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mercoledì 4 febbraio 2026

RIPRENDERSI IL DOMANI


 QUALE FUTURO ?



L’Agenda 2030 

e il metodo Asvis



-          DI ENRICO GIOVANNINI*

Che futuro ci auguriamo per noi e i nostri cari? 

Che cosa siamo disposti a fare per realizzarlo?

Possono sembrare domande inutili, quasi offensive visto lo stato odierno del mondo. Ma sono le domande che, in un modo o nell’altro, ci poniamo spesso, se non ogni giorno.

Dieci anni fa il mondo sembrava pronto a mettersi all’opera per cambiare il corso della storia, dopo un “anno mirabile” (il 2015) caratterizzato dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco (maggio), dall’Accordo di Addis Abeba sul finanziamento ai Paesi in via di sviluppo (luglio), dalla firma dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile da parte di tutti i Paesi delle Nazioni Unite (settembre) e dall’Accordo di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (dicembre). Sembrava che i leader politici, ma anche delle imprese e della società civile, fossero finalmente pronti a lavorare insieme per raggiungere, entro il 2030, quei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 che delineavano un mondo futuro senza povertà e disuguaglianze di genere, senza disoccupazione e sfruttamento, senza guerre e conflitti, capace di realizzare una prosperità compatibile con i limiti planetari e la qualità dell’ambiente, all’insegna del principio “nessuno sia lasciato indietro”.

Dieci anni fa ben pochi nel nostro Paese conoscevano l’Agenda 2030 e il concetto stesso di sviluppo sostenibile, e ancora meno persone pensavano di poter fare qualcosa per realizzarlo. Nel 2014 ero stato coinvolto dal Segretario generale dell’Onu nel disegno dell’Agenda, in particolare per l’aspetto di monitoraggio statistico.

Una volta firmata, mi domandai quindi come costruire un soggetto destinato a trasformare l’utopia che sembrava pervadere il mondo in azioni concrete anche nel nostro Paese. Ne parlai con Pierluigi Stefanini, all’epoca presidente dell’Unipol, e insieme ci mettemmo all’opera per contattare i vertici delle associazioni imprenditoriali, delle organizzazioni sindacali, degli enti del Terzo Settore, del mondo della ricerca, proponendo loro di lavorare insieme per l’attuazione concreta dell’Agenda 2030. Una proposta decisamente “indecente” per un Paese in cui la logica della “rottamazione” sembrava destinata ad applicarsi anche ai corpi intermedi, al punto che Matteo Renzi all’epoca disse che «la disintermediazione dei corpi intermedi è un fatto, e viene dai fenomeni di cambiamento che la realtà sta producendo».

Fu anche la voglia di dimostrare che le organizzazioni della società civile non erano “corpi morti intermedi” a far sì che, intorno a un primo nucleo di una cinquantina di soggetti, nacque l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), che oggi compie dieci anni ed è diventata, con i suoi 300 soggetti della società civile italiana, la più grande rete di questo tipo mai creata in Italia. Un’esperienza unica al mondo, secondo l’Onu, per ampiezza e profondità d’azione, che in questi dieci anni ha conseguito risultati importanti, a partire dalla modifica della Costituzione per includere la tutela dell’ambiente tra i compiti della Repubblica «anche nell’interesse delle future generazioni».

Il successo dell’Asvis, conseguito anche grazie al contributo degli oltre mille esperti che operano, su base volontaria, nei suoi gruppi di lavoro, non può far dimenticare che dieci anni dopo le problematiche che portarono alla sua nascita sussistono ancora, anzi. Se a livello globale, a causa di guerre, pandemia, crisi climatica, riduzione degli aiuti allo sviluppo solo il 18% dei 169 Target specifici dell’Agenda 2030 saranno raggiunti tra cinque anni, per sei Obiettivi su 17 (povertà, disuguaglianze, sistemi idrici e sociosanitari, condizioni degli ecosistemi terrestri, qualità della governance, partnership) l’Italia si trova ora in una condizione peggiore di quella del 2010, con differenze territoriali in aumento per varie dimensioni.

Alcuni sostengono che si debba accettare la sconfitta, riconoscere che i milioni di giovani che riempivano le strade di tutto il mondo erano degli stupidi idealisti, che i ricchi e potenti possederanno per sempre la terra, che la crisi climatica sia «la più grande truffa della storia» (copyright Trump) e così via. Soprattutto, che preoccuparsi della fine del mese invece che della fine del mondo è l’unica cosa sensata da fare, accantonando quelle domande citate all’inizio. Invece l’Asvis non solo non disarma, ma rilancia il suo impegno anche con il progetto “Ecosistema Futuro” (www.ecosistemafuturo.it) per mettere il futuro, o meglio i futuri, al centro del dibattito culturale, politico ed economico. Il progetto sta già aggregando, attraverso il  cosiddetto “metodo Asvis”, tanti soggetti che oggi, ma ancora ognuno per conto proprio, si impegnano a costruire un futuro migliore: imprese che innovano, centri di ricerca che trovano soluzioni rivoluzionarie, scuole e università che educano le giovani generazioni.

In un’epoca come questa lasciare che qualcun altro si occupi del nostro futuro non è decisamente una buona idea, nonostante gli insuccessi, la stanchezza e il clima di sfiducia che prende tanti. 

Come recita la famosa poesia di Rudyard Kipling al figlio, «se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, e a tenere duro quando in te non resta altro se non la volontà che dice loro “tenete duro” … tua sarà la terra e tutto ciò che è in essa e – quel che più conta – sarai un Uomo, figlio mio».

