiega nella presentazione del suo libro intitolato “Cambiare la scuola si può. Un nuovo metodo per insegnanti e genitori, per un’educazione finalmente efficace” – la scuola italiana è impostata allo stesso modo – mentre riforme e maquillage educativi, come la digitalizzazione, fingono che le cose stiano cambiando”.

 In realtà “nulla si muove: lezioni frontali, compiti a casa, studio mnemonico continuano a essere al centro della didattica, spesso senza motivazioni pedagogiche, e i nostri figli imparano con lo stesso metodo delle generazioni precedenti, come per inerzia. In questo libro, Novara demolisce, “uno per uno, i falsi miti dell’istruzione e propone un metodo maieutico che, in alternativa alle pratiche antiquate che ancora governano la grande e complessa macchina dell’istituzione scolastica, pone al centro la scuola come comunità di apprendimento: una comunità dove si impara dai compagni, si fanno domande, si sperimenta in laboratorio, si sbaglia e ci si diverte, e in cui l’insegnante agisce come un regista, lasciando il protagonismo ai suoi allievi”. libro incita genitori e insegnanti “a cercare nuove motivazioni, fornendo intanto alternative concrete e attuabili per ritrovare il senso autentico della scuola. Con un po’ di coraggio, entusiasmo e voglia di uscire dai soliti schemi”.

 Questo “non è un libro di istruzioni per costruirsi la propria scuola ideale – precisa Daniele Novara, che intanto annuncia il convegno del prossimo 20 aprile intitolato La scuola non è una gara – La scuola ideale non esiste. Il mio scopo è aiutare insegnanti e genitori a cogliere la ricchezza e le potenzialità della scuola di oggi che, anche fra gli addetti ai lavori, è spesso considerata un’istituzione sostanzialmente irrecuperabile.”

 “Nonostante i tanti sforzi per cambiare, modificarsi e aggiornarsi – spiegano gli organizzatori del convegno – la scuola appare ancora fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio, che ne pervade le modalità procedurali e didattiche ostacolando una motivazione profonda negli alunni e nelle famiglie verso la necessità della formazione e dell’apprendimento. Controllo e giudizio la fanno ancora da padroni con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici, con un’idea di selezione che corrisponde spesso alla denuncia fatta dalla scuola di Barbiana ed è ben poco legata a fattori di merito in senso stretto. Non solo un evento, un’esperienza indimenticabile. Una scuola, soprattutto nelle secondarie di primo e secondo grado, ancora fortemente basata su metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Il giudizio diventa l’anticamera di una scuola vista come gara, come competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo. Gli indici scolastici italiani, che rivelano tassi di dispersione altissimi, il numero più basso di laureati in Europa e una percentuale considerevole di Neet – ragazzi che non studiano e non lavorano – oltre a un’incidenza preoccupante di neuro certificazioni, lasciano intendere senza mezzi termini che questo modello è arrivato al capolinea senza più avere alcuna possibilità di rispondere alle necessità di una società complessa e avanzata come quella italiana”.

 La focalizzazione di Daniele Novara è sulla “situazione-stimolo”, un metodo che il pedagogista descrive come fondamentale per contrastare l’approccio tradizionale dell’insegnamento, troppo spesso incentrato su lezioni frontali. Questo metodo si propone di scardinare l’idea che imparare sia sinonimo di ascoltare passivamente. Novara mette in luce come i tempi di attenzione degli studenti siano limitati e come la predisposizione alla distrazione sia un elemento naturale. Il suo approccio rivoluzionario – “non rivoluzionario, ma efficacemente pedagogico senz’altro”, precisa lui – mira a trasformare la scuola in un laboratorio di esperienze, dove gli alunni diventano protagonisti attivi del loro apprendimento. La “situazione-stimolo” diventa così un catalizzatore per lo sviluppo di domande e ricerche da parte degli studenti, spaziando da argomenti scientifici a quelli letterari e cronachistici. Novara critica l’approccio didattico basato su domande di controllo, come quelle relative ai dettagli storici o geografici. Invece, propone l’uso di domande maieutiche, che stimolano la riflessione e l’esplorazione personale. Questo tipo di domande apre spazi per un apprendimento più profondo, basato su esperienze e interessi personali.

