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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


sabato 8 febbraio 2025

QUESTO IMMENSO MONDO




 Piccolo trattato sull'immensità del mondo 



di Sylvain Tesson (Autore), Anna Faro (Traduttore)

 

A metà tra diario di viaggio e pamphlet filosofico, il "Piccolo trattato sull’immensità del mondo" raccoglie le impressioni, i pensieri e le avventure di Sylvain Tesson durante le sue molte peregrinazioni.

Tesson è innanzitutto un nomade dei tempi moderni, e i suoi viaggi sono un inno alla libertà: all’avventura nelle steppe asiatiche, in Tibet, nelle foreste di Francia, si arrampica a mani nude sulle grandi cattedrali europee.

Perlopiù cammina o cavalca, bivacca sopra un albero o sotto un ponte, vaga in cerca della meraviglia e della gioia e invita il lettore a fare altrettanto – a scoprire i piaceri del nomadismo e del vagabondaggio.

Il suo "Piccolo trattato" è al contempo un antidoto alla società digitale e un’ode a un’esistenza spesa nella natura, un elogio della lentezza e un diario romantico contro l’ordine costituito.

Amazon

 


giovedì 29 agosto 2024

GENITORI ZOMBI


 Paolo Crepet e i genitori zombie: «Credono che la responsabilità sia dare tutto ai figli: è questo il loro mantra. Continuano a dare, dare, dare e quindi tolgono, tolgono tolgono»

-         Lo psichiatra e opinionista porta avanti una battaglia culturale contro l'indifferenza e la perdita delle emozioni attraverso una conferenza-spettacolo ispirata al suo nuovo libro. Ci ha spiegato il suo punto di vista sul ruolo dei genitori, sugli sbagli dei nonni e sulla forza dell'empatia: «ciò che può salvarci dalla barbarie-         

Da tempo lo psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano denuncia proprio gli effetti collaterali che questa anestesia emotiva unita a certe «disfunzioni» sociali stanno producendo su giovani e adulti. Lo fa portando avanti anche una battaglia culturale contro l’indifferenza e la perdita di responsabilità che sempre più genitori stanno mostrando. Genitori che lo stesso Crepet, in passato ha definito simili a «zombie», incapaci di fermezza, di prese di posizione decise e soprattutto di responsabilizzare i figli, educandoli alla vita.

-                            Che cosa significa essere un «genitore zombie»? «Significa tante cose. Intanto una sorta di disorientamento che la gente sente e che non è necessariamente legato a un orientamento o a un “riorientamento”. Ho l'impressione che molti abbiano capito che essere disorientati è anche molto confortante. Significa essere in una sorta di comfort zone in cui non hai responsabilità. Puoi alzare la manina e re: “Io sono disorientato, quindi non aspettatevi risposte da me”. E così ognuno fa quello che vuole, sostanzialmente continua la sua passeggiatina esistenziale che non porta da nessuna parte, se non al parco a sedersi su una panchina e accendere il telefonino. Mi pare che sia pieno di queste persone: madri, padri, parenti vari che fanno di tutto - spero incoscientemente - per rovinare i propri figli».

-          -         E il senso di responsabilità che fine ha fatto? «Queste persone ritengono che la responsabilità sia dare tutto ai loro figli: è un po' questo il loro mantra e quindi, poveretti, continuano a dare, dare, dare e invece tolgono, tolgono tolgono. Questo è l'aspetto forse più inquietante».

-          -         Lei sottolinea l'importanza di imparare sin da piccoli a fare i conti con «la vita vera». Dove sbagliano i genitori di oggi? «Posso citare il titolo dell’ultima opera che ho scritto: Mordere il cielo. Ecco, i genitori non lo vogliono più fare. Perché è faticoso e comprende anche un po’ di rischio».

-          -         Il problema maggiore non sono tanto i ragazzi quanto i genitori, quindi? «Beh, anche i nonni».

