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venerdì 21 agosto 2026

UNA NUOVA AMERICA


 Un personaggio “diverso” 

alla guida 

di New York


-di Giuseppe Savagnone 

L’elezione di Mamdani a sindaco di New York, la serie di successi dell’ala “socialista” nelle primarie del partito democratico e le ultime dichiarazioni della sua esponente più nota, Alexandria Ocasio-Cortez, ci avvertono che, negli Stati Uniti, all’interno del fronte che si oppone a Donald Trump, si stanno verificando degli importanti cambiamenti.

Procediamo in ordine cronologico.  In seguito alla vittoria elettorale del 4 novembre 2025, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano della più grande e famosa metropoli americana, dopo aver sconfitto l’ex governatore dello Stato Andrew Cuomo sia nelle primarie democratiche sia nelle elezioni generali. Mamdani ha 34 anni, è nato in Uganda, figlio di un professore originario dell’India ma cresciuto in Uganda e di una celebre regista indiana. Dall’età di sette anni vive con la famiglia a New York, dove si è laureato in Studi africani e ha cominciato a impegnarsi nel movimento «Students for Justice in Palestine».

Mentre tentava senza fortuna la carriera di cantante, nel 2016 ha partecipato alla perdente campagna di Bernie Sanders – il senatore più “a sinistra” del Partito Democratico – per le primarie in vista delle elezioni presidenziali (la candidata scelta fu Hillary Clinton) e poi è entrato nel movimento «Democratic Socialists of America» (DSA). Il suo principale punto di riferimento è sempre rimasto Sanders, uno dei più importanti politici statunitensi contemporanei a definirsi socialista (non marxista); formalmente non fa parte del DSA, anche se su molti punti ne sembrerebbe l’ispiratore.

Nell’ottobre 2019 Mamdani si è candidato all’Assemblea dello Stato di New York, sostenendo una riforma del diritto alla casa, proponendo riforme della polizia e del sistema carcerario e la municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver vinto le primarie democratiche con il sostegno del DSA, è stato eletto nel novembre 2020 e poi rieletto nel 2022 e nel 2024.

Nell’ottobre 2024 ha presentato la propria candidatura a sindaco di New York, con un programma che prevedeva modifiche alla regolamentazione sugli affitti, trasporti pubblici gratuiti e riduzione dei costi dei beni primari. Per candidarsi, ha dovuto confrontarsi nelle primarie democratiche con un autorevole rappresentante dell’establishment del suo partito, quel Cuomo che ha sconfitto e che, presentatosi poi come indipendente alle elezioni generali, è stato nuovamente da lui battuto. Ad oggi, gli osservatori gli riconoscono una sostanziale coerenza nell’applicazione del suo ambizioso programma sociale a favore delle categorie più povere della popolazione.

In campo internazionale, Mamdani ha sempre avuto una grande attenzione alla questione palestinese, denunciando i crimini del governo israeliano e arrivando a ipotizzare l’arresto di Netanyahu se fosse venuto a New York per l’Assemblea dell’ONU.

Nuovi volti alla ribalta

L’effetto Mamdani si è fatto sentire nelle primarie del partito democratico, sia per la Camera che per il Senato. Alla fine di giugno, a New York, in quelle per la Camera, due giovani candidate socialiste, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, e un altro democratico di sinistra, Brad Lander, tutti con un programma molto simile al suo, hanno sconfitto i loro rivali, che erano sostenuti dai vertici del partito. Il programma e lo stile della loro campagna sono stati molto simili a quelli di Mamdani: critica alle ingerenze delle grandi aziende e dei miliardari nella politica, sostegno economico dal basso, da parte dei simpatizzanti, e soprattutto attenzione alla relazione con le persone, sia andando porta a porta sia utilizzando i social media.

Sempre alle primarie per la Camera, trionfo annunciato, con più dell’80% dei voti, per la giovane deputata uscente del Minnesota Ilhan Omar, che già alle elezioni del 2018, a sorpresa, era stata eletta – prima somala, prima musulmana, prima rifugiata e prima donna velata – al Congresso degli Stati Uniti. In passato Trump l’ha attaccata definendola «spazzatura, lei e i suoi amici», aggiungendo che i «Somalians» (usando una forma dispregiativa dell’inglese “Somalis”), inclusa Omar, dovevano «essere rimandati in Somalia» perché «hanno distrutto il Paese». 

Passando alle primarie democratiche per il Senato, ai primi di agosto si è svolta, sempre in Minnesota, una consultazione che assumeva un particolare significato dopo le violenze dell’ICE, nel quadro dell’operazione federale sull’immigrazione “Metro Surge”, e l’ondata di proteste che esse hanno suscitato. La candidata di sinistra Peggy Flanagan – 46 anni, nativa americana, espressamente appoggiata da Sanders –, ha sconfitto con largo margine Angie Craig, una democratica con posizioni più moderate che aveva alle sue spalle l’establishment del partito e più fondi a disposizione.

Il programma di Flanagan, caratterizzato da una netta contrapposizione alla linea dell’amministrazione Trump, includeva una politica fortemente redistributiva, l’estensione a tutti del sistema sanitario e una critica esplicita al peso delle grandi imprese nella politica americana.

Sempre in agosto si sono svolte le primarie democratiche per il Senato nel Michigan. Nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi filoisraeliani a sostegno della rivale Haley Stevens (si parla di 30 milioni di dollari), ha prevalso anche qui il candidato più “di sinistra”, Abdul El-Sayed, 41 anni, medico, musulmano, figlio di immigrati egiziani. Pur non facendo parte formalmente del DSA, El-Sayed ne condivide in pieno le tre priorità: allargamento a tutti della sanità pubblica (ora riservata agli anziani e alle fasce più povere), cancellazione dei finanziamenti a Israele e patrimoniale.

A metà agosto, infine, la sinistra socialista americana ha piazzato un colpo a sorpresa in Florida, uno degli Stati più solidamente repubblicani e antisocialisti degli Stati Uniti. Angie Nixon, membro del DSA, ha vinto le primarie democratiche per il Senato contro Alex Vindman. Il risultato è stato ancora più sorprendente per il divario di risorse tra i due candidati. Nixon ha raccolto circa 975.000 dollari, contro i 16,3 milioni di Vindman, e ha speso meno di 60.000 dollari in pubblicità, mentre il suo avversario ne ha spesi più di due milioni. Nixon ha però costruito negli anni una solida rete di consenso nella sua città, Jacksonville, e questa dimensione umana della sua campagna ha avuto la meglio.

Invece, nelle primarie democratiche per la candidatura a governatore del Wisconsin, un altro Stato del Midwest, è stata battuta, anche se per pochi voti, la socialista Francesca Hong, che i sondaggi davano come grande favorita. A danneggiarla è stata probabilmente un recente passato caratterizzato da posizioni estremamente woke. Hong aveva invitato ad abolire la polizia e la festa del Ringraziamento, da lei giudicata colonialista (abolire il Ringraziamento è un’istanza popolare tra gli americani quanto lo sarebbe per gli italiani abolire Ferragosto).

