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sabato 21 febbraio 2026

RIFORMARE LA GIUSTIZIA

 

L'allarme del fondatore di Libera, sostenitore del No: "Va riformata la giustizia, non la magistratura"



Referendum, Don Ciotti: “Le parole di delegittimazione

 e intimidazione contro i magistrati 

sono il prologo della riforma Nordio”

diRedazione Giustizia

 “C’è un grande bisogno di una riforma della giustizia, non di una riforma della magistratura e dell’ordinamento giudiziario. In questa diffusa stanchezza della democrazia, è importante non riformare la Costituzione, ma impegnarsi ad applicarla e rispettarla, perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni”. Sono le parole pronunciate da Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, nel corso del convegno “Riforma Nordio: le ragioni del NO”, tenutosi alla Fabbrica delle “e”, a Torino, e organizzato dal Comitato “Giusto dire NO – Piemonte e Valle d’Aosta”.

Toccante e preoccupato è il tono del discorso del sacerdote, da decenni immerso nelle ferite della società italiana: “Ai cittadini serve una giustizia più efficace, più efficiente, più veloce. La mia prima preoccupazione sono i cittadini e soprattutto le persone offese dai reati. È necessaria una riforma della giustizia che tuteli la richiesta di verità e di giustizia delle vittime. Più dell’80% delle vittime innocenti della violenza criminale e mafiosa nel nostro paese non conosce la verità o ne conosce solo una piccola parte“.

Ciotti ha poi spostato lo sguardo sulla condizione generale del paese, descrivendo una “diffusa stanchezza democratica” che aleggia nell’aria e che richiede un argine immediato per non scivolare verso forme di autocrazia. Invece di modificare la Costituzione, ha insistito, “sarebbe opportuno impegnarsi ad applicarla e a tradurla concretamente”. La riforma promossa dal ministro Nordio, a suo avviso, va ben oltre la mera separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: ambisce a mutare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni forma di controllo esterno.

Per argomentare questa lettura, il prete ha richiamato il pensiero di Norberto Bobbio, citando un passaggio de L’età dei diritti (1990): la forza del potere politico deve essere limitata da un potere autonomo in grado di contrastarlo, e proprio questo è il significato profondo della separazione dei poteri.

Ha poi evocato la figura del beato Rosario Livatino, il magistrato assassinato dalla mafia nel 1990, del quale ha seguito la vicenda fino alla beatificazione. Livatino, ha ricordato Ciotti, insisteva sul fatto che “l’indipendenza del giudice, prima di tutto, è indipendenza politica” e che il giudice deve non solo essere, ma anche apparire indipendente. Il riferimento si è esteso al cardinale Matteo Maria Zuppi, che ha definito la separazione delle carriere e l’assetto del Csm “temi che non possono lasciare indifferenti pastori e comunità ecclesiale”. Zuppi ha aggiunto che l’equilibrio tra i poteri dello Stato rappresenta “una preziosa eredità” dei padri costituenti, da preservare con cura, e che autonomia e indipendenza restano essenziali per un processo giusto, pur nelle diverse realizzazioni storiche possibili.

Il fondatore di Libera ha quindi messo in guardia sui rischi di una riforma che indebolirebbe i “pesi contrapposti”, cuore pulsante della democrazia. Senza questi contrappesi, ha avvertito, si affievolirebbe l’argine contro l’arbitrio, lo strapotere di chi comanda e le disuguaglianze sociali.

Svariate le frecciate al governo Meloni: Ciotti ha parlato di gesti e parole di delegittimazione, intimidazione e depotenziamento degli strumenti di controllo della legalità come prologo di cambiamenti più profondi, con l’obiettivo reale di liberarsi di una magistratura non addomesticabile. Ha citato casi recenti di indagini su migrazione, uomini delle istituzioni o potenti imprenditori, sottolineando come certi magistrati vengano bollati come “toghe rosse” o oppositori politici.

Non ha negato che anche nella magistratura possano esserci errori o limiti, come in ogni istituzione umana, ma ha lodato il gesto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, (“Un segno immenso”), che ha visitato il Csm in un momento ordinario per riaffermare l’equilibrio istituzionale e in risposta alle parole “di uno squilibrio incredibile” pronunciate dal ministro Nordio nei confronti dell’organo di autogoverno dei giudici.

In chiusura, Ciotti ha ribadito che tacere in certi momenti diventa una colpa, mentre parlare rappresenta un obbligo morale e una responsabilità civile. Serve una riforma, sì, ma quella della giustizia vera, non lo smantellamento pezzo per pezzo della Costituzione per favorire altri poteri.

“Abbiamo una stupenda Costituzione. Ci viene invidiata – ha concluso il sacerdote – Facciamo in modo che venga applicata perché l’abbiamo un po’ tradita nell’arco di questi anni. Abbiamo tradito anche la dichiarazione universale dei diritti umani. Lottiamo perché possano vivere la nostra Costituzione e la dichiarazione universale dei diritti umani. È questo di cui abbiamo bisogno, non che ci vengano smontate pezzo per pezzo per altri poteri e per altre ragioni. Questo dobbiamo impedirlo”.

Il Fatto Quotidiano

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venerdì 16 gennaio 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA




 ISTRUZIONI

 PER L'USO


Un clima rovente



-di Giuseppe Savagnone

La decisione del governo di fissare la data del referendum sulla giustizia il 22 e il 23 marzo – senza aspettare, come la consuetudine avrebbe voluto, la conclusione della raccolta delle firme promossa dai sostenitori del no – ha alimentato ulteriormente la polemica di chi accusa la maggioranza di voler sfruttare la scarsa informazione di moltissime persone sul tema referendario, riducendo i tempi per un approfondito dibattito e giungendo il prima possibile al voto.

Ma anche da parte dei sostenitori del sì ci sono motivi di polemizzare per quella che ai loro occhi, più che una campagna di informazione, si presenta piuttosto come una deliberata falsificazione dei dati della questione. Emblematico il caso del manifesto del Comitato per il No dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) al referendum sulla giustizia, diffuso soprattutto nelle stazioni ferroviarie.  Vi si legge la domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». Una ragazza risponde con un cartello in cui campeggia un grande «No». E, sotto: «Al referendum vota No».

I Comitati per il Sì lo hanno definito «truffaldino», «vergognoso» e hanno parato di una «distorsione consapevole della realtà» da parte di persone, come i magistrati, che, per il loro delicatissimo compito, dovrebbero essere di esempio nel rispettarla. A questa protesta ha dato voce la premier Meloni, nella sua conferenza stampa del 9 gennaio, quando, dopo aver negato che la riforma sia volta a delegittimare la magistratura, ha detto: «Sapete cosa delegittima i magistrati? La campagna dell’ANM nelle stazioni, perché se chi ha nel suo DNA la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna contro il referendum, questo delegittima».

In questo clima rovente, c’è il serio rischio che la questione venga vista da una gran parte dell’opinione pubblica come una sterile rissa, in cui è impossibile stabilire chi abbia ragione e chi torto, con risultato di un astensionismo massiccio che confermerebbe, purtroppo, il trend delle ultime elezioni politiche, europee e regionali e che, per riconoscimento di tutti, sarebbe una sconfitta per la democrazia.

Vale perciò la pena andare al di là della logica dello scontro e cercare di capire le motivazioni dell’una e dell’altra parte, cercando di renderle comprensibili i non addetti ai lavori. È appena il caso di dire che su un argomento così divisivo nessuno può pretendere di essere neutrale. Ma l’oggettività non coincide con la neutralità, anzi la esclude. Questa lettura, perciò, risente sicuramente dell’opinione di chi scrive, ma non rinunzia a sforzarsi di essere oggettiva.