-          -         In che senso? «Un contributo negativo lo hanno dato anche loro. Perché i nonni, quando sono stati ragazzi, hanno fatto la vita che più o meno descrivo io, cioè quella in cui monti su una motocicletta e te ne vai via. Per gioco o per costrizione, per miseria o per virtù, sono stati comunque una generazione che ha accettato l'idea dell’ignoto, del costruire, del cantiere che tira su un edificio che si chiama vita. Poi, però, hanno smesso di farlo. Come se a un certo punto arrivasse un'età in cui c’è una sorta di gong a dire "fermi tutti, state pure tranquilli", come fosse il ciak finale di un film. Questo è stato delittuoso da parte nostra, sicuramente, perché poi si è trasmesso a una generazione, quella più o meno genitoriale, che ha fatto una sorta di rinuncia al pensiero: il pensiero è diventato un optional, un gadget di cui possiamo fare a meno. Oggi è più importante avere un autista sotto casa che pensare. Il che è terribile, ed è anche un atto di enorme presunzione».

-          -         Nel suo nuovo libro, Mordere il Cielo lei pone l’accento anche sul fatto che ci stiamo avviando verso una neutralizzazione emotiva sempre più forte. Che cosa sta spegnendo le emozioni? «La ripetitività delle cose. Se si vuole spegnere il senso di una cosa, proprio come se si avesse in mano un telecomando, basta ripeterla all’infinito. Esempio: se si prende il tentato assassinio di Trump e lo si vede non più tante volte, come accadeva un tempo con la televisione, ma 100, 1000, 10.000 volte attraverso i social, si toglierà definitivamente l’emozione da quella pallottola».

-         -          Lei ha parlato di «anestesia dell'anima», in riferimento alle relazioni, all'incontro con l'altro. Davvero è così? «Sì, è così. I bambini non si abbracciano più, quasi non giocano neanche più. Abbiamo proprio buttato il Napalm sulle emozioni».

-             Nel suo nuovo libro ha parlato anche dell'empatia: manca è dovremmo riacquisirla «per evitare la barbarie». Ma l'empatia si può imparare o è innata? «No, non è innata e sì, si può imparare. Per esempio, crescendo in un ambiente si gioca, si litiga con gli amici, si incontrano nuovi bambini simpatici. Si tratta di una grande ginnastica mentale e porta alla nascita di un tessuto neuronale che spinge alla ricerca dell’altro, alla curiosità per l’altro. L’empatia è questo».

-              Si può imparare anche da adulti? «Magari con dosi di difficoltà maggiori, se non la si conosce. La differenza è che a 30 anni è un impegno cosciente, a 5 anni no: giochi e basta, viene da sé. Diciamo che fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga è empatia, perché poi magari arriva qualcuno che te lo distrugge, un altro ti dice che è bellissimo o uno che lo fa più bello del tuo».

-         Come dovrebbero intervenire i genitori per crescere nuovi adulti empatici e quindi con un atteggiamento diverso nei confronti della vita? «C'è un compito ben preciso che gli adulti hanno, per la verità, una grossa responsabilità. Perché, per esempio, non c'è più un tempo dell'ozio sociale? Perché consideriamo moderno e contemporaneo e futuribile addirittura una sorta di solipsismo digitale? Che cosa ha di così interessante? È un ergastolo! Se un padre si prendesse invece del tempo per raccontare al proprio figlio adolescente di quando da giovane prendeva un treno con tre amici e arrivava in Danimarca, di cosa succedeva, del freddo che faceva, di cosa mangiava e dove dormiva, degli incontri che faceva, del concerto che ha visto, insomma: della vita che ha vissuto durante quel viaggio, questo farà innamorare dell'idea del viaggio e allora, il minimo che possa succedere è che quel figlio o quella figlia possano aprirsi alla vita e dire, a un certo punto: “Vado con i miei amici in Finlandia!”»

         Dottor Crepet, qual è l'emozione che le manca più di tutte le altre in questo momento storico? «La sorpresa».

 

-         Alzogliocchiversoilcielo

martedì 30 aprile 2024

GIOCARSI LA VITA


 Siamo fatti per giocarci la vita, eroi di una squadra in cui siamo chiamati a trasformare il destino, regole e limiti, in destinazione, azioni da goal.

 

-        - di Alessandro D’Avenia

-          

Amo il calcio da quando sono bambino. L'ho praticato ovunque, dal corridoio al campetto, sull'erba o sulla sabbia, in strada o in un parcheggio. Da dilettante, chi si diletta, cioè gode.

