Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giustizia. Mostra tutti i post

lunedì 15 giugno 2026

PONTI PER LA PACE

 

«Costruire ponti

per la pace, 

la giustizia

 e la dignità

 umana»


Appello dei Vescovi al vertice del G7

è il titolo dell’appello che, in occasione del Vertice del G7 che si svolge a Evian in Francia dal 15 al 17 giugno, i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, rivolgono ai capi di Stato e di governo

. «Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana», si legge nel documento.

«Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società. Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

 

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale».

Adista

venerdì 24 aprile 2026

UN'ALTRA GIUSTIZIA

 


Il Vangelo strappa la giustizia all’uso strumentale, indifferente alle ingiustizie. Capovolge la logica punitiva verso la giustizia riparativa. Invita a essere affamati di giustizia a favore dei soggetti più deboli, a partire dalla conversione del proprio cuore.

 

Lidia Maggi e Angelo Reginato sono pastora/e della chiesa battista.

  Ci sono parole che ci muoiono in bocca. Non perché le riteniamo sorpassate o, peggio, false. Tutt’altro! Ci sono necessarie come l’aria che respiriamo. 

Ma ci tratteniamo dal pronunciarle perché la voce tradirebbe una sorta d’incredulità, insieme al pudore che ne teme l’uso osceno in un mondo che esibisce il fraintendimento di quella parola. La giustizia, come la speranza o le altre grandi parole delle Scritture ebraico-cristiane subiscono la sorte di essere continuamente dette senza più significare. Che fare? A proposito della parola “Dio”, Martin Buber suggerisce che, dato l’uso che ne è stato fatto, giace a terra malconcia. O la si dichiara inutilizzabile o si prova a risollevarla. Una medesima considerazione vale per la parola “giustizia”. 

 Come si solleva da terra una giustizia ripetutamente calpestata, fraintesa, usata per giustificare azioni ingiuste? Insieme al pensiero critico, per quanto anch’esso inattuale, possiamo ritornare a leggere la narrazione evangelica, per strappare la giustizia all’uso distorto e interessato che ne facciamo e mostrare il senso differente che emerge da quel racconto. Nel provare a farlo useremo la nostra idea di giustizia come liquido di contrasto, così da evidenziare quella differenza di cui è portatrice la Scrittura. 

 La metafora diagnostica mostra da subito il suo limite nell’applicazione al confronto tra diverse idee di giustizia, ovvero il rischio di fare la parodia della nostra idea per risaltare l’originalità delle Scritture. Del resto, a chi dovrebbe riferirsi quel “nostra idea di giustizia”? Un singolare che denuncia una semplificazione. Ne siamo consapevoli. Ma nello stesso tempo ci sembra di scorgere delle linee di tendenza preoccupanti che si prestano proprio a fare da liquido di contrasto. Se in altri momenti storici la Bibbia ha fatto da conferma alle conquiste in materia - pensiamo alla Dichiarazione universale dei diritti umani, spesso letta in parallelo alle Dieci parole del Sinai - oggi ne cogliamo maggiormente le differenze. In ogni caso, chi legge saprà fare la tara alle nostre considerazioni, per forza di cose, parziali. 

 

Una giustizia che vede 

 Una raffigurazione della giustizia che si è imposta nel nostro codice occidentale è quella della dea bendata che tiene in una mano la bilancia e nell’altra la spada. La giustizia giudica, soppesa le azioni umane e interviene col braccio armato per interrompere le trame del male. Lo fa senza guardare i soggetti che agiscono: dà a ciascuno il suo, senza fare preferenze. La cecità è segno di imparzialità, di correttezza nel procedimento. Nel codice biblico non c’è spazio per questo immaginario. Il distacco, ritenuto necessario, nel mondo delle Scritture è foriero di indifferenza e, dunque, di ingiustizia. Perché per la Bibbia la giustizia non è mai il punto di partenza, lo stato di cose esistente, da perpetuare con leggi e sanzioni. Piuttosto, deve essere ripristinata, intervenendo a favore dei soggetti più deboli. Il Dio biblico guarda, vede e agisce per risollevare il povero. Non è per niente cieco, né sordo di fronte alle tante ingiustizie subite dai poveri. Lo stesso fa Gesù, come attesta il Nuovo Testamento. Non solo il suo sguardo si posa su chi è oppresso per risollevarlo, per far sì che possa sperimentare la vita giusta. Osserva anche chi guarda la realtà con in mano il codice penale, preoccupato dell’osservanza del sabato e non di ristabilire la giustizia di una vita buona per chi, anche di sabato, sperimenta il male di vivere. 

Osserva e si indigna, pensandosi non tanto come giudice distaccato ma come persona empatica, affamata e assetata di una giustizia che non c’è. 

Una giustizia che ripara 

 Per noi la giustizia è retributiva e dunque punitiva: chi sbaglia paga. È vero che diverse persone hanno maturato l’idea di una giustizia riparativa, trasformativa, preoccupata di sanare la ferita sociale creata dal reato, di pensare percorsi di riscatto e di riconciliazione. Questa diversa concezione della giustizia ha trovato spazio anche nella legislazione, persino nella Costituzione. Ma nella costituzione materiale, quella che fa da bussola all’agire quotidiano, questa idea resta minoritaria e perdente, perché noi rimaniamo dentro l’orizzonte del merito: siamo notai più che creatori. 