Il superamento della cultura woke

E questo ci introduce a un terzo fattore del cambiamento che si registra nel mondo democratico americano, che è proprio la presa di distanza dalla cultura woke. Ne è stato un importante segnale l’intervista rilasciata il 9 agosto nel corso del programma «This Week», sulla rete ABC, da Ocasio-Cortez, considerata l’erede della politica di Bernie Sanders e una possibile candidata alle primarie per le elezioni presidenziali del 2028. «Woke 1 was crazy», «il primo woke era una follia», ha detto Ocasio-Cortez, pur continuando a pensare che «le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto proficue».

Si è trattato di una svolta, perché la deputata democratica – divenuta nel 2019, a 29 anni la donna più giovane eletta alla carica parlamentare – è sempre stata considerata un’esponente di punta della cultura woke.

Il termine woke, che in inglese significa “sveglio” o “consapevole”, nasce nella cultura afroamericana del secolo scorso come esortazione a non chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni e alle disuguaglianze sociali e razziali. Oggi indica un atteggiamento culturale che prende polemicamente di mira fenomeni come razzismo, sessismo, omofobia e, insieme alla difesa delle minoranze e dei diritti LGBTQ+, promuove la decolonizzazione del pensiero e delle istituzioni.

Volendo cercare un elemento che accomuni le diverse manifestazioni del woke, lo si potrebbe trovare nella volontà di destrutturare le forme linguistiche e di costume in cui è cristallizzato un passato di ingiustizie ipocritamente dimenticate e di combattere queste ingiustizie quando si ripresentano nel presente.

È espressione di questo atteggiamento la cancel culture (“cultura della cancellazione”), un movimento volto a rimuovere monumenti, opere d’arte, festività, denominazioni, in cui è possibile ritrovare le tracce di un passato razzista e schiavista. Da qui forme di iconoclastia verso statue di noti personaggi storici, accusati di essere stati complici dei sistemi di pensiero e di vita discriminatori dei loro tempi. Da qui, nelle università americane, l’esclusione di classici della filosofia o della letteratura che rispecchiano questi sistemi.

Ma la cancel culture non è solo un processo alla storia. Si manifesta anche come boicottaggio e contestazione di personalità della cultura, della politica, dell’arte, che nel presente abbiano avuto comportamenti o usato espressioni in qualche modo offensivi sotto il profilo sessuale e razziale. Ne sono stati bersaglio attori famosi, registi, produttori, accusati di avere approfittato della loro posizione per avere favori sessuali dalle attrici con cui avevano a che fare. Ma ne sono vittima anche docenti universitari o studenti che difendono idee ritenute contrarie al politically correct.

L’intenzione è di ridare voce a chi, nel passato o nel presente, ne è stato privo, e di difendere i diritti civili; ma il risultato è stato spesso un soffocante controllo che ha sottoposto il pensiero e il linguaggio a criteri considerati inviolabili, dando luogo a un “conformismo dell’anti-conformismo”. Per anni la carica innovatrice della “sinistra” statunitense si è concentrata più su queste discutibili battaglie, fortemente elitarie, che sui pressanti problemi economici e sociali della maggior parte delle persone. Emblematica la campagna presidenziale di Kamala Harris, giocata prevalentemente sulla difesa del diritto di aborto.

Non a caso, dopo la sconfitta del 2024, Bernie Sanders – la cui battaglia politica è stata sempre incentrata su giustizia sociale, classe operaia, sanità e istruzione pubbliche, lotta alle disuguaglianze – ha accusato apertamente il partito democratico di avere «abbandonato la classe lavoratrice».

E oggi è a Sanders, ormai ottantaquattrenne, che si rifanno i giovani democratici che si propongono come “socialisti”. Se da un lato essi rifuggono dal conformismo e dall’immobilismo dei vertici del partito, non vogliono più esprimere il loro anelito al rinnovamento sul piano astratto della cultura woke e preferiscono puntare su temi sociali molto concreti piuttosto che sulla difesa di diritti individuali, che appassiona la classe colta e benestante.

Certo, protagoniste di questo cambiamento radicale sono figure irriducibili al modello tradizionale del maschio bianco anglosassone cristiano. La maggior parte di questa nuova generazione rampante di democratici è costituita da giovani donne; alcuni sono immigrati o figli di immigrati e alcuni sono musulmani. Ciò finora non sembra averli ostacolati nella loro ascesa, ma quale sarà il responso delle urne nelle ormai prossime elezioni di medio termine? Nessuno può prevederlo. Come nessuno può prevedere come influirà la loro diversa collocazione umana e religiosa sulla loro azione politica.

Intanto un dato sicuro è che questi nuovi personaggi si oppongono decisamente allo spietato sovranismo di Trump, Vance e Rubio sul tema delle migrazioni, non condividono il sostegno incondizionato a Israele e mettono al primo posto la giustizia sociale, soprattutto in campo sanitario.

È forte, in ogni caso, la percezione che stia nascendo un’America nuova, anche se non sappiamo ancora che volto avrà. Sappiamo solo che questa immagine sarà in ogni caso più umana della maschera tragicomica impostale da Trump in questi quasi due anni di presidenza.

 E di questo siamo già grati.

www.tuttavia.eu


 

 

 

mercoledì 21 gennaio 2026

AMERICA FIRST

 


L'America di Trump, 
un anno dopo

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Ed è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale

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    -di Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Il mondo si fida di più o di meno degli Stati Uniti d’America? È questa la domanda che spicca a distanza di un anno dall’insediamento della seconda presidenza statunitense guidata da Donald Trump. Spicca perché, anche se sono passati solo 365 giorni, tra Venezuela, Groenlandia, tensioni con l’Europa e la Nato, i dazi, lo scontro in diretta televisiva con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, l’incontro con il presidente russo, Vladimir Putin, e la complessa tregua a Gaza, una cosa è chiara: gli Stati Uniti stanno cambiando il loro modo di vedere il mondo e, di riflesso, il loro modo di relazionarsi col mondo.

La "Donroe Doctrine"

Più imprevedibile, più personalizzata, la politica estera americana oggi si basa sul motto America First che, a distanza di un anno da quando fu proclamato, si sta imparando a conoscere: America First non significa isolazionismo bensì ridefinizione dello spazio strategico americano. Spazio strategico che anzitutto ha una definizione geografica: si estende nell’emisfero occidentale e quindi nel cortile di casa americano, ridefinendo così la dottrina Monroe del 1823 — ora soprannominata la “Donroe Doctrine” — che al tempo avvertiva l’Europa di stare fuori dal “cortile di casa” latino-americano. La strategia di sicurezza nazionale Usa del 2025 ha richiamato esplicitamente la dottrina partorita dall’allora segretario di Stato, John Quincy Adams, aggiungendo quello che è stato definito il “corollario Trump”: l’influenza americana sull’emisfero occidentale è direttamente proporzionata al controllo delle risorse naturali e alla sicurezza nazionale.