 Contrariamente ai tradizionali esercizi estivi, Novara propone i “compiti di realtà” come un metodo più efficace di apprendimento. Questi compiti includono attività come visitare mostre, guardare film all’aperto, esplorare la natura, leggere libri, viaggiare, o imparare nuove lingue e abilità. Tali esperienze aiutano gli studenti a imparare in modo applicativo e significativo, facilitando l’acquisizione di competenze per la vita.

L’obiettivo principale del metodo di Novara non è che lo studente sia in grado di ripetere meccanicamente le informazioni, ma che sappia applicarle nella vita reale. Ad esempio, piuttosto che memorizzare dettagli sulla lingua latina, sarebbe più utile che uno studente possa leggere e comprendere un’epigrafe latina in una chiesa.

 Professor Daniele Novara, in che cosa consistono le domande maieutiche?

 “Per antitesi si tratta di domande contrarie alle domande di controllo con le quali si cerca di verificare che il proprio interlocutore conosca quel che ci si aspetta”.

 C’è una precisa allusione alla scuola

 “Sono domande molto legate alla scuola tradizionale dove il docente in forma illegittima pone una domanda su una questione che conosce già e vuole che l’alunno gli dia proprio la risposta che conosce già facendo una cosa che non ha senso: nessuno chiederebbe al marito come si chiama, perché lo sa già”

 E invece?

 “E invece a scuola questa idea che gli alunni debbano conformare le proprie conoscenze a quelle del docente è molto diffusa. Si crea in questo modo una scuola petulante e prevedibile e con scarsa curiosità. In realtà il docente dovrebbe essere un regista del processo di apprendimento, un regista maieutico, in modo da poter scoprire qualcosa di inedito, qualcosa di nuovo. Per gli alunni e per lui. Il docente ha la padronanza dei processi di apprendimento ma non ha la certezza delle risposte. La padronanza maieutica conduce i propri alunni alla scoperta inedita, alla scoperta quasi sempre innovativa non solo in ambito storico o scientifico ma in qualsiasi altro ambito. Utilizza le discipline come mezzo e non come finalità”.

 Lei sostiene che le domande di questo tipo sono domande generative. In che senso?

 “Nel senso che le domande maieutiche generano processi di apprendimento. Non è necessariamente la ricerca della verità ma più una metafora ostetrica”

 È il So di non sapere di Socrate?

 “Socrate cerca la verità, noi no. Noi cerchiamo di far nascere nuove scoperte di apprendimento ma a prescindere dalla verità. E’ un metodo che si applica in tutto il processo di apprendimento, con i bambini al nido, alla scuola dell’infanzia. Ad esempio, in primavera o agli inizia dell’estate durante le esplorazioni in giardino si cerca di scoprire gli indizi della nuova stagione fotografandoli e creando una storia. Qui nascono delle domande che non hanno una risposta esatta. Ogni giardino ha i propri indizi. Però ci sono anche le domande su questioni controverse”.

 Per esempio?

