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sabato 14 febbraio 2026

PADRI E DESPOTI

 

SI AFFERMANO LEADER ORDALICI

 In regioni del mondo e in contesti culturali diversi si affermano leader ordalici che rigettano il primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica.

-di Massimo Recalcati 

Il nostro tempo sperimenta il declino della funzione simbolica del padre. Gli effetti di questo declino non investono solo il discorso educativo e le figure genitoriali sempre più in crisi nell’esercizio dei loro compiti, ma riguardano più profondamente la natura stessa dei legami sociali. 

La dissoluzione dei valori consolidati della tradizione non ha generato una vita collettiva più solidale, ma un disorientamento di fondo che ha promosso una tendenza regressiva al recupero nostalgico di quegli stessi valori. Si tratta di una spinta pulsionale conservatrice che attraversa non solo l’Occidente, ma l’intero pianeta. Esposto a un vuoto simbolico che non sa abitare, il soggetto contemporaneo è animato dalla tentazione a recuperare una versione assolutista dell’autorità del padre. Invece di provare a praticare un’altra forma della paternità, diversa da quella patriarcale – che, almeno in Occidente, sarebbe in via di estinzione –, il nostro tempo manifesta un’inclinazione paradossale al suo rimpianto nostalgico. 

Mentre la funzione simbolica del padre evapora rivelando un suo fatale indebolimento, sulla scena politica contemporanea si affermano figure di padri che esibiscono senza veli la loro onnipotenza, come a voler oscurare quell’inevitabile indebolimento. Quello che ritorna non è la figura simbolica del padre come fondamento del patto sociale e come luogo di trasmissione della Legge della parola, che è la sola Legge che rende possibile una convivenza civile, ma una sua caricatura oscena, ovvero quella rappresentata dal padre ordalico descritto originariamente da Darwin e da Freud. 

Qual è la natura più essenziale di questa versione solo perversa del padre? Non si tratta di un padre che separa il godimento dalla Legge attribuendo un senso all’esperienza del limite e del non-tutto, ma di un Padre-Orangotango che sottomette la Legge stessa al proprio smisurato godimento. È, se si vuole, la forma contemporanea che ha assunto il ritorno della versione più autoritaria e più patologica del patriarcato: l’autorità paterna, anziché essere simbolo della Legge della parola, si impone contro quella Legge. Essa vorrebbe svincolarsi dalla Legge degli uomini facendo del proprio arbitrio la sola forma possibile della Legge. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei, da Erdogan a Kim Jong- un, in regioni del mondo e in contesti culturali estremamente diversi, si affermano padri ordalici che rigettano il primato della politica come primato della parola per affermare un potere arcaico avverso a ogni forma di mediazione simbolica. I padri ordalici non parlano ma comandano; non interpretano la Legge, ma la piegano alla propria persona; non rappresentano il limite, ma lo violano sistematicamente nel nome di una sovranità che vuole imporsi come assoluta. La loro forza non deriva dalla Legge della parola, ma dalla loro adesione alle pulsioni più primitive e prepolitiche delle masse, dalla fascinazione per un potere che promette protezione in cambio di sottomissione. 

La crisi contemporanea della democrazia è in gran parte determinata dal ritorno spettrale del fantasma del padre dell’orda che Darwin, ripreso da Freud, situava come matrice originaria del legame sociale. 

Nel suo racconto, le prime forme di aggregazione umana sarebbero state caratterizzate dalla presenza di un capobranco che imponeva la propria forza sui figli e sulle figlie, asserviti a un godimento incestuoso elevato al rango della sola versione possibile della Legge. Non a caso, nella rilettura freudiana di questo mito, la nascita del patto sociale e la costituzione di una possibile comunità scaturivano solo dalla morte per assassinio del padre dell’orda, provocata dai fratelli e dalle sorelle riunitisi contro il padre-tiranno. Solo se il padre-orangotango viene destituito, infatti, può esistere una Legge in grado di limitare la spinta incestuosa al dominio e al godimento del tutto. Nel nostro tempo sembra invece accadere proprio il contrario: il ritorno del padre onnipotente dell’orda porta con sé il rischio della morte del patto sociale. Si tratta di un nuovo autoritarismo che in Occidente non è affatto un residuo arcaico che resiste all’ipermodernità, ma è, al contrario, un prodotto osceno interno alla crisi dell’ipermodernità stessa. Il padre ordalico emerge come risposta regressiva all’angoscia generata dall’evaporazione del padre simbolico. 