Un avvertimento a Cina e Russia

Data la definizione geografica, ecco spiccare i due principali obiettivi. Il primo, tutto diretto a Cina, Russia e relativi nemici: l’emisfero occidentale deve restare «libero da incursioni ostili o dalla proprietà straniera di asset fondamentali», recita sempre il documento sulla sicurezza nazionale pubblicato lo scorso novembre. Il secondo, con un forte richiamo ad Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro Usa nel 1789: «Gli Stati Uniti non devono mai dipendere da alcuna potenza esterna per componenti essenziali — dalle materie prime ai pezzi fino ai prodotti finiti — necessari alla difesa o all’economia della nazione». La tattica conferma la strategia: il cambiamento di priorità dell’amministrazione Trump è confermato dal fatto che oggi ben 12 navi da guerra – tra cui la portaerei USS Gerald R. Ford, la più avanzata al mondo – navigano nelle acque dei Caraibi e solo sei sono in Medio Oriente.

Quale rapporto con gli alleati europei e asiatici?

Tuttavia, tattica e strategia scoperchiano anche una seconda domanda: come cambia il rapporto degli Stati Uniti con i loro alleati? Interrogativo rivolto anzitutto al blocco atlantico e ai Paesi europei, con cui Trump sta alzando i toni da ultimo sulla questione della Groenlandia, ma anche a Paesi asiatici come Corea del Sud, Filippine, Giappone e Taiwan, abituati ad avere un occhio di riguardo da parte di Washington in base alla centralità dell’Indo-Pacifico. Se gli Usa si concentrano più sul loro emisfero, questi Paesi hanno gli strumenti diplomatici e strategici per poter pensare in modo più autonomo al loro spazio di influenza? E cosa significa ridefinire il proprio spazio di influenza, di fronte al cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e a un mondo sempre più aggressivo? In base a quali obiettivi e a quali strumenti? Che tipo di rapporto promuovere con Washington?

Il fronte interno

La nuova logica geopolitica della Casa Bianca non ha ripercussioni solo sugli alleati. Anzi, se il fronte interno e quello esterno s’incrociano sempre di più, qui emerge un’altra domanda: questo nuovo assetto nella politica estera americana, esplicitamente teso non a un ordine mondiale di stampo Usa bensì al soddisfacimento degli interessi nazionali, sta piacendo ai cittadini statunitensi? Il 2026 sarà l’anno decisivo per capirlo perché tutti gli occhi sono fissati sulle elezioni di midterm. Secondo il quotidiano «The Wall Street Journal», il 45 per cento degli elettori approva l’operato del presidente, mentre il 54 per cento lo disapprova, un divario di nove punti, tre in più rispetto allo stesso sondaggio di luglio. Le cose non vanno meglio per i democratici: il 58 per cento degli elettori ha un’opinione sfavorevole verso il partito attualmente all’opposizione, contro il 39 per cento che ne ha una favorevole. Il 92 per cento di chi ha votato Trump nel 2024 oggi gli attribuisce un giudizio positivo sull’operato, compreso un 70 per cento che lo «approva fortemente». Circa la metà degli elettori afferma però che l’economia è peggiorata nell’ultimo anno, contro il 35 per cento che vede un miglioramento, uno scarto percentuale in costante aumento.

Lo stato dell'economia americana

Conviene soffermarsi su quest’ultimo dato. Esso conferma una discrepanza, ormai tipica, tra gli indicatori economici tradizionali – inflazione e crescita economica – relativamente positivi — e una percezione pubblica dell’economia alquanto negativa. In effetti, sul fronte economico il primo anno di Trump consegna un quadro meno fragile di quanto i critici temessero. Il pil Usa nel 2025 è cresciuto intorno al 2,5 per cento, i mercati finanziari restano forti, le banche segnano profitti record e l’inflazione, rientrata tra il 2,6 e il 2,7 per cento (lontana dal 2 per cento ma sotto il 3), non ha imboccato la spirale che i dazi avrebbero potuto innescare. I costi tariffari sono stati in larga parte assorbiti dai margini di profitto delle imprese, con un parziale trasferimento sui prezzi al consumo. In superficie, l’economia appare quindi sotto controllo ed è peraltro in attesa non solo dell’effetto espansivo del Big Beautiful Bill, bensì anche di ipotetici booster che Trump potrebbe lanciare in vista delle elezioni di novembre. Sullo sfondo, il dollaro resta la moneta di riferimento globale e non si registrano fughe dai Treasury. Anche se qui va subito messa una postilla: il rialzo dell’oro di oltre il 70 per cento, la crescente attrattività di argento e bitcoin e il calo relativo delle riserve globali in dollari indicano che una parte degli investitori sta progressivamente diversificando verso i beni rifugio, non per paura di una crisi imminente ma per coprirsi da una possibile lenta erosione di fiducia nel dollaro come bene pubblico globale.

Ombre su occupazione, migrazione e demografia

Sotto la cenere, dunque, il fuoco cova. Il ciclo economico americano è sempre più finanziarizzato e capital-intensive: intelligenza artificiale, data center, asset prices e credito abbondante sostengono la crescita, ma non la traducono in occupazione diffusa. Anzi, il mercato del lavoro statunitense sta rallentando in modo marcato: nel 2025 sono stati creati circa 584.000 posti, poco meno di 50.000 al mese, contro i 168.000 mensili del 2024, il peggior dato — fuori dalle recessioni — da oltre vent’anni. Il tasso di disoccupazione, seppur tornato ai livelli pre-covid, non esplode non solo perché l’offerta di lavoro si è contratta drasticamente, ma anche per almeno due fenomeni sociali paralleli. Il primo è demografico: le proiezioni del Congresso indicano che, con l’attuale tasso di fecondità ben sotto il livello di sostituzione (circa 1,6 figli per donna), la crescita naturale della popolazione si avvicinerà allo zero entro i prossimi decenni e potrebbe addirittura azzerarsi già nel 2030 se i decessi supereranno le nascite senza un’immigrazione significativa. Il secondo fenomeno è proprio migratorio: l’immigrazione negli Usa è crollata da circa 2,3 milioni a poco più di 400.000 persone, sottraendo fino a due milioni di potenziali lavoratori. Anche la promessa occupazionale dei dazi resta disattesa: la manifattura ristagna o arretra, trasporti e logistica rallentano, il reshoring spinge sì gli investimenti ma il non lavoro.

Se gli americani si sentono sfiduciati

Emerge così il quadro di un’economia che cresce in superficie ma che, in fondo, non riesce a iniettare fiducia e soddisfare il timore dei cittadini statunitensi di sentirsi meno ricchi e meno benestanti rispetto a prima. Anche perché, sebbene l’inflazione sia tornata intorno al 2,6–2,7 per cento nel 2025, quindi sotto controllo ma sopra il target della Fed, i prezzi al consumo restano elevati, con aumenti particolarmente marcati nel comparto abitativo e alimentare. Gli stipendi settimanali reali sono aumentati solo dello 0,8 per cento da dicembre 2024 a dicembre 2025 quando si corregge l’inflazione e, al di là delle medie, la crescita del reddito reale per molte fasce della popolazione è rimasta contenuta.