Amo altrettanto guardarlo, ancor più da quando ho smesso di giocare per la terza frattura al polso sinistro («La prossima volta non lo recuperiamo», mi ha detto il chirurgo), cicatrici che non cancellerei in cambio di una vita senza calcio. Pasolini giocava come ala e faceva un tifo sfrenato per il Bologna: per lui il calcio conservava il sacro popolare più delle messe (allo stadio la gente si stringe con più verità che al segno della pace). Saba, conquistato dall'atmosfera del tifo, ne scrisse in poesia. Luzi ne dedicò una struggente al grande Torino scomparso nel disastro aereo di Superga. La leva calcistica del '68 di De Gregori mi fa ancora sognare. Le ragioni di questo amore per il calcio mi si sono chiarite una volta di più nel finale del recente derby tra Milan e Inter, che ha attribuito lo scudetto alla squadra supportata da mio padre, mentre io, «guidato» dai miei fratelli all'età di 5 anni, mi schierai dal lato opposto. A dieci minuti dal termine della partita, che l'Inter conduceva per 2 a 0, il Milan ha segnato. Il commentatore ha urlato: «Si riapre la partita» e a me si è riaperto il cuore, come se si trattasse della vita stessa. Qual è il segreto del giocare e in particolare al calcio?

Come tutti i giochi anche il calcio mostra ciò che è umano nell'uomo. Giocare ci rende felici perché imita la vita come nient'altro, tanto che al verbo ludico diamo la massima estensione umana possibile: «giocarsi la vita».

Gli studiosi spiegano che in tutte le culture il godimento del gioco dipende dalle regole. Sembra strano per noi che cerchiamo la felicità nella libertà, nell'assenza di condizionamenti. Invece il gioco ci ricorda che siamo veramente liberi solo nei e non dai legami.

L'uomo gode a trovare la propria via, originalissima e creativa, in mezzo ai limiti: giocare è la rappresentazione della vita come destino e destinazione. Il destino è ciò che non scegli, la destinazione che cosa fai con le carte (altra immagine ludica) che ti capitano.

Nel calcio, come in molti giochi, i limiti sono spaziali e temporali: rettangoli le cui linee sanciscono zone più o meno sacre, da custodire o conquistare, e porzioni di tempo con recuperi commisurati al «non gioco» (non vita). Gli attori agiscono dentro questo spazio-tempo: il destino. Non ci si potrebbe divertire senza confini (la prima cosa che si faceva da ragazzi, improvvisando una partita, era piazzare due zaini come pali e ci si scannava per immaginare l'altezza della traversa nei tiri alti...), né senza orologi (il fatidico «chi segna vince» delle «infinite» partite interrotte solo dal buio).

 Ma il calcio, ai limiti di spazio-tempo che ha in comune con tanti giochi, aggiunge un azzardo. È un gioco contro-evolutivo: preferisce il piede, meno sensibile e duttile, alla mano, da cui è invece cominciata l'evoluzione. Dentro questi «legami», garantiti da un giudice (l'arbitro vituperato proprio perché rappresenta e custodisce «il limite»), i giocatori si esaltano, cercando di trasformare il destino in destinazione, il limite in gioia.

Non è forse questa la vita: un perimetro di spazio e di tempo dato una volta sola a ciascuno di noi? Non è la vita un'azione che siamo chiamati a fare entro limiti che non scegliamo?

La passione per il calcio lo è per la vita così com'è: cercare, nei legami, la propria originalità. Anche sulla lapide ci sono scritte le regole del gioco della vita: luogo e data di nascita/morte. Le regole grazie alle quali siamo come tutti ma anche come nessuno. Ce la dobbiamo giocare in questo limite spazio-temporale, e quindi la chiave è nel trattino tra quelle scritte del nascere e del morire: agire, nel calcio l'azione, nella partita, cioè la parte che ci è data, sia come «porzione» di storia umana, sia come «ruolo» da interpretare in quella storia. Come me la gioco?

Agire entro dei limiti, nel proprio ruolo, con altri, non assomiglia alla vita?