Le ragioni del Sì

La premier Giorgia Meloni ha definito questa riforma «un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini», sottolineando che essa rappresenta «un traguardo storico (. . . )  a favore degli italiani», e non ha aggiunto il ministro della Giustizia Nordio, «una legge punitiva contro la magistratura».

Da qui il moltiplicarsi delle raccomandazioni perché il referendum che dovrà decidere della sua conferma o meno non venga affrontato in una prospettiva politica, ma solo guardando al contenuto tecnico del testo approvato dal Parlamento.

Che riguarda innanzi tutto la separazione delle carriere della magistratura giudicante (i giudici) e di quella inquirente (i pubblici ministeri). E qui sta il nocciolo strettamente giuridico della riforma. Perché, come ha ricordato un deciso sostenitore del Sì, l’ex procuratore Antonio Di Pietro, in una intervista su «Informare» del 7 novembre scorso, sotto questo profilo la riforma è solo la chiusura del cerchio di una revisione costituzionale avvenuta nel 1989», quando, con la riforma del codice di procedura penale, «c’è stato il passaggio da un sistema inquisitorio ad uno accusatorio, stabilendo, già allora, che nel processo  accusa e difesa «in ragione di parità, si affrontano dinanzi ad un giudice terzo. Lo afferma l’articolo 111 della Costituzione».

Fino ad ora questa importante svolta non ha avuto la sua piena attuazione perché il pubblico ministero, in quanto strettamente collegato al giudice, ha goduto di un rapporto privilegiato con lui, rispetto all’avvocato, con un conseguente sbilanciamento a favore dell’accusa rispetto alla difesa che penalizza il cittadino sottoposto a processo e rischia di ledere gravemente i suoi diritti. Come dimostra una serie di gravi errori giudiziari che hanno mandato in prigione degli innocenti (vedi il caso di Enzo Tortora).

Con la separazione delle carriere la contiguità e l’interconnessione tra giudici e pubblici ministeri finalmente finirà, perché essi non solo avranno una formazione diversa, ma faranno anche riferimento, con lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura (CSM), a due organi di governo diversi e non potranno perciò più condizionarsi a vicenda nei meccanismi di assegnazione delle cariche, possibile fonte di reciproci favori.

In questa stessa direzione va anche la riforma del sistema di designazione dei membri di questi CSM, che non sarà più basato sulle elezioni, ma sul sorteggio. Fino ad oggi, spiega ancora Di Pietro nella sopracitata intervista, «tutto ciò che riguarda gli avanzamenti di carriera o promozioni, viene scelto da quegli stessi magistrati che sono stati scelti attraverso uno scambio di preferenze non trasparente (…) che, come in politica, apre le porte agli scambi di favore». Da qui il ruolo fondamentale assunto dalle diverse correnti interne all’ANM, dai cui giochi di potere dipende l’elezione dei rappresentanti dei giudici e che decidono della carriera dei loro rispettivi aderenti.

Che ciò sia possibile lo dimostra il fatto che è avvenuto, come ha rivelato il clamoroso scandalo Palamara. Da questo momento in poi non sarà più possibile essere eletti da sostenitori a cui poi dover ricambiare l’appoggio ricevuto con  promozioni o altri riconoscimenti.

Non solo: lo smantellamento delle correnti, fa notare la maggioranza di governo,  porterà finalmente a una de-ideologizzazione della magistratura, evitando che ci siano “toghe rosse”, giudici condizionati da una visione politica che prevale sulle ragioni del diritto e li porta a emanare sentenze prive di un reale fondamento giuridico.

Con vantaggio per tutta la società civile, a cui il governo cerca di garantire la sicurezza di cui ha assoluto bisogno con provvedimenti che i giudici “di sinistra” sistematicamente bloccano.

Peraltro il nuovo sistema di reclutamento dei menri “togati” del CSM avrà un preciso corrispettivo in quello dei membri “laici” (non magistrati) dei due CSM, che non saranno più eletti direttamente dal Parlamento, come era fino ad oggi,  ma sorteggiati. A chi accusa la riforma di voler sottoporre la magistratura alla politica, Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa ha potuto rispondere perciò, in polemica col manifesto del Comitato del CSM: «Noi togliamo al Parlamento la possibilità di eleggere un pezzo del Csm».

Infine, la riforma prevede la nascita di un nuovo organismo, incaricato di sostituire quella che fino ad oggi era stata la sezione disciplinare del CSM , la quale  – come aveva denunciato il ministro Nordio – era «costituita da persone che vengono elette dagli stessi magistrati,», creando «un vincolo tra elettore ed eletto che dà una percezione di non parzialità».

Ora invece i magistrati saranno giudicati da un’Alta Corte di Giustizia, composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco votato dal Parlamento in seduta comune, da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie. I magistrati restano la maggioranza, ma hanno più, come nell’attuale sistema, il totale controllo del sistema disciplinare.

Le ragioni del No

Il contesto

Le ragioni del No, secondo i loro sostenitori, riguardano innanzi tutto il clima politico in cui questa riforma è maturata. Un testo, ci ha insegnato l’ermeneutica, va letto nel suo contesto, perché solo allora se ne coglie il significato. E, sotto questo profilo, la prima cosa che viene contestata alla nuova legge costituzionale è di essere nata in uno spirito che è l’opposto di quello che ha dato vita alla nostra Costituzione. Essa è scaturita dal dialogo tra partiti di matrice molto diversa e in conflitto tra loro – democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali –  che avvertirono la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo che fosse rappresentativo di tutto il paese.

L’attuale riforma, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione, procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza lasciare spazio alla discussione. Col risultato di trasformare una norma costituzionale, in cui  la grande maggioranza degli italiani dovrebbe potersi riconoscere, nell’imposizione dei partiti di governo, che in realtà rappresentano, messi insieme, il 28% degli aventi diritto al voto.

A sottolineare questa unilateralità è venuta poi la dedica della legge al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura ha sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità. Come del resto il governo e la maggioranza che ora hanno voluto riformarla, e che – al di là delle ragioni tecniche sopra esposte-  continuano a contestare le sentenze dei giudici , contrapponendo ad esse il diritto di governare loro conferito da elezioni democratiche.

«Alcuni giudici vogliono governare: allora si candidino», è la risposta di Meloni e della maggioranza a questi stop giudiziari. Senza tenere conto che la nostra Costituzione, stabilendo una divisione dei poteri e attribuendo alla magistratura un’autorità autonoma, ha espressamemte voluto evitare che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire senza controlli esterni.

Alla luce di tutto questo, dicono i critici, appare insostenibile la posizione del ministro Nordio, che chiede di valutare la riforma esclusivamente sotto il profilo tecnico, affermando che «conferirvi un significato politico è assolutamente improprio». È evidente che il contesto a cui prima ci si riferiva è quello di una scelta non certo partitica, ma sicuramente politica, come resto è normale che sia, trattandosi di una riforma che riguarda non solo magistrati e avvocati, ma tutti i cittadini. Per valutarne il senso non è necessaria una laurea in legge, ma avere una coscienza democratica.

