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sabato 6 giugno 2026

SBAGLIANDO S'IMPARA

 


Perché ai ragazzi 

servono adulti

che non giudichino

 i loro errori

Per i giovani sbagliare è intrinseco al processo stesso di diventare grandi. L’alternativa diventa una pretesa quasi allucinatoria di perfezione. 



Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, 

per capire cosa ci rivelano del loro mondo.

di Luigi Ballerini*

L’errore è uno sbaglio che si compie e che allontana dal giusto o dalle regole. Tendiamo a sbagliare e a commettere errori gravi o leggeri perché stiamo crescendo e l’errore fa parte del gioco. Le emozioni spesso ci sovrastano e creano problemi portando a compiere errori, facendoci sentire tristi e arrabbiati con noi stessi, facendoci litigare con amici e famigliari a cui vogliamo bene e talvolta facendoli allontanare da noi. Quando ne compiamo uno grave tendiamo a pensarci per giorni e alcuni errori ci restano talmente tanto in mente che a volte basta un oggetto o un gesto a farci tornare in mente uno sbaglio del passato. L’errore però è necessario per crescere e per migliorare, per capire e per conoscerci, e può anche essere positivo, perché a volte da un errore nasce la migliore esperienza della nostra vita.

Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

Noi adulti tendiamo a essere spaventati dagli errori, dai nostri certo, ma soprattutto da quelli dei giovani che ci stanno particolarmente a cuore. Ci preoccupano, ci allarmano, talora ci scandalizzano e ci fanno scuotere la testa in un moto di disappunto. Vorremmo evitarli, prevenirli, neutralizzarli in anticipo. E quando non ci riusciamo spesso ci rifugiamo nella formula rassicurante secondo cui sbagliando si impara , pur nella consapevolezza che non ogni errore produce automaticamente crescita e che alcuni possono lasciare ferite anche molto profonde. I ragazzi nella loro definizione riescono invece a restituirne una visione molto concreta e al tempo stesso profonda. L’errore, per loro, non coincide con un semplice incidente e non si liquida facilmente con uno slogan pedagogico, ci dicono invece che è un’esperienza che lascia segni. Partono dalla definizione più immediata: «L’errore è uno sbaglio che allontana dal giusto o dalle regole». È interessante che inizino proprio da qui. Non negano l’esistenza di un limite, di una norma, di un riferimento etico rispetto al quale si può prendere un’altra strada. L’errore implica una distanza, uno scarto. Questo ci conferma quanto siano scorrette e rischiose le generalizzazioni sugli adolescenti contemporanei, descritti spesso come immersi in un relativismo assoluto dove tutto vale allo stesso modo. Sembra invece che abbiano ben presente che esiste un “giusto” da cui ci si può allontanare.

Subito dopo, però, introducono un elemento decisivo: «l’errore fa parte del gioco». È evidente qui una concezione dinamica della vita in cui sbagliare è intrinseco al processo stesso di diventare grandi. Sembrano dirci che compiere i primi passi di autonomia significa inevitabilmente esporsi alla possibilità dello sbaglio e, forse implicitamente, ci stanno suggerendo che pretendere da parte nostra una crescita senza errori è una richiesta impossibile, quasi crudele. Significativo poi il passaggio in cui sbagliare è messo in rapporto con le emozioni «che spesso ci sovrastano». 

Le ragazze e i ragazzi lo collegano direttamente a ciò che provano e fanno così entrare le emozioni direttamente nella costruzione degli errori. Questo aspetto è fondamentale perché può spostare il nostro sguardo adulto: molto raramente gli errori dei ragazzi nascono dal puro gusto del male o dalla volontà deliberata di distruggere; molto più spesso sono tentativi maldestri di rispondere a un bisogno, scorciatoie imboccate troppo in fretta verso qualcosa che luccica e appare irresistibile, soluzioni che poi soluzioni non si rivelano affatto. A volte, vere e proprie illusioni. Allo stesso modo possono derivare da quel particolare cortocircuito tra sentire e agire che fa saltare il passaggio attraverso il pensiero e il giudizio capace di valutare l’opportunità e le conseguenze degli atti che verrebbero da compiere, siano essi di parola o fisici.

Come adulti dovremmo aiutare i più giovani a non passare da un’attività all’altra in una bulimia di esperienze, magari evitando di riempire fino all’orlo le loro agende, e concedendo anche il tempo di fermarsi, metabolizzare l’accaduto, riflettere su che cosa hanno provato, dargli un nome e regolarsi di conseguenza. Sarebbe un grande favore offrire l’opportunità di questo tempo di riflessione, meditazione potremmo anche dire, proprio perché loro stessi si accorgono di quanto raramente un errore resti isolato, producendo spesso conseguenze nei legami. Fa litigare con gli amici e i familiari, crea distanza, genera orgoglio e permalosità, talvolta allontana proprio le persone a cui si vuole più bene. Non si tratta solo di un senso di colpa individuale, ma della modificazione del rapporto con gli altri. Eppure l’aspetto più impressionante della loro definizione riguarda la memoria. Alcuni errori restano dentro a lungo e basta un gesto, un oggetto, una situazione per riattivarli. Un errore, per loro, non si cancella semplicemente perché il tempo passa.