Essere convocati, rimanere in panchina, scendere in campo non sono tutte metafore dell'esistenza? E oltre ai limiti previsti e fissi, ci sono gli avversari (le «avversità» della vita), limiti imprevisti e mutevoli. Non sono nemici, ma occasioni e resistenze: e chi non ne incontra nel mondo? E poi il risultato a volte non corrisponde all'essere stati superiori e non sempre vince il più forte, perché, nella vita come in questo gioco, c'è sempre la sorpresa di una grazia inattesa.

Chi gioca o guarda confida sino all'ultimo in un guizzo, anche in partite noiose e bloccate, perché il goal non è come il punto, è raro e non garantito. Il risultato può anche essere un pareggio, e come era bello, in origine, affidare non ai rigori ma al caso, una monetina, la vittoria, perché sul campo si è pari.

Siamo fatti per giocarci la vita, eroi di una squadra in cui siamo chiamati a trasformare il destino, regole e limiti, in destinazione, azioni da goal.

Il calcio mima ed esorcizza anche la guerra con il suo lessico: strategie e tattiche, attacco e difesa, ali e centro, incursioni e assedi, barriere e cannonate, infortunati e sostituti... ma della guerra non ha la violenza mortifera, tranne quando i giocatori e le tribù di supporto dimenticano stupidamente che è solo un gioco, una rappresentazione, come a teatro (to play dicono gli inglesi per l'agire in scena e per il giocare).

E in tempi così ottusamente bellici, capisco meglio perché amo il calcio, perché, come ogni gioco, è un sogno: un giorno saremo così evoluti da abbandonare gli scontri armati per dedicarci solo a quelli sportivi. Sapremo mai giocarci così umanamente e gioiosamente la vita?

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

 

venerdì 23 febbraio 2024

FREEDOM


 LIBERI 

DI 

ESSERE FELICI



- di Laura Bellomi

-           

Il 18 marzo 1993 don Tonino Bello compiva 58 anni.

Era già molto malato e i giovani della diocesi  si ritrovarono in episcopio per fargli gli auguri intonando la sua canzone preferita, Freedom. «Vorrei mettermi ancora non avanti a voi come capofila e neppure dietro di voi, ma in mezzo a voi, in mezzo al popolo e cantare Freedom, oh freedom… Libertà!», si commosse Tonino affacciandosi alla finestra.

«Vorrei cantare questo anelito profondo che tutti quanti sentiamo nel cuore. Cantarlo in mezzo agli altri giovani che sono un po’ logori dalla stanchezza, cantarlo in mezzo alla gente che non ci crede più, in mezzo a tante persone scettiche. Oh freedom, libertà! Libertà non soltanto per noi da tutti i condizionamenti che ci stringono, ma libertà per tutti i popoli […] Non dobbiamo stancarci, non dobbiamo demordere anche se le difficoltà sono tantissime. Oh freedom, libertà!».

Il messaggio di don Tonino (qualcuno ebbe la prontezza di registrarlo) continua intenso e vibrante.

Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi in Puglia, presidente di Pax Christi e tanto altro, don Tonino Bello (1935-1993) ha dedicato alla felicità diversi scritti, fra cui Cirenei della gioia. Ma non sono stati i suoi testi a parlarci – per lo meno non soltanto – quanto il lascito umano e spirituale con cui ha cambiato la vita di chi l’ha conosciuto. E sì, perché la felicità trasforma la vita, la nostra e quella della comunità allargata.

Cosa abbiamo capito, dunque? Forse poco, ma a sufficienza per intuire che confrontarsi con la Felicità è l’Avventura – con la A maiuscola – stessa della vita. La felicità non è un evergreen da Baci Perugina. Fare luce su cosa significa, come è fatta, quante persone servono per farla nascere, non è banale. Chiedersi “che forma ha”, men che meno.

Interrogarsi sulla felicità è un esercizio di umanità, personale e comunitario insieme: Generazioni di felicità. Sarà capitato a ciascuno di noi di sentirsi felici, almeno una volta nella vita. Con una punta di stupore ci saremo anche accorti che quella sensazione di pienezza e allo stesso tempo leggerezza non era legata a qualcosa di materiale quanto al sentirsi o al percepire qualcun altro “al posto giusto, nel momento giusto”.  Una sensazione forse poco definibile, eppure chiarissima.