Un caso emblematico attuale è l’uso trumpiano delle milizie dell’ICE per contrastare il fenomeno dell’immigrazione, oppure l’irridente e spettacolare degradazione dei suoi avversari politici, ridotti a figure subumane – come è già avvenuto con Biden o, più recentemente, con i coniugi Obama. 

Il ritorno di questi padri despoti che sostituiscono al Diritto la forza, o meglio, come accadeva nell’orda primitiva descritta da Darwin e da Freud, che scambiano la propria forza con quella del Diritto, anziché restaurare la vecchia autorità simbolica del padre ne segnalano la perdita più totale, il fallimento ultimativo di quella funzione. Non siamo infatti di fronte a un ritorno della Legge simbolica della parola, ma piuttosto alla sua tendenziale sospensione nel nome, appunto, della forza scambiata per il solo Diritto che conta. I padri ordalici non rafforzano la democrazia ma la escludono per principio (come accade, per esempio, nel regime religioso di Khamenei o in quello militare-poliziesco di Putin), oppure la corrodono dall’interno (come nell’azione politica di Trump o di Netanyahu). La loro forza deriva dal vuoto politico che occupano: là dove il padre simbolico è stato disattivato, il padre ordalico si presenta come una soluzione immaginaria all’angoscia e al disorientamento collettivo.

La Repubblica

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martedì 6 gennaio 2026

IL NON ORDINE GLOBALE

 


VENEZUELA 

E ALTRI



di LELIO CUSIMANO

Prendendo spunto dalle notizie e dalle reazioni che hanno accompagnato la giornata del 4 gennaio, la cattura di Nicolás Maduro da parte di un commando statunitense non è soltanto un fatto venezuelano né un episodio di cronaca internazionale ad alto tasso di spettacolarità. È, piuttosto, un segnale potente – e inquietante – dello stato in cui versa l’ordine globale e della direzione che potrebbe imboccare.

Il Venezuela arriva a questo snodo dopo almeno due decenni di progressivo isolamento e deterioramento istituzionale. Il chavismo, nato come progetto di riscatto sociale e di autonomia dall’egemonia statunitense in America Latina, si è trasformato nel tempo in un sistema di potere sempre più chiuso, segnato da repressione politica, collasso economico, migrazioni di massa e da accuse, mai davvero dissipate, di collusione con traffici illeciti. In questo quadro l’intervento diretto degli Stati Uniti – se confermato nei termini di una cattura mirata del capo dello Stato venezuelano – segna una rottura netta. Non tanto perché Washington non abbia mai rovesciato governi ostili nel proprio “cortile di casa”, quanto perché lo fa oggi in un mondo che si pretende multipolare, senza più l’alibi della guerra fredda o di un mandato multilaterale credibile. È il ritorno brutale della politica di potenza, spogliata di ogni orpello retorico.

Non stupisce, dunque, il doppio sentimento che attraversa l’opinione pubblica internazionale: da un lato il compiacimento per la “eliminazione” politica di una figura percepita come simbolo di corruzione, violenza e narcotraffici; dall’altro la paura che il precedente sia più grave del problema che si intende risolvere. Se una grande potenza si arroga il diritto di catturare il leader di un altro Paese sovrano, in base a una propria definizione di legalità e sicurezza, cosa resta delle regole comuni?

È qui che la vicenda venezuelana si salda a una tendenza più ampia. Stati Uniti, Cina e Russia – pur con strumenti e narrazioni diverse – sembrano convergere verso un modello di “non ordine” globale: ciascuno domina il proprio spazio regionale, interviene quando e come ritiene necessario, impone il conflitto come modalità ordinaria di regolazione dei rapporti di forza. Non è un nuovo equilibrio, ma una spartizione instabile, continuamente esposta a scosse escalation.