Il testo della riforma

Ovviamente anche il testo della nuova legge è oggetto di durissime critiche. Innanzi tutto, per quello che non dice. Si sente affermare spesso che con la riforma i gravissimi e innegabili problemi della giustizia – primo fra tutti la lentezza dei procedimenti – saranno risolti. In realtà anche un fautore del Sì come Di Pietro, nell’intervista prima citata,  alla domanda «Di cosa c’è bisogno per far funzionare la Giustizia?», ha risposto: «Non c’è bisogno di una modifica costituzionale, ma occorre aumentare il numero dei magistrati, degli addetti, delle risorse e degli strumenti». Solo così si ridurranno i tempi dei processi.

Ma la riforma viene attaccata anche e soprattutto per quello che dice. In primo luogo,  è ingannevole presentarla come riguardante la separazione delle carriere, che già adesso di fatto esiste, visto che meno dello 0,5% dei magistrati negli ultimi anni è passato dall’una all’altra. Il vero obiettivo sarebbe, in realtà l’indebolimento del CSM, che l’art. 104 della Costituzione menziona come il fondamentale garante dell’ autonomia. E proprio il CSM, nella nuova normativa viene sdoppiato, delegittimato e privato della sua fondamentale funzione disciplinare.

Già la costituzione di due CSM, secondo i critici, segue la logica del divide et impera. Ma, soprattutto, viene contestata la motivazione di mettere finalmente sullo stesso piano il pubblico ministero e l’avvocato.

In realtà, si fa notare, il ruolo del PM è molto diverso da quello del difensore, proprio perché ha qualcosa in comune con quello del giudice. Mentre la deontologia professionale dell’avvocato non gli chiede di fare giustizia a tutti i costi, ma solo di evidenziare tutti gli elementi che possono favorire il suo cliente, il pubblico ministero rimane sempre un magistrato e cerca di capire e di valorizzare sia quelli che portano all’accusa che quelli che portano al proscioglimento dell’imputato. Nessun avvocato chiede la condanna del suo cliente. Invece è normale che il PM chieda di non procedere contro chi è stato oggetto di indagine.

Ignorando questa differenza fondamentale e tagliando i legami del PM con il giudice, la riforma finisce per esasperare in senso unilaterale la sua funzione accusatrice e col costituire, col CSM dei PM, un organo autonomo dedito esclusivamente all’accusa, facendone un pericoloso gruppo di sceriffi. Col risultato di rendere plausibile una sua sottomissione a controlli istituzionali e di finire per sottoporlo al  potere politico, come del resto in tutti i paesi in cui c’è la separazione della carriere.

Alla riforma viene anche contestato il nuovo sistema di designazione dei membri del CSM. Si fa notare che il sorteggio da un lato espropria i magistrati – unico caso in tutti gli ordini professionali, ma anche, soprattutto, in tutti gli organi di rilevanza costituzionale – del diritto di scegliere i propri rappresentanti, dall’altro delegittima questi ultimi, che in realtà non rappresenterebbero più nessuno.

Quanto alle correnti, spesso demonizzate, si riconosce che hanno dato luogo a forme perverse di scambio di favori, ma si sottolinea che questa è una loro degenerazione che non ne infirma  il senso di raggruppare magistrati ch condividono l’una o l’altra delle possibili  interpretazioni del loro ruolo.

Quanto all’eguale trattamento riservato alle nomine dei membri “laici” da parte della politica, si fa notare  che per loro il sorteggio è previsto all’interno di una lista compilata dalla maggioranza parlamentare. Cosicché mentre il magistrato si troverà a far parte del CSM senza un progetto, senza una precisa motivazione, i membri “laici” saranno stati in partenza selezionati in base alle loro idee e avranno di conseguenza un’assai maggiore incisività nell’orientare la linea del Consiglio

Quanto all’Alta corte di Giustizia è vero che, dei quindici membri, solo sei saranno “laici”. Ma la loro proporzione nei singoli collegi in cui essa si articolerà sarà fissata da una legge ordinaria, fatta da questa maggioranza, che potrebbe benissimo istituirne alcuni in cui i “laici” – potenzialmente legati a questo o quello schieramento politico, saranno più dei togati, e che potranno esercitare un ruolo intimidatorio nei confronti di tutti i membri del sistema giudiziario.

Tanto più che i ricorsi contro le decisioni di questo organo non verranno più decisi, come oggi avviene per quelli contro le decisioni del CSM, dalle Sezioni Unite della Cassazione, ma da un altro collegio della stessa Alta Corte, annullando praticamente l’autonomia del secondo grado di giudizio.

La sola certezza che possiamo condividere tutti, al termine di questo esame sintetico, è che la giustizia in Italia non funziona e che è necessario migliorarla. E, facendo nostra almeno una richiesta di Di Pietro, ci sembra legittimo chiedere al governo – che sembra aver trovato i fondi ingentissimi necessari allo sdoppiamento di tutte le funzioni del CSM e alla creazione di un nuovo organo come l’Alta Corte –  di trovare anche quelli per l’assunzione di nuovi magistrati, per rendere più rapidi i processi.

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sabato 30 novembre 2024

EUROPA LIQUIDA


 Buona o brutta giornata 

per l’Europa?

 

-         di Giuseppe Savagnone*

-          

Tutti giornali hanno dato grande risalto, sulle loro prime pagine, alla votazione con cui il Parlamento europeo ha definitivamente approvato la Commissione che – per la seconda volta sotto la presidenza di Ursula von der Leyen – guiderà per i prossimi cinque anni l’UE. 

La neo-eletta presidente ha subito salutato il risultato parlando di «una buona giornata per l’Europa». Ma, a mettere in dubbio che il suo reale stato d’animo corrispondesse alle sue parole, sono due circostanze – anch’esse segnalate con grande risalto da tutti i quotidiani – relative alle modalità con cui questa elezione è avvenuta, che evidenziano i problemi del presente e lasciano prevederne di ancora più gravi per il futuro.

La prima è che i 370 voti a favore del nuovo esecutivo, a fronte dei 282 contrari e dei 36 astenuti, su 688 votanti, rappresentano il consenso più basso mai registrato da una Commissione. Siamo davanti a un record negativo: mai nessuno era diventato presidente col sostegno del solo 51,3% dei rappresentanti degli elettori europei.

La seconda circostanza allarmante è che in questa votazione la von der Leyen ha raccolto ben 31 voti in meno dei 401 incassati a luglio, quando il Parlamento, a scrutinio segreto, le aveva affidato il mandato.

Specchio di un progressivo sgretolamento della maggioranza che l’aveva sostenuta sia nelle precedente legislatura che all’inizio della nuova. La nuova Commissione nasce, insomma, debolissima.

Una maggioranza liquida

Alla base di questa frantumazione c’è stata l’apertura – da parte della von der Leyen e di Manfred Weber, capogruppo del PPE (Partito Popolare Europeo), di cui lei è espressione – nei confronti dell’ECR (Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti europei), guidato da Giorgia Meloni, che a luglio non aveva appoggiato la rielezione di von der Leyen, ma che adesso ha votato a favore, perché un rappresentante della destra, l’italiano Fitto, è stato cooptato come uno dei vicepresidenti esecutivi.

Davanti a questo allargamento della maggioranza a destra i gruppi che sostenevano la maggioranza si sono spaccati: dai socialisti sono arrivati appena 90 sì su 133 votanti, spaccati anche i Verdi – 27 favorevoli e 19 contrari -, sei astenuti si sono contati tra i liberali.

Di segno opposto la divisione del gruppo dei popolari, dovuta al no dei 25 rappresentanti spagnoli, contrari alla nomina a vicepresidente della socialista Teresa Ribera.

Da ora in poi ogni decisione non avrà dietro si sé una maggioranza precostituita e sarà piuttosto frutto di quella “liquida” che si creerà di volta in volta, rischiando di dar luogo a una conflittualità permanente all’interno della stessa Commissione.