*Direttore scientifico dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile (Asvis)

www.avvenire.it

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giovedì 8 gennaio 2026

IL CAPITALE SEMANTICO


Nell’era dell’intelligenza artificiale si salverà chi nutrirà il suo “capitale semantico”

  



 di Elena Inversetti

Tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea ha coniato una definizione che diventa la chiave per comprendere cosa rende l'umano insostituibile.

La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York…

Insomma, la madeleine di Proust insieme alla tua cultura personale fanno tutte parte del capitale semantico. È questa la definizione che Luciano Floridi ha coniato e presentato all’ultima edizione di Orbits.

Luciano Floridi, tra le voci più autorevoli della filosofia contemporanea, insegna alla Yale University dove dirige il Digital Ethics Center, ed è professore ordinario di Sociologia della cultura e della comunicazione all’Università di Bologna. Non è nuovo a neologismi che hanno fatto breccia nel dibattito pubblico, come “Onlife” per descrivere la fusione tra mondo online e offline, o “Infosfera” per l’ambiente informazionale in cui viviamo.

Il capitale semantico è ciò che mi caratterizza

In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale, il capitale semantico diventa la chiave per comprendere cosa ci rende umani e insostituibili. Lo abbiamo incontrato per approfondire: «Mi serviva un concetto che andasse al di là di quello di cultura e che potesse includere anche le nostre conoscenze esperienziali. Ed è nato capitale semantico che significa ciò che mi caratterizza, essendo nato in quel Paese e in quel periodo storico, ed essendo vissuto in quel contesto, con quella lingua e in quella famiglia. Si tratta in sostanza della ricchezza, di esperienza e di cultura, di conoscenze e di storie, che mi permette non solo di capire il mondo e me stesso, ma anche di costruire la mia esistenza e darle una direzione, incidendo su quello che mi circonda. La parola capitale d’altronde indica un valore che dà valore».

Oggi è urgente dare valore al senso, al significato delle nostre scelte…

Ecco perché il capitale semantico si riferisce a tutta l’informazione che noi possediamo per esperienza, per cultura, per educazione, per formazione e che ci permette di arricchire la nostra vita e di disegnarla.

In che modo il capitale semantico può contribuire a generare impatto sociale positivo?

Tanto più siamo in grado di gestire, produrre e creare qualsiasi tipo di contenuti e di dati, tanto più dovremmo renderci conto di qual è il valore aggiunto, cioè quello che fa davvero la differenza tra noi e le macchine. Siccome prima facevamo tutto noi, era meno facile capire dove fosse la componente umana intelligente, mentale, spirituale, emotiva e dove invece la semplice manovalanza. Oggi che abbiamo più automazione, si capisce di più quale è lo spazio del contributo individuale o sociale e quello della meccanizzazione.

Questa prospettiva ribalta il percepito comune che tende a mettere in primo piano i rischi dell’AI. E uno di questi è l’amplificazione delle disuguaglianze sociali.

Mi auguro che la formulazione del capitale semantico possa contribuire ad abbattere le differenze che creano disuguaglianze.

In che modo?

Dalla consapevolezza del valore proprio di ogni esperienza e di ogni cultura. Ben sapendo che più un capitale semantico è ricco di significati e di valore e più permette una vita umana in cui la macchina è uno strumento che si mette al lavoro accanto a noi e non in sostituzione. Quindi dal punto di vista sociale ci dovrebbe essere una rivalutazione della varietà in cui il capitale semantico ci arriva. Al contempo il capitale semantico dovrebbe anche metterci nelle condizioni di comprendere a fondo il contesto in cui viviamo. Se viviamo in un Paese dalle radici cristiane, per esempio, anche se non crediamo, non possiamo non conoscere la Bibbia, lo dico da agnostico, così come se sei italiano non puoi ignorare chi sono Dante o Manzoni. Anche fosse solo per capire il riferimento dell’espressione “azzeccagarbugli” … Questa, secondo me, è una questione sociale, non soltanto educativa.

Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico

Anche perché viviamo in un Paese con un capitale semantico molto vario…

Abbiamo eredità dai Greci, dai Romani, dagli Arabi e dai Normanni, dai Francesi agli Asburgo… Siamo da sempre al centro di trasformazioni e migrazioni. Siamo contaminati da tanti contesti. Un dovere sociale sarebbe quello di valorizzare tutto questo, invece di muoversi lungo la strada dell’omologazione di un solo tipo di capitalismo consumistico e di atteggiamenti nazionalistici in cui tutti parlano la stessa lingua e ascoltano le stesse informazioni. Come quando si sente dire che Sinner non è veramente italiano. Ecco, sciocchezze come queste impoveriscono il campo semantico e ci rendono meno abili nel dare e creare significato.

Che ruolo ha, secondo lei, il non profit in tutto questo?

Il non profit è una delle realtà che non valutiamo mai abbastanza in Italia, non la mettiamo nella giusta luce e invece ha un grandissimo valore: umano ed anche in termini di numeri. Credo che il non profit possa vestire i panni della “guardia di frontiera”, perché è nella sua missione l’attenzione ai fenomeni di distruzione o banalizzazione del capitale semantico. Quest’opera di responsabilità il non profit sarebbe in grado di svolgerla meglio rispetto ad alte istituzioni. Lo vedo un po’ come il diserbante senza il quale non si può mantenere pulito il giardino dalle erbacce. In altre parole, è una sentinella contro l’automazione di basso valore.

Possiamo dire che la comunicazione davvero autentica, diciamo, degna di questo nome, sia per sua natura quella sociale?