Altro che superficiali e incapaci di riflettere sui loro sbagli, molti giovani ripensano a lungo agli errori compiuti, li rivivono, li rimuginano interiormente. Alcuni sbagli rischiano di diventare quasi nodi permanenti del rapporto con se stessi. Ed è qui che spesso noi reagiamo male, con una posizione di scandalo. Lo scandalo prende le distanze, stigmatizza, etichetta, in fondo allontana dal rapporto. Ma di un adulto scandalizzato un ragazzo non sa che farsene, percepisce immediatamente di essere stato scaricato e abbandonato proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere accompagnato. E quando percepisce così potrebbe iniziare anche a opporsi, con lo scontro che alla fine sostituisce quell’incontro a lui così necessario. Per questo è importante da parte nostra mettere sempre in conto l’errore di un giovane come elemento possibile del processo di crescita. L’alternativa è una pretesa quasi allucinatoria di perfezione: aspettarsi ragazze e ragazzi sempre adeguati, sempre lucidi, sempre coerenti.

La domanda per noi davvero interessante di fronte a un loro sbaglio non è soltanto “che cosa ha fatto?”, ma “quale bisogno non espresso ha sostenuto quell’azione?”, “quale pensiero si è insinuato?”, “dove pensava di trovare soddisfazione?”. Ciò non significa affatto eliminare o abdicare al giudizio e alla correzione, i ragazzi stessi parlano dell’errore come di allontanamento dal giusto. È dirimente il modo in cui si giudica. Dire “hai sbagliato” non è la stessa cosa che dire “sei sbagliato”. La prima affermazione apre alla possibilità della correzione, la contempla intrinsecamente, la seconda inchioda la persona a una identità definitiva, la sposta a un livello ontologico. È proprio tale definitività che andrebbe evitata. Ce lo chiedono loro: che l’errore non abbia l’ultima parola sulla persona. Perché se crescere e sbagliare sono verbi che chiedono di convivere, crescere esige di poter convivere anche con ripartire.

Nella loro definizione compare infatti un altro passaggio decisivo, quello che ritiene l’errore necessario anche per capire e conoscersi. Ecco una visione che tiene conto di tutto, non ci si conosce solo evitando gli errori, ma anche giudicandoli e trasformandoli in una occasione di comprensione di sé. Ancora più forte è la loro frase finale, dal sapore quasi iperbolico: “a volte da un errore nasce la migliore esperienza della nostra vita”. Ci dicono che alcuni incontri, alcune scoperte, alcune trasformazioni profonde possono passare, a volte, proprio attraverso deviazioni, insuccessi e inciampi. Ecco così consegnarci un messaggio importante: educare non significa ostinarsi a costruire percorsi totalmente privi errori, ma aiutare i più giovani a non identificarsi con i propri sbagli, mantenendo aperta la prospettiva del futuro. Sempre, anche se qualcosa va storto. 

In fondo noi adulti possiamo aiutarli non perché siamo noi stessi perfetti o moralmente superiori, ma perché abbiamo attraversato più strada, errori compresi. E questa mole di esperienze non dovrebbe servire a giudicare dall’alto con occhio sprezzante, ma a sostenere ogni ragazza e ogni ragazzo nel suo muoversi nel mondo, con abbastanza fiducia da rischiare, sbagliare, correggersi e ripartire con un più di sapere. 

Esattamente come, in modo forse diverso e talora meno nobile di quanto raccontiamo e persino ricordiamo, è accaduto anche a noi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avvenire.it

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giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

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domenica 26 gennaio 2025

L'INTELLIGENZA, UN MISTERO










DENTRO


IL MISTERO


 DELL'INTELLIGENZA



La vera intelligenza non è algoritmica 

ma è la capacità di comprendere, 

cioè di intus-legere, di capire in profondità, 

di essere aperti all’inatteso

 e di trovare connessioni tra scibili diversi. 

Nell’era dell’IA, una riflessione tra persona,

 responsabilità ed educazione.

- di Elena Beccalli

Per entrare nel mistero dell’intelligenza, vorrei partire dalla definizione che si trova nel dizionario Treccani: «Quel complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento». Questa definizione di intelligenza è indubbiamente riferita a quella umana. Tuttavia, negli ultimi decenni ci troviamo a fare i conti con un altro tipo di cosiddetta “intelligenza”, quella artificiale. Coniato nel 1955 da John McCarthy, il termine indica «la teoria e lo sviluppo di sistemi informatici in grado di eseguire compiti che normalmente richiedono intelligenza umana» (English Oxford Living Dictionary), come ad esempio language processing, machine learning e machine vision.

Ma che cosa è l’intelligenza dell’intelligenza artificiale (IA)? Per spiegarlo riprendo Ciro De Florio («Vita e Pensiero», 2023, 2), che richiama due tra i numerosi approcci a questo tema. Il primo è caratterizzare l’intelligenza facendo leva sulla capacità di elaborazione dell’informazione per un adattamento massivo all’ambiente circostante. Una seconda strada è quella dell’intuizione controfattuale: l’IA permette di costruire macchine che eseguono compiti tali che, se fossero effettuati da esseri umani, richiederebbero intelligenza. In questa diffusa definizione, l’assunzione filosofica è profonda: in sostanza, facciamo esperienza di un solo tipo di intelligenza, cioè quella umana.