 La Bibbia riconosce la responsabilità umana: la storia non è un destino già scritto; il suo andamento dipende da noi, dalle scelte che compiamo. Scelte su cui occorre operare un giudizio. Ma non di tipo elementare, una fotografia della realtà che separa i buoni dai cattivi. Già i profeti mettono in campo giudizi durissimi, che suonano come sentenze definitive, senza appello, per poi svelarne il senso pedagogico di scossa, al fine di operare un cambiamento. Anche il profeta di Nazaret agisce così: le dure parole dei Vangeli, messe in bocca a Gesù, hanno il compito di smuovere, di riaprire i giochi. Le parabole della misericordia, che leggiamo in Luca 15, non contrappongono il perdono alla giustizia, l’accoglienza del figlio prodigo contro la pretesa di giustizia del fratello maggiore. 

Piuttosto mostrano una differente idea di giustizia che spinge a riparare, trasformare, offrire nuove possibilità. Di nuovo, non lo sguardo del giudice ma quello di chi si sente legato con viscere di misericordia sia al colpevole che al presunto innocente. La giustizia non è una constatazione: è una sfida. 

Partire da sé 

 Una pericolosa linea di tendenza di questo nostro tempo va sotto il nome di giustizialismo. Con parole gridate mettiamo alla gogna chi reputiamo un pericoloso avversario e pretendiamo che su di lui si accanisca la legge. Conosciamo bene come funziona e chi ne usufruisce in termini di consenso politico. 

Sovente, nello spazio pubblico, si invoca una giustizia sommaria, che riguarda solo alcuni, gli avversari; una giustizia a orologeria, a seconda delle ondate di indignazione, e sempre a proposito di altri. La Bibbia conosce questo grido collettivo e non teme di denunciare gli scandali, ma sa bene che questa denuncia dei vizi pubblici non giustifica la presunzione di private virtù. Nei racconti biblici scorgiamo un’altrettanta attenzione alle dinamiche private, a una giustizia ordinaria. È dal cuore che prende origine l’ingiustizia, dice Gesù. E il lavoro del cuore, affinché in esso venga ristabilita la giustizia, implica un atteggiamento autocritico, che cerca innanzitutto di fare i conti con la propria trave, lasciando a un momento successivo il compito di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui. 

 La giustizia biblica, a differenza della deriva giustizialista, si misura sulle scelte quotidiane. Non alza la voce solo in certe occasioni ma è la passione di una vita, una virtù tenace, che resiste anche di fronte a una società che ascolta solo certe istanze e non altre. La parabola della vedova, in Luca 18, ci offre una chiara immagine di questo atteggiamento, dove la giustizia, come la preghiera, esprime un modo di abitare la terra, incapace di tollerare ciò che è ingiusto e pronto a mettersi in gioco per ristabilire la giustizia. 

 Noi, tendenzialmente, parliamo di giustizia in veste di spettatori: il problema riguarda gli altri, gli ingiusti. La Bibbia, che non mostra alcuna ingenuità rispetto alla presenza di empi e nemici, sapendo bene che occorre far fronte alle infinite manifestazioni del male, si sottrae, però, alla semplice esternalizzazione del problema, ribadendo a ogni pagina che occorre “partire da sé”. Gesù, in continuità con le parole che leggiamo nelle Scritture, libro autocritico e autoironico, invita a misurarsi con il proprio comportamento ingiusto. La polemica con i farisei è tutta qui: c’è una presunzione di giustizia che rende ingiusti, anche davanti a Dio. Capiamo, allora, il senso della diversa interpretazione offerta da Paolo e da Matteo riguardo alla giustizia. Per l’evangelista, la nostra giustizia deve superare quella dei farisei. Ma proprio per questo l’apostolo afferma che nessuno è giusto. 

 Di nuovo, al di là di facili contrapposizioni, il lavoro di dare una forma giusta alla vita domanda sia l’attività di operare scelte giuste, sia la passività di essere perdonati per grazia da un Dio che non smette mai di provare a ristabilire la giustizia nelle nostre esistenze ingiuste. 

Una giustizia non retorica  

 L’attualità ci consegna un ulteriore liquido di contrasto, sempre esistito ma fino all’altro giorno utilizzato con un certo ritegno. Ci riferiamo agli appelli strumentali alla giustizia a cui ricorrono i potenti per coprire operazioni compiute per altre motivazioni, soprattutto di tipo economico. Oggi c’è chi indica spudoratamente come giustizia azioni palesemente ingiuste. Sciolti dai vincoli imposti dal diritto internazionale, essi stessi fonte del diritto, i potenti usano le parole in base ai loro interessi. Le Scritture mettono in guardia rispetto a questo uso strumentale. Giustizia, pace e anche Dio sono parole a rischio di essere nominate invano. “Non chi dice... ma chi fa” è il criterio offerto da Gesù per distinguere chi si atteggia a giusto - in veste di attore, ovvero di “ipocrita” - da chi effettivamente ha fame e sete di giustizia. 

Fin da ora 

 Fermiamoci qui nell’operazione diagnostica per individuare la giustizia così come viene narrata nelle Scritture rispetto al nostro modo di intenderla e viverla. Che conclusioni trarne? Che la nostra storia è gravemente malata al riguardo e che la patologia di cui soffre ha carattere cronico? Detto altrimenti: il sogno di Dio di ristabilire la giustizia è destinato a essere realizzato al compimento della storia, risultando nel frattempo troppo alto per questa nostra umanità? Sono molti i fattori patogeni che minano la salute del corpo sociale. E di fronte all’evidenza dei risultati delle analisi condotte in merito disperiamo di poter ristabilire una salute che ci appare utopica. La disperazione è più che comprensibile; eppure, le Scritture del Nuovo Testamento ci dicono che il seme del Regno di Dio e della sua giustizia è stato seminato nel campo del mondo. E che nella vita di Gesù ha già mostrato il suo compimento. 