Le ripercussioni sui rapporti sociali

L’idea di non sentirsi adatti a vivere nell’attuale contesto economico può scatenare fenomeni antropologici e quindi sociologici come esclusione, isolamento e violenza. Negli Stati Uniti circa 1 adulto su 3 riferisce di sentirsi spesso solo, circa il 32 per cento dichiara una significativa mancanza di connessione sociale significativa, mentre una quota consistente della popolazione adulta (si oscilla, in base ai sondaggi, tra il 37 e il 40 per cento) riporta livelli moderati o gravi di solitudine. Qui ci si può ricollegare non solo al calo demografico e quindi anche alla crisi della famiglia — un fenomeno su cui negli Usa si sta sempre più discutendo — bensì anche ai possibili gesti di violenza. Se da un lato i dati mostrano che i morti per arma da fuoco e le sparatorie negli Usa nel 2025 sono calati, dall’altro i numeri restano altissimi, anche per la facilità di detenere un’arma: nel 2025 negli Stati Uniti circolavano oltre 390 milioni di armi, più di 120 ogni 100 abitanti, e le statistiche preliminari del Gun Violence Archive indicano che sono state registrate almeno circa 40.000 persone colpite da proiettili, con oltre 14.600 morti e circa 26.100 feriti. Il primo anno della seconda presidenza Trump è stato anche l’anno dell’uccisione dell’attivista politico Charlie Kirk, di un utilizzo più assertivo della Guardia nazionale — ormai schierata nelle principali città americane — e quindi di un fronte interno sempre più caldo. Che, in fondo, porta a una connessione ma anche a un’integrazione della domanda da cui si è partiti: gli Stati Uniti si fidano più o meno di loro stessi rispetto a prima?

Vatican News

sabato 13 dicembre 2025

I DUE CRISTIANESIMI

 


I due cristianesimi negli Stati Uniti 

al tempo di Trump

 

-         di Giuseppe Savagnone  



Il ruolo politico delle sette evangeliche

Si sente spesso parlare di islamismo – di solito per condannarne il fondamentalismo – come di un blocco monolitico. Nella stessa logica l’antisemitismo attacca gli ebrei senza distinzioni. E allo stesso modo anche il cristianesimo viene considerato una visione che ha caratterizzato in modo univoco la nostra civiltà, anche se oggi se ne registra il declino.

È raro che si sottolineino le profonde differenze che si riscontrano all’interno di queste religioni e che si manifestano anche nel loro rapporto con la politica. Per guardare a quella cristiana, che ci è più vicina e che pensiamo di conoscere meglio, è un esempio significativo di questi diversi approcci la situazione degli Stati Unti.

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è di che cosa si tratta. L’evangelicalismo o evangelismo non prevede autorità religiose o la necessità di chiese consacrate: è un movimento teologico all’interno del protestantesimo (ampiamente maggioritario negli Stati Uniti) che si concentra sulla lettura della Bibbia, che non deve essere interpretata, ma considerata come “parola di Dio” e per questo insindacabile.

I membri di questi gruppi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.

Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza.

Organizzazioni come Christians United for Israel (CUFI), guidate da figure carismatiche come il pastore John Hagee, hanno avuto un peso decisivo nel riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale di Israele. La risoluzione dell’ONU del 1947 istitutiva dei “due Stati”, stabiliva che questa città, sacra all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, avesse uno statuto internazionale. Ma nel 1980 il primo ministro Menachem Begin fece approvare una Legge fondamentale che dichiarava Gerusalemme “Capitale una e indivisibile dello stato ebraico di Israele”.

A questo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha risposto, con 14 voti favorevoli, nessun contrario e una sola astensione (USA), dichiarando nulla e vana la legge in questione e ribadendo per gli Stati membri  l’obbligo di mantenere le loro ambasciate a Tel Aviv. L’unico capo di governo che ha sfidato questa decisione è stato Trump, che, durante il suo primo mandato, nel 2018 ha  spostato quella americana a Gerusalemme, per compiacere i suoi sostenitori evangelici.

Non è il solo esempio dell’appoggio delle sette cristiane a Israele. Un’inchiesta del giornale israeliano «Haaretz»,  nel 2018, ha svelato che diverse associazioni che gravitano nell’orbita dell’universo evangelista avevano donato più di 65 milioni di dollari in dieci anni alla causa israeliana. Questi soldi, sempre secondo «Haaretz», avevano finanziato le attività degli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre, inoltre, secondo l’Associated Press, il CUFI e altre organizzazioni evangeliste avrebbe elargito diversi milioni di dollari  per finanziare la guerra di Israele a Gaza.

Trump non si è limitato ad ascoltare i leader evangelisti in politica estera:  ha loro riconosciuto un ruolo pubblico istituendo un Ufficio della Fede. Chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White – che da anni è una sua fidata consulente spirituale – , sostenitrice della “teologia della prosperità”, secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale..

In questa occasione, il neo-presidente ha annunciato di voler «riportare la religione»  negli Stati Uniti. Rivelandosi anche in questo coerente con le dichiarazione fatte durante la sua campagna elettorale, che aveva  definito una «crociata giusta» contro «atei, globalisti e marxisti».

La posizione della Chiesa cattolica

Molto diversa da quella delle sette evangeliste, sicuramente,  la posizione dei cattolici americani. Anche se diversi vescovi, tra cui l’arcivescovo di New York Timothy Dolan,  hanno apertamente appoggiato la rielezione di Trump, bisogna tenere conto che l’alternativa era costituita da quella Kamala Harris che non ha trovato niente di meglio per la sua campagna elettorale che sventolare continuamente la bandiera della libertà di aborto.

Ed invece è stata decisa l’opposizione dei vescovi cattolici a Trump quando ha cominciato a delineare la sua politica volta a «rendere di nuovo grande l’America». Il presidente della Conferenza Episcopale statunitense, l’arcivescovo Timothy Broglio, in un comunicato, ha attaccato le disposizioni contenute negli ordini esecutivi riguardanti il trattamento degli immigrati e dei rifugiati, gli aiuti ai paesi poveri e l’ambiente. Esse, ha detto, «ignorano non solo la dignità umana di pochi ma di tutti noi».

In particolare, davanti al progetto di deportazione sistematica degli immigrati, monsignor Mark Joseph Seitz, vescovo di El Paso e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale, ha dichiarat:o  «L’uso di generalizzazioni radicali per denigrare qualsiasi gruppo, ad esempio descrivendo tutti gli immigrati clandestini come “criminali” o “invasori”, per privarli della protezione della legge, è un affronto a Dio che ha creato ciascuno di noi a sua immagine».