La comunicazione avviene almeno tra due persone, quindi coinvolge immediatamente una socializzazione, certo. Oggi però la comunicazione del e per il sociale (quella che dovrebbe servire a risolvere problemi collettivi) l’abbiamo commercializzata, lasciandola all’unico meccanismo che conosciamo: quello della comunicazione commerciale. Abbiamo trasformato la comunicazione sociale in comunicazione socializzata (ovvero ridotta a interazioni superficiali sui social media, a metriche di engagement, a condivisioni automatiche). E la comunicazione socializzata non è comunicazione. E questo proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di comunicazione sociale. I problemi con cui abbiamo a che fare sono anzitutto sociali e sono distribuiti. Per questo possono essere risolti dal gruppo, dalla società, dal mettersi insieme, in una cultura che dovrebbe sentirsi molto più sociale, molto più aggregante e molto meno idealista. È un po’ come la scoperta dell’energia atomica che avrebbe potuto risolvere grandissimi problemi e invece abbiamo costruito le bombe. Noi abbiamo davvero oggi tutti gli strumenti per fare bene e risolvere i problemi, AI inclusa, ma il più delle volte la usiamo male.

Tutti possono decidere che rapporto vogliono con la macchina: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo.

A Orbits avete dedicato una giornata intera agli studenti. Come interpreta il “divario semantico” tra le generazioni? Esiste una chiave generativa per favorire la comunicazione e la crescita reciproche?

Anzitutto credo che da un lato si esageri sulla fragilità dei giovani. In secondo luogo, se un giovane è fragile è anche perché sta in un contesto di fragilità generato dagli adulti. Eppure, sono i giovani ad essere più capaci di comprendere le opportunità. Più che una fragilità del soggetto contemporaneo in sé, penso che l’essere umano sia sempre stato fragile. Oggi la fragilità della libertà umana è esposta a correnti, impatti, impulsi, sollecitazioni e tentazioni molto più di quanto non lo fosse in passato. Non è che sia aumentata la fragilità: è aumentato il numero di ostacoli che sono nell’ambiente. Non è che un bambino nato ad Atene nel quinto secolo fosse meno fragile di un bambino nato a Roma nel diciottesimo secolo o a Roma oggi: è che quel bambino era esposto a insidie e rischi diversi. Oggi la nostra fragilità umana è messa molto più alla prova di quanto non lo fosse in passato. È perciò il caso di dare più credibilità e fiducia ai giovani, esponendoli a meno stimoli che spesso sono, precoci, sbagliati, rischiosi, o esagerati. Ormai viviamo in un ambiente con una quantità di distrazioni non più sostenibile.

Come cambierà il mondo con l’AI? È una delle domande del suo ultimo libro La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dellintelligenza artificiale.

Sarebbe bene che noi umani avessimo un atteggiamento di maggiore controllo sulla macchina. Chi manterrà questo controllo ne trarrà vantaggio. Se invece mi faccio dire quale è la risposta corretta per superare l’esame o addirittura mi faccio scrivere la tesi di laurea, per esempio, rimarrò un utente passivo, e facilmente potrò essere sostituito dalla macchina e manipolato da chi controlla gli strumenti ai quali sono soggetto. E allora non sono più un cittadino, ma un seguace (follower), non sono più un utente, ma un cliente, non sono più uno che usa l’AI, ma che è usato dall’AI. È un po’ come stare su un treno o guidare l’automobile. Tutti possono decidere che rapporto vogliono con le macchine digitali del nostro tempo: le persone, le aziende, le famiglie, ma anche le amministrazioni locali, la scuola. Serve una consapevolezza critica nell’utilizzo. Quindi nel prossimo futuro penso che ci sarà una polarizzazione.

La differenza però non sarà più tra chi usa e chi non usa l’intelligenza artificiale, ma fra chi la controlla e chi ne è controllato.

VITA

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venerdì 12 settembre 2025

IN CERCA DI FELICITA'

 


"La felicità è una costruzione collettiva"

L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento, ovunque tranne gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa.

 

-         di Mauro Magatti 

-          L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento.

Un risultato dovuto in larga parte al miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Al contrario, continua la tendenza negativa dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%.

In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

Unica eccezione il Nord Europa, dove si registra un netto miglioramento, dal 50% al 65%.

Al di là dei limiti dello strumento utilizzato (viene misurata la percezione soggettiva), la ricerca segnala dunque un significativo deterioramento del benessere percepito nei Paesi avanzati.

La spiegazione non può essere ridotta alla sola dimensione economica.

Negli USA, il PIL è aumentato costantemente nel corso degli anni. Cosi in Germania e Inghilterra.

Ma questo non è bastato.

Il fatto è che, superata una certa soglia, la felicità non aumenta in modo proporzionale al PIL. Anzi, può addirittura diminuire.

Ciò è dovuto a due ragioni principali.

La prima è che, nelle società avanzate, la crescita non distribuisce i propri benefici a tutti i gruppi sociali.

Al contrario, le disuguaglianze aumentano, così come la precarietà e il lavoro fragile.

Perciò, non è affatto detto che una maggiore crescita economica significhi un maggiore benessere per tutti.

La seconda, puntualmente rilevata dai ricercatori, è che nelle società ad alto reddito la vita diventa difficile e solitaria.

E quando non si dispone di un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste.

È questo il male sottile che sta colpendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, favorisce le pulsioni populiste e rende più difficile il dialogo sociale.

Altri dati raccolti da Gallup permettono di concludere che lo sviluppo di una società avanzata è un processo sofisticato che, oltre all’aspetto economico, coinvolge almeno altri tre pilastri.

In primo luogo, la qualità dei contesti relazionali, a partire da quelli familiari.

Non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi.

Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale.

Le politiche che sostengono la genitorialità, la conciliazione tra lavoro e vita privata e la creazione di spazi di incontro e socialità hanno un impatto significativo sulla felicità collettiva.