Certo, le sue discepole e i suoi discepoli sanno di essere “tra il già e il non ancora”, che la storia, insieme a tutto il creato, geme nelle doglie del parto. Ma il fatto che l’incompiuto abbia ospitato la luce del compimento, che in Gesù la giustizia della vita buona sognata da Dio fin dal principio abbia svelato la sua verità, questo ci domanda di non abbandonare la scena storica, per quanto impermeabile alla giustizia evangelica, per provare ostinatamente a porre segni di un mondo giusto, che facciano segno, che insegnino il senso della giustizia evangelica. 

 Mentre sperimentiamo la durezza di una storia che si presenta come destino, di una società come verdetto, la parola evangelica ci sollecita a non desistere dal porre segni solo parziali, e di porli nel corso di tempi lunghi, che non mostrano immediatamente i tanto attesi segnali di cambiamento. E nello stesso tempo, questi tempi lunghi vanno anche questionati, come fa Tamar quando si accorge che suo suocero Giuda sceglie la tecnica dell’attendismo - i tempi non sono maturi! - per neutralizzare la sua presenza. Come fa Gesù che esige dal fico frutti, pur non essendo ancora la stagione dei frutti. Paziente tenacia e coraggiosa accelerazione di chi cerca, prima di ogni altra cosa, il Regno di Dio e la sua giustizia. 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine

mercoledì 15 aprile 2026

DEMOCRAZIA E LEGGE MORALE


 Il Papa: la democrazia si basi sulla legge morale o si rischia la tirannia

“La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”. È un passaggio del messaggio del Papa alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali riunita in plenaria

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il potere non come fine in sé ma come un mezzo per raggiungere il bene comune; la temperanza che “funge da barriera contro l’abuso di potere”; l’ordine internazionale che nasce dall’equilibrio di potere e la democrazia che rimane sana se radicata nella legge morale. Sono alcuni degli spunti che Papa Leone offre nel messaggio in inglese inviato ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, dal 14 aprile, fino al 16 sul tema: L'uso del potere: legittimità, democrazia e la ridefinizione dell'ordine internazionale.

“Un argomento – scrive il Papa - particolarmente attuale, che concentra la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento fondamentale per costruire la pace all’interno delle nazioni e tra di esse in questo momento di profondo cambiamento globale”.

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Saggezza e temperanza contro gli abusi di potere

Leone richiama la dottrina sociale della Chiesa cattolica e sottolinea che “la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di potere economico o tecnologico, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata”. La saggezza persegue infatti il vero bene ed è “inseparabile dalle virtù morali”. “Sappiamo – evidenzia il Pontefice - che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per un sano processo decisionale e per mettere in pratica le decisioni. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’esaltazione smodata di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere”.

La democrazia, argine alla tirannia e al dominio delle élite

Autorità e potere legittimo trovano espressione nella democrazia che riconosce la dignità dell’uomo e lo invita anche a partecipare alla ricerca del bene comune. “La democrazia rimane sana, tuttavia, solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. Priva di questo fondamento, - si legge nel messaggio - rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche”.

 La concentrazione di potere, minaccia democratica

La riflessione del Papa riguarda anche l’ordine internazionale, guidato dagli stessi principi che sorreggono l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni. “Una verità – scrive - che è particolarmente importante ricordare in un momento in cui le rivalità strategiche e le alleanze mutevoli stanno ridefinendo le relazioni globali”. Un ordine internazionale giusto e stabile, secondo il pensiero di Leone, “non può nascere dal semplice equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale”.

Una cultura della riconciliazione

Da qui l’appello, in linea con i predecessori, perché si rinnovino le istituzioni ispirandole al principio di sussidiarietà, ripensando anche le modalità della cooperazione internazionale. Soffermandosi poi su una prospettiva di fede, il Papa rammenta che “la potenza divina non domina, ma piuttosto guarisce e ricompone”, perché fa ricorso alla logica della carità “per costruire una cultura della riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza”.

 Vatican News


 

COME RADICI

 


Come radici. 

Una storia 

sulle seconde possibilità


Antonio Nicaso, Nicola Gratteri

Un romanzo profondo e coinvolgente sulle seconde opportunità, perché a volte è proprio dagli errori che si cresce.


Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss locale, un ragazzino arrabbiato e con un reato grave alle spalle, a cui però è stata offerta una "messa alla prova", una misura alternativa al carcere.

Le loro strade si incrociano all'ombra degli aranci, quando Cesare, insieme ad altri due ragazzi della comunità, inizia ad aiutare il magistrato nei lavori di campagna. A poco a poco, il ragazzo scopre che dietro ogni singolo frutto c'è il lavoro. E che il lavoro dà dignità, se organizzato con principi di giustizia. Una storia tutta diversa rispetto a quella che gli ha insegnato la sua famiglia, per cui il lavoro agricolo è solo sfruttamento e guadagno.

Da che parte stare? Sarà proprio una delle braccianti del padre, Estel, a mettere Cesare di fronte alla sfida più coraggiosa: rompere con il passato per affondare le sue radici in una terra nuova.