Sulla questione è intervenuto anche papa Francesco, con una lettera inviata ai pastori della Chiesa cattolica. «Un autentico stato di diritto – si legge nella comunicazione del Pontefice – si attua sulla base del trattamento dignitoso che meritano tutte le persone, soprattutto quelle più povere ed emarginate; il vero bene comune si promuove quando la società e i governi, con creatività e rispetto rigoroso dei diritti di tutti accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi e vulnerabili».

E il pontefice aggiungeva: «L’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, ferisce la dignità di tanti uomini e donne, di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità».

Il santo padre ha poi risposto alle parole del vice presidente JD Vance, che  pure si dichiara cattolico, il quale aveva giustificato le misure anti-immigrazione illegale assunte da Trump ricorrendo al concetto agostiniano dell’ordo amoris, secondo cui si deve pensare prima a se stessi, alla famiglia, ai vicini di casa, alla propria comunità, al proprio paese e solo poi a chi vive altrove.

Ordo amoris

«Il vero ordo amoris da promuovere – ha osservato il papa – è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del ‘buon Samaritano’, meditando cioè sull’amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, nessuno escluso. Preoccuparsi dell’identità personale, comunitaria o nazionale, prescindendo da queste considerazioni introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come criterio di verità».

Infine, nel novembre scorso, è stata tutta la Conferenza Episcopale cattolica a inviare un messaggio, approvato a larghissima maggioranza (216 sì, 5 no, 3 astensioni) in cui i vescovi esprimono il loro dissenso per una retorica che «vilipende gli immigrati» e per «le deportazioni di massa indiscriminate» in corso.

Papa Leone ha così commentato il comunicato: «Apprezzo moltissimo quanto detto dai vescovi. È una dichiarazione importante. Inviterei in particolar modo tutti i cattolici e tutte le persone di buona volontà ad ascoltare quello che hanno detto. Credo che dobbiamo cercare maniere di trattare la gente con umanità rispettando la loro dignità».

La questione di Gaza

Anche sulla questione di Gaza si nota una profonda differenza. Mentre le sette evangelicali hanno raccolto milioni di dollari per finanziare Israele, la sua guerra e le invasioni dei coloni, lo scorso 12 agosto mons. Broglio, presidente della Conferenza Episcopale, ha inviato una lettera ai suoi confratelli vescovi in cui diceva: «La nostra Chiesa piange per le terribili sofferenze dei cristiani e di altre vittime innocenti della violenza, che lottano per sopravvivere, proteggere i propri figli e vivere con dignità in condizioni disperate»,  e chiedeva di promuovere «una raccolta speciale per offrire aiuto umanitario e sostegno pastorale ai nostri fratelli colpiti a Gaza e nelle aree vicine del Medio Oriente».

In piena sintonia, ancora una volta, con la denuncia prima di papa Francesco, che ha parlato addirittura di «genocidio», e poi di Leone XIV, il quale, smentendo le dichiarazioni del premier israeliano Netanyahu, ha denunciato la situazione drammatica di Gaza, dove, ha detto, «la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte».

No, i cristiani non sono tutti uguali. Non lo sono negli Stati Uniti e neppure in Italia, dove, addirittura tra gli stessi cattolici, sono evidenti differenze radicali. Le parole chiarissime degli ultimi due pontefici sul tema dei migranti e su quello di Gaza sono state finora ignorate dal nostro governo, al cui vertice stanno leader che ad ogni occasione e ostentano la loro fede religiosa e la loro vicinanza ai papi. Anche se il loro modello è, dichiaratamente, il presidente americano, di cui ricalcano la politica di deportazione e, soprattutto, l’atteggiamento sprezzante verso quanti considerano, per usare le parole di mons. Seitz, “criminali” o “invasori”. Per quanto ci riguarda, noi stiamo col papa.

www.tuttavia.eu 

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sabato 12 aprile 2025

IL "REALISMO" TRUMPIANO


Che cosa ci insegna

 il “realismo” 

di Donald Trump

 

 


-         di  Giuseppe Savagnone 

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Parole che avvelenano il senso di un viaggio

Il lettore ha probabilmente avuto un sobbalzo leggendo, sul «Corriere della Sera» online di mercoledì 9 aprile, subito sotto il titolo a caratteri di scatola: «“Mi baciano il cu…”: la frase choc di Trump sui Paesi che vogliono negoziare», il sottotitolo: «Meloni e l’incontro con Trump: “Porterò il mio contributo”».

Evidentemente si è trattato solo di un involontario incidente tipografico. Ma dietro di esso c’è la cruda realtà di una situazione internazionale in cui – al di là dei termini coloriti usati dal presidente americano – si può solo scegliere tra uno scontro, perduto in partenza, con la maggiore potenza mondiale, e una umiliante sottomissione all’arroganza di chi comunque per i prossimi quattro anni ha avuto dal popolo americano il mandato di governarla.

Volgarità a parte, le scioccanti parole del Tycoon sul suo modo di intendere la relazione con gli altri capi di governo evidenziano che quelli che egli è disposto ad accettare non sono negoziati, ma atti di vassallaggio.

La differenza è sostanziale: a negoziare sono soggetti di pari dignità, che cercano di ascoltarsi a vicenda nel rispetto delle rispettive esigenze; mentre il vassallo rinunzia a far valere il proprio punto di vista e può solo sperare nella benevolenza  del suo interlocutore. 

La premier in USA

In quest’ottica, inevitabilmente, finisce per collocarsi anche l’annunciato viaggio di Giorgia Meloni negli Stati Uniti, motivata inizialmente dall’urgenza di discutere dei dazi e confermata anche dopo la loro sospensione.

La nostra premier è da sempre una estimatrice del Tycoon. Senza arrivare al tifo sfrenato del suo vice Salvini, si è chiaramente dissociata dall’ondata di critiche che prima e soprattutto dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca hanno bollato le sue posizioni come espressione di un sovranismo incompatibile con i diritti delle persone e degli Stati.

Pubblicamente ha difeso la «ragionevolezza» delle posizioni trumpiane, anche quando erano in chiaro contrasto col diritto internazionale, come nel caso della Groenlandia. Ed è stata chiara la sua simpatia per la linea dura del Tycoon nei confronti degli immigrati, in cui non poteva del resto non riconoscersi.  Così come,  da parte sua, Trump ha più volte lodato la Meloni, esprimendole la sua stima e la sua simpatia, indicando che per lui, insomma, è un’amica.

Dopo quello che il presidente ha dichiarato, però, si capisce in che senso sia possibile essere “amici” dell’inquilino della Casa Bianca. Sui giornali di destra la sua uscita è stata salutata come un atto liberatorio di autenticità: «Finalmente un politico che dice le cose come stanno.