In secondo luogo, la qualità dei beni collettivi.

L’eccezione del Nord Europa insegna molto da questo punto di vista: la legalita, l’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti efficienti e accessibili, gli spazi verdi urbani e la sicurezza dei quartieri sono tutti fattori che contribuiscono a creare un contesto di vita più sereno e vivibile.

A differenza dei beni di consumo individuali, i beni collettivi generano benefici diffusi e duraturi, rafforzando il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Trascurarli significa compromettere il tessuto sociale e, di conseguenza, la qualità della vita. Infine, ciò che fa la differenza è la possibilità di impegnarsi (in modo professionale o volontario), in luoghi e organizzazioni che perseguono uno scopo positivo e sono attenti alle nuove sensibilità sociali.

Lo sfruttamento fine a sé stesso e le logiche esclusivamente strumentali non motivano nessuno e riducono la felicita.

La lezione della ricerca Gallup è quindi duplice.

Il miglioramento materiale resta fondamentale per chi parte da condizioni di svantaggio: ridurre la povertà e garantire i diritti fondamentali è una priorità globale.

Ma nelle società che hanno già superato questa soglia, il compito è più complesso: bisogna ricostruire le condizioni sociali, culturali e istituzionali che rendono possibile una vita buona.

Le economie prospere hanno bisogno di un tessuto sociale che favorisca la risonanza e il riconoscimento reciproco e di assetti politico-istituzionali capaci di prendersi cura dei beni pubblici.

La felicità, come sottolinea il Rapporto, è una costruzione collettiva tanto quanto un’esperienza individuale. Riguarda l’io e il noi.

La felicità dipende sì dalle opportunità economiche, ma anche, e soprattutto, dalla qualità delle relazioni, dalla cura dei beni comuni e dalla possibilità di dare un senso condiviso alla propria esistenza.

Solo integrando queste dimensioni, lo sviluppo può dirsi davvero sostenibile.

Per l’economia e per le persone.

E quindi per la democrazia.

 

Corriere della Sera

venerdì 13 settembre 2024

IL BEN VIVERE

 
La forza positiva dell’homo generativus

Riduce le diseguaglianze e si può educare 

Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere in Italia invita a investire sulle “persone generative”, capaci di combinare abilità personali e creatività con l’intenzione di agire positivamente sulla vita degli altri

 

- di SERGIO GATTI

 Le disuguaglianze di vario genere, soprattutto quelle di reddito, minano la democrazia sostanziale. È uno dei punti più rilevanti e gravi emersi anche di recente sia nel percorso di preparazione sia nelle giornate di lavoro triestine della 50ma Settima sociale dei cattolici in Italia tenutasi lo scorso luglio. Diverse e originali le analisi proposte. Molte e molto concrete le indicazioni emerse, sia come buone pratiche replicabili sia come proposte di coinvolgimento rivolte a tutti. Non solo ai cattolici. Come si rivolgono a tutti le indicazioni che emergono dal Rapporto 2024 sul Ben-vivere e la Generatività in Italia, promosso dal Festival nazionale dell’Economia civile, sostenuto da Federcasse con il supporto di Fondosviluppo e in partnership con Avvenire.

 Il Rapporto 2024, il sesto della serie, si concentra proprio sull’analisi e sull’interpretazione delle diverse forme di disuguaglianza e giunge ad alcune prime conclusioni. La prima: se si vogliono ridurre le diseguaglianze fra Centro-Nord e Sud e fra Comuni capoluogo e comuni non capoluogo, con particolare attenzione alla questione delle aree interne dove vivono oltre 13 milioni di italiani), occorre investire sulla generatività. «Sono le persone generative che fanno la differenza e non la provenienza geografica o l’essere residenti in una determinata tipologia di comune », precisa il Rapporto che sarà edito da Ecra e che verrà presentato a Firenze il 5 ottobre prossimo in occasione della VI edizione del Festival.

 Ma come si può definire l’homo generativus?

 Quella persona che è in grado di combinare la creatività e le capacità personali con l’abilità e l’intenzione di incidere positivamente sulla vita degli altri. Tale generatività risulta sempre più un fattore decisivo a livello sia individuale (soddisfazione e ricchezza di senso di vivere) sia delle comunità (affrontare e vincere le sfide della transizione).

 Cosa significa allora investire nella generatività? Vuol dire, in sintesi, investire sulle sue cinque dimensioni caratterizzanti: a) la scelta quotidiana - da parte dei cittadini, delle aziende, delle amministrazioni - di consumare e di investire scegliendo consapevolmente il produttore di beni/erogatore di servizi che rispettino le norme della sostenibilità integrale e promuovano uno sviluppo inclusivo (il “voto col portafoglio”); b) il dinamismo familiare e professionale; c) lo spirito imprenditoriale e la creatività cooperativa; d) l’impegno sociale; e) l’impegno ambientale. Ma non basta. Secondo i curatori del Rapporto - Becchetti, Bova, De Rosa, Semplici - questo investimento deve articolarsi seguendo tre strategie fra loro intrecciate e complementari: una, sistemica o istituzionale (“dall’alto”), un’altra a livello personale (“dal basso individuale”), la terza di comunità (“dal basso cooperativa”).