 “Per esempio: è necessario che ogni rivoluzione abbia dei morti? Questa è una questione controversa che può generare una, tra i ragazzini che hanno più di 15 anni una ricerca. Si pensi all’identità sessuale: anche in questo caso si generano molte domande. Una delle questioni più controverse è se un bambino di 10 anni debba assumere il farmaco che ritarda la pubertà in attesa di decidere un giorno se fare o meno la transizione sessuale. Io su questo tema ho la mia risposta ma è interessante attivare un processo di ricerca. E ancora: che senso ha portare degli esseri umani su Marte? Sono domande di ricerca non necessariamente filosofiche. Nel mio libro, Cambiare la scuola si può, racconto di un laboratorio in una chiesa medievale di Piacenza nella cui cripta è stato ritrovato un mosaico con i segni dello Zodiaco. È una cosa strana perché è una chiesa paleocristiana. La domanda maieutica che vi scaturisce è: che cosa c’entra un segno zodiacale con un’immagine precristiana con una chiesa paleocristiana? È stato molto interessante perché vicino alla chiesa c’era la biblioteca e si è scoperto con una ricerca che fino all’anno 1000 la commistione tra simbologia cristiana e simbologia precristiana era normale o comunque tollerata. Solo dopo avviene una cesura su questa commistione. Questo è un modo per fare storia dell’arte facendo domande generative invece che andare nelle chiese romaniche e ascoltare uno spiegone interminabile sul rosone, che diventa di una noia interminabile e privo di interesse. Quest’ultimo è un atto mnemonico, un atto, cioè, che attiva la memoria e non l’apprendimento. L’apprendimento è applicazione, e quando fai un’attività di ricerca o di laboratorio di ricerca ti resta tutta la vita, perché l’hai attraversata. Se invece l’hai ascoltata come una lezione, scivola via subito e al massimo la usi per un’interrogazione più o meno programmata”.

 La realtà scolastica – si ripete sempre con tono non lusinghiero – è dominata dalla lezione frontale

 “La lectio, la lezione fontale, è un’invenzione medievale perché all’epoca non c’erano ancora i libri. Fino al 1400 si leggevano i manoscritti, quindi è un dispositivo molto arcaico. Poi arriva Gutenberg e da allora non c’è più bisogno della lectio: si passa allo studio e all’uso dei libri come strumento di studio e di conoscenza. Invece qualcuno è ancora affezionato e innamorato della lectio”

 Perché è così critico nei confronti delle lezioni tradizionali?

 “Sono critico perché uccidono la motivazione e l’interesse degli alunni. L’unica cosa che le lezioni hanno prodotto è lo sguardo catatonico degli alunni: ti guardo, caro prof, senza ascoltarti ma tu incautamente pensi che io ti stia ascoltando e gongoli ritenendo che la classe ti stia ascoltando. Invece non ti ascoltano. Questo l’ho scoperto parlando con i ragazzi. L’apprendimento è qualcosa di fattuale è qualcosa che si fa, che ha una necessità operativa. Per esempio, dovremmo andare in una chiesa e chiederci quali sono i misteri di questa chiesa e poi su questi misteri dovremmo provare a chiederci qualcosa sulla sua storia con domande maieutiche. Il fatto è che la scuola tradizionale confonde le informazioni con l’apprendimento e questo è assurdo da tutti i punti di vista. Avere informazioni non significa avere competenze applicative. Io ad esempio ricordo il mio inglese grammaticale, di quando ero ragazzo, ma la prima volta che sono andato in Inghilterra è stata una cosa paurosa. Però, se non ti fanno parlare… Cosa faceva Don Milani? Mandava gli alunni nei ristoranti inglesi, l’unico modo per imparare la lingua è la full immersion. Temo però che oggi lo arresterebbero…”.

 Se si riferisce ai tanti vincoli e tutele, certo sembra di vivere ormai in una società quasi sterilizzata

 “Ha detto bene, è stata sterilizzata un’intera società. Io da ragazzo ho sempre lavorato con i miei genitori. A volte mio padre esagerava, certo. Ma oggi è difficile anche fare una gita scolastica”.

 Lei sostiene anche la didattica cooperativa, basata sull’imitazione reciproca

 “A scuola abbiamo un elemento importante, l’elemento sociale. L’imitazione è molto importante. La pedagogia moderna nasce quando Pestalozzi sperimenta il metodo del mutuo insegnamento perché era da solo con una masnada di ragazzini. Lì nasce la pedagogia moderna: non è isolando gli alunni tra di loro, ma solo aiutandosi, condividendo, mettendosi in un atteggiamento di gruppo e di solidarietà reciproca otteniamo un dato scientifico e cioè che a scuola si impara dai compagni e non dall’insegnante. L’insegnante è un regista. I ragazzi collaborando sviluppano processi di apprendimento e trovo abbastanza terroristica l’idea del non lasciarli copiare tra di loro”.