Ora siamo nella fase di un ulteriore sviluppo dell’intelligenza artificiale, quella generativa, come ChatGpt. Un’evoluzione che sembra avvicinarci al sogno di Alan Turing, quello, cioè, di costruire una macchina in grado di ingannare gli esseri umani circa la sua natura. Ma cosa manca all’intelligenza artificiale rispetto a quella umana? Per rispondere a questa domanda può essere d’aiuto immediato l’aforisma che Fritz Lang aveva posto già nel 1927 nel film Metropolis a proposito del rapporto uomo-macchina: «Il mediatore fra testa e mani dev’essere il cuore!». La distanza dell’intelligenza artificiale da quella umana, dunque, risulta siderale e a fare la differenza è quell’assenza della “sapienza del cuore”, di cui parla papa Francesco nell’ultima lettera enciclica Dilexit nos.

L’inventore del microprocessore Federico Faggin mette ben a fuoco questa distanza siderale tra intelligenza umana e quella artificiale, quando afferma che la creatività, l’etica, il libero arbitrio possono venire solo dalla coscienza e non dalla macchina (Irriducibile, Mondadori, 2022). Secondo Faggin, i computer sono macchine deterministiche classiche, in contrasto con gli organismi viventi, che sono sia quantistici sia classici. Questi ultimi sono quindi più complessi dei microchip perché possono ospitare la coscienza e il libero arbitrio.

La vera intelligenza non è algoritmica ma è la capacità di comprendere, cioè di intus-legere, ossia di leggere dentro, di capire in profondità, di essere aperti all’inatteso e di trovare connessioni insospettate tra scibili diversi. E capire non è riconducibile a un algoritmo, come spiega Lorenzo Magnani in un suo saggio in cui ha esplorato la relazione tra macchine computazionali e creatività umana («Polyedrum», 2024). Pertanto, per fronteggiare le domande che ci pone la macchina dobbiamo partire dalla comprensione profonda della natura umana.

VITA E PENSIERO

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venerdì 9 giugno 2023

GLI ADULTI NON CI CAPISCONO

 

Una doppia indagine dell'impresa sociale “Con i bambini”  e “Demopolis”  indaga i punti di vista di adolescenti e genitori. 

Bando da 30 milioni per il benessere psicologico

  Con i Bambini lancia un nuovo bando per il benessere psicologico e sociale degli adolescenti, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il bando, rivolto agli enti del terzo settore, ha l’obiettivo di promuovere progetti a sostegno di ragazze e ragazzi in condizioni di disagio, con un’azione preventiva e di cura. A disposizione un ammontare complessivo di 30 milioni di euro. Scadenza: 20 settembre 2023 


Chi sono gli adolescenti? Che cosa pensano del mondo degli adulti? E genitori e insegnamenti, quanto capiscono dei desideri e delle paure dei ragazzi? Sono alcune delle domande cui ha cercato di dare risposta una doppia indagine - con il punto di vista dei giovanissimi e quello degli adulti - realizzata dall'impresa sociale "Con i bambini" e da Demopolis", la prima di questo genere realizzata in Italia. Su un dato grandi e piccoli concordano: «Gli adulti non capiscono i ragazzi». Lo pensa il 54% degli adolescenti e il 45% dei genitori.

 Al centro della vita degli adolescenti ci sono la famiglia (il 90% crede nei legami familiari) e l'amicizia (86%), Ma le relazioni familiari sono soddisfacenti soltanto per il 52% dei giovanissimi intervistati e la vita scolastica solo per il 35%. Invece, i rapporti con gli amici e il tempo libero sono centrali per gli adolescenti, totalizzando rispettivamente il 64% e il 53% delle preferenze.

 Più della metà degli adolescenti (il 52%) apprezza che gli adulti si preoccupino per il loro futuro, anche se ciò è fonte, per tanti, di ansia: 7 adulti su 10, infatti, esprimono addirittura “paura” per il futuro lavorativo dei figli. In generale, il 65% degli adulti è preoccupato per l'avvenire di chi oggi ha tra i 14 e i 17 anni. E quasi un adulto su due (il 48%) si dichiara «inadeguato» a sostenere gli adolescenti in questa lotta al disagio.

 «Da questa doppia indagine - sottolinea il presidente di Con i bambini, Marco Rossi-Doria - emerge uno spaccato diverso e parallelo, con i giovani più ottimisti e molto attenti alla dimensione relazionale della loro vita, dunque preoccupati dagli effetti della pandemia, e gli adulti molto più distratti, per loro stessa ammissione, ma consapevoli che occorre prestare ascolto alle giovani generazioni».

 Proprio sul benessere psicologico e sociale degli adolescenti, punta il nuovo bando da 30 milioni pubblicato oggi da Con i bambini, in scadenza il 20 settembre, che ha l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico e sociale di ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, a fronte della diffusione sempre più accentuata di situazioni di disagio psicologico soprattutto in contesti di marginalità sociale. «L’approccio – e la sfida – si legge in una nota di Con i bambini - consiste nella sperimentazione di modelli di intervento comunitari, integrati e sistemici per la prevenzione e la cura della salute psicologica di ragazze e ragazzi».

www.avvenire.it  

lunedì 27 febbraio 2023

CAPIRE UN TESTO


Dalla distruzione della ragione

 alla bellezza del pensare

La capacità di comprensione dei testi è stata distrutta da una prassi didattica in cui il docente è a rimorchio delle antologie.

- di  Monica Bottai

 

Potenziare la capacità di comprensione dei testi è da tempo diventato l’obiettivo centrale di ogni docente di italiano, soprattutto alla scuola secondaria, dove imperversano test, sondaggi, statistiche, che spesso servono soltanto a dare visioni angoscianti e non sempre veritiere dei nostri ragazzi. Tuttavia, proviamo adesso ad interrogarci sul nostro modo di sostenere lo sviluppo di questa competenza essenziale per essere uomini e donne consapevoli di se stessi nel mondo.