Capita di complicarsi le giornate, ma la felicità è tutto tranne che complicata. La felicità è la chiamata a diventare noi stessi. È una promessa, una scelta, un cammino. È reale, sporca di vita, perfetta nelle sue imperfezioni.

La felicità è possibile. È per tutti e insieme possiamo cercarla e costruirla. Oh Freedom, qual è la nostra felicità? Sia questa la nostra domanda oggi. 

 

Proposta Educativa-Agesci

mercoledì 25 ottobre 2023

ULISSE E IL PADRE


SE DAVVERO

 SEI MIO FIGLIO

-        -  di Alessandro D’Avenia

 

In tempi in cui la parola padre è spesso legata a fatti di cronaca cruenti o soggetta a interpretazioni oppressive, frutto dell’evaporazione simbolica e reale del padre che caratterizza la nostra cultura, come ben descritto da Massimo Recalcati nei suoi scritti, l’ottantesimo compleanno di mio padre mi ha portato a chiedermi, da figlio, chi sia per me un padre. Mi è subito venuto in mente l’episodio finale dell’Odissea: «Se davvero sei Ulisse, mio figlio, e sei tornato, dammi un segno sicuro, perché io ti creda», così dice Laerte, padre dell’eroe, quando se lo trova nell’orto. Per poterlo riconoscere occorre una verità più profonda di quella offerta al nervo ottico.

Ulisse

Che cosa fa Ulisse? Sceglie due segni. Il primo, sul corpo, è la cicatrice della ferita quasi mortale ricevuta durante la caccia al cinghiale nel rito di passaggio da adolescenza a età adulta; il secondo è invece nell’anima: «I nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò: un tempo me li donasti e io, ancora bambino, te li chiedevo uno per uno venendoti dietro nell’orto e tu mi dicevi il nome di tutti; tredici peri mi desti, dieci meli, quaranta fichi, cinquanta filari di viti mi promettesti». Il gran finale del poema narra il riconoscersi di padre e figlio attraverso i due momenti chiave del loro rapporto: il passaggio da adolescenza a età adulta e la memoria dei nomi dati alle cose nell’infanzia. Basterà?

Il segno

Non appena Ulisse mostra e racconta i due segni, il padre crede, e quindi vede il figlio. Quella caccia al cinghiale, una specie di esame di maturità omerico in cui però si rischiava davvero la vita, un vero rito di passaggio (morte della vecchia identità e rinascita in una nuova), era stato voluto dal padre, perché il padre è colui che più che darti la vita, ti dà alla vita: ti consegna al rischio di morire. Mentre un padre lancia in aria il figlio, lontano dalla terra, la madre lo tiene stretto a sé, nella terra. Quella ferita sulla coscia di Ulisse è un segno chiaro di quel passaggio. In qualche maniera un padre ti consegna alla morte: il rischio di vivere, cioè di scegliere per chi e cosa vivere. E infatti per ritrovarsi, per riconoscersi, come accade a Ulisse e Laerte, bisogna prima mostrare proprio quella ferita.

 La ferita

Anche io ho mostrato la mia a mio padre e ci siamo riconosciuti in quel passaggio doloroso tra adolescenza e età adulta. La ferita, il mio rito di passaggio, è stata una malattia che ha offuscato lo slancio dell’appassionato uomo di avventura e coraggio, che era stato fino a quel momento mio padre. Quella ferita ha segnato la nostra storia familiare, e a me è capitata proprio in piena adolescenza. Ma proprio quella ferita è un segno in cui ci riconosciamo profondamente: in quel dolore comune siamo diventati il padre e il figlio che siamo, non nonostante e non del tutto, ma anche grazie a quella cicatrice.

 Le ferite sono vita che vuole guarire e che può nascere, e anche se ci è voluto tanto tempo, io mi sento generato da quella ferita, che mi ha in-segnato: che la vita non è perfetta e non ne puoi avere il controllo; che la compassione si impara solo nella carne; che un padre non è un supereroe, ma un uomo che a un certo punto ti mostra che non può, anche se vorrebbe, proteggerti dalla morte; e che stare nella storia umana richiede coraggio e tenerezza, attenzione e pazienza, tutti nomi dell’amore. Il resto passa.