Il paradosso di fondo che è all’origine di questa situazione è il coinvolgimento, nella realizzazione della politica comunitaria, di una forza politica come FdI che, nel suo programma elettorale per le elezioni nazionali del 2022 – intitolato significativamente «Per l’Italia» – , aveva messo come primo punto: «Politica estera incentrata sulle tutela dell’interesse nazionale e sulla difesa della Patria».

È vero che, poco dopo, si parla anche di una «piena adesione al processo di integrazione europea», ma questa adesione è sempre subordinata – secondo il programma – alla «tutela degli interessi nazionali nella discussione dei dossier legislativi europei».

La destra è dichiaratamente sovranista e il sovranismo consiste appunto nel rifiutare ogni forma di rinunzia alla sovranità degli Stati nazionali a favore di entità politiche sovranazionali. In questa logica il fine non è l’Europa, ma – sempre secondo il programma citato – la «centralità dell’Italia».

A questa prospettiva aprono le porte l’allargamento a destra della Commissione e l’elezione di Raffaele Fitto. Tanto più che, quando si trattava di convincere i rappresentati del PD nel Parlamento europei a votare a suo favore – come poi hanno finito per fare – , in Italia i politici e i giornali della destra insistevano sul punto che, al di là degli schieramenti, era un italiano, mentre, ora che è stato eletto, sottolineano che è uno dei loro e che si propongono, anche grazie a lui, di cambiare l’orientamento della Commissione.

«Il nostro obiettivo» – ha dichiarato senza reticenze il capo-delegazione dei FdI – «è quello di spostare a destra gli equilibri europei».

Il conflitto tra potere e diritto

Un intento che corrisponde, del resto, al quadro generale dei paesi dell’Unione. Ormai l’estrema destra sovranista è al governo in ben sette paesi dell’UE: l’Italia, i Paesi Bassi, la Svezia, la Finlandia, la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria e ha un crescente consenso elettorale in Germania e in Francia. Quale unità europea può scaturirne?

Il solo elemento comune, in questa logica di chiusura, è solo la «difesa dei confini nazionali ed europei» già prevista, anch’essa, nel programma della destra italiana. Da qui il messaggio della von del Leyen ai leader europei, alla vigilia della riunione del Consiglio del 17 ottobre scorso, in cui prospettava l’opportunità di istituire «HUB per i rimpatri al di fuori dell’UE, soprattutto in vista della nuova normativa sul rimpatrio», citando proprio l’accordo stretto tra Italia e Albania, come un modello da cui «trarre lezioni pratiche».

Un modello che già in Italia sta sollevando gravi perplessità, perché la nostra Costituzione e le nostre leggi, a differenza che nella prospettiva sovranista, non tutelano solo gli italiani, ma le persone umane come tali, di qualunque etnia e cultura: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo».

Da qui l’inevitabile scontro del nostro governo con la magistratura, ultimamente evidenziato nel caso Albania, ma latente da sempre nella divaricazione fra una logica che privilegia lo Stato e il suo potere, com’è quella sovranista, e una che invece si fonda sulla tutela delle persone e, in vista di ciò, punta sulla reciproca limitazione dei poteri.

Da qui le accuse ai giudici, da parte del nostro governo, di fare politica (le “toghe rosse”), per il fatto stesso di ostacolare, con le loro sentenze, le sue scelte, senza neppure entrare nel merito della fondatezza di quelle sentenze, in base alla nostra Costituzione e alle nostre leggi.

Toghe rosse anche nella Corte penale internazionale?

Ora che l’Italia viene assunta come “modello”, il conflitto fra politica e diritto sembra destinato ad allargarsi a tutta l’Europa.

Sono molto significative a questo proposito, le risposte della maggior parte dei governi europei alla decisione della Corte penale internazionale di emettere un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il ministro della guerra Aluf Yoav Gallant «per crimini di guerra e crimini contro l’umanità». 

A colpire non è tanto quella di un paese dell’Est come l’Ungheria, dove già il diritto è ampiamente sopraffatto dalla politica e il cui premier ha subito chiarito che la sentenza della Corte penale «non avrà alcun effetto», invitando addirittura il premier israeliano a Budapest.

Più impressionanti sono le reazioni di quelle democrazie occidentali, che negli ultimi due anni e mezzo si sono hanno fatto della difesa dei diritti umani una bandiera nel loro strenuo impegno a sostegno del popolo ucraino contro l’aggressione russa.

A cominciare dalle dichiarazioni della nostra presidente del Consiglio: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza. Motivazioni che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica». Dove è chiara l’insinuazione che la sentenza dell’Aja sia motivata da ragioni politiche, come quelle dei giudici italiani sui migranti.

In ogni caso – ha assicurato la nostra premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas».

Ma non è solo l’Italia a mostrarsi molto restia a rispettare la sentenza della Corte. La Francia ha già fatto sapere, con un comunicato del ministero degli Esteri, che la Francia difende il diritto internazionale, ma che, secondo Parigi, Netanyahu – in quanto capo del governo di un paese non firmatario del trattato di Roma, che ha sancito la fondazione della Corte penale – gode di immunità.

Interpretazione che, paradossalmente, premierebbe gli Stati che si sono rifiutati di aderire al trattato istituito a garanzia del diritto internazionale. E che, stranamente, non è stata mai avanzata quando si è trattato del mandato di arresto contro Putin, anche lui capo di uno Stato che non ha firmato il trattato di Roma.

Ancora più esplicita, in difesa di Israele, la successiva dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito in cui si afferma che non vi è alcuna giustificazione per cui la Corte penale internazionale debba adottare misure contro i leader israeliani e si esprime preoccupazione per le implicazioni della sentenza sulla stabilità regionale. Qui non si tratta più solo di concedere una immunità: si contesta la sentenza e lo si fa evocando le sue negative conseguenze politiche. Ancora una volta, la politica vanifica il diritto.

Non è un caso che nel comunicato finale del G7 tenuto in questi giorni a Fiuggi non si faccia cenno della sentenza della Corte, se non ripetendo il mantra del governo italiano, secondo cui «non ci può essere nessuna equivalenza fra lo il gruppo terroristico di Hamas e lo Stato di Israele». Trascurando il fatto che la Corte ha dato un giudizio sui comportamenti criminosi, non sulle qualifiche di chi li ha messi in atto.

È stato presentato dalla stampa come un passo indietro dei giudici dell’Aja la dichiarazione di ritenere legittimo il ricorso presentato da Netanyahu contro la sentenza e di essere pronti a revocare il mandato d’arresto se Israele condurrà una indagine approfondita e dimostrerà l’innocenza dei suoi leader. È, in realtà, solo la conferma che la logica della Corte è quella di un organo giudiziario, sempre attento a garantire il diritto alla difesa, e non quella della faziosità politica.

Resta il quadro sconfortante di una Unione europea sempre più esposta a interpretazioni sovraniste, che ne mantengono il guscio esteriore svuotandolo del suo spirito e del suo scopo; e, soprattutto ormai priva di un’anima ideale che la possa rendere punto di riferimento nella difesa dei valori umani.

Valori che dovrebbero essere alla base di ogni democrazia e dell’Europa stessa, e che di fatto   vengono ormai disinvoltamente accantonati – come nel caso dei migranti e in quello dei palestinesi – quando intralciano i piani dei governi. Al di là della retorica imperante, questa Europa liquefatta – nella sua politica, ma più ancora nella sua anima – non ha nulla a che vedere con quella che avevano sognato i suoi padri ispiratori, i cristiani Adenauer, De Gasperi e Schuman, ma ormai ne è solo la triste caricatura.