Edizioni Mondadori, 2026

Gli autori

Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti di 'ndrangheta nel mondo. Insegna, fra l'altro, Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen's University. Ha scritto oltre cinquanta libri, tra cui alcuni bestseller internazionali. Da Bad Blood è stata tratta una serie televisiva di grande successo. È autore, con Maria Barillà e Vittorio Amaddeo, di Quando la 'ndrangheta scoprì l'America.

leggi profilo completo

Nicola Gratteri è uno dei magistrati più esposti nella lotta contro la 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del traffico di droga. Insieme ad Antonio Nicaso ha pubblicato, da Mondadori, numerosi bestseller: Fratelli di sangueLa malapiantaLa giustizia è una cosa seriaLa mafia fa schifoDire e non direAcqua santissimaOro biancoPadrini e padroniFiumi d'oroStoria segreta della 'ndranghetaLa rete degli invisibiliOssigeno illegaleComplici e colpevoli,...

leggi profilo completo


giovedì 26 marzo 2026

LA LEZIONE DEL REFERENDUM

Il referendum ha sorpreso tutti: in tempo di crisi della democrazia ha contraddetto l’idea che il suo destino sia un declino irreversibile.


La fiducia nella democrazia rappresenta in questo senso il messaggio più importante che viene dalla consultazione referendaria.

 

 di Agostino Giovagnoli

-          Questa fiducia è motivata anzitutto da quel 58,9% che è andato a votare superando largamente le previsioni, con la bella novità di un’alta partecipazione giovanile.

Vanno nella stessa direzione anche i tanti richiami alla Costituzione, segno della passione democratica di tanti cittadini.

C’è chi pensa che sia stato sbagliato vedere nella riforma della magistratura una minaccia per la Carta costituzionale.

Ma non c’è dubbio che molti abbiano votato per difenderla, non per feticismo verso un vecchio testo, ma perché considerano la lezione dei padri costituenti ancora valida.

Anzitutto sul piano del metodo, quale esempio di confronto e di convergenza tra forze politiche e ideologiche molto diverse invece di decisioni imposte da una parte sull’altra.

Molti osservatori hanno poi sottolineato il peso del fattore Trump, la paura della guerra in Iran, il timore per i suoi effetti.

Anche questo però – seppure indirettamente – ha a che fare con la democrazia: il Presidente americano è diventato negli ultimi mesi il simbolo degli eccessi di un potere esecutivo che non rispetta le leggi, le assemblee parlamentari, i diritti dei cittadini, le sentenze dei giudici.

Indubbiamente, sull’esito del voto hanno influito i diversi orientamenti politici.

Ma il risultato non riflette solo l’attivismo degli apparati partitici.

Non è stato irrilevante che ci sia stata una mobilitazione per raccogliere le firme a sostegno di una richiesta popolare di referendum che il centrodestra non voleva e centrosinistra non ha promosso, anche se poi l’ha sostenuta.

È anche significativo che i vescovi abbiano incoraggiato la partecipazione e che diverse espressioni del mondo cattolico si siano mobilitate in un senso o nell’altro.

Un intenso dibattito ha inoltre preceduto la consultazione, non solo tra i partiti ma anche nella società civile, animato da tanti comitati per il Sì e per il No, da iniziative anche in periferia, da confronti culturali sorprendentemente partecipati. Si può ritenere sbagliato che i magistrati siano scesi in campo, ma è stato anche per il loro intervento, come per quello degli avvocati, dei professori di diritto costituzionale e di altri “esperti” che tanti cittadini si sono appassionati ad una materia apparentemente ostica.

Al Sud, dove meno elettori hanno espresso il loro voto, lo hanno fatto probabilmente quelli più motivati ad esprimersi sul merito del quesito referendario.

È successo anche altrove: è anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica.

Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società.

La democrazia

Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito).

Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione.

È interesse delle forze politiche, sia della maggioranza sia dell’opposizione, sostenere la vitalità della società civile e favorirne il rapporto con le istituzioni.

Non soffocare cioè dibattiti che possono essere scomodi ma incoraggiare confronti da cui trarre spinte valide per l’azione di governo.

La prima occasione utile in questa direzione è la riforma della legge elettorale: se i partiti punteranno a controllare candidati ed eletti, a irrigidire la dialettica politica, ad affermare il monopolio del potere da parte di una minoranza meglio organizzata di altre, la lezione più importante del referendum rischia di andare perduta.

E continuando con tre articoli pubblicati in questi giorni dal magazine Vita, iniziando dall’editoriale del suo direttore Stefano Arduini dal titolo:

“La generazione Z ha votato.

E ha detto più di quello che pensiamo”

Il referendum sulla giustizia ha restituito un'Italia inaspettata: i giovani ai seggi, i millennials assenti.

Un voto tecnico diventato politico, dove il contesto ha pesato più del quesito.

E dove Meloni ha incontrato una generazione che guarda a un mondo molto diverso da quello che sta costruendo lei.

Detto chiaro, senza giri di parole: lunedì 23 marzo 2026 qualcosa di inatteso è successo nelle urne italiane.

Non solo ha vinto il No alla riforma della giustizia, con il 53,74% dei voti contro il 46,26% del Sì, in un’affluenza che ha raggiunto il 58,91%, ben sopra le stime della vigilia.

Qualcosa di più profondo si è mosso sotto la superficie: i giovani hanno votato.

E quando votano, contano.

I dati elaborati da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera parlano con una chiarezza rara nella sociologia elettorale italiana. La generazione Z — i nati tra il 1997 e il 2012, i diciottenni di oggi — ha partecipato al voto con un’affluenza del 67%. Il 58,5% di loro ha votato No.

Non è un numero trascurabile: è un segnale.

Se votano, contano

Per anni abbiamo sentito dire che i giovani non si interessano alla politica, che disertano le urne, che sono una generazione liquida e disimpegnata. I dati di questo referendum smentiscono, almeno in parte, quella narrazione.

La generazione Z ha votato più di qualsiasi altra fascia anagrafica.

Ha votato su un quesito tecnico, complesso, percepito da molti adulti come astruso — la separazione delle carriere in magistratura, il riequilibrio del Csm, le norme sul procedimento disciplinare.