 E poi ci sono i nomi delle cose, nomi «radicali» come quelli degli alberi in-segnati a Ulisse, anche per questo forse sono così appassionato di etimologie (un modo di conoscere il mondo attraverso l’etymos che in greco significava ciò che è vero, reale). Ereditiamo il giardino del mondo a misura delle parole che abbiamo ricevuto. Da mio padre ho ereditato parole «radicali» e con esse il mondo che nominano: avventura, protezione, passione, curiosità, lavoro, lacrime, sorpresa, generosità, lotta, resistenza, dettagli, ferite, coraggio... Per ognuna ho un ricordo di infanzia come per Ulisse quei meli, peri, fichi, viti, nomi che diventano possesso delle cose stesse.

Avventura

Avventura è la bicicletta senza rotelle e l’acqua alta, l’aereo e il treno; lavoro è la passione per la medicina; sorpresa è un nuovo puffo da trovare nelle cacce al tesoro del sabato mattina (per questo li colleziono); ferite è il sopracciglio rotto e ricucito; lacrime quelle che gli ho visto versare; passione è il desiderio di conoscere ogni cosa; curiosità quello di viaggiare in ogni dove... Potrei continuare, ma ci sono parole, più ruvide e faticose, che teniamo per noi, per il nostro personale e intimo riconoscerci. Ereditiamo il mondo nei nomi che i nostri padri ci hanno fatto vedere, ma se non ti puoi fidare delle parole che ti ha insegnato tuo padre non ti puoi fidare di nulla, neanche del tuo nome proprio.

Il patrimonio

Questo è il nostro patrimonio, che significa letteralmente il dono del padre, ciò di cui, nel bene e nel male, un padre ti munisce. Mi è allora venuta in mente quella che potrebbe essere la rilettura moderna dell’episodio omerico, il libro di Cormac McCarthy La strada, sul quale è uscito da poco un bel commento spirituale di Luigi Maria Epicoco (Per custodire il fuoco, Einaudi). Nel libro dello scrittore americano scomparso di recente un padre fa di tutto per salvare il figlio, e ce la fa in-segnandogli il nome del fuoco e quindi dandoglielo in eredità.

 «Dove sta? Io non lo so dove sta», dice il figlio, «Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo», risponde il padre, nel momento più toccante del racconto. Anche io di una cosa sono certo: sono stato fortunato, perché, in un mondo così pieno di inconsistenza, di ferite mai curate e di parole senza etimo (cioè, senza verità), mio padre, 80 anni appena compiuti, mi ha lasciato in eredità questo fuoco. Il fuoco è il mio patrimonio.

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

 

giovedì 21 settembre 2023

L'ARTE DELL'ESPLORARE

«Esplorare 

significa 

pensare l'avvenire»

 Intervista. Bertrand Piccard 

 

- di Daniele Zappalà

 «La speranza in un mondo migliore si costruisce mostrando le soluzioni che esistono già. Questo significa essere realisti, ritrovando il gusto dell’azione e vincendo le paure ecologiche». In modo inedito, uno dei protagonisti dell’autunno culturale francese sarà un esploratore, lo psichiatra svizzero Bertrand Piccard, il primo uomo ad aver realizzato il giro del mondo senza scalo su un pallone, nel 1999, poi il primo su un aereo a propulsione solare, Solar Impulse, nel 2016. La Cité des Sciences inaugura la mostra “Ville de demain, une exploration en 1000+ solutions” (Le città domani, un’esplorazione in 1000 soluzioni e più, fino al 7 gennaio), curata dalla Fondazione Solar Impulse dello stesso Piccard. Erede di una celeberrima dinastia di scienziati-esploratori, «Campione del pianeta» dell’Onu, lo psichiatra si è lanciato da anni in un’inedita “impresa dei mille”, selezionando con la propria fondazione le 1000 soluzioni scientifiche e tecnologiche che permetteranno all’umanità di vincere la sfida ecologica.

 Un concetto chiave della mostra è la crescita qualitativa. Cosa significa?