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

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sabato 19 ottobre 2024

LA SINDROME DELL'INVASIONE

 

I costi umani ed economici della sindrome dell’invasione


- di Giuseppe Savagnone*

Il flop del primo viaggio in Albania

La notizia che il Tribunale di Roma non ha convalidato il trattenimento dei migranti nel centro di permanenza per il rimpatrio di Gjadër, in Albania, arriva poche ore dopo quella che, dei sedici (dieci provenienti dal Bangladesh e sei dall’Egitto) sbarcati dalla nave militare “Libra”, quattro avrebbero comunque dovuto tornare in Italia, due perché si è scoperto che sono minorenni e due per problemi di salute (i centri sono riservati a uomini maggiorenni non fragili).

Alla fine un viaggio di due giorni che, secondo i calcoli, è costato intorno ai 18.000 euro per ogni migrante trasferito, si sta risolvendo in un clamoroso flop.

La decisione dei giudici romani è stata attaccata dai giornali di destra come un «golpe politico-giudiziario» e il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, ha parlato di «un’invasione di campo di una parte della magistratura, politicizzata».

Essa si fonda in realtà, dice il provvedimento del Tribunale, sulla «impossibilità di riconoscere come paesi sicuri gli Stati di provenienza delle persone trattenute», Bangladesh ed Egitto.

Un requisito, questo, rigorosamente prescritto dal diritto internazionale, oltre che dal buon senso, trattandosi di persone giunte in Italia per sfuggire ai pericoli presenti nel loro paese.

Quand’è che un paese è “sicuro”?

In polemica con i giudici, il governo rivendica il diritto di decidere lui quali sono i “paesi sicuri”. Il problema è che i suoi criteri non sempre coincidono con quelli espressi da organismi internazionali autorevoli o comunque qualificati.

«Nei miei ventidue anni in Medici senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana», diceva Joanne Liula presidente internazionale di “Medici senza Frontiere”, in un’intervista al «Corriere della Sera» del 1° febbraio 2018.

La dottoressa Liu si riferiva ai centri libici per la detenzione di migranti e rifugiati creati in base agli accordi tra il ministro Minniti, al tempo del governo Gentiloni, e il governo libico.

Poco prima, nel settembre del 2017, il commissario dei Diritti umani presso il Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, aveva scritto al nostro ministro degli Interni ricordandogli che «consegnare individui alle autorità libiche o altri gruppi in Libia li esporrebbe a un rischio reale di tortura o trattamento inumano o degradante».

Questi segnali eloquentissimi non hanno impedito alla premier Meloni di prorogare il memorandum Italia-Libia, il 2 febbraio 2020, ignorando l’appello dell’ONU che, nell’ottobre precedente, aveva chiesto al governo italiano di non procedere al rinnovo dell’accordo, per mettere fine «a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente».

Sulla stessa linea, il 16 luglio 2023, la firma da parte della nostra premier di un “Protocollo d’intesa”, con il presidente tunisino Kaïs Saïed. Proprio in quel periodo Amnesty International ha denunziato la campagna di odio razzista scatenata da Saïed contro i migranti neri sub-sahariani emigrati in questi anni in Tunisia, aizzando la popolazione alla violenza nei loro confronti.

La sindrome dell’“invasione”

Insomma, è chiaro che i criteri del governo Meloni per stabilire se un paese sia “sicuro” oppure no risentono pesantemente di una scelta politica di fondo che ritiene prioritario, a qualunque costo, impedire ai migranti di varcare le nostre frontiere.

In questa logica si colloca anche la decisione di spendere circa 800 milioni di euro (stima de «Il Sole 24 Ore») in cinque anni per creare i centri di permanenza in vista dell’eventuale rimpatrio sul territorio albanese, invece che su quello italiano, dove ovviamente i costi sarebbero stati immensamente inferiori.  

Peraltro, questa ossessione della difesa dei confini da quella che viene definita una “invasione” sembra essersi comunicata a tutta l’Europa. Emblematico il fatto che, il modello “albanese” della Meloni è stato esaminato con estremo interesse nella riunione del Consiglio europeo tenuta il 17 ottobre scorso, a Bruxelles.  

Già alla vigilia della riunione, peraltro, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen aveva scritto ai leader europei prospettando l’opportunità di istituire «hub per i rimpatri al di fuori dell’UE, soprattutto in vista della nuova normativa sul rimpatrio», citando proprio l’accordo stretto tra Italia e Albania, come un modello da cui «trarre lezioni pratiche».

La riunione del Consiglio ha corrisposto pienamente a questa sollecitazione della von der Leyen, prendendo in seria considerazione la proposta di allargare su scala europea quanto fatto dall’Italia con l’Albania.

L’iniziativa, patrocinata dalla premier italiana, ha trovato il supporto di Olanda e Danimarca, e l’interesse di almeno altri otto paesi.

L’Olanda, del resto, sta già seriamente lavorando all’idea di allestire in Uganda degli hub per richiedenti asilo, in attesa di poterli rimpatriare. Da parte sua, il primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, guarda al Kosovo come destinazione per una possibile esternalizzazione dei campi di detenzione e si è rallegrata del fatto che «finalmente» i Paesi UE discutono seriamente di cambiare la politica di asilo.

In ogni caso, al di là del tema delle esternalizzazioni dei centri di smistamento, nel documento conclusivo della riunione del Consiglio si esorta ad agire in modo «determinato» a «tutti i livelli» per «aumentare e velocizzare i rimpatri», e si ribadisce l’impegno di «assicurare il controllo efficace dei confini esterni dell’UE con tutti i mezzi disponibili», valutando «nuovi modi per contrastare l’immigrazione irregolare, in linea con il diritto internazionale».

In realtà, abbiamo appena visto quali tensioni questa linea stia determinando, nel caso dell’Italia, proprio con il diritto internazionale e, più alla radice, con il rispetto dei più elementari diritti umani.

Ma, dopo l’avanzata dei partiti di estrema destra nelle ultime elezioni europee, tutti i governi temono che essi sfruttino le spinte xenofobe che attraversano i loro rispettivi paesi per accrescere ancora di più i loro consensi.

Da qui il successo della linea sovranista, ma non antieuropea, della Meloni, considerata una soluzione intermedia accettabile per sfuggire a quella estrema dei Patrioti della Le Pen, di Salvini e di Orbàn.

Una voce fuori dal coro

Unica eccezione, in questo quadro, quella rappresentata del premier spagnolo Sanchez, il quale, alcuni giorni fa, parlando davanti alle Cortes, ha affermato  che «nel corso della storia, l’immigrazione è stata uno dei grandi motori dello sviluppo delle nazioni, mentre l’odio e la xenofobia si sono sempre rivelati i più grandi distruttori di nazioni».

Secondo il primo ministro spagnolo, l’accoglienza dei migranti non è solo una questione di umanità, ma l’unico mezzo realistico per far crescere l’economia e sostenere lo stato sociale, in un paese come la Spagna – e, bisognerebbe aggiungere, in un continente come l’Europa – , in cui il tasso di natalità è in picchiata.

L’idea è di valorizzare l’immigrazione come strumento efficace di prosperità: «La Spagna», ha detto ancora Sanchez – «deve scegliere tra essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero».