Purtroppo, dobbiamo ammettere che l’impostazione didattica tradizionale difficilmente favorisce lo sviluppo della capacità di comprensione. Innanzitutto, le nostre antologie sono ricche di brani accompagnati da sequenze di esercizi, batterie di domande o proposte di attività non efficaci in tal senso: dal brano introduttivo, che spiega al lettore il contenuto del testo (personaggi, questione centrale, etc.); alle sottolineature nel testo stesso, che guidano meccanicamente l’attenzione dello studente; al commento successivo, che offre l’interpretazione del brano o ne spiega i temi; agli esercizi che guidano lo studente verso l’unica risposta corretta possibile; fino ai compiti di realtà che, al di là della loro stereotipia, prendono soltanto spunto dal testo in oggetto, senza guidare lo studente ad un approfondimento dei suoi significati. Quindi, tutte queste attività sono (forse) utili per capire e memorizzare, non per comprendere; sono (forse) utili per gli studenti (pochi) già abili, non per chi è in difficoltà.

La comprensione reale, profonda, significativa di un testo non è automatica né meccanica: essa nasce da azioni reali, personali, autonome di chi legge, in relazione a qualcuno che prepara l’innesco di specifiche dinamiche cognitive ed emotive. Infatti, nella comprensione, sono attivati numerosi processi del pensiero (cfr. una ricerca condotta dal Project Zero della Harward Graduate School of Education, in AAVV, Making Thinking Visible, New York 2011), che necessitano di allenamento con una serie di vere e proprie routine (insegnabili, applicabili, ripetibili, sequenziali e progressive) da proporre con costanza, per introdurre gli studenti alla bellezza della complessità del pensare e al ruolo di protagonisti che loro assumono in questo percorso.

Per chi applica il Reading Workshop (cfr in particolare, Atwell N., In the Middle: a lifetime of learning about writing, reading and adolescents, Portsmouth 2015; Poletti Riz J. e Pognante S., Educare alla lettura con il WRW, Erickson 2022; Serafini F., The reading Workshop: creating space for readers, Portsmouth 2001; Serravallo J., The reading strategies book, Portsmouth 2015) queste routines guidano l’educazione alla lettura intesa come processo di una vita di classe che si fa laboratorio (una vera reading zone), in cui tre sono i momenti essenziali: la lettura ad alta voce del docente, la lettura autonoma dello studente, le strategie di lettura attiva, che danno corpo alle routines di pensiero. Tutto questo è centrato sull’esempio (modeling) del docente, che per primo vive l’esperienza che propone, in particolare attraverso due aspetti: porre domande e fare connessioni.

Niente è più interessante e provocatorio di un docente personalmente coinvolto nella lettura, tanto da connettere il testo alla propria esperienza e porsi domande davanti ai propri alunni, invitando ad un dialogo sincero. Spesso facciamo domande che spaventano o che sono ovvie o che contengono già indicazione della risposta: fare le domande giuste al momento giusto è un’arte da imparare (cfr. Chambers A., Il lettore infinito. Educare alla lettura fra ragioni ed emozioni, Equilibi 2015; Id., Siamo quello che leggiamo, Equilibi 2011); servono domande autentiche, aperte a diverse possibilità di risposta, generatrici di altre domande. Per questo la lettura a voce alta del docente è il cuore del laboratorio: in quel momento i ragazzi imparano “come si fa”, vedendo come chi legge muove il proprio pensiero e il proprio cuore dentro al testo (thinking talking, thinking aloud); le scelte dei personaggi, i conflitti, i temi, i simboli, le connessioni col mondo, tutto avviene davanti ai ragazzi in modo vivo, non dentro i commenti dell’antologia, tramite le note, i pensieri, le reazioni del docente, quasi per immersione. Leggere diventa dunque avvenimento, guardando chi legge.

Capiamo bene quindi che parlare di routine e strategie e organizzatori grafici (altra parola tipica del Wrw, Writing and Reading Workshop) non indicano procedure meccaniche che sostituiscono gli altrettanto meccanici esercizi dei nostri libri in adozione; sono invece qualcosa che permette allo studente di imitare il prof, sperimentandosi con il proprio testo (scelto, non imposto); sono il supporto con cui lo studente impara a sciogliere i nodi del proprio pensiero e a dare forma al proprio giudizio personale sul testo.

In tal modo, l’interpretazione del testo diventa cruciale (non il cappello finale a precedenti analisi esteriori formali), perché il dialogo fra studente e testo è reale e vivo. Come fare perché essa non sia fuorviante o non generi fraintendimenti? Non esiste una soggettività assoluta davanti al testo e il “come lo sai?” diviene domanda ineludibile per i giovani lettori, che vivono il confronto con l’alterità, cioè l’autore stesso del testo.

Ancora una volta, una domanda rilancia ed amplia l’orizzonte delle infinite possibilità ed il docente per primo dovrà avere il coraggio di navigare tenendo la rotta, ma anche disponibile a seguire percorsi imprevisti. E ancora una volta siamo noi prof a doverci interrogare…

 Il Sussidario

venerdì 20 maggio 2022

SAPER LEGGERE e COMPRENDERE. UN DRAMMA PER IL PAESE

Il presidente di Save the Children, Tesauro

"Un dramma per il Paese".