Se lo ha fatto, non lo ha fatto per passione per il diritto processuale.

Lo ha fatto perché ha capito — con un’intelligenza politica che faremmo bene a non sottovalutare — che c’era qualcosa in gioco oltre il quesito. Qualcosa che la riguardava.

Il messaggio è semplice: quando i giovani partecipano, pesano.

Il loro voto non si perde nel rumore di fondo, non viene diluito dall’astensionismo, non viene neutralizzato dalle rendite di posizione della politica adulta.

Cambia gli esiti. E lo ha fatto. La generazione Y è la grande assente

C’è però un’altra storia da leggere in questi dati, meno celebrata ma ugualmente importante.

La generazione Y — i Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996, oggi tra i 29 e i 44 anni — ha fatto registrare il massimo livello di astensionismo: il 47,5%.

Quasi uno su due non si è presentato al seggio. Sono le persone che stanno costruendo carriere spesso precarie, che formano famiglie, che cercano casa nelle città più care d’Europa.

Sono la generazione che la crisi del 2008 ha colpito nel pieno dell’ingresso nel mercato del lavoro, che il Covid ha trovato a metà strada, che l’inflazione del 2022-2024 ha eroso nel potere d’acquisto.

Eppure non votano.

Hanno smesso, evidentemente, di credere che un voto possa cambiare qualcosa per loro.

Questo dovrebbe preoccupare più della sconfitta di Meloni sul referendum.

Un’intera generazione che abbandona la partecipazione democratica è un problema strutturale, non congiunturale.

E su questo né il centrodestra né il centrosinistra sembrano avere risposte convincenti.

Il contesto ha pesato più del testo

Il referendum sulla giustizia era — tecnicamente — un voto su norme costituzionali riguardanti la magistratura.

Ma chi conosce anche solo un po’ la storia dei referendum italiani sa che i quesiti sono spesso pretesti.

La domanda vera è sempre un’altra: stai con questo governo o contro?

Le analisi di flusso lo confermano: il 90,4% degli elettori di centrosinistra ha votato No, l’88,8% degli elettori di FdI ha votato Sì.

Come ha rilevato il consorzio Opinio Italia per la Rai, nella fascia 18-34 anni il No ha stravinto con il 61,1% contro il 38,9% di Sì.

I giovani non hanno valutato il merito della riforma: hanno valutato il governo che la proponeva.

Questo non è necessariamente un difetto del processo democratico. È la sua natura.

I referendum sono strumenti politici, e chi li promuove lo sa perfettamente.

Il governo Meloni ha scelto di legare la propria credibilità a questa riforma.

I giovani hanno risposto con quello che avevano in mano: il voto.

Fenomeno e noumeno

Vale la pena richiamare qui una distinzione kantiana che raramente entra nel dibattito politico, ma che in questo caso illumina meglio di qualsiasi sondaggio.

Kant separava il noumeno— la cosa in sé, la realtà oggettiva — dal fenomeno — la realtà come appare, come viene percepita dal soggetto conoscente.

Ebbene: nel voto referendario ha vinto il fenomeno sul noumeno.

Che la riforma della giustizia fosse tecnicamente meritevole o meno, che la separazione delle carriere avesse ragioni di merito o meno, è diventato quasi irrilevante.

Ciò che ha contato è la percezione della riforma: chi la proponeva, in quale clima, con quale metodo, con quale spirito.

E su quel piano, il governo ha perso prima ancora che si aprissero le urne.

Meloni e i giovani: un mondo che non si incontra

C’è una distanza culturale profonda tra Giorgia Meloni e la generazione Z, e questo referendum l’ha resa visibile.

Non si tratta solo di posizioni politiche: si tratta di immaginari del mondo.

Prendiamo i conflitti internazionali. L’Ucraina, Gaza, il Libano, Iran: la generazione Z è cresciuta in un mondo in guerra permanente e guarda con crescente insofferenza a una classe dirigente che sembra incapace di costruire alternative credibili alla logica delle armi. Meloni appare, in questo contesto, quanto meno conformista: non si è distinta per visioni di pace alternative né per coraggio diplomatico su nessuno dei fronti aperti.

Il registro comunicativo

Poi c’è il registro comunicativo.

La comparsata di Meloni nel podcast di Fedez — dove si sono evocati “clandestini e stupratori” su uno dei canali più seguiti dai giovani — è diventata un boomerang.

Non perché i giovani siano ingenui o sprovveduti: al contrario, perché sono raffinati lettori della comunicazione e riconoscono quando l’autenticità è assente e la strumentalità è presente.

La polemica sulla “famiglia del bosco”, le tensioni attorno a Sanremo, le polemiche su Sal Da Vinci, l’atteggiamento securitario e punitivo di alcuni provvedimenti — dalla norma sui rave a una certa idea di ordine pubblico — compongono un quadro che la Gen Z legge come ostile ai propri valori fondamentali.

E quali sono questi valori?

Le ricerche lo dicono con una concordanza notevole.

Il Deloitte Global GenZ Survey 2024 fotografa giovani italiani che mettono al centro il work-life balance, la sostenibilità, la salute mentale, l’uso etico della tecnologia. Il 62% della Gen Z italiana ritiene di poter influire sulla società attraverso la sfida ambientale. Michael Page, nel suo Talent Trends 2024 condotto su quasi 50.000 professionisti qualificati, certifica che flessibilità, lavoro ibrido, inclusione e responsabilità sociale sono le priorità assolute di questa generazione.

Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z, conferma: i giovani vogliono una comunità inclusiva e pacifica, e considerano l’uguaglianza nei diritti e le pari opportunità la loro priorità assoluta.