Il fenomeno migratorio, di per sé, non è una minaccia. L’unico problema è quello di saperlo gestire bene. In questa direzione, l’intenzione di Sanchez è ora quella di investire risorse per l’inserimento dei migranti nel mercato del lavoro e di ridurre la complessità delle procedure burocratiche per la valutazione delle domande di residenza.

In questo modo egli pensa di poter contrastare lo spopolamento dei comuni e di rispondere alla domanda di badanti per gli anziani, di programmatori, operai e tecnici per le aziende, oltre che di bambini per le scuole che rischiano di chiudere per mancanza di alunni.

Il premier ha anche citato i due milioni di spagnoli emigrati all’estero durante la dittatura franchista e i tanti altri che hanno lasciato la Spagna per cercare lavoro in altre parti del mondo: «Dobbiamo ricordare le odissee delle nostre madri e dei nostri padri, dei nostri nonni e delle nostre nonne in America Latina, nei Caraibi e in Europa. E capire che il nostro dovere ora, soprattutto ora, è essere quella società accogliente, tollerante e solidale che loro avrebbero voluto trovare». Parole che dovrebbero far riflettere anche noi italiani.

Non si tratta, peraltro, di un’apertura indiscriminata. Va in questo senso la recente visita di Sanchez a tre nazioni africane, Mauritania, Gambia e Senegal, con le quali c’è la volontà di instaurare una collaborazione diretta per una gestione condivisa dei flussi migratori.

L’obiettivo non è fermare le partenze con i campi di detenzione – come nel protocollo fra Italia e Libia – , ma solo cambiare il percorso. Non più via mare, ma via aereo, dopo un periodo di formazione nel paese d’origine.

La voce di un economista per smentire le bugie

Sono d’accordo con Sanchez anche molti esperti italiani di questioni di economia. Come il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, che, nell’intervista rilasciata l’aprile scorso a «La Stampa», spiegava che, con l’attuale andamento demografico, dopo il 2040 non si potranno più pagare le pensioni e indicava come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava il presidente dell’Inps, «hanno tutte molti migranti».

E, facendosi interprete delle pressanti richieste degli imprenditori, che da tempo chiedono l’allentamento delle restrizioni all’ingresso di lavoratori stranieri, aggiungeva: «Anche noi abbiamo l’esigenza di coprire lavori medio-bassi da Nord a Sud con gli stranieri. La soluzione non può che essere l’accesso di immigrazione regolare e fluida».

Con un’accoglienza non certo indiscriminata, ma volta alla reale integrazione culturale e materiale degli stranieri, oggi, nel nostro paese, del tutto assente, anzi ostacolata.

E forse anche Tridico – come tutti coloro che guardano con tristezza un’onda culturale e politica che si presenta come una difesa degli interessi dell’Italia e dell’Europa, ma è in realtà il cedimento a una visione ideologica, autolesionista – condividerebbe la conclusione del discorso di Sanchez alle Cortes spagnole: «Voglio che i cittadini capiscano che questa non è una battaglia tra spagnoli e stranieri, o cristiani e musulmani o santi e criminali. È una battaglia tra verità e bugie, tra racconti e dati, tra ciò che è nell’interesse della nostra società e gli interessi di pochi che vedono nella paura e nell’odio per gli stranieri l’unica via per raggiungere il potere».

 

*Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo  

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giovedì 28 marzo 2024

UNO PSICOLOGO PER I GIUDICI ?

 



- di GIUSEPPE SAVAGNONE*


La polemica

Le decisione del Consiglio dei ministri di introdurre delle valutazioni psico-attitudinali per coloro che aspirano a diventare magistrati continua ad essere al centro di un acceso dibattito . «Misure sacrosanta», titola il «Giornale». Invece, secondo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, esse servono solo «a creare una suggestione, che i magistrati hanno bisogno di un controllo psichico o psichiatrico».

 Cosa pensare di questo scontro frontale e delle opposte valutazioni che lo determinano? La prima cosa da fare è ascoltare gli argomenti che le giustificano. Cominciamo da quelli dei difensori delle nuove misure adottate.

 Le ragioni del governo…

Secondo il direttore del «Giornale,» Sallusti, i test psico-attitudinali sono necessari «per verificare se il livello di equilibrio e serenità è compatibile con una professione che maneggia una merce unica e importante qual è la libertà degli uomini, cosa che già avviene senza alcun problema per categorie altrettanto sensibili, tipo forze dell’ordine e piloti di aerei».

Argomentazioni che riprendono, peraltro, quelle autorevolmente espresse dal ministro della Giustizia Nordio, a cui si deve la proposta appena approvata:  «L’esame psico-attitudinale» – ha ricordato – «è previsto per tutte le funzioni più importanti del Paese, ma soprattutto è previsto per le forze dell’ordine. Il pubblico ministero è il capo della polizia giudiziaria che è sottoposta al test. Se sottoponiamo ai test chi obbedisce al comandante, è possibile non sottoporre a test chi ha la direzione della polizia giudiziaria?».

 In ogni caso, egli ha sottolineato, l’esame psico-attitudinale non riguarderà i giudici attualmente in servizio, ma solo coloro che faranno il concorso per diventare magistrati.

E «non è affatto invasione di campo da parte del governo nei confronti della magistratura», per il semplice fatto che «tutta la procedura di questi test è affidata al Csm (Consiglio superiore della magistratura)», che è per due terzi composto da magistrati (membri “togati”) e solo per un terzo da membri eletti dal Parlamento (membri “laici”).

 Per ogni concorso, il CSM nominerà alcuni docenti universitari in materie psicologiche, che avranno il compito di preparare i test scritti a cui seguirà un colloquio.

 Tutto ciò riguarderà solo i candidati che avranno superato le prove scritte del concorso, come una precondizione per essere ammessi all’orale. E a dare la valutazione finale sarà comunque la commissione, salvaguardando così il principio, stabilito dall’art. 106 della Costituzione, secondo cui «le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso» (motivo per cui, ha spiegato il ministro, i testi non potevano essere previsti prima delle prove scritte).

 … E quelle degli oppositori

Ma perché, allora, le veementi contestazioni di cui la nuova normativa è oggetto in questi giorni? Può aiutare a comprenderle la storia travagliata del rapporto fra la destra oggi al governo e la magistratura.

 L’introduzione dei test psico-attitudinali si inserisce inevitabilmente in questa storia, in particolare nell’atteggiamento di fondo dell’uomo politico che ha avuto in essa un ruolo determinante, Silvio Berlusconi.

 È noto che il “cavaliere” si è sempre sentito perseguitato dai magistrati, attribuendo le motivazioni delle sue innumerevoli vicende giudiziarie, volta a volta, al loro essere “comunisti” o a disturbi mentali. E non si riferiva solo ad alcuni di loro, ma all’intera categoria: «Questi giudici», affermava nel 2003, quando era presidente del Consiglio, «sono doppiamente matti.

 Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

 Da qui, sempre nel 2003, il tentativo – non portato a termine – fatto dall’allora ministro della Giustizia, il leghista Castelli, di introdurre già allora i test per valutare la salute mentale dei magistrati. La decisione dell’attuale Consiglio dei ministri corona, dunque, un sogno tradizionale della destra, maturato in un clima di esplicita ostilità nei confronti dell’ordine giudiziario.

 Al di là di questo contesto che potremmo definire “politico”, i critici sottolineano che lo stesso statuto scientifico della psicologia esclude – tranne, ovviamente casi chiaramente patologici – che essa possa essere utilizzata per valutare la personalità del magistrato in modo da prevederne la capacità di esercitare correttamente le proprie funzioni.