Trump, con quel suo elegantissimo “Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo” ha il merito di fare a pezzi in una sola frase tutti i trattati di diplomazia ipocrita. Altro che gaffe, Trump ci ha appena spiegato cos’è davvero il diritto internazionale: la legge del più forte, detta senza fronzoli. Nessuna ipocrisia, solo la verità nuda e cruda: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano. E stavolta, dice lui, tocca agli americani fregare gli altri. Chapeau alla sincerità» (Giorgio Carta, in www.nicolaporro.it).

Forse, però, chi ha scritto queste parole non ha tenuto abbastanza conto della loro ricaduta su ciò che andrà a fare, nel suo incontro con Trump, la leader della nostra destra nazionale, di cui questi giornali sono accesi sostenitori.

Una drammatica alternativa

Ma il problema va ben al di là di questa particolare vicenda. Ormai la politica internazionale sembra imporre una scelta tra la libertà e la sopravvivenza. Chi non accetta di baciare il cu… di Trump e di subire docilmente i suoi umori,  deve prepararsi all’emarginazione  economica e politica. Anche politica: ne è stata un esempio la vicenda che ha visto il presidente ucraino Zelenskyi – aggredito, maltrattato e platealmente gettato fuori dalla Casa Bianca – costretto a scrivere una lettera di piena sottomissione alla volontà di chi lo aveva poche ore prima pubblicamente umiliato, rinunciando senza riserve alla propria linea e, soprattutto, alla propria dignità, pur di non essere abbandonato alle mire di Putin.

La stessa Europa continua disperatamente a far finta di non esser stata emarginata e insultata, con i fatti e le parole, con la clamorosa esclusione dai negoziati per la pace in Ucraina, dove si discuteva di una guerra in corso sul suo territorio e a cui gli Stati europei, compreso il Regno Unito (che non fa parte della UE), hanno dato in questi tre anni un contributo finanziario e militare enorme.

Per non parlare della definizione di «parassiti», appioppata agli europei dal vicepresidente Vance in una chat riservata, ma poi ripresa e ribadita pubblicamente da Donald Trump. Eroicamente da parte dei «parassiti» si continua a ribadire la volontà di tenere aperta la porta aperta  al dialogo con l’arrogante ex amico americano, magari stigmatizzando – coma ha fatto la Meloni – chi «alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico».

Questa la situazione. Stando agli estimatori di Trump, essa non fa che rispecchiare, senza ipocriti infingimenti, la vera natura della politica. A governarla non può che essere «la legge del più forte: chi comanda detta le regole, gli altri si adeguano». Nessun limite etico, nessun vincolo umano di rispetto reciproco e di amicizia. Solo la ricerca del proprio interesse nazionale. Come il presidente americano sta facendo.

La prova dei fatti

Forse è il caso di confrontare questa visione, che viene presentata come l’unica “realistica”, con i fatti. Una prima considerazione riguarda la sua possibilità di valere come filosofia a cui ogni Stato dovrebbe ispirarsi.

Le scelte di Trump stanno evidenziando oltre ogni possibile dubbio che i sovranismi si escludono a vicenda. Chi agisce in nome dello slogan «America First», prima l’America, non può collaborare con chi mette in primo piano, con la stessa assolutezza,  gli interessi del proprio paese. E chi, come i partiti di destra oggi al governo in Italia, ha come motto «prima l’Italia», non ha nessun motivo di festeggiare i successi dei sovranisti di altre nazioni.

Il sovranismo infatti, per la sua stessa logica, esclude quella visione inclusiva del bene comune secondo cui tutti possono crescere grazie a una reciproca cooperazione. Il principio a cui ci si ispira è che il bene degli altri e il proprio sono a somma zero: l’incremento dell’uno comporta sempre, inevitabilmente, la diminuzione dell’altro e viceversa.

Non sono un profeta, ma già il 7 novembre dell’anno scorso, commentando l’entusiastica reazione di Salvini per la vittoria elettorale di Trump, scrivevo: «Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione".

E di fatto, l’esultanza del nostro vice-premier dovrà presto fare i conti col fatto che la linea dell’America di Trump, protezionista e polemica verso l’Europa, non coincide affatto con gli interessi dell’Italia, per quanto il nostro governo abbia per molti versi una matrice sovranista, anzi è destinata a danneggiarli gravemente».

Il vassallaggio

È ciò che abbiamo osservato all’inizio a proposito della incapacità di Trump di avere amici e sull’alternativa inevitabile, nei rapporti con gli Stati Uniti di oggi, tra sottomissione e guerra. Il massimo che gli  altri Stati, anche quelli sovranisti – a cominciare dall’Italia – , potranno sperare, è un rapporto di vassallaggio, che non corrisponde certo a quel ritorno a quel prestigio internazionale promesso dalla Meloni in campagna elettorale.   

Una seconda considerazione si impone, guardando la realtà di ciò che sta accadendo. La totale spregiudicatezza di Trump, il suo rifiuto di ogni limite etico, il suo delirio di onnipotenza, che lo spinge a disporre del destino pubblico e privato degli altri come in un gioco, si sta traducendo in un disastro.

Aveva promesso di liquidare in pochi giorni le due guerre  di Ucraina e di Gaza, riportando finalmente la pace in Europa e nel Medio Oriente. I fatti dicono che in entrambi i casi si registra un inasprimento dei combattimenti e l’allontanamento di ogni prospettiva di tregua.

Il contributo effettivo del presidente americano, dopo i proclami messianici, finora è stato, in realtà, la rivendicazione di una cessione, da parte del governo ucraino,  dei diritti di sfruttamento delle risorse minerarie (le “terre rare”) di quel paese, imponendogli una specie di colonialismo; e il progetto di deportare i due milioni di palestinesi abitanti a Gaza, per costruire sulla Striscia un grande resort di lusso.

L’utopia dell’età dell’oro

Aveva annunciato all’America l’inizio di una «età dell’oro». E in questa direzione andava, a suo dire, la decisione di imporre dazi fortissimi (i più alti dal tempo della “grande depressione” di inizio Novecento) alle merci esportate negli Stati Uniti dagli altri paesi, anche amici ma è bastato l’annunzio per far precipitare le borse  di tutto il mondo – prima fra tutte quella americana di Wall Street – in un precipizio che è costato la perdita somme enormi di denaro.

La sola Wall Street ha bruciato in quattro giorni migliaia di miliardi di dollari, costringendo il Tycoon a un brusco voltafaccia. Ma anche dopo la sospensione dei dazi, la borsa americana, pur avendo avuto un inevitabile fase si euforia e di rialzo, sta continuando a scendere.

Dicono gli analisti che la causa ultima è l’inaffidabilità dello stesso Trump. Nessuno può più contare su previsioni ragionevoli. La stessa origine ha la perdita di valore del dollaro, a cui gli investitori preferiscono un bene-rifugio sicuro come l’oro.

Per non parlare dei danni enormi che i dazi – anche quelli mantenuti, anzi ulteriormente esasperati, nei confronti della Cina – hanno prodotto alle aziende americane che, come la Nike, hanno delocalizzato le loro filiere produttive o comunque sono fortemente interconnesse con la Cina per la fornitura di pezzi di ricambio.