 Il messaggio di Draghi: "Le crisi si ripercuotono duramente sui giovani, con il piano nazionale di ripresa e resilienza investiamo per migliorare l'istruzione e le opportunità di formazione per i ragazzi"

 

"La dispersione scolastica implicita, cioè l'incapacità di un ragazzo/a di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto, è al 51%. Un dramma, non solo per il sistema di istruzione e per lo sviluppo economico, ma per la tenuta democratica di un paese. I più colpiti sono gli studenti delle famiglie più povere, quelle che vivono al sud e quelle con sfondo migratorio". Lo ha detto Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia aprendo i lavori di "Impossibile" la quattro giorni di riflessioni e proposte sull' Infanzia e l'Adolescenza.

Per Tesauro in Italia esiste “una crudele 'ingiustizia generazionale' perché la crisi ha colpito proprio i bambini. Non solo 1,384mila bambini in povertà assoluta (l dato più alto degli ultimi 15 anni) ma un bambino in Italia oggi ha il doppio delle probabilità di vivere in povertà assoluta rispetto ad un adulto, il triplo delle probabilità rispetto a chi ha più di 65 anni".

Il presidente di Save The Children ha ricordato inoltre, che ·"più di due milioni di giovani, ovvero 1 giovane su cinque fra i 15 e i 29 anni, è fuori da ogni percorso di scuola, formazione e lavoro. In sei regioni, il numero dei ragazzi e delle ragazze Neet ha già superato il numero dei ragazzi, della stessa fascia di età, inseriti nel mondo del lavoro. In Sicilia, Campania, Calabria per 2 giovani occupati ce ne sono altri 3 che sono fuori dal lavoro, dalla formazione e dallo studio. Dati che - ha sottolineato - fanno a pugni con la richiesta del mondo produttivo".

Invia un messaggio il presidente del Consiglio, Mario Draghi. "Le crisi si ripercuotono duramente sui giovani. Lo abbiamo visto con la pandemia di covid-19, che ha portato alla sospensione delle attività a scuola e nei centri sportivi, culturali e ricreativi. La crisi sanitaria ha causato un peggioramento significativo della soddisfazione per la vita tra i giovani, e prodotto un aumento considerevole nella dispersione scolastica e nella povertà giovanile"

E aggiunge: "Dalla sua formazione il governo ha messo i diritti e le aspettative dei giovani al centro della propria azione. Con il piano nazionale di ripresa e resilienza investiamo per migliorare l'istruzione e le opportunità di formazione per i giovani, per ridurre le diseguaglianze territoriali e di genere, per sviluppare competenze utili sul mondo del lavoro. Mi riferisco, per esempio, alla riforma e ai fondi stanziati per potenziare gli istituti tecnici superiori, agli interventi di ristrutturazione delle scuole, agli incentivi per le ragazze che studiano materie scientifiche e tecnologiche". Poi conclude: "L'impegno a dare ai bambini e ai ragazzi le opportunità che meritano deve andare oltre i nostri confini. Come insegna l'attività di Save the Children, ne va della pace e della coesione mondiale, della sostenibilità dell'economia globale, della tutela delle persone più vulnerabili. L'assistenza umanitaria e le politiche di sviluppo devono andare di pari passo. Il governo italiano intende continuare a fare la sua parte anche in questo. Vi auguro buon lavoro per queste giornate di incontri".

 La  Repubblica

Leggi. POVERTA' EDUCATIVA



 

mercoledì 23 dicembre 2020

SENZA IL LATINO UNA VITA IN BIANCO E NERO

Vecchioni: senza il latino sarebbe una vita in bianco e nero

 Il cantautore Roberto Vecchioni, ospite di Anima Latina, vademecum settimanale per i cultori delle lingue classiche della Radio Vaticana, spiega che conoscere il latino e il greco ci aiuta a ridare senso alle parole. “Non possiamo amare le parole, se non le capiamo”

 Fabio Colagrande 

Dal giugno 2019 il canale italiano della Radio Vaticana trasmette un vademecum settimanale dedicato ai cultori della lingua latina, sui generis e ante litteram, che accompagna il notiziario in lingua latina Hebdomada Papae. La trasmissione - che s’intitola Anima Latina: radio colloquia de lingua ecclesiae - è realizzata con la collaborazione dell’Ufficio Lettere latine della Segreteria di Stato Vaticana ed è giunta il 13 dicembre scorso alla sua quarantesima puntata. Il programma - in onda la domenica alle 17.35 su Radio Vaticana - ospita settimanalmente gli scriptores dell’Ufficio Lettere latine che spiegano e commentano i tweet in lingua latina di Papa Francesco, i curiosi neologismi del Lexicon recentis latinitatis e le parole del gergo ecclesiale o le espressioni e i proverbi latini entrati nel linguaggio comune. Viene dato ampio spazio poi agli studiosi, i docenti, gli artisti e i letterati che, in Italia e non solo, coltivano, insegnano e promuovono in qualunque modo le lingue classiche. Proprio per festeggiare il traguardo delle quadraginta puntate, Anima Latina ha ospitato Roberto Vecchioni, uno dei padri della canzone d’autore italiana, che per molti anni è stato professore di greco e latino e attualmente insegna Forme di poesia in musica all’Università di Pavia. Vecchioni ha appena pubblicato un libro, "Lezioni di volo e di atterraggio", dedicato alla sua esperienza di insegnante. Ai nostri microfoni, gioca volentieri a fare il "professore".