 «Consiste nel cambiare narrazione su quanto stiamo vivendo. Finora, ha dominato la visione di un’ecologia costosa e che richiede sacrifici, ma non convince i leader politici ed economici. Per questo, cerco di mostrar loro che la transizione ecologica ha vantaggi non solo per l’ambiente, ma pure per lo sviluppo economico. Parlo di crescita qualitativa per opporla a quella quantitativa. Oggi, si alimenta l’economia con le quantità prodotte, il che genera spreco, inquinamento, cambiamento climatico. Ma si può fare diversamente con le nuove soluzioni efficienti che esistono, modernizzando infrastrutture, sistema energetico, costruzione edile, processi industriali».

 Le imprese potranno divenire protagoniste di questo cambiamento?

 «Possiedono la capacità per farlo. Per alcune, è una vocazione. Per altre, un po’ un obbligo. Ma tendenzialmente, sono spesso le imprese a proporre soluzioni utilizzabili, come evidenzia la mostra».

 Nel titolo, c’è la parola “esplorazione”. Sta cominciando una nuova era di esplorazioni?

 «Lo spero ed è ciò per cui mi batto. L’esplorazione non significa solo scoprire nuovi territori. Ma è pure un atteggiamento dello spirito umano con cui ci interessiamo a ciò che non conosciamo. Per andare più in là, far meglio o diversamente. Oggi, nell’ecologia, occorre evolvere, federare, entusiasmare, mostrare le soluzioni esistenti. Superare la paura, lo scoraggiamento, la disperazione. Mostrare quanto abbiamo per avanzare: soluzioni, imprese etiche, scopritori e idee. I giovani devono scoprire i mestieri d’avvenire nella transizione ecologica ed energetica, oggi a corto di manodopera».

 Con il giro del mondo su un aereo solare, ha voluto suggerire pure che l’energia resta un orizzonte da esplorare?

 «Sì, perché cominciamo appena a comprendere il ventaglio di fonti alternative. Certo, si parla del sole e del vento. Ma ve ne sono molte altre, come l’idroelettricità fluviale per i piccoli villaggi. O la geotermia. Il 99% del globo terrestre supera i 1.000 gradi. Perché non usiamo questo calore? Sono orizzonti appassionanti, ma la tecnica non basta. Si deve coinvolgere anche la politica per far evolvere le leggi».

 C’è da stimolare pure un gusto nuovo dell’avvenire?

 «Sì. Ciò che distrugge il mondo sono le abitudini, le certezze, l’agire senza porsi buone domande. Ma oggi, le soluzioni alternative esistono. Per utilizzarle, il mondo politico deve impegnarsi. La transizione ecologica rappresenta un vantaggio per tutti, anche per finanza e industria. Non voglio promuovere il capitalismo, ma parlare ai capitalisti in una lingua che comprendono».

C’è un’inerzia da superare?

«Nei secoli, c’è sempre stato chi pensava che non si potesse fare diversamente. Chi considerava impossibile volare su un aereo, comunicare via telefono, dotare tutti di computer. Da sempre, tantissimi diffondono idee false sul futuro. Ma oggi, possiamo tornare a uno spirito pionieristico, quello dell’esplorazione, al servizio dell’ecologia, mostrando che si può fare molto meglio. Oggi, inquiniamo perché impieghiamo un modello superato. Sprechiamo tre quarti dell’energia prodotta, la metà del cibo, o il 95% dei rifiuti senza comprendere che sono risorse. Ciò rovina l’ambiente e costa carissimo. In realtà, possiamo fare molto meglio con molte meno risorse. Ma dobbiamo saper parlare ai grandi in modo nuovo. A Stati Uniti, India, Cina, Brasile».

 Molti giovani soffrono di ecoansia, spaventati dal futuro. Cosa vuol dire loro?

 «Questo: quando sfilate in strada, non scandite “problemi, problemi, problemi”, ma “soluzioni, soluzioni, soluzioni”. La vostra generazione deve spandere la voglia di usare nuove soluzioni già disponibili. L’ecoansia nasce da un senso d’impotenza. Ai giovani, abbiamo fatto credere che non si può far nulla. Invece, è il momento per fare una montagna di cose, anche scegliendo mestieri davvero d’avvenire».