In questo scenario, l’Europa appare paradossalmente come l’anomalia. Non perché sia più forte o più coesa, ma perché è l’unica grande area che continua, almeno a livello di principi, a credere nella centralità del diritto internazionale, nel multilateralismo, nella mediazione. Proprio per questo, tuttavia, rischia di essere irrilevante: un ostacolo morale più che politico, una voce che ammonisce ma non incide.

 

La crisi venezuelana potrebbe diventare uno spartiacque anche per l’Unione europea. L’imitarsi a dichiarazioni di preoccupazione, inviti alla moderazione e richiami alle Nazioni Unite significherebbe certificare la propria marginalità. D’altra parte, una presa d’atto realistica imporrebbe scelte difficili: dotarsi di una politica estera realmente comune, accettare che la difesa e la sicurezza non siano argomenti tabù, costruire una capacità autonoma di intervento diplomatico e, come ultima ratio, di deterrenza.

In questo percorso, il ruolo dell’Italia non è secondario. Per storia, geografia e interessi, Roma è uno dei Paesi europei più esposti alle conseguenze del disordine globale: instabilità nel Mediterraneo, flussi migratori, crisi energetiche, interruzioni delle catene commerciali. L’America Latina, e il Venezuela in particolare, non sono lontani dal nostro orizzonte come potrebbe sembrare: comunità italiane numerose, legami economici, una tradizione diplomatica che ha spesso privilegiato il dialogo.

L’Italia potrebbe – e forse dovrebbe – farsi promotrice di una linea europea meno timida, capace di tenere insieme fermezza sui diritti e realismo geopolitico. Non per opporsi frontalmente alle grandi potenze, ma per ricordare che l’alternativa al diritto del più forte non è l’impotenza, bensì la costruzione continua e paziente di regole condivise. La cattura di Maduro, al di là del destino personale del leader venezuelano, pone una domanda che riguarda tutti: vogliamo davvero un mondo in cui la stabilità dipenda dall’arbitrio di pochi, o siamo ancora disposti a investire – politicamente, economicamente, culturalmente – in un ordine imperfetto ma comune?

Probabilmente, l’Europa, e con essa l’Italia, non può permettersi di rinviare ancora la risposta.

giovannipepi.it

sabato 3 febbraio 2024

SUPERIORE o INFERIORE ?


UGUAGLIANZA

 o 

PARITETICITA''




 - di Anna De Simone*

Fin da bambini, dovrebbero insegnarci i principi di reciprocità e uguaglianza, tuttavia, in modo del tutto involontario, alcuni genitori finiscono per trasmetterci modelli in cui ci sentiamo o inferiori agli altri, o superiori. Difficilmente sperimentiamo sentimenti di uguaglianza e pariteticità! Una bella gatta da pelare! Come sempre, la strada vincente è quella di mezzo. È naturale essere orgogliosi dei propri talenti, credere in se stessi è cosa buona e giusta, così come è sano nutrire fiducia in sé. Tutto questo è il riflesso di una buona autostima. Chi si reputa superiore agli altri, tuttavia, ritiene di avere diritti unici, di essere intoccabile e per questo non esiterà a trattarti come un suo subordinato.

 Chi si ritiene superiore spesso assume un atteggiamento egocentrico o arrogante. Potrebbe non essere consapevole dei suoi sentimenti di superiorità:  è naturale sentirsi superiore quando si è convinti di esserlo!

 Sappi che secondo il celebre autore Alfred Adler (allievo di Freud e precursore della psicologia individuale), chi si reputa superiore sta solo cercando di compensare eclatanti sentimenti di inferiorità, sapientemente occultati anche alla propria coscienza. In pratica, chi si sente superiore a te non fa altro che servirsi, in modo ricorsivo e disfunzionale, di un meccanismo di difesa noto come proiezione. In pratica, questa persona nega con se stesso di avere limiti o difetti, proiettandoli sugli altri.