Una trasmissione futurista

“Ce ne sono di folli al mondo!”, esordisce il prof. Vecchioni. “Ma per realizzare una trasmissione radio sul latino bisogna essere proprio unici e rari”. Qualcuno potrebbe considerarla una trasmissione oscurantista, fatta per i laudatores temporis acti, ma Vecchioni non è di questo avviso. “Io al contrario penso che siate degli antesignani, dei futuristi, di quelli che guardano avanti”. “La nostra vita si fonda su ciò che è successo nell’antichità, per cui voi rispolverate qualcosa di fondamentale che molti hanno lasciato nell’oblio, nel Lete, il fiume dantesco della dimenticanza”.

Secondo Vecchioni “rinnovare il senso della parola latina significa ridare senso alla parola italiana”, un senso che si sta perdendo in un modo “indecifrabile”. Inoltre, spiega, “il latino e il greco hanno una costruzione logica precisa e attenta a ciò che si vuole dire che ormai la lingua italiana ha un po’ perso”. “Se parli in latino ciò che dici e racconti è più intellegibile. Ma soprattutto sono più intellegibili i testi scritti. Se io leggo un buon Seneca, ma anche un Cicerone - anche se Cicerone è un po’ rompiscatole - mi rendo subito conto di come si discute, si discorre, di come si parla dell’anima, con parole precise e straordinarie che poi sono arrivate fino a noi. Quasi tutto quello che diciamo, infatti, è latino o greco”.

Usiamo parole che non capiamo

Il prof. Vecchioni si dice molto stupito dal fatto che ormai le persone pronuncino le parole senza conoscerne il significato e fa l’esempio proprio della parola “pandemia”. “Si tratta di una parola che nel senso maligno del termine non esiste. Pandemia è una parola di origine greca che significa ‘di tutto il popolo’ e basta. Nel termine non si fa cenno ad alcuna malattia: era la dea Venere, o Afrodite, che era chiamata pandémios perché spargeva il suo amore in tutto il mondo”.  “Quindi - conclude Vecchioni - una parola che per noi oggi è sinonimo di malattia, per gli antichi era segno di qualcosa di straordinario come l’amore fisico, quello in cui Venere era specializzata”.

Secondo Vecchioni le parole si perdono, se ne vanno, sfuggono. “Noi oggi adoperiamo delle parole che in latino o in greco sono più che intelligibili, ma non ne conosciamo il cuore, il corpo, la radice, non sappiano come sono nate e quindi non le intendiamo per niente”.  Secondo l’autore di canzoni come “Luci a San Siro” e “Samarcanda”, questo è un peccato gravissimo: “Non possiamo amarle le parole, se non le capiamo”.

Depositari di un tesoro

“Noi che amiamo e coltiviamo queste lingue - aggiunge Roberto Vecchioni - siamo i depositari di un tesoro che ormai rischia di perdersi. Arriverà un giorno in cui non sapremo più di che cosa stiamo parlando. Succede già ormai in ambito scientifico: molti hanno scordato come si fanno le addizioni perché stiamo dimenticando come si usa il cervello, demandando tutto a un altro cervello”.

Il rischio di perdere le sfumature

Ma cosa perderebbe davvero l’umanità se un giorno sparisse ogni conoscenza del latino, del greco, delle lingue classiche? Secondo Vecchioni la nostra sarebbe “un’altra umanità” e purtroppo ci siamo già avviati su questo cammino. “Io non mi considero un bacchettone o uno che rimpiange il passato. Sono un amante del tempo antico, ma non per questo sono fuori dal tempo. So benissimo che tutto ciò si perderà, ma i miei figli li ho educati al mondo classico e credo abbiano un tesoro su cui vivere”. “Mi auguro che i miei nipoti siano educati alla stessa maniera - aggiunge - perché voglio che qualcuno mantenga accesa questa fiamma”. “Il giorno in cui avremo dimenticato il latino e il greco avremo perso le sfumature, il piacere, la curiosità. Saremo molto più pragmatici, la vita sarà più veloce”, conclude Vecchioni. “Ma avremo perso i colori dell’esistenza, ci resteranno solo il bianco o il nero. Mentre il latino e il greco ce ne danno una gamma vastissima, ci danno i colori dell’arcobaleno”.

 

Vatican News

 


lunedì 19 ottobre 2020

FRATELLI? UN'ASTRAZIONE O UNA REALTA?

 In quanti modi diciamo “fratelli”

 “L’affermazione che come esseri umani siamo tutti fratelli e sorelle, se non è solo un’astrazione ma prende carne e diventa concreta, ci pone una serie di sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte”. E’ uno dei passaggi dell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco. In quanti modi i Pontefici della modernità hanno declinato questa parola chiave della spiritualità francescana e del magistero del 265.mo successore di Pietro?

 Laura De Luca – Città del Vaticano

 Il Signore ci ha predicato una grande verità: voi tutti siete fratelli. L'abbiamo questa idea della fratellanza universale? Sì e no. Lo diciamo tante volte pensando che sia una bella cosa, ma utopistica, cioè non realizzabile, un bel sogno, ma non pratico, che nella realtà delle cose non trova applicazione. Ed ecco che noi dobbiamo persuadere noi stessi, prima che gli altri, che la fratellanza deve essere la legge, il principio, il criterio dominante del rapporto tra gli uomini. 