Non sono disposti a sacrificare la salute mentale per la carriera.

Rifiutano modelli autoritari e gerarchici.

Cercano autenticità e coerenza tra le parole e i fatti, dai brand come dalla politica.

Pretendono leaders empatici, non tribuni.

La Costituzione come bussola generazionale

C’è un ultimo elemento che non va trascurato.

Molti dei valori che la generazione Z porta con sé — equilibrio, inclusione, tutela dei diritti, indipendenza dei poteri — trovano nella Costituzione italiana un riconoscimento preciso.

Non è un caso che il cardinale Zuppi, nel corso della campagna referendaria, abbia definito la Costituzione “una preziosa eredità da preservare”.

Non è un caso che il No abbia vinto soprattutto tra chi guarda alla Carta come a un argine.

La generazione Z non è ideologicamente di sinistra nel senso tradizionale del termine.

Ma è costituzionalmente anti-autoritaria, nel senso più letterale: diffida del potere concentrato, delle gerarchie non legittimate, di chi vuole riscrivere le regole del gioco.

E quando ha percepito che la riforma della giustizia — al di là del merito tecnico — poteva toccare l’equilibrio dei poteri su cui si regge la democrazia, ha scelto di difendere quell’equilibrio.

Su questo fronte, uno dei vulnus politici più gravi della maggioranza è stato metodologico prima ancora che di merito: la riforma è stata portata avanti senza una vera discussione parlamentare, senza aprire a quegli emendamenti e a quelle osservazioni dell’opposizione che avrebbero potuto — anche a costo di qualche concessione — cambiare radicalmente la percezione del confronto.

Un negoziato vero, anche parziale, avrebbe trasformato la narrativa: da “il governo vuole piegare la magistratura” a “le forze politiche trovano un accordo sulla giustizia”.

La differenza non è di sostanza, è di fenomeno — di come la cosa appare. E come ci insegna Kant, è proprio il fenomeno che costruisce la realtà politica.

Cosa resta, adesso

Il referendum è archiviato.

Il governo ha perso la sua prima vera debacle elettorale da quando è a Palazzo Chigi, ma Meloni ha già detto che non si dimetterà e che andrà avanti. Il centrosinistra esulta, ma farebbe bene a non equivocare il senso del voto: i giovani non hanno votato per Schlein o per Conte.

Hanno votato contro un certo modo di interpretare il potere.

La vera domanda che questo referendum lascia sul tavolo non è se Meloni sopravviverà politicamente — probabilmente sì.

La domanda è: chi saprà parlare a quella generazione Z che ha dimostrato di saper scegliere quando ne vale la pena? Perché quella generazione non cerca eroi né capi.

Cerca coerenza, autenticità, visione. Cerca qualcuno che abiti lo stesso mondo in cui vive lei: un mondo che non si esaurisce nel conflitto tra destra e sinistra, tra garantisti e giustizialisti, tra twittatori di professione e tribuni da talk show. Un mondo dove la pace vale più delle armi, l’inclusione più del muro, la salute mentale più della produttività cieca, e la Costituzione più delle riforme di chi vorrebbe riscriverla a proprio uso e consumo.

Lunedì, quella generazione si è fatta sentire. Il resto della politica farebbe bene ad ascoltare.

Continuano con l’articolo di Emanuele Alecci dal titolo:

“Spiazzati dalle piazze: così il volontariato può capitalizzare quella partecipazione che nessuno si aspettava”

I giovani più di tutti al referendum sulla giustizia hanno detto “no”.

Segno che la voglia di partecipare del Paese non era morta: aveva solo bisogno di qualcosa che facesse dire "ne vale la pena".

Una storia che il volontariato conosce bene. La sfida ora?

Non è capitalizzare politicamente il referendum, ma capitalizzare la partecipazione, di cui fuori dalle nostre reti c'è una domanda molto più grande di quanto immaginiamo.

I giovani ci sono: a patto che siano rispettati, presi sul serio e che trovino spazi in cui la loro voce conti davvero.

Lunedì pomeriggio, quando i seggi hanno chiuso e i primi dati hanno cominciato a diffondersi, nelle piazze delle grandi città sono comparsi ragazzi.

Non li aveva chiamati nessun partito. Non c’era un’app, non c’era una regia.

Si erano ritrovati, con le bandiere della Costituzione e qualche fischietto, a festeggiare qualcosa che molti di loro – la maggior parte – toccavano per la prima volta: la sensazione di aver cambiato qualcosa con il proprio voto.

Il “no” ha vinto con il 53,7%. L’affluenza ha sfiorato il 59%, quasi tre volte quella del referendum del 2022 sullo stesso argomento, il doppio di quello del 2025 su lavoro e cittadinanza.

Non sono numeri qualunque.

Sono il segnale di un risveglio che chi lavora nel volontariato e nella società civile sentiva nell’aria da tempo, senza riuscire ancora a dargli forma.

I giovani e la Costituzione

Il dato che vale la pena tenere in testa non è il risultato complessivo, ma come si distribuisce per età.

Tra i ragazzi dai 18 ai 34 anni il “no” ha preso il 61%. Tra i 35 e i 54 anni il 53%. Solo gli over 55 hanno votato in maggioranza “sì” e per un soffio: 50,7% contro 49,3%.

Tommaso Montanari ha detto una cosa semplice e precisa: più si scende con l’età, più vincono i “no”.

Questo vuol dire che la Costituzione parla ai giovani, che la vivono come un progetto, non come una carta da museo.

È una lettura che chi fa volontariato riconosce immediatamente.