 Lei è per lasciar copiare gli alunni?

 “L’imitazione è alla base di tutto. Il Sapiens la spunta sul Neanderthal perché sa imitare, sa mantenere la memoria delle proprie scoperte. Lo supera perché è più cooperativo e ormai su questo le ricerche sono abbastanza allineate. I Premi Nobel, se ci pensa, ultimamente si danno in condivisione e questo avviene questo proprio perché la scoperta non appartiene a un elemento individuale, ma ha un’appartenenza comune collettanea e questo deve avvenire anche nella scuola. La scuola deve privilegiare il lavoro comune. Più il lavoro è comune più la scuola funziona”.

Lei parla di situazioni stimolo. Di che cosa si tratta?

 “Io non uso lo spiegone iniziale ma uso la situazione stimolo, che può essere il mostrare una foto con una donna con il burqa. E’ un esempio ma può essere anche il mosaico zodiacale. Ci dev’essere uno start che provochi una reazione nella logica di sviluppare domande donna con il burqa, o un’immagine di distruzione della guerra, il fungo atomico o un brano letterario: l’importante è evitare lo spiegone. Dalla situazione stimolo nascono le domande. Nel mio libro racconto di una maestra che porta un nido vuoto e scopre che tra i suoi alunni ci sono esperti di ornitologia perché i genitori lo sono e allora i bambini spiegano ad esempio che quel nido è di un certo uccello, la cinciarella, e portano tante altre informazioni. La maestra rimane un po’ spaesata perché pensava che i bambini non sapessero quelle cose ma a quel punto sono loro a instradarla con delle storie. Lo stimolo non dev’essere mai legato ai presupposti del docente, né alle sue aspettative, ma alle capacità dei bambini. I bambini inventano una storia meravigliosa. Ed è questo il bello di fare una scuola da vivere come una esperienza nuova ogni giorno”.

 E la matematica, come si pone lo studio della matematica, questa scienza esatta, con le situazioni stimolo?

 “Guardi, io in questo momento vedo passare tante macchine. Si può fare matematica, ad esempio, calcolando quel che si può calcolare osservando la situazione: si può misurare l’inquinamento prodotto o anche calcolare il traffico in un orario morto. Sono attività facilissime perché la matematica è di per sé legata alla realtà. Io gli algoritmi li studiavo allo scientifico. Se ci avessero detto che l’algoritmo sarebbe servito per un computer e per la tecnologia, allora sarebbe stato più facile studiare gli algoritmi. Tornando al traffico, per esempio potrei pensare di programmare il semaforo in modo che si creino meno code possibili e meno inquinamento: è un bellissimo esempio. Io lascerei fare ai ragazzi, come una sfida, e loro si attivano”.

 Il docente dovrebbe insomma partire dalle risorse che ha davanti a sé e stimolarle. E’ così?

 “Non bisogna riempire gli alunni come delle oche, vanno piuttosto tirate fuori le risorse, appunto. Le scuole si occupano di bambini che hanno una plasticità straordinaria e anche di adolescenti che hanno grandi capacità di memorizzazione e di applicazione delle conoscenze acquisite, il loro cervello è particolarmente operativo e cerca di capire subito l’opportunismo di una conoscenza. E invece il più delle volte si preferisce che mettano una crocetta. Trovo demoniache le crocette. E’ proprio un insulto all’intelligenza dei nostri alunni”.

 Che cos’è la valutazione evolutiva? Quanto sono importanti gli errori nei processi di apprendimento?

 “Ne parlo nel mio libro. La valutazione evolutiva si fonda sulla necessità di valutare i processi e non gli errori, nel senso semplice che sbagliare è necessario per poter imparare e quindi se crei una scuola in cui domina il terrore di sbagliare blocchi il desiderio di apprendimento. Si impara sbagliando, la scienza è basata su questo. La scoperta scientifica dev’essere confutabile per essere tale: la scienza ci dice che l’errore fa parte della scoperta ma è possibile che la scuola sia lontana da questo. L’errore è uno strumento di autoregolazione. I bambini sono capaci in questo, ma se tu giudichi e condanni l’errore si blocca il flusso di apprendimento”.