Dobbiamo diventare, se non lo siamo ancora, fratelli, e abituarci - il Vangelo da tanti secoli ce lo dichiara, ma ci trova quasi refrattari alla lezione - a vedere in un altro volto umano quasi lo specchio del nostro, a vedere un altro noi stessi negli altri. Il Signore ha detto: "Amatevi gli uni gli altri, amatevi come voi stessi". Cioè: dobbiamo trasferire anche negli altri quel sentimento di personalità che proprio ci definisce, il nostro io; comprendere noi stessi negli altri. (…) Questa è la grande politica umana e cristiana del mondo! Dobbiamo abituarci a vedere negli uomini non degli antagonisti, non dei nemici, non dei rivali, non dei concorrenti, dei fratelli. 

Così Papa Paolo VI in occasione della Santa Messa per la IV Giornata della Pace, il primo gennaio 1971. Era stato proprio Papa Montini a istituire, quattro anni prima, questo appuntamento, dopo che nella enciclica Populorum Progressio aveva sintetizzato il concetto che lo sviluppo (lo sviluppo di tutti i popoli, indistintamente) è il nuovo nome della pace. Nel corso del suo pontificato Paolo VI tornò spesso sulla consapevolezza della fratellanza universale alla luce del Vangelo e della necessaria condivisione delle risorse.

Poi c’è un altro modo di declinare la fratellanza. Ed è la condivisione del dolore: quando tutti siamo “nella stessa barca”. Come nei giorni della pandemia, come nella tragedia di una guerra che incombe…

Noi, non d’altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in cielo ed in terra prende nome (Eph., III, 15), — di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli, — dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori. 

Così Papa Pio XII il 24 agosto del 1939 quando, proprio in nome della comune discendenza da uno stesso padre, lanciò un radiomessaggio a scongiurare quella guerra che invece avrebbe sconvolto l’umanità per cinque lunghi anni… E quando, nel 1951, in occasione dell’alluvione del Polesine, tanti furono vittime di una catastrofe naturale, lo stesso papa vide la bellezza della fratellanza in quanti si adoperarono per chi aveva subito lutti, perduto la casa, e aveva urgente bisogno di soccorso…

E a voi, diletti figli di tutta Italia, che in nobile gara di fraterna pietà, dal primo all'ultimo cittadino, siete stati pronti a soccorrere gli sventurati fratelli, giunga la testimonianza paterna della Nostra ammirazione, della Nostra gratitudine, ed insieme l'esortazione ad aumentare con sempre maggior lena il soccorso. 

Ma è di nuovo alla stessa tavola, cioè nel condividere lo stesso cibo, che misuriamo autenticamente la fratellanza reciproca. In questo senso “fratelli” è una espressione concreta. “Tante volte, - scrive Francesco nella sua terza enciclica- mentre ci immergiamo in discussioni semantiche o ideologiche, lasciamo che ancora oggi ci siano fratelli e sorelle che muoiono di fame e di sete, senza un tetto o senza accesso alle cure per la loro salute”. Fratelli che rimangono senza pane, mentre noi ne abbiamo in abbondanza sulle nostre tavole…


Esso dev'essere anzitutto un pane nostro, chiesto cioè in nome di tutti. « Il Signore — ammonisce in proposito S. Giovanni Crisostomo — ha insegnato nel Pater a rivolgere a Dio una preghiera anche a nome dei fratelli. Egli vuole, cioè, che non s'innalzino a Dio suppliche avendo di mira soltanto i propri interessi, ma anche quelli del prossimo. Egli intende con ciò combattere le inimicizie e reprimere l'arroganza ».

Così Papa Giovanni XXIII nel suo Radiomessaggio per la Pasqua del 1959, quando ancora intere popolazioni soffrivano le conseguenze della guerra e stentavano a riprendere una vita degna. Che l’invocazione “dacci oggi il nostro pane quotidiano” includa nell’aggettivo “nostro” appunto il pensiero ai fratelli.

E proprio il pane, il pane nostro quotidiano, insieme ad altro, lo condivise concretamente Papa Giovanni Paolo II sedendosi tante volte a tavola con i poveri. Eccolo per esempio il 3 gennaio del 1988 all’ospizio Santa Marta, nel pieno di quegli anni ottanta opulenti ed edonisti. Chiamò i poveri appunto fratelli, perché il primo a considerarli tali fu Gesù stesso…

E poi si devono cercare le strade per migliorare la vita perché noi siamo tutti consapevoli di quello che vuol dire Gesù Cristo: Dio-uomo, Dio che si è fatto uno di noi, nostro fratello. Sappiamo anche che alla fine del mondo, lui sarà nostro giudice, da fratello. E questo giudizio verterà sul modo in cui abbiamo saputo essere fratelli gli uni per gli altri. Così essendo fratelli per gli altri, per le diverse persone, specialmente per i sofferenti, per i poveri, siamo stati fratelli anche per lui. (…)

Vedere nell’altro, chiunque sia, davvero un membro della stessa famiglia, è un percorso necessario, urgente, ma anche difficile. Papa Benedetto XVI ne fa oggetto di una supplica alla madre di tutti noi al termine della visita alla casa “Dono di Maria” delle missionarie della carità in Vaticano, il 4 gennaio 2008…

La Vergine Maria, che ha offerto tutta se stessa all’Onnipotente ed è stata ricolmata di ogni grazia e benedizione con la venuta del Figlio di Dio, ci insegni a fare della nostra esistenza un dono quotidiano a Dio Padre, nel servizio ai fratelli e nell’ascolto della Sua parola e della Sua volontà. E come i santi Magi venuti da lontano per adorare il Re-Messia, andate anche voi, cari fratelli e sorelle, per le strade del mondo.