 Mentre si avvicina la scadenza del 20 settembre, entro la quale i governi dei 27 paesi dell’Unione europea dovranno presentare i propri Piani di bilanci strutturali pluriennali, come richiesto dalla riforma della governance fiscale della Ue (il nuovo Patto di stabilità e crescita) è evidente il dilemma che interroga il governo italiano (non solo l’attuale): cosa sacrificare e cosa privilegiare nelle priorità di investimento strategico su tanti fronti. Cominciando proprio dalla necessità di ridurre quanto più possibile le disuguaglianze strutturali in termini di servizi di cittadinanza: istruzione, salute, casa, servizi all’infanzia e le persone non autosufficienti, mobilità e connettività, innovazione e ricerca). I Paesi ad alto indebitamento (e ad alta evasione fiscale) come il nostro, risultano più vulnerabili e maggiormente esposti agli effetti negativi delle crisi di qualsiasi genere. Se non hai abbastanza risorse per investire su nuove frontiere e neanche per fare manutenzione dell’esistente (edilizia scolastica, sanitaria, carceraria; servizi agli anziani; ricerca e innovazione…), il patrimonio materiale e immateriale del paese perde valore e funzionalità.

 Il Rapporto 2024 sul Ben-vivere accentua il proprio connotato di strumento non solo di analisi, ma anche di policy da costruire in modo partecipato e capaci di attivare «lo sviluppo integrale, integrato e integrante dei territori». Policy che hanno necessità di ancorarsi ad un più intenso e pienamente intenzionale impegno educativo di lungo periodo alla democrazia partecipata che è una delle forme più avanzate e sofisticate della fraternità. E qui ancora una volta papa Bergoglio indica la strada: «La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori?» (§103, Fratelli tutti).

 La generatività delle persone può rappresentare l’enzima capace di controbilanciare l’effetto negativo delle diseguaglianze e di avviare percorsi per la loro correzione. E di recente, Paolo Venturi direttore di Aiccon, ha ricordato come la «creazione di valore sociale nasce dall’inclusione e dall’attivazione della persona, dalla sua valorizzazione. È infatti il potenziamento della persona nella sua integralità (desiderio incluso) che permette un cambiamento tanto nei bisogni, quanto nei contesti». La definizione dell’homo generativus contemporaneo sembra in linea con la visione originale di Antonio Genovesi “inventore” a fine ‘700 della Scuola napoletana di Economia civile.

 *Direttore generale Federcasse


www.avvenire.it 

sabato 16 ottobre 2021

GREEN PASS SI O NO? LE RAGIONI DI UN DISSENSO


 La pandemia e la trasformazione

 dei termini dello scontro politico

 

-          di Giuseppe Savagnone*

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Le proteste di questi giorni contro l’obbligatorietà del green pass – tra esplosioni di violenza urbana e forme pacifiche di contestazione – evidenziano una reale spaccatura del Paese. A fronte di una maggioranza silenziosa che sembra appoggiare le misure del governo, c’è una parte consistente della popolazione che, in modo assai più rumoroso, manifesta il proprio dissenso.

La pandemia, se da un lato ha sicuramente contribuito a svuotare il dibattito politico dei suoi temi tradizionali – portando all’estremo quell’indebolimento delle ideologie dei partiti già in atto da molto tempo, ma mai così evidente come nella stagione del governo Draghi –, dall’altro ha fatto nascere nuove motivazioni per lo scontro tra “destra” e “sinistra”. Al conflitto sulle questioni riguardanti la giustizia sociale, da tempo in secondo piano – ma anche a quello sull’accoglienza o meno dei migranti, ancora attuale fino a due anni fa –, è ormai subentrata la battaglia sulla gestione della pandemia, sui vaccini e, ultimamente, sul green pass.

Fa riflettere il fatto che, su un terreno diverso e con “maschere di scena” diverse, a fronteggiarsi siano sempre gli stessi partiti antagonisti, da una parte la Lega e i Fratelli d’Italia, dall’altro il Pd e, ormai, i 5stelle. È un caso? Sembra difficile ipotizzarlo. Quello che colpisce è però il fatto che essi portano nella loro nuova contesa il peso delle rispettive contraddizioni di sempre. Contraddizioni che non riguardano le loro singole scelte, ma nascono da una impostazione culturale profonda che le ispira e che si manifesta ampiamente nelle ragioni dei loro rispettivi sostenitori sui social o, come negli ultimi giorni, nelle manifestazioni di piazza.

Le contraddizioni della “destra”…

Così, per quanto riguarda gli oppositori del green pass, si accusa questa misura di creare degli emarginati, di dividere il Paese in cittadini di serie A e di serie B, a dispetto dell’uguaglianza di tutti sancita dalla nostra Costituzione.

Addirittura si paragona l’obbligo di averlo e di esibirlo a quello di portare la stella di Davide, imposto agli ebrei dal regime fascista nel 1941, come segno di discriminazione.

Il discorso critico in alcuni casi è ancora più radicale: il green pass viene visto come uno strumento per controllare e condizionare in modo sistematico la libertà degli italiani. Sarebbe in atto un tentativo di svuotare il senso della nostra democrazia, lasciandone intatto l’involucro, ma avviando processi liberticidi che tendono a imporre una forma più sottile di totalitarismo.

Stupisce un po’ che a sostenere simili argomenti siano forze politiche, come la Lega e Fratelli d’Italia, che alle disuguaglianze sociali non sono mai state particolarmente attente. Perché non è certo il green pass che sta introducendo per la prima volta delle discriminazioni tra i cittadini italiani. Basta guardare alle spaventose differenze di reddito e, più in generale, di ricchezza, che, nel nostro Paese, dividono drammaticamente la popolazione in una maggioranza di disagiati o addirittura di poveri, e in una minoranza di ricchi.

Secondo i dati forniti dal «Sole24ore», il 20% degli italiani detiene quasi il 70% della ricchezza nazionale, un altro 20% nel possiede il 16,9%, mentre il 60% più povero possedeva appena il 13,3% della ricchezza del paese.

È il risultato ovvio di una politica che ha messo sistematicamente in secondo piano, al di là della retorica d’obbligo, il problema della giustizia sociale, lasciando che i ricchi diventassero sempre più ricchi, che il ceto medio si impoverisse e che i poveri diventassero sempre più poveri.