 Le maschere che indossa

In pratica, chi ti reputa inferiore, sta proiettando in te tutto ciò che di “inferiore” c’è in lui. Ma come capire se qualcuno che conosci inciampa in questo meccanismo? In effetti, non sempre è facile riconoscere una persona che si sente superiore. Chi si sente superiore a te, infatti, potrebbe sfoggiare diverse maschere:

 -la maschera della vittima

-della finta umiltà

-dell’efficienza

-del super indaffarato

-del perbenismo

Se ci fai caso, alcune persone sembrano essere super-indaffarate ma, osservando più da vicino la loro vita, questa poi non risulta così ricca. Mancano affetti, manca profondità… sembra piuttosto essere piena solo di sogni e progetti campati in aria. Eppure, se provi a confrontarti con queste persone, riuscirebbero a demolire la tua autostima in pochi istanti! Ecco il primo indizio: chi si sente superiore fa di tutto per minare la tua autostima.

 I pensieri tipici che accompagnano ogni azione

Chi si ritiene migliore di te, appare intollerante, come se tutti e tutto, per lui, costituisse nient’altro che una seccatura. All’apparenza, sembra quasi che queste persone non sentano il bisogno di nulla, ma di fatto, sono molto carenti.

 Nelle conversazioni, devono sempre dire la loro, contraddicono il tuo punto di vista e, quando non hanno argomentazioni, scendono sul personale e offendono. Chi si sente migliore di te, cercherà di dominarti, controllarti ed esercitare il suo potere sulla tua persona. Qualunque cosa tu faccia o dica, si porrà verso di te con un’aria che manda messaggi inequivocabili:

 -«io ne so più di te» Allora mi sento in diritto di zittirti.

-«il mio punto di vista è più valido del tuo» Allora farò di tutto per far valere la mia, anche prevaricarti.

-«le mie opinioni pesano più delle tue» Allora farò in modo di avere l’ultima parola a ogni costo.

-«il mio tempo è più prezioso del tuo» Allora sarò impaziente e non rispetterò i tuoi tempi.

-«i miei bisogni devono essere soddisfatti prima dei tuoi» Allora ti userò per soddisfare i miei bisogni, calpestando i tuoi.

-«io sono più importante» Allora ti tratterò da mio subordinato.

-«tu non hai valore» Allora sarai il mio promemoria, mi farai sentire migliore.

Chi si sente superiore

Il dramma di chi si sente superiore è che… c’è una cosa che si chiama realtà e, la realtà, presenta sempre il suo conto da pagare. Per quanto lei/lui si senta superiore, la realtà non fa sconti a nessuno. Mentre chi ha una sana autostima riuscirà a fronteggiare le inevitabili batoste della vita, chi si sente superiore, non riuscirà a digerire alcuna difficoltà. Ecco perché chi si sente superiore è una persona frustrata o del tutto sconnessa dalla realtà.

 Vive in un mondo tutto suo

Chi si sente superiore a te, cercherà di minare la tua autostima, ma se tu sei più forte e consapevole del tuo valore, gli darai in qualche modo filo da torcere. Se hai una promozione, oppure conduci una vita che lui/lei non può permettersi, questo avrà sull’altro due effetti:

 L’altro screditerà tutto ciò che ti riguarda ma se non ci riesce…

L’altro inizierà a vivere in un mondo illusorio dove ciò che ha e che fa, è più importante di ciò che hai e fai tu, a prescindere dall’oggettività della realtà!

Parliamo del cosiddetto «maladaptive daydreaming», meccanismo per il quale la persona tende a defilarsi dalla società così da immergersi in sogni ad occhi aperti dove lei è importante, anzi, dove lei può essere la più importante di tutti. Dove lei ha uno scopo superiore. Rifugiarsi in un mondo di superiorità illusoria e l’unico modo che ha per sopravvivere, quando adattarsi a una realtà crudele è impossibile.

 Chi si sente superiore, si comporta così

Chi si sente migliore di te, metterà in atto tutta una serie di comportamenti, tra questi vediamo:

 -Mette in dubbio tutto ciò che dici e che fai

-Ti critica costantemente

È indulgente con se stesso, perdonandosi ogni errore. Al contrario, sarà severo con te.
Non te ne farà passare una! Anzi, non perderà occasione per sottolineare ogni minima sbavatura, anche quando non commetti alcun errore!

Attua meccanismi di rimozione, ciò significa che nega qualsiasi errore commesso. Se sottolinei un suo difetto o un suo errore, anche un episodio del passato, nega l’evidenza o la trasforma in qualcosa di diverso.

Incolpare gli altri o il destino per i propri insuccessi.