 Lo diceva un documento, firmato, sempre nel 2003, da 134 soci della “Società Psicoanalitica Italiana” e da 35 psichiatri e psicologi della “Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica”. «Nessun tecnico, anche soltanto minimamente competente in materia» – si legge in esso – «saprebbe in coscienza avallare una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica del futuro magistrato.

 E questo non per un’attuale insufficienza dei nostri strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici, che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».

 Il punto è che il giudice non è un meccanico esecutore delle norme scritte. Ormai l’ermeneutica giuridica ha ampiamente dimostrato il ruolo decisivo che ha nel diritto l’interpretazione. Ogni applicazione della legge – come quella che avviene nel processo – implica che, se dia una certa lettura, indispensabile per collegare l’astratta norma dei codici alla situazione concreta che bisogna valutare.

 E l’interpretazione coinvolge sempre «ideali, motivazioni, passioni, interessi» di chi la fa. Impossibile ingabbiare questa ricchezza di fattori personali dentro standard precostituiti, puramente “oggettivi”, come quelli che si traducono poi nella somministrazione di test.

 Di conseguenza, continua il documento degli psicologi «gli “esperti” esaminatori, non avendo alcun vero ancoraggio scientifico per validare i propri giudizi, si troverebbero, nella migliore delle ipotesi, in balia di suggestioni intuitive ed empatiche», o, nella peggiore, sarebbero tentati «da un ‘disciplinato’ affidamento (…) all’ordinamento politico del momento».

 Questo non significa, naturalmente, che il giudice possa procedere arbitrariamente. Ma, a garantire la sua capacità di svolgere il proprio ruolo non può essere una problematica previsione a priori di ordine pseudo-scientifico, bensì un controllo costante sul suo modo effettivo di essere e di operare nello svolgimento delle sue funzioni. E questo controllo già esiste. In una lettera firmata da tutti e venti i membri togati del Consiglio superiore della magistratura e dai due laici eletti in Parlamento dalle opposizioni (non da quelli eletti dai partiti della destra) si fa notare «come il governo autonomo della magistratura conosca già reiterate e continue verifiche sull’equilibrio del magistrato che viene sottoposto a valutazione dal momento del suo tirocinio e, successivamente, con intervalli regolari ogni quattro anni».

 E si denuncia il fatto che le nuova normativa è stata introdotta dal Consiglio dei ministri senza prima averla neppure fatta conoscere, per un parere, al CSM, che è l’organo costituzionalmente preposto a garantire l’autonomia della magistratura.

 Il problema costituzionale

È difficile negare la forza di queste motivazioni critiche. Ma, ad essere decisivi per un giudizio negativo, paradossalmente non sono tanto gli argomenti degli oppositori, quanto quelli dei suoi sostenitori.

 Essi, come abbiamo visto, insistono molto sul fatto che già il test psico-attitudinale «è previsto per le forze dell’ordine», in particolare per la polizia giudiziaria (Nordio) e per altre categorie sensibili, come «i piloti d’aereo» (Sallusti).

 Ciò che sembra sfuggire, a chi fa questo paragone, è che la magistratura è un organo costituzionale il quale – nella logica della separazione dei poteri, su cui si regge lo Stato italiano – si pone sullo stesso piano e ha diritto alla stessa indipendenza del Parlamento e del governo. L’autonomia della funzione giudiziaria, di quella legislativa e di quella esecutiva è fondamentale per la nostra democrazia.

 Per questo la Costituzione dice, all’art. 101: «I giudici sono soggetti soltanto alla legge». I membri delle forze dell’ordine, come i piloti di aereo, no. Hanno dei superiori a cui devono obbedire, delle particolari regole professionali, dei modelli di comportamento precostituiti, entro cui devono conformarsi. Si può essere ottimi cittadini ed essere scartati da una selezione per diventare poliziotto se all’esame fisico risultano dei problemi di vista o, a quello psicologico, scarsa capacità di adattamento alla severa disciplina richiesta da questo lavoro.

 Questo non vale per chi deve intraprendere la carriera di magistrato. E il ragionamento del ministro, secondo cui è assurdo che la polizia giudiziaria sia sottoposta a test e non lo sia il giudice che ne è a capo, rivela una radicale incapacità – scoraggiante in un membro del governo – di capire la differenza abissale tra un funzionario dipendente e il rappresentante di un organo costituzionale.

 Quanto all’argomento, anch’esso spesso ripetuto, che il test «è previsto per tutte le funzioni più importanti del Paese» (sempre Nordio), esso apre la strada alla provocazione del giudice Gratteri, il quale ha fatto notare che allora dovrebbe essere adottato anche per valutare l’idoneità a ricoprire la carica di parlamentare o  di presidente del Consiglio, di ministro e di sottosegretario, la cui funzione non è certo meno decisiva di quella dei giudici

 Che forse non sarebbe male, se è vero che il deputato Pozzolo, amico personale del sottosegretario alla Giustizia Delmastro, è andato a una festa di Capodanno armato di pistola, ferendo a una gamba un agente della corta. Questo non sembra che nessun magistrato l’abbia mai fatto.

*EDITORIALISTA E PUBBLICISTA.  Pastorale Cultura, Arcidiocesi Palermo

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venerdì 6 ottobre 2023

PROFUGHI E MAGISTRATURA

 UNA SENTENZA 

CHE FA DISCUTERE

-         - di Giuseppe Savagnone

 Primo atto

Non accenna a placarsi la tempesta mediatica che vede coinvolta la giudice del tribunale di Catania, Iolanda Apostolico, dopo la sentenza con cui non ha convalidato il fermo di quattro profughi minorenni ospitati presso il Centro di Pozzallo, definendo incostituzionale il decreto del governo nella parte in cui obbliga un richiedente asilo a pagare una «garanzia sanitaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuto nel Centro.

 «Sono rimasta basita di fronte alla sentenza del giudice di Catania», ha commentato la premier Giorgia Meloni. Secondo la presidente del Consiglio, questa decisione «con motivazioni incredibili rimette in libertà un immigrato illegale, già destinatario di un provvedimento di espulsione, dichiarando unilateralmente la Tunisia Paese non sicuro (compito che non spetta alla magistratura) e scagliandosi contro i provvedimenti di un governo democraticamente eletto».

Fin dal primo momento, da parte sua, il vicepremier Matteo Salvini ha insistito, più che sul testo della sentenza, sulla persona del magistrato: «Le notizie sull’orientamento politico del giudice che non ha convalidato il fermo degli immigrati sono gravi, ma purtroppo non sorprendenti».

 Già in questa prima fase della polemica il leader della Lega ha promesso battaglia: «La Lega chiederà conto del comportamento del giudice siciliano in Parlamento, perché i tribunali sono sacri e non possono essere trasformati in sedi della sinistra».

 Da parte sua, la segretaria del PD Elly Schlein, in risposta alle esternazioni della premier, le ha replicato: «La smetta di alimentare lo scontro istituzionale che danneggia il paese. La smettano di cercare un nemico al giorno per nascondere le proprie responsabilità. Se cercano responsabili del disastro sull’accoglienza si guardino allo specchio».

 E ha proseguito: «È la destra che scrive leggi palesemente incostituzionali e poi se la prende con i giudici che fanno il loro lavoro. È la destra che ha messo la firma su tutte le leggi che hanno prodotto questo caos, come la Bossi-Fini che alimenta l’irregolarità, è sempre la destra che non ha mai contrastato il regolamento di Dublino lasciando l’Italia più sola, per allearsi con Polonia e Ungheria che di solidarietà non ne vogliono sapere».