La verità è che, in un mondo dove ormai la globalizzazione non è una moda, ma una necessità, il sovranismo rivela – grazie alla versione compiuta datane da Trump – tutto il suo anacronismo.

L'identità degli Stati Uniti

Infine – ma non è il danno minore – in pochissimi mesi gli Stati Uniti hanno perduto un’immagine internazionale che aveva costruito lungo il corso di tutto il secolo scorso, già a partire dalla prima guerra mondiale, e che aveva fatto di questo paese, relativamente giovane, un punto di riferimento per tutto l’Occidente. Oggi la nuova identità conferitale dal suo nuovo presidente è diventata un  triste simbolo di potere arbitrario  e di cupidigia senza scrupoli.

Più in generale, ciò a cui assistiamo insegna che, se chi è più forte pretende di usare la propria potenza per schiacciare gli altri o almeno subordinarli a sé, invece di collaborare con loro per un risultato che premia le esigenze di tutti, alla fine non solo non ci guadagna, ma è penalizzato più di tutti. L’esperienza di questi giorni ci dice che, con buona pace dei “realisti” e del loro cinismo –  l’etica non è un lusso della politica e tanto meno un velo ipocrita che ne maschera il vero dinamismo, ma una condizione essenziale per il suo buon funzionamento.

 www.tuttavia.eu

 Foto di visuals su Unsplash


 

 

mercoledì 9 aprile 2025

L'AMERICA E I DAZI



 Zamagni: «La guerra dei dazi di Trump? Non durerà»

L'economista non ha dubbi: «I dazi andranno avanti al massimo per un anno e si ritorceranno contro gli americani». L'Europa pagherà conseguenze che «saranno momentanee. Farebbe meglio a concentrarsi sulle questioni strutturali che negli ultimi 20 anni l'hanno indebolita e iniziare ad investire in tecnologia e scienza»

di Anna Spena

«Che altro c’è da dire?». Risponde così – e sorride – il professore emerito di Economia Civile all’Università di Bologna Stefano Zamagni quando gli chiediamo dei dazi di Donald Trump entrati in vigore il 5 aprile. Il primo pacchetto di dazi, del 10%, viene applicato a tutti i Paesi e su quasi tutte le importazioni. A questi seguiranno dazi “reciproci” – come li ha definiti il presidente degli Stati Uniti – per tassare le merci straniere importate negli Usa. L’Unione Europea risponde con i contro-dazi a quelli – del 25% – applicati dagli Usa su acciaio e alluminio, che nel caso del vecchio continente valgono 26 miliardi. La Commissione ha deciso di colpire alcuni dei più iconici prodotti statunitensi con tariffe al 25%, salvo alcune eccezioni limitate al 10%. E mentre i mercati impazziscono stiamo a guardare il dito e non la luna.

Professore, che significa “che altro c’è da dire?”

La questione dei dazi imposti da Trump sta polarizzando l’attenzione di tutti. Quello che io rilevo è, da un lato, un eccesso di informazioni che si rincorrono e si contraddicono reciprocamente, dall’altro una scarsità di riflessioni sul significato profondo di questo fenomeno e sulle implicazioni che può avere. E non mi riferisco solo all’Italia – dove comunque il tema è più avvertito rispetto agli altri Paesi – ma all’intero mondo occidentale. 

In che senso?

La vicenda dei dazi, e delle altre misure che sono state prese in terra d’America dall’amministrazione Trump, appartengono all’ordine dei mezzi, non all’ordine dei fini, tanto in ossequio ad una teoria economica mirata a diminuire le transazioni internazionali e quindi a mettere in forza il principio sacro del libero scambio. Questo lo sa Trump, come lo sa chiunque abbia studiato un minimo di economia.

E allora perché lo fa?

Perché il suo fine è diverso. E si serve dello strumento economico, ma questo è il mio giudizio, in maniera sbagliata per raggiungerlo. 

Professore ma di che fine parliamo?

È un fine di duplice natura, da un lato politico e dall’altro culturale. Sul piano politico quello che sta avvenendo era già scritto nel famoso “Manifesto Politico della Sylicon Valley Oligarchica” di Peter Thiel. Un manifesto, pubblicato in California, che risale al 2009 e che ha tra i suoi sostenitori il vicepresidente J. D. Vance, Elon Musk e molti imprenditori delle big tech. La tesi che viene sviluppata nel manifesto è che il tempo della democrazia sia finito. Se vogliamo progredire occorre attribuire il potere non al popolo, ma ad un gruppo, a un’élite ristretta di super capaci e super esperti. Perché diversamente il rischio è di perdere gli appuntamenti della storia. L’altro obiettivo, invece, è quello di ristabilire l’egemonia culturale. Ecco, gli americani non hanno mai accettato o digerito il fatto che dal punto di vista culturale, negli ultimi 15, 20 anni, l’America sia andata giù. Questa evidentemente è una prospettiva che fa presa, non dico su tutti, ma su alcuni strati della popolazione americana e da un certo punto di vista è comprensibile, ma non giustificabile.

Perché è comprensibile?

Dopo la seconda guerra mondiale, e per decenni, l’America è stata la terra dell’avvenire, la terra promessa. Dalla grande crisi finanziaria del 2008 è diventata invece il ricettacolo di tutto ciò che non va. Crisi che, ricordiamolo, è stata causata dagli americani, e questo ha evidentemente diminuito la fiducia. In molti si sono chiesti sul piano economico, così come su quello scientifico, dove fosse la supremazia americana se in casa loro hanno “allevato” una crisi di queste proporzioni. In sostanza l’Europa sta perdendo troppo tempo su questa guerra dei dazi, perché è una guerra che non durerà.

Dice di no?

A mio modo di vedere, cioè il mio sentiment, come si suol dire, è che al massimo potrà durare ancora un anno perché chi ha un minimo di conoscenza economica sa che il prezzo che questa guerra dei dazi che Trump sta imponendo agli americani si ritorcerà contro di loro. In America è diffusa la cultura del pragmatismo. L’americano medio, a differenza dell’europeo medio, è molto meno attratto dall’ideologia o dai valori fondamentali. Dopotutto il pragmatismo è una corrente di pensiero filosofica nata proprio in America alla fine dell’Ottocento. E la filosofia pragmatista dice che va fatto tutto ciò che funziona, ovvero ciò che produce benessere. Già ora ci sono state delle proteste nei vari Stati Usa, ed è soltanto l’inizio. La gente vede che la loro condizione di vita sta peggiorando e quindi non è disposta a rinunciare al proprio benessere. Ecco quando il benessere diminuisce, l’americano medio “abbandona”. 

E le conseguenze sull’Europa?