 Una scuola da cambiare, dice lei. Come?

 “Utilizzando quel che c’è già. Le norme che ci sono già. Tutti han detto si può fare. Il mio libro dimostra come tutto quello che dico è già contenuto nei documenti ministeriali. Magari loro parlano di valutazione formativa. Ma il concetto è quello: non cristallizzare la valutazione sulla performance ma guardare il percorso”.

 Bisogna riconoscere che le nuove generazioni di insegnanti sono più formate su questo tipo di impostazione

 È vero. E noi dobbiamo sostenere questi insegnanti perché il Ministero ha la strana idea di tornare indietro sulla valutazione alla scuola primaria. E dobbiamo sostenere anche le scuole senza voto. Il nostro convegno nasce proprio per sostenere le nuove scuole e i nuovi approcci con i loro alunni. Purtroppo, il ministro fa questo azzardo di volere ripristinare i giudizi alla primaria. Io spero che con la legge sull’autonomia ogni istituto si emancipi dalle istanze dirigistiche che hanno rovinato la scuola”.

 C’è un eccesso di centralismo secondo lei?

 “Sì, c’è un eccesso nazionalistico, siamo una scuola centrata su Roma. E’ difficile trovarla in Francia e in altri Paesi. Quando cerco una scuola tedesca, mi rispondono che dipende dai Land, se la cerco in Svizzera: dipende dai Cantoni, anche in Francia e in Olanda è così. Invece in Italia è tutto centralizzato. Pensare a un’azienda con un capo che dirige da Roma un milione di persone è ridicolo. L’autonomia è importante: può consentire progetti, scelte, processi di assunzione più virtuosi, si può permettere un uso dell’orario scolastico finalmente emancipato dal mito dell’ora di lezione. Già adesso gli insegnanti lavorano ben oltre le 18 ore settimanali, o le 24 alla primaria. Vogliamo finalmente uscire da questo incubo gentiliano secondo cui il lavoro dell’insegnante si esaurisce nell’ora di lezione come si legge nel contratto? Magari si portano il lavoro a casa. Basterebbe riconoscere che un docente lavora almeno 30 ore e stabilire di conseguenza che dev’essere essere pagato per 30 ore perché è lavoro di prestigio. È falso che si lavori 18 o 24 ore, ma questo serve per cristallizzare l’idea della materia e della lezione. E della campanella”.

 Orizzonte Scuola

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giovedì 28 luglio 2022

IL METAVERSO A SCUOLA

Prof, alunni e burocrati saranno travolti dal Metaverso?

Non siamo ancora in grado di stimare gli effetti di un ingresso della scuola nel Metaverso (o viceversa). Ma potrebbe essere un’opportunità,

                       -di Alessandro Artini 

La qualità dell’insegnamento è sempre più importante ed è corroborata dalle innovazioni didattiche, per questo è utile spendere alcune parole su cosa sia il Metaverso e perché Mark Zuckerberg, sulla sua scia, abbia cambiato il nome di Facebook in Meta.

In sintesi, il Metaverso è una realtà virtuale molto più assorbente e profonda di quella finora sperimentata. Grazie a una visiera (oggi si stanno sperimentando degli appositi occhiali, molto meno invasivi), si può entrare in un mondo virtuale, avvalendosi di un proprio avatar, il quale può interagire con gli avatar di altri. Il nostro io digitale, così, sperimenta una vita parallela a quella che noi comunemente consideriamo come reale. La prima espansione di questa nuova realtà avverrà probabilmente tramite la diffusione di giochi di community, dove ciascuno avrà un proprio ruolo, “incarnato” in un player più o meno stabile.

Si può immaginare, tuttavia, come il Metaverso possa espandersi sino a coinvolgere altri ambiti, come quello lavorativo, dove saranno possibili varie attività (ad esempio quelle che oggi svolgiamo in presenza con i nostri colleghi) e vere e proprie transazioni, come la compravendita di beni e cose. Non a caso, nella realtà del Metaverso disponiamo di denaro (criptovalute) per l’acquisto di oggetti digitali che, registrati da appositi algoritmi (blockchain), diventano insostituibili e unici, ovvero Nft (Not Fungible Token).