I ragazzi non sono indifferenti: sono selettivi. Rispondono quando riconoscono qualcosa di vero, quando la posta in gioco è comprensibile, quando si fidano di chi li chiama a partecipare.

Da decenni sentiamo ripetere che i giovani non si interessano alla cosa pubblica. Il 23 marzo ci ha detto che non era vero.

O forse che stavamo guardando nel posto sbagliato. Una parte di questo risultato viene da ragazzi che non avevano nemmeno votato alle europee.

Secondo l’Istituto Piepoli, fra chi non ha mai partecipato a nessuna consultazione recente, quasi sei su dieci hanno scelto il “no”.

Sono elettori nuovi, convocati da zero, mossi da qualcosa che evidentemente ha toccato una corda che le campagne politiche ordinarie non riescono a raggiungere.

La partecipazione non era morta

Il volontariato ha attraversato vent’anni difficili su questo punto.

La narrazione dominante diceva: gli italiani si sono ritirati nel privato, la partecipazione è in caduta libera, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. Dati veri, per carità. Ma parziali.

Quello che i numeri del volontariato – e ora anche del referendum – ci dicono è che la partecipazione non muore: si trasforma, si nasconde, aspetta.

Aspetta condizioni che le permettano di riconoscersi: un valore chiaro, una minaccia percepita come reale, un senso del noi abbastanza forte da giustificare l’uscita di casa.

Il 23 marzo queste condizioni si sono create.

La Costituzione – parola che per anni è sembrata chiusa nei libri di testo – è diventata di colpo qualcosa di urgente, qualcosa per cui valeva la pena fare la fila al seggio.

E la gente ci è andata. In numeri che nessuno aveva previsto.

La verità è che la partecipazione non si organizza dall’alto ma si semina nel tempo, si innaffia con la fiducia e quando arriva il momento, fiorisce dove meno te lo aspetti. Il volontariato lo sa.

Lo fa da sempre. Ora viene la parte difficile Chi ha esperienza nei movimenti civili sa che il voto è un punto di arrivo, ma può anche essere un punto di partenza.

Il rischio vero non è perdere il referendum: il rischio è vincerlo e poi tornare ognuno a casa propria, pensando che il lavoro sia finito.

La storia italiana degli ultimi trent’anni è piena di slanci che si sono esauriti nella vittoria. Referendum vinti, poi dimenticati.

Mobilitazioni potenti, poi disperse. Energie enormi, poi non incanalate in nulla di duraturo.

Non per cattiva volontà, ma perché nessuno si è fatto carico di tenere insieme le persone quando non c’era più l’emergenza.

Questo è esattamente il lavoro della società civile.

Non il gesto straordinario – quello lo sanno fare in molti, quando la posta è alta – ma il lavoro quotidiano, ordinario, spesso invisibile di tenere accesi i legami, mantenere vivi gli spazi di incontro, fare in modo che la fiducia tra le persone non si esaurisca nel momento del bisogno.

Luciano Tavazza, padre del moderno volontariato italiano, amava ripetere che il volontariato non è un servizio di emergenza: è una forma di civiltà.

È il modo in cui una comunità si prende cura di sé stessa ogni giorno, non solo quando qualcosa si rompe.

La sfida allora non è capitalizzare politicamente il referendum: è trasformare l’energia di questi giorni in qualcosa di più lento, più paziente, più duraturo.

E questo è il lavoro che il volontariato sa fare meglio di chiunque altro.

Un segnale che non possiamo ignorare

Quei ragazzi nelle piazze lunedì pomeriggio non chiedevano nulla di rivoluzionario.

Chiedevano che le regole del gioco rimanessero le stesse.

Che gli equilibri costruiti in settant’anni di democrazia repubblicana non venissero smontati con un colpo solo.

È una richiesta conservatrice, nel senso più nobile del termine: conservare ciò che vale, perché vale.

Per il mondo del volontariato e della società civile organizzata, questo voto è uno specchio. Ci dice che fuori dalle nostre reti c’è una domanda di partecipazione molto più grande di quanto immaginiamo.

Ci dice che i giovani non aspettano di essere istruiti: aspettano di essere rispettati, di essere presi sul serio, di trovare spazi in cui la loro voce conti davvero.

Se sapremo raccogliere questo segnale – non strumentalizzarlo, non ingabbiarlo in una sigla o in un programma, ma ascoltarlo davvero – potremo fare qualcosa di importante nei mesi che vengono. Costruire continuità lì dove ora c’è solo entusiasmo.

Dare radici a qualcosa che per ora ha solo ali.

La Costituzione, ha detto qualcuno lunedì sera, non è solo una Carta da difendere.

È un progetto.

E i progetti si costruiscono insieme, mattone dopo mattone, nel tempo lungo delle comunità che ci credono.

Il volontariato italiano sa costruire nel tempo lungo. È quello che fa da sempre. Ora ha compagni di strada in più. Non sprechiamo l’occasione.

E per finire un articolo di Francesco Crippa dal titolo:

“L'analisi di Stefano Zamagni

Il referendum come «violenza morale»: così il voto ha punito il governo”

Stefano Zamagni, professore di Economia politica all'Università di Bologna e già presidente dell'Agenzia per il Terzo settore, analizza il risultato del voto: «Sulla Costituzione non si può procedere a colpi di maggioranza, bisognava ricercare la "comunanza etica".

Far decidere i cittadini senza educarli è una forzatura».

Ma l'affluenza trainata dalla Gen Z dimostra che la democrazia sa difendersi.

La democrazia non è un gioco a somma zero dove vige la legge del più forte, ma un continuo lavorio per il bene comune da parte di tutte le forze partitiche.