Nel frattempo, pagheremo delle conseguenze, certo. Il Pil calerà, ma sarà una situazione momentanea. La durata di questa politica insensata è destinata a non superare le elezioni di midterm. Quando i sondaggi rileveranno il rischio per i repubblicani di perdere la maggioranza al Congresso le cose inizieranno già a cambiare, chi conosce la cultura americana lo sa. Io insegno in un’università americana da 52 anni, me ne accorgo. Vedo gli studenti, anche se sono già avanti con gli anni, come ragionano e qual è il loro modo di rapportarsi. Confronto il loro atteggiamento con gli studenti italiani. E mentre per i nostri studenti c’è sempre un gancio, chiamiamolo ideale o ideologico, a seconda delle circostanze, gli studenti americani non hanno di questi problemi perché per loro il principio è il funzionalismo e se una cosa non funziona va buttata via e va cambiata. Nel frattempo, l’Europa dovrebbe soffermarsi su altro, non sui dazi.

Altro?

Sulle cose concrete.

Quali sono?

È possibile che un continente come l’Europa non abbia una company, una corporation nel settore delle alte tecnologie, come hanno invece gli americani? Ma è mai possibile che noi non abbiamo dei centri di ricerca di altissimo livello sotto il profilo tecnico-scientifico anche se in Europa siamo pieni di cervelli che vengono esportati negli Usa? È possibile che non ci sia un’idea di difesa comune gestita con un’agenzia indipendente? Ma è mai possibile che in Europa, nella cosiddetta Unione Europea, ci siano 27 modelli diversi, tali per cui se uno si ammala in un Paese ha un trattamento e se si ammala in un altro il trattamento cambia? È possibile che l’Europa non riesca a partorire un disegno comune per evitare il frazionamento che abbiamo davanti? Pensare alle cose concrete significa aggredire le cause che hanno portato a questa situazione. 

Cosa si può fare?

Non bisogna concentrare tutte le attenzioni sulle questioni di breve termine, utilizzate come scusa per non dedicare invece attenzioni alle questioni strutturali. Questo succede perché negli ultimi 20 anni l’Europa si è indebolita, non siamo forti. E gli americani, sapendolo, ne hanno tratto vantaggio. Ora sui dazi si sta provando a percorrere la strada del negoziato, lo stanno chiedendo tutti, ed è ovvio. Ma quello che io voglio dire è che bisogna proprio uscire dal superficialismo. Ci muoviamo e ci agitiamo solo quando succede qualcosa. Guardiamo ai disastri naturali. Quando arriva l’alluvione tutti piangiamo. Ma è mai possibile? Queste cose si sapevano già da prima. Ma quando dico “da prima” intendo da anni, perché non si è mai fatto nulla? Quindi prima piangiamo e poi rifacciamo l’errore di mettere una pezza sul disastro e non curare la causa strutturale che l’ha determinato.

 AP Photo/Luis M. Alvarez/LaPresse

VITA

 

sabato 5 aprile 2025

DAZI IN ARRIVO e BORSE IN CALO

 


Ma il problema


non sono i dazi




-di  Giuseppe Savagnone 


Misure irragionevoli

Tutti mezzi di comunicazione hanno dato grande spazio all’effetto catastrofico che stanno avendo sull’economia mondiale i dazi imposti dal presidente americano Donald Trump. La prima a crollare è stata proprio la borsa di New York. 

In conseguenza dell’annuncio, a Wall Street il Dow Jones ha chiuso in calo del 3,98% e il Nasdaq ha perso il 5,97%, dopo essere arrivato a cedere il 6,04%. Ma anche le borse europee – Francoforte, Parigi, Milano – e quelle asiatiche hanno registrato perdite che raggiungono 2.000 miliardi a Wall Street e 422 in Europa.

Il governo americano ha cercato di frenare questo panico appellandosi alla credibilità del presidente: «A Wall Street diciamo: fidatevi di Donald Trump», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, commentando alla CNN il crollo dei mercati. E ha ripetuto lo slogan trumpiano secondo cui «questo è l’inizio dell’età dell’oro», perché «gli Stati Uniti non saranno più fregati dalle altre nazioni». Ma l’appello è rimasto senza esito.

Si tratta della più pesante barriera protezionistica a difesa del mercato statunitense dal tempo della “grande depressione”. Con la differenza che allora l’economia americana attraversava una drammatica crisi, mentre in questi ultimi anni ha avuto una progressiva espansione.

Trump ha motivato la sua decisione invocando la necessità di una «liberazione» dallo sfruttamento di cui, a suo dire, sono responsabili praticamente tutti gli altri paesi del mondo e che ha loro consentito finora di «saccheggiare e violare» gli Stati Uniti.

In base a un calcolo che ha colpito gli economisti per la sua rozzezza  e infondatezza, la prova di questo sfruttamento sarebbe il disavanzo commerciale per cui le importazioni statunitensi sono nettamente superiori alle esportazioni.

Come se questo dipendesse da una intenzionale discriminazione da parte degli altri paesi nei confronti del made in USA, e non da una serie di fattori che finora hanno portato gli americani a comprare una quantità di prodotti esteri  superiore alla quota di quelli che vengono esportati.

Per di più Trump sostiene che la tassa sul valore aggiunto, l’IVA, serve a scoraggiare l’acquisto di prodotti USA, misconoscendo il fatto che si tratta di un’imposta su tutti i beni consumati all’interno di un paese, a prescindere dalla loro provenienza.

Da qui il suo riferimento alla «reciprocità» che le nuove misure doganali mirerebbero a realizzare, riequilibrando l’immaginario protezionismo di cui gli Stati Uniti sarebbero stati finora vittima.

Non stupisce che molte delle critiche a queste misure riguardino non solo il danno che esse provocheranno, ma la loro ragionevolezza. Tra l’altro, gli esperti fanno notare che esse colpiscono anche – e in certi casi soprattutto – l’economia americana, che è strettamente interconnessa con quelle penalizzate dai nuovi dazi. Esemplare il caso della Nike e quello della Apple, due giganti che hanno in gran parte de-localizzato all’estero le loro catene di produzione.

E, infatti, i pesantissimi dazi imposti al Vietnam (46%) hanno fatto crollare le azioni del colosso americano delle calzature, le cui azioni sono scese di più del 10%. Così come quelli al 344% imposti alla Cina rappresentano un grave problema per Apple, che nel Paese asiatico produce l’85% dei suoi iPhone.

Ma anche le famiglie americane risentiranno pesantemente dell’aumento dei prezzi di prodotti d’importazione di cui non possono o non vogliono fare a meno.

«L’età dell’oro» appena iniziata si prospetta già molto meno entusiasmante di quanto in campagna elettorale Trump abbia promesso. Il solo a non rendersene conto sembra essere il presidente americano: «L’intervento è finito!» scritto su «Truth». «Il paziente è sopravvissuto e sta guarendo, la prognosi è che il paziente sarà molto più forte, più grande, migliore e più resiliente che mai prima. Rendiamo l’America di nuovo grande!!!».

La reazione dei paesi europei e quella dell’Italia

Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «brutale e infondata» la scelta di Trump e