 Sulla vicenda è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati di Catania: «L’ANM di Catania esprime una posizione ferma e rigorosa a tutela della collega Iolanda Apostolico, persona perbene che ha lavorato nel rispetto delle leggi, e respinge con sdegno le accuse a lei rivolte. Il rapporto tra potere esecutivo e giudiziario andrebbe improntato a ben altre modalità», si legge in una nota del presidente Alessandro Rizzo.

Da parte sua, Iolanda Apostolico non ha voluto commentare, limitandosi a dire: «Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non rientra nei miei compiti. E poi non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale».

 Secondo atto

Ma la vicenda non si è conclusa qui. A distanza di pochi giorni, il leader della Lega ha postato su Internet un video che riprende una manifestazione svoltasi nel porto di Catania, in cui la folla rivolge cori contro i membri del governo, all’epoca guidato da Giuseppe Conte, accusandoli di essere «animali» e «assassini».

 Tra i partecipanti c’è anche la giudice Apostolico, anche se per la verità non sembra partecipare attivamente alle proteste. Salvini commenta: «25 agosto 2018, Catania, io ero Vicepremier e Ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla “assassini” e “animali” in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari….».

 Su questi ultimi sviluppi è intervenuto il consigliere togato indipendente del Consiglio superiore della magistratura, Roberto Fontana: «L’iniziativa del ministro Salvini di inviare un video relativo alla manifestazione del 2018 a Catania vuole confondere i piani.

 La giurisdizione si esprime attraverso i provvedimenti, che ovviamente possono essere criticati e impugnati sulla base di ragioni tecnico-giuridiche. Spostare l’attenzione sulla vita del magistrato e le sue eventuali attività esterne a quella giudiziaria, è un modo per eludere il confronto sul merito del provvedimento e un tentativo di delegittimare l’attività giurisdizionale».

 Di parere opposto il consigliere laico del Csm Enrico Aimi, di Forza Italia, presidente della Prima Commissione del CSM – quella che si dovrà pronunciare sulla pratica a tutela della magistrata di Catania, chiesta da 13 consiglieri togati (la maggioranza del Consiglio) – il quale, a proposito delle «eloquenti immagini del giudice Iolanda Apostolico», riconoscibili nel filmato, scrive: «Il ruolo del magistrato richiede che l’autonomia e l’indipendenza non si limitino esclusivamente allo svolgimento delle funzioni giurisdizionali, ma deve riguardare anche la sua proiezione esterna». E aggiunge: «E’ opportuno non dimenticare mai che la Giustizia è – mutatis mutandis – come la moglie di Cesare: non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale».

 Su questa linea, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha chiesto in una nota che il ministro Nordio disponga un’ispezione a Catania. Più drastico il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, secondo cui  la giudice andrebbe «radiata immediatamente».

 A questo punto è intervenuto il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Santalucia: «A cinque anni di distanza si riprende – non so bene come – un video, quando questo magistrato non convalida il trattenimento dei migranti. Non so bene come spunti il video, se era già online o se appartiene alle forze di polizia come sembrerebbe dal modo in cui sono state effettuate le riprese, alle spalle delle forze dell’ordine che contengono il corteo. Questo mi sembra più grave».

 E ha aggiunto: «Inviterei a valutare la terzietà dei giudici sulla base dei provvedimenti che vengono assunti e delle motivazioni poste alla base, e a non fare invece lo screening al passato, alla vita privata di un magistrato».

 La replica del Carroccio non si è fatta attendere: «Non è un preoccupante screening, siamo di fronte a una manifestazione pubblica al porto di Catania e a post pubblici di insulti contro il ministro Salvini».

 In tutto questo, una domanda che affiora su tutti i giornali, e già presente nell’intervento del presidente dell’ANM, riguarda la provenienza del video postato da Salvini. I senatori del PD Anna Rossomando e Walter Verini hanno annunciato un’interrogazione sul tema al ministro Piantedosi.

 «La caccia scatenata da Matteo Salvini alla persona della giudice Iolanda Apostolico», hanno detto, «è davvero incredibilmente grave e la vicenda merita risposte, che il ministro Piantedosi deve dare. Come è uscito e da dove quel filmato? Chi lo ha confezionato? Esistono forse archivi dedicati? Il fatto solleva interrogativi inquietanti».

 Due considerazioni

Il dibattito è aperto e abbiamo preferito dare la parola ai protagonisti, lasciando al lettore di farsi la sua idea. Due sole considerazioni.

 La prima è che, come già notavo in un precedente “chiaroscuro”, a proposito del libro pubblicato dal generale Vannacci, «il richiamo indiscriminato alla libertà di pensiero e di espressione prevista dalla Costituzione nasconde un evidente equivoco. Essa non esclude, infatti, delle precise limitazioni legate al ruolo e alla funzione che il singolo è chiamato a svolgere».

E citavo il caso dei magistrati e degli alti gradi dell’esercito. «Un giudice, a cui la comunità conferisce lo straordinario potere di decidere della libertà fisica di altre persone, non può dire, al di fuori delle rigide regole processuali, tutto ciò che sa e che pensa personalmente di un imputato, perché verrebbe immediatamente ricusato.  E un alto ufficiale, a cui è affidato il monopolio dell’uso delle armi, non può permettersi di esprimere opinioni che possano gettare una qualsiasi ombra sulla assoluta imparzialità del suo operato».

 Naturalmente i due casi non sono del tutto simmetrici, però non si può negare che ci siano delle analogie. Ed è strano vedere Salvini, che ha difeso a spada tratta il diritto di Vannacci di esprimere pubblicamente il proprio pensiero, malgrado la delicatezza del suo ruolo, negarlo adesso con la stessa veemenza a Iolanda Apostolico. Come stupisce vedere, viceversa, la sinistra, che ha contestato al generale questo diritto, rivendicarlo adesso per la giudice di Catania.

 Certo, il cittadino non può e non deve rinunziare ai suoi diritti costituzionali. E tra questi c’è sicuramente quello di manifestare ciò che pensa. Ma una certa prudenza, in considerazione delle proprie particolari funzioni pubbliche, sarebbe più che opportuna. La libertà è anche responsabilità.

 La seconda considerazione è che – quale che sia stata l’inopportunità della sua partecipazione, nel 2018, alla manifestazione contro il governo – è sconcertante il linciaggio morale a cui Iolanda Apostolico è stata sottoposta in questi giorni, solo  per essersi permessa di esercitare la propria doverosa valutazione di un provvedimento governativo.

 Una sentenza, secondo il nostro ordinamento, può essere impugnata e cambiata – e questa è la differenza rispetto all’eventuale comportamento sbagliato di un generale – , ma a partire da quello che dice, non cercando di infangare chi, facendo il suo dovere e in nome delle proprie competenze, l’ha elaborata.

 A monte, però, c’è un equivoco ancora più grave di questa persecuzione, ed è quello – risalente già al “padre” di questa destra, Silvio Berlusconi – secondo cui ogni limite posto al governo è un attacco allo Stato e va denunciato come un tradimento. In quest’ottica, la magistratura ha sempre rappresentato, ieri per il “cavaliere”, oggi per Meloni e Salvini, un nemico da combattere e delegittimare.

 In realtà, il governo non è lo Stato, ma è al suo servizio, come lo sono i giudici, a cui spetta vigilare sull’operato dei governanti per assicurare il rispetto della Costituzione e delle leggi.  Ma noi restiamo ancora in attesa di una destra che riesca a comprendere questa semplice verità. 

 *Scrittore ed editoralista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

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