Minimizzare i propri errori, difetti e mancanze.

Ingigantire i propri successi e qualità.

Non tollerare le critiche.

Si autoconvince di avere qualità che invece non possiede.

Ti fa complimenti e ti valorizza ma solo se tu fai ciò che lui/lei vuole.

Inventa, condisce o enfatizzare eventi “grandiosi” della sua vita.

Non perde occasione per sottolineare, in modo implicito, quanto lui sia migliore di te.

Può provare pena per te perché ti considera un poveraccio. Tranquillo, non ha la minima reale cognizione di come sia la sua vita, né la tua!

Ha difficoltà nel costruire relazioni con gli altri, in genere lega con chi si fa sottomettere.

Può nutrire sentimenti di paranoia, per questo può apparire discreto e introverso. In realtà, pensa intimamente che tu e tutti gli altri sono invidiosi di lui!

Non ti ascolta empaticamente, non è in grado di farlo perché ti giudica segretamente e ti critica.

Per queste persone, la tua disfatta è la loro vittoria ecco perché spesso possono farti sentire davvero male.

 Non lasciarti manipolare: tu vali!

Non ti conosco ma conosco le persone che si sentono superiori, so dove possono arrivare, so bene cosa sono capaci di fare, come possono farti sentire. Se hai delle vulnerabilità, chi si sente superiore, può minare la tua autostima, può condizionare negativamente la tua vita.

 Il segreto per non farti sopraffare non consiste nell’avere la risposta pronta alle sue sterili e vuote frecciatine ma nel dare più autorevolezza a te stesso. Non avrebbe senso rispondere per le rime, ha molto più senso lavorare sulla propria affermazione personale.

 Forse tu ti conosci abbastanza bene da sapere cosa ti piace e di cosa hai bisogno, tuttavia, però, non riesci a legittimare a sufficienza questo tuo sapere. In un certo senso, ti manca quel pizzico di affermazione che potrebbe farti fare il vero salto di qualità.

 Magari riesci a fare ragionamenti raffinati, ad avere una buona visione d’insieme ma, al momento dell’azione, ti lasci sopraffare dalla falsa ma prepotente autorevolezza si chi si sente superiore a te. Purtroppo non puoi modificare il comportamento degli altri ma puoi disinnescare il loro potere agendo su di te. Nella vita siamo chiamati a sentirci autori del nostro destino, dei nostri pensieri e quindi della nostra affermazione personale perché, a volte, sotto questo aspetto, siamo un po’ deboli. Come premesso, pochissimi di noi sono stati educati all’uguaglianza. Molto più comunemente, fin da bambini, i nostri genitori ci hanno fatto sentire troppo spesso inferiori, come se non meritassimo!

 Se hai sofferto molto durante l’infanzia, quella sensazione spiacevole, potrebbe essere entrata a far parte di te. Ed ecco che anche da adulto, ti comporti come se non meritassi. Ecco perché ti manca quel pizzico di autentica autorevolezza. Questa mancanza ci espone a manipolazione, ci fa subire l’invidia degli altri e ci fa essere poco protagonisti della nostra vita.

 Non offrirti in pasto a chi si sente superiore di te. Le cose a cui tieni (le tue idee, le tue ambizioni, i progetti, i bisogni…) devono avere la priorità che meritano. Sai, ho scritto un libro di psicologia che spiega come puoi fare ad affermare te stesso, a conquistare quel pizzico di autorevolezza che manca. S’intitola «Riscrivi le Pagine della Tua Vita» e troverai strumenti pratici che ti consentiranno di vivere la vita che meriti, da vero protagonista! Lo trovi in tutte le librerie o su Amazon, a questa pagina.

 *Autore: Anna De Simone, psicologo esperto in neuropsicobiologia. Autore del libro bestseller «Riscrivi le pagine della tua vita», Rizzoli

venerdì 12 gennaio 2024

ELOGIO DELLA MITEZZA


 "La mitezza consiste "nel rispettare l’altro così com’è".

È il contrario della protervia e della prepotenza.

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere.

Ma la mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione, il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti.

Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia.

Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità.

Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito. Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore.

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata.

Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale."      

        da Elogio della Mitezza Norberto Bobbio