È questa, secondo Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’Università di Bologna e già presidente dell’Agenzia per il Terzo settore, la grande lezione che il referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario lascia in eredità.

O, meglio, è la lezione che, se colta, può far più ben sperare per il futuro della partecipazione e della qualità della politica.

A determinare l’esito delle urne, secondo Zamagni, sono stati soprattutto due fattori, sottovalutati o addirittura non capiti dal governo e dalla maggioranza, che hanno quindi finito per penalizzarsi da soli. «Questo referendum ha avuto, mutatis mutandis, la natura delle elezioni di midterm negli Stati Uniti [le elezioni di metà mandato, in cui si rinnovano tutti i seggi della Camera, un terzo di quelli del Senato e la maggior parte delle cariche esecutive dei singoli Stati federati, ndr].

Sono un appuntamento che tasta il polso all’elettorato, per capire se è contento o meno dell’operato del governo.

A un anno e poco più dalle elezioni politiche, questo referendum è stato interpretato in questo modo dalla gente comune e il governo l’ha capito troppo tardi.

Anzi, prima ha detto che non bisognava politicizzarlo, poi sono stati i primi a farlo e questa contraddizione non ha pagato».

Ma il vero nodo della questione – quello da cui, in negativo, si può imparare qualcosa – è stato il modo in cui si è arrivati al referendum.

Non tanto a livello di toni, esagerati da una parte e dall’altra, quanto di metodologia politica.

«Su un tema come questo, in cui si va a toccare la Costituzione, non bisognerebbe procedere a colpi di maggioranza, come invece è avvenuto», dice Zamagni.

«È stato un errore tragico che dimostra la mancanza di conoscenza del principio democratico. Come ha detto il cardinale Matteo Zuppi, in questi casi bisogna trovare una convergenza».

Si sarebbe dovuto, cioè, lavorare per trovare la più ampia intesa possibile in Parlamento, in modo da garantire alla riforma l’appoggio dei due terzi dell’Aula [la “maggioranza qualificata”, in virtù della quale non sarebbe stato necessario il referendum, ndr].

Zamagni la chiama «comunanza etica», del tutto ignorata da chi ha proposto la riforma.

«Molti forse non sanno nemmeno cos’è. Sui principi bisogna trovare la convergenza usando il metodo della democrazia deliberativa. Invece, si è deciso di procedere “forzatamente” e poi vedere cosa avrebbe deciso il popolo.

Ma il popolo ha punito questo modo di operare». È in questa “punizione” che Zamagni vede l’opportunità per il Paese.

La vittoria del No, sostiene, può rappresentare una presa di coscienza rispetto a questa necessità di cambiare il modo in cui si fa politica.

Se avesse vinto il Sì, invece, sarebbe stato una validazione del “pugno duro”.

Vale sempre e per tutti, ma il primo a doverlo sapere è chi detiene il potere, anche perché è colui che rischia di essere penalizzato maggiormente.

«Chi guida la danza deve capire che ha una responsabilità in più», puntualizza il professore.

La campagna elettorale per il referendum è stata inquinata da toni fuori luogo e complete mistificazioni della realtà – tanto che si può parlare di disinformazione – sia da parte di chi sosteneva il Sì, sia da parte di chi ha scelto il No: il risultato è stato un dibattito fuori dal merito della questione e svilente della democrazia.

«Ma chi ha più colpa?», domanda Zamagni.

«È come quando due bambini di età diverse si picchiano: la responsabilità è del più grande, anche se il piccolo l’ha provocato. Non si possono usare gli errori dell’altro per giustificare i propri e autoassolversi e questo vale soprattutto per chi ha in mano il pallino del gioco».

Zamagni è ottimista che, da questa vicenda, si possano trarre gli insegnamenti corretti.

«Come scrisse sant’Agostino, la verità, in questo caso il principio democratico, è come un leone: sa difendersi da sola e prima o poi emergerà e si imporrà».

Rimangono, però, diversi aspetti su cui lavorare. «Bisogna alzare il livello culturale del discorso.

Se entrare nello specifico è difficile, come nel caso di questo referendum, e le persone comuni faticano a comprenderlo perché presuppone conoscenze di diritto costituzionale e di teoria del diritto, perché non si è fatto un lavoro di educazione invece che fare proclami?

Far scegliere al popolo su un argomento di cui sai che il popolo non è a conoscenza è violenza morale».

La stessa che si consuma quando il gioco democratico viene ridotto alla scelta tra programmi alternativi che difendono interessi specifici, per quanto legittimi, facendo sì che chi non si sente rappresentato non partecipi al voto.

Questa volta, però, l’affluenza è stata altissima (58,9%) sia per un referendum costituzionale, sia per una consultazione in un periodo storico segnato da una profonda crisi della partecipazione civica.

E invece, i cittadini hanno stupito se stessi. Basti pensare alla Toscana, dove alle Regionali di pochi mesi fa aveva votato meno di un avente diritto su due (il 47,7%) ma che al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stata la seconda regione con la maggior affluenza (66,2%), dietro solo all’Emilia-Romagna.

Un risultato che racconta di un elettorato che non è disinteressato, ma che va “solo” saputo mobilitare.

Vale anche per i giovani, spesso raccontati come disimpegnati. Alle urne, infatti, la percentuale di astensione più bassa si è registrata nella Gen Z(nella fascia 18-28 anni ha votato il 67%), la più alta nei Millennial (nella fascia 29-44 ha votato appena il 47,5%).

Zamagni non è affatto meravigliato da questi numeri, proprio in virtù della natura del referendum.

«Il tema era politico, non partitico, e quando si interviene sui principi il popolo ha un soprassalto di saggezza e va a votare».

 www.avvenire.it