 Lei ha scritto che, come esploratore, si è ispirato ai suoi sogni di bambino…

 «I bambini non si appesantiscono con abitudini e certezze. Sanno sognare. Ma quando crescono, troppo spesso, i sogni svaniscono. Occorre ritrovare la forza dei sogni. Se ho fatto il giro del mondo in pallone e con un aereo solare, o se ho creato la mia fondazione, è per lasciare spazio ai sogni. Oggi, un sogno alla portata dell’umanità è una transizione ecologica rapida ed efficace per preservare l’abitabilità del pianeta».

 Un cambiamento epocale si radica pure nella spiritualità?

 «Sì. Ma penso che non sia sempre comprensibile per tutti. Trovo che la Laudato si’ di papa Francesco sia un magnifico invito al rispetto dell’ambiente, alla compassione, all’empatia e alla solidarietà. Ma probabilmente non raggiunge tutti. Molti restano nell’egoismo, nell’individualismo, nel profitto a breve scadenza. Queste persone hanno bisogno pure di un’altra visione dell’ecologia. Un’ecologia che genera profitti, opportunità, occupazione».

 www.avvenire.it

 

martedì 7 marzo 2023

IL GRANDE CIELO

L'AVVENTURA DEL CAMMINARE

PER CONOSCERE 

SE STESSI 

"Questa è la storia di un uomo di pianura e di metropoli che ha sempre guardato alla montagna per amor di valico, di salita, di cielo.

 È la storia di come quell'uomo ha sempre sentito il camminare 'in salita' come un'avventura che, senza trasformarsi in 'specialità sportiva', ha nutrito l'immaginazione e il sentimento. 

È un'avventura: quella del 'guardare in su', della conquista del cielo a cui siamo appoggiati più di quanto non siamo appoggiati sulla terra; di come le forme ci accompagnano in quel moto ascensionale, di prato in roccia, di bosco in pietraia, di malga in solitudine. 

È la storia di una educazione sentimentale, ma insieme la storia di come quell'uomo ha imparato a leggere la montagna, non solo attraverso l'apprendimento del cammino ma anche attraverso il filtro della pittura, della musica, della memoria locale, dei racconti orali. 

Che cosa sia un sentiero, lo si sa quando se ne perdono le tracce. Quell'uomo di pianura e di metropoli lo conosco bene, perché mi somiglia, e somiglia a quanti mi sono stati compagni in quella avventura." (Alberto Rollo)

 Il grande cielo. Educazione sentimentale di un escursionista

di Alberto Rollo

Editore: Ponte alle Grazie

Data di Pubblicazione: febbraio 2023

EAN: 9788833318806

ISBN: 883331880X

Pagine: 208

Formato: brossura

Argomenti: Alpinismo, arrampicate e scalate, Passeggiate, escursioni, trekking


 

domenica 26 giugno 2022

APERTI ALL'AVVENTURA

La vocazione viene da Dio. L'avventura di Dio è grande e inconcepibile da parte dell'uomo.

 Mantenendoci uniti a Dio noi ci manteniamo aperti all'avventura.

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Dal Vangelo di Luca (Lc 9, 51-62)

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Commento di don Oreste Benzi

Cristo non si è messo a discutere, ha detto soltanto ai suoi: «Vieni e seguimi!», perché la vocazione viene da Dio. Lo ripeterà poi il Signore con forza: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16).

Quando noi perderemo questo concetto di "avventura" del cristianesimo, intesa nel senso di adventus, di venuta di Dio, avremo spento lo Spirito.

È il Signore che chiama e a colui che viene chiamato non occorrono molti ragionamenti. Una persona non andrà avanti perché aveva previsto tutto. La certezza che Dio ti ha chiamato ti porta via da quel melenso piangere su te stesso nel dire: «Io non sono adatto; io non sono capace; a me manca questo, a me manca quello».

L'avventura di Dio è grande e inconcepibile da parte dell'uomo, per cui tu sai che cominci con Dio ma non sai dove vai a finire; se tu non ti tieni a contatto con lui, non fai altro che gradatamente spegnere tutto e troverai mille motivi per difendere un accomodamento nel quale ti sei posto e che ormai è diventato comodo. Mantenendoci uniti a Dio noi ci manteniamo aperti all'avventura.

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