È significativo che ormai da decenni si agiti lo spettro delle tasse come un inaccettabile «mettere le mani nelle tasche degli italiani» (Berlusconi), dimenticando che la redistribuzione fiscale si basa sul fatto che il successo economico dei singoli non è solo frutto della loro bravura o della loro fortuna, ma del lavoro di un’intera società, senza cui gli individui non sarebbero in grado neppure di studiare e di trovare un lavoro. Perfino la tassa sulle successioni è, in Italia, la più bassa a livello europeo, con aliquote che oscillano tra il 4 e l’8%, mentre in Germania oscilla tra il 7% e il 50%, in Spagna tra il 34% e l’86%, in Francia tra 5% al 60%, in Gran Bretagna è del 40%. Denaro che dovrebbe essere investito per redistribuire la ricchezza e aiutare le categorie di cittadini meno abbienti.

Colpisce che gli stessi partiti che, per usare l’espressione del responsabile economico della Lega, Alberto Bagnai, «alzano barricate» contro ogni proposta volta a ridurre questa e altre discriminazioni economico-sociali, si levino a protestare vigorosamente per quella costituita, a loro dire, dal green pass.

Quanto al paragone con la persecuzione nei confronti degli ebrei e all’analogia tra il green pass e la stella di Davide, francamente ci si stupisce che delle persone sicuramente intelligenti lo abbiano fatto. Perché qui non si tratta di discriminare nessuno in base alla sua identità – sia essa quella razziale o di genere, o altro – ma di prendere atto di scelte che dipendono dalla sua volontà e che si ritiene incidano sulla comunità. Si può discutere sulla validità dei criteri con cui queste scelte vengono valutate, ma siamo lontanissimi dalla logica del razzismo o di qualunque altra distinzione fatta in base al modo di essere delle persone. Qui si valutano le loro azioni, come sempre fanno la legge e le istituzioni, distinguendo quelle conformi al bene comune e quelle contrarie ad esso.

…e quelle della “sinistra”

Ma anche la “sinistra”, nella sua battaglia per la difesa del bene comune, non sembra brillare per coerenza. Da molti anni, ormai, essa ha abbandonato i grandi temi della giustizia sociale per concentrarsi ossessivamente sui diritti individuali e sulla necessità che la legge privilegi, rispetto a criteri universali (e perciò anche sempre discutibili) di ordine etico, la libera scelta di singoli.

Paradossalmente, è la cultura individualista e libertaria promossa dalla “sinistra” che oggi viene utilizzata dalla “destra”. In fondo, proprio Fratelli d’Italia, un partito che ha tra i suoi sostenitori anche nostalgici del fascismo, sarebbe di per sé il meno adatto a difendere le libertà individuali contro il volere dello Stato… È proprio il modello tardo-liberale della nostra “sinistra”, che mette in esclusivo rilevo i diritti degli individui e in secondo piano i doveri verso la comunità, a dare forza, nell’opinione pubblica, agli argomenti di chi dice “il corpo è mio e ne faccio quello che voglio” (lo slogan scandito in passato nelle manifestazioni a favore della legge sull’aborto e oggi ripreso, esplicitamente o meno, da chi rifiuta di vaccinarsi).

Questa ideologia è l’unica sopravvissuta alla crisi che ha portato a dichiararle tutte “morte”, perché è riuscita a camuffarsi da semplice constatazione della realtà (il massimo successo concepibile per una ideologia!). Essa ci ha disabituato a concepire la comunità civile come una cooperazione di tutti in vista di un bene comune, sotto la guida di un’autorità – quella dello Stato – che non è soltanto garante del corretto svolgimento del gioco (questo lo fanno pure le guardie di “Squid game”), ma custode di valori etici, e che in nome di essi può chiedere ai cittadini, anche quando non sono d’accordo, di obbedire alle sue scelte, sempre che siano prese, come in questo caso, nel rispetto delle regole della democrazia parlamentare.

Se invece ognuno è proprietario del suo corpo e non deve rispondere a nessuno delle scelte che lo riguardano, diventa difficile sostenere che non è così solo quando si tratta dei vaccini e del green pass.

Non sappiamo come finirà questo acceso dibattito. Sarebbe bello che esso fosse l’occasione per i suoi protagonisti – non solo per i partiti, ma per tutti i cittadini, per la gente comune – di interrogarsi, una volta tanto sulle proprie premesse ideali. Purtroppo, la crisi delle ideologie (o il loro mascheramento) ha segnato anche quella delle idee. Lo scenario politico ne è una prova evidente. E se la battaglia sul green pass ci spingesse, una volta tanto, a riflettere seriamente su ciò che spesso crediamo vero per abitudine?

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

 

 

sabato 15 maggio 2021

MERITOCRAZIA! NE SIAMO SICURI?


            È illusione di un mondo giusto

 la trappola della meritocrazia

La formula “talento e impegno” dimentica che anche la capacità di attivarsi è spesso ereditata. Il rischio è che le vittime si sentano colpevoli e meritevoli di sventure.

L’idea di una società futura basata interamente sulla capacità di premiare in virtù del quoziente intellettivo e dello sforzo profuso nasceva in virtù di una visione distopica, poi trasformata in positiva. La credenza secondo cui le persone generalmente ottengono ciò che si meritano si fonda in realtà su basi irrazionali.