C’è da chiedersi se qualcuno, dopo aver sperimentato la vita parallela per molte ore nell’arco della giornata, continui a preferire la propria identità fisica e reale a quella digitale. Forse alcuni sceglierebbero il mondo virtuale, perché più adattabile alle proprie esigenze, piuttosto che quello reale. Soprattutto, a questo punto, giova porsi un’altra domanda: è possibile che il Metaverso, in futuro, non coinvolga il mondo della formazione e della scuola?

La domanda è retorica, perché inevitabilmente quel mondo sarà pervaso e forse travolto dal Metaverso, anzi tutto attraverso la gamification, cioè l’uso didattico di meccanismi dei videogiochi. Inoltre si hanno evidenti segnali economici di quanto sta per accadere: la finanza si sta interessando alla formazione, perché è in corso, a livello mondiale, un’incredibile riconversione del capitale umano, come sostiene Fabio Vaccarono, l’Ad di Multiversity, la società che controlla varie università private (Pegaso, Mercatorum e altro ancora).

Alcuni fondi di private equity  investono nelle aziende che si occupano di formazione, nelle start up più promettenti, che non solo formulano previsioni sul futuro, ma contribuiscono a costruirlo, secondo il dinamismo delle profezie “autorealizzantisi”. C’è da attendersi, infatti, che una realtà virtuale così potente e immersiva, come il Metaverso, trovi applicazioni formative. È evidente come, grazie ad essa, sia possibile creare infinite situazioni finalizzate a costruire o mettere alla prova le competenze degli alunni. La didattica, inoltre, contemplerà straordinari processi di personalizzazione e il ruolo del docente, che tutt’oggi effettua perlopiù lezioni trasmissive, in “modalità cinema”, richiederà forti innovazioni. Gli insegnanti diventeranno animatori e registi dei processi di apprendimento.

La cosa può non piacere e anzi sdegnerà una parte consistente dei docenti e dei sindacati della scuola, ma, se si dimostrasse che con il Metaverso si può apprendere in maniera più efficace, sarebbe difficile propugnare aprioristicamente il solo valore delle tradizionali lezioni. Entrerà in crisi anche il primato del sistema statale di formazione, che in Italia gode di un credito inossidabile: le scuole saranno valutate dall’opinione pubblica per come operano, indipendentemente dal fatto che si tratti di istituzioni pubbliche o società private.

C’è anche un ultimo aspetto sul quale porre l’attenzione ed è quello relativo al ruolo che la scuola può avere rispetto alla coesione sociale, che è un tema non sempre opportunamente individuato. Secondo Perulli e Vettorino, la tradizionale composizione sociale delle classi, oggi, sta radicalmente cambiando e si sono determinate delle faglie che descrivono una triade di gruppi sociali: quello delle élite, spesso indifferenti ai destini nazionali e in progressiva riduzione, quello della classe creativa, che si avvale della conoscenza come strumento lavorativo e, infine, quello della neo plebe, che comprende persone in difficoltà, animata da risentimento e a rischio costante di secessione.

La classe creativa è quella che manterrebbe vivo il codice di responsabilità, che Hegel individuava nella società civile del suo tempo. Persone che, grazie alla conoscenza, ritengono di poter perseguire il proprio interesse coerentemente con quello generale della comunità; che credono di poter raggiungere la prosperità tramite il cosmopolitismo, il quale offre loro l’opportunità di aprire nuovi mercati alle idee. L’eventuale espansione di questa classe rappresenterebbe la principale chance, per la società, di mantenere la coesione.

Anche per queste ragioni, l’innovazione didattica, che favorisce la diffusione della classe creativa, è fautrice indirettamente di un equilibrio sociale e il Metaverso, secondo me, può rappresentare un’opportunità da cogliere.

 

Il Sussidiario