Ed è lo stesso Papa teologo, Benedetto XVI, a metterci in guardia nei confronti di facili illusioni dei nostri tempi incoraggiate dalla tecnologia… 16 dicembre 2010. si rivolge ai nuovi ambasciatori presso la Santa Sede.

…se il processo di globalizzazione in atto avvicina gli esseri umani gli uni agli altri, non ne fa per questo dei fratelli. Si tratta qui di una problematica più ampia, poiché, come osservava il mio predecessore Papa Paolo vi, il sottosviluppo ha come causa profonda la mancanza di fraternità. (cfr Populorum Progressio, n. 66)

Vatican News




 

domenica 13 ottobre 2019

LEGGERE AD ALTA VOCE FA BENE

Più bravi a scuola e più preparati ad affrontare la vita:
 la lettura ad alta voce fa bene ai bambini.

 - Una ricerca condotta da Giunti Scuola e Università di Perugia su 1.500 alunni delle elementari dimostra che le loro capacità di comprensione del testo e abilità cognitive migliorano del 20 per cento - 

di VALERIA STRAMBI

Leggere fa bene. Farlo ad alta voce, che sia in classe, sul pullman della gita o seduti sui cuscini nel cortile della scuola, fa ancora meglio. A dimostrarlo una ricerca condotta su 1.500 bambini tra i 6 e gli 11 anni che frequentano le elementari a Torino, Modena e Lecce. Gli alunni, tutti i giorni per un'ora al giorno e per 100 giorni, hanno ascoltato le storie di Pinocchio, del GGG o della Fabbrica di cioccolato lette dai loro insegnanti. Ma niente compiti a casa, analisi logica, voti o interrogazioni, la lettura doveva essere percepita come un piacere e non come un obbligo.
I risultati dello studio, condotto da Giunti Scuola e Giunti Editore in collaborazione con l'Università di Perugia e presentato in anteprima a Firenze alla Fiera Didacta Italia dedicata all'innovazione nella scuola, parlano chiaro. La lettura ad alta voce incide dal 10 al 20 per cento su aspetti cruciali dell'apprendimento. Il successo scolastico dei bambini migliora, aumentano le loro capacità di comprensione del testo così come le loro abilità cognitive: sono più coinvolti, si interessano di più, partecipano alla discussione, sviluppano una maggiore padronanza della lingua e si sentono anche più a loro agio con i compagni. Non solo: l'esposizione alla lettura ad alta voce è in grado di determinare questi benefici per tutti gli alunni, per quelli che sono un po' più indietro e per chi, invece, ha già un rendimento alto.
La ricerca è stata diretta da Federico Batini, professore di pedagogia sperimentale dell'Università di Perugia, mentre Giunti ha messo a disposizione dei maestri, gratuitamente, una lista di libri per bambini. "È la prima volta che facciamo un'indagine di questa portata, che ci ha permesso di spaziare dal nord al sud d'Italia e tra scuole sia centrali che di periferia - spiega Batini - Abbiamo utilizzato strumenti di rilevazione come le prove Mt e le prove Invalsi applicate sia al gruppo sperimentale (quello in cui avveniva la lettura ad alta voce) sia al gruppo di controllo (quello che non aveva modificato le proprie abitudini). Parliamo, in totale, di oltre 12 mila ore per raccogliere e analizzare le risposte dei bambini".
Ma che cosa ci dicono i dati? I bambini sottoposti alla lettura ad alta voce aumentano la loro capacità di comprensione del testo fino a un 10 per cento rispetto al loro punto di partenza. Un miglioramento significativo emerge anche nello sviluppo delle abilità cognitive di base, in media del 18-20 per cento. Vale a dire che gli alunni riescono a gestire meglio le informazioni in entrata, scritte o orali, ma sono anche più preparati ad affrontare un compito di storia, di matematica, oppure una situazione problematica a casa o una partita di calcio o un saggio di danza. Una parte di dati è infine stata riservata alla misurazione del quoziente intellettivo verbale, che ha rilevato un aumento medio del 10-15 per cento dell'indice relativo all'area verbale che compone il quoziente intellettivo dei bambini.
"La lettura ad alta voce può essere considerato uno strumento di 'educazione democratica' e andrebbe inserita in modo stabile nelle scuole di ogni ordine e grado come palestra per la vita, come esercizio in grado di allenare la mente - aggiunge Batini - Non ha costi ulteriori per la scuola, perché somministrata dai docenti della classe stessa, che anzi, sono ancora più motivati e creativi nell'inventare set e riti speciali per segnalare l'ora di lettura ai bambini. Ma soprattutto, è per tutti. Così potremmo raggiungere una vera democrazia dell'apprendimento: leggere ad alta voce a scuola tutti i giorni, per un tempo congruo, riuscirebbe a ridurre il notevole impatto che la provenienza socio-culturale ha sulle probabilità di successo formativo e sulla vita futura delle persone".


"La Repubblica”

F. Batini, Leggere ad alta voce. Metodi e strategie per costruire competenze per la vita, Giunti Editore, € 12,75