-         di Vittorio Pellagra

-          - È piuttosto curioso che un’idea nata originariamente per descrivere una distopia, una visione che prefigura un futuro angosciante e indesiderabile, viene oggi considerata, da molti, un’utopia, un ideale da perseguire e su cui costruire il nostro ordine sociale. Stiamo parlando dell’idea di meritocrazia, termine coniato nel 1958 da Michael Young per descrivere, nel suo romanzo “L’ascesa della meritocrazia”, una società futura basata interamente sul merito, inteso come somma di talento e impegno, di quoziente intellettivo e sforzo, da dedicare totalmente al servizio delle “esigenze dell’efficienza”. A un certo punto è successo qualcosa e si è cominciato a considerare la meritocrazia come un viatico verso una società giusta, perché capace di premiare con riconoscimento, successo e denaro chi più contribuisce a quelle stesse esigenze dell’efficienza. L a questione del merito è politicamente trasversale. Entra nel dibattito politico negli anni 80 del Novecento con Reagan negli Usa e con Blair in Gran Bretagna, e arriva fino a Obama che sceglie come slogan “ you can make it if you try” (se ci provi, ce la puoi fare). Alla Leopolda del 2019, l’ex-ministra Bellanova afferma: «Chi ce l’ha fatta, ce l’ha fatta per merito e il merito è di sinistra […] il merito è il nostro unico parametro di misura». Ma merito di cosa esattamente? Nel giugno 2001, lo stesso Michael Young, dovette scrivere un articolo su “The Guardian” per cercare di far capire l’equivoco. Per cercare di spiegare quanto l’idea stessa di meritocrazia fosse stata fraintesa, facendola assurgere a principio fondante, invece di riconoscere in essa il pericoloso antecedente di una deriva distopica. Ma non fu sufficiente.

Eppure, oggi, qualcosa inizia a muoversi. La dimensione ideologica, forse, inizia a venire a galla e la retorica è soggetta sempre più frequentemente a efficaci esercizi di decostruzione. Ne hanno dato conto, anche in queste pagine, Luigino Bruni e Paolo Santori («La meritocrazia? Un’illusione che giustifica le diseguaglianze», 5 maggio 2021) illustrando i contenuti di un convegno organizzato dall’associazione Heirs ( Happiness and Relationships in Economics) e dall’Università di Cardiff, sull’«Illusione del merito» e sollecitando un dibattito plurale e aperto. La mia posizione è decisamente critica non tanto sulla meritocrazia in sé – è un principio così vago che si fatica anche a criticarlo – ma, piuttosto, sulla retorica che circonda il principio. Enunciando la tradizionale formula “talento + impegno”, per esempio, retoricamente, viene nascosto il fatto che anche la capacità di impegnarsi, oltre che il talento, è molto spesso, ereditata, è cioè, qualcosa di cui non abbiamo merito. La perseveranza, la determinazione, la capacità di darsi degli obiettivi e di perseguirli con costanza, tutti elementi che facciamo ricadere nella categoria dell’“impegno”, fanno parte di quelle che i neuroscienziati definiscono “funzioni esecutive”. Quello che gli studi mostrano è che queste abilità si formano in età estremamente precoce e poi si fissano e perdono plasticità. L’ambiente familiare, quindi, da questo punto di vista, è fondamentale. È c’è davvero poco merito, se il nostro carattere determinato e perseverante, si è formato così com’è perché, magari, siamo nati in una famiglia che ci ha amato e stimolato, in una nazione avanzata, in una città a misura d’uomo e in un quartiere residenziale tranquillo e non in uno slum di Nairobi. Il fatto che anche la capacità di impegnarsi deriva, in parte da, fattori fuori dal nostro controllo, non significa che chi si impegna e ottiene risultati non debba essere apprezzato e riconosciuto. Vuol dire, piuttosto, che chi non ha ottenuto gli stessi risultati, molto spesso, non li ha ottenuti non certo perché non si è impegnato abbastanza, per pigrizia o “menefreghismo”, ma più semplicemente, perché la vita gli ha messo addosso una zavorra insopportabile, con la quale neanche i più “meritevoli” sarebbero stati in grado di raggiungere i loro traguardi. È questa «simmetria delle valutazioni» tra successo e insuccesso e, quindi, tra merito e demerito che alimenta la retorica meritocratica e la giustificazione morale delle disuguaglianze. Gli psicologi sociali definiscono «ipotesi del mondo giusto» la credenza diffusa secondo cui le persone generalmente ottengono ciò che si meritano. È un atteggiamento infantile e irrazionale che risponde, però, a un bisogno profondo e ci fa percepire il nostro ambiente sociale come se fosse stabile e ordinato. Senza una tale convinzione sareb- be molto più difficile darsi obiettivi di lungo periodo e gestire, per esempio, l’insensatezza del dolore innocente.

Poiché la convinzione che il mondo sia giusto serve una funzione così importante, d’altro canto, le persone sono riluttanti a rinunciare a questa convinzione anche davanti all’evidenza contraria. Se da una parte, dunque, abbiamo uno scudo psicologico che ci protegge dalla durezza del mondo e alimenta il senso di controllo sul nostro destino, dall’altra, lo stesso scudo diventa un’arma contro gli altri: capita spesso, per esempio, che in virtù della credenza in un mondo giusto si tenda a colpevolizzare le vittime di un crimine: pensate a quante volte in un caso di stupro sentiamo qualcuno affermare che la vittima se l’era cercata; o nei casi di bullismo, quante volte si pensa che forse la vittima avrebbe dovuto imparare a difendersi e a farsi valere. O, ancora, quante volte abbiamo sentito, a proposito dei migranti morti in mare che, che se fossero rimasti a casa loro ora sarebbero ancora vivi. Ma l’«ipotesi del mondo giusto» fa qualcosa di più, di peggio: spinge le stesse vittime a sentirsi in colpa e a pensare che in fondo, quella disgrazia o quell’altra sventura se la sono meritata. Alcune ricerche condotte recentemente negli USA hanno messo in luce che le fasce della popolazione più contrarie alle politiche redistributive sono quelle che da tali politiche potrebbero trarre maggiore sollievo. Pensano di non meritarsi di essere aiutati dallo Stato. uesto è il meccanismo psicologico che alimenta la retorica della meritocrazia. Un lato oscuro che non dovrebbe mai essere sottovalutato, minimizzato o rimosso. Bisognerebbe, anzi, iniziare a riconoscerlo esplicitamente se vogliamo condurre un dibattito senza preclusioni ideologiche e con un atteggiamento di costruttiva Q distanza.

 www.avvenire.it

venerdì 22 maggio 2020

LO SVILUPPO UMANO INTEGRALE ALL'EPOCA DEL CORONA VIRUS


 Dossier Caritas per anniversario della Laudato Si'   

Cinque anni fa, il 24 maggio del 2015, papa Francesco firmava la Laudato si’. Questa lettera enciclica, nella tradizione della Dottrina Sociale della Chiesa, fissa un nuovo paradigma per lo sviluppo umano integrale, dove sono riconosciuti i diritti di ogni persona umana nel pianeta che è la nostra casa comune. La ricorrenza, che stiamo ricordando all'interno di una settimana di riflessione, cade quest'anno in piena emergenza da pandemia per la diffusione del COVID-19, fonte di terribili sofferenze, che hanno avuto ripercussione in misura maggiore soprattutto sulle persone più fragili e vulnerabili.
 A questi due temi Caritas Italiana dedica il suo 56° Dossier con Dati e Testimonianze (DDT), dal titolo "Sviluppo umano integrale al tempo del Coronavirus. Ipotesi di futuro a partire dalla Laudato si’" (.pdf). La riflessione parte dall'esperienza vissuta da tutti noi e da una grande parte dell'umanità - alcune storie raccolte nel dossier ci parlano di quanto sta avvenendo in paesi come lo Sri Lanka, Filippine e Nepal; ma le sue implicazioni sono globali.

"La pandemia - si legge nel testo - è una situazione imprevista, eppure non imprevedibile. La probabilità che si ripresenti aumenta in ragione della pressione esercitata dal genere umano sull’ambiente. é necessario pertanto riconoscere cosa sta cambiando nella nostra vita con riferimento alle modalità di lavoro, all’uso della tecnologia, ai modelli di sviluppo economico, alla politica, la società, allo spazio globale. Necessario riprendere il cammino. A partire dalla nostra responsabilità di lasciarci toccare da quanto avviene, e di non essere spettatori del cambiamento. La Laudato si’ ci indica la prospettiva di un mondo in grado di assicurare una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti e alle generazioni future".
Scritta ben prima della pandemia, la Laudato si’ dice parole profetiche sul rischio delle eccessive diseguaglianze, sulla necessità di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura, sull’urgenza di riformare profondamente i principi alla base di una economia e una società che sembrano avere l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.
 “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, – ha sottolineato papa Francesco nel momento straordinario di preghiera del 27 marzo sul sagrato di San Pietro -  non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.
Il DDT ha dunque l’obiettivo di segnalare alcune piste di riflessione su come la visione delineata dalla Dottrina Sociale, in particolare a partire dalla Laudato si’, ci può aiutare a riprendere il cammino invertendo la rotta e dando un contributo attivo e responsabile per costruire un futuro più giusto e rispettoso della dignità di tutti nel tempo del “dopo Covid-19”.
 
Il Dossier si aggiunge ai 55 già pubblicati da Caritas Italiana a partire dal 2015, tutti disponibili on-line.



  • Scarica il DOSSIER (.pdf)





  • venerdì 27 ottobre 2017

    EDUCARE AL RISPETTO. Al via un piano nazionale

    Scuola, Fedeli:
     "Al via il Piano nazionale
     per l'educazione al rispetto"

    Dieci azioni per contrastare disuguaglianze e discriminazioni

    Un Piano nazionale per promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione al rispetto, per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione e favorire il superamento di pregiudizi e disuguaglianze, secondo i principi espressi dall'articolo 3 della Costituzione italiana.


    Lo ha presentato oggi a Roma la Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Valeria Fedeli, nella cornice del Teatro Eliseo, alla presenza di Elena Centemero, Presidente della Commissione Equality and Non Discrimination del Consiglio d'Europa, Gabriele Toccafondi,  Sottosegretario all'Istruzione, Luca Pancalli, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro, rappresentati di studentesse e studenti e delle famiglie. Ha condotto il dibattito la giornalista Mirta Merlino, che ha di recente lanciato una campagna dal titolo #odiolodio per sensibilizzare sul problema della violenza verbale e dell'offesa gratuita sui social network. La campagna rientrerà fra le collaborazioni lanciate oggi alla presentazione del Piano.

    "Il lancio di questo Piano ci rende orgogliosi ed è particolarmente importante - ha spiegato Fedeli - perché il rispetto delle differenze è decisivo per contrastare violenze, discriminazioni e comportamenti aggressivi di ogni genere. Perché il rispetto include un modo di sentire e un modo di comportarsi e relazionarsi fondamentali per realizzare l'art. 3 della Costituzione, cui tutto il Piano si ispira. Perché la scuola deve, può e vuole essere un fattore di uguaglianza, protagonista attiva di quel compito - "rimuovere gli ostacoli" - che la Repubblica assegna a se stessa. Ascolto, dialogo, condivisione: il rispetto significa tutto questo, significa fortificare la democrazia, migliorare la qualità di ogni esperienza di vita, contribuire a far crescere condizioni di benessere per tutte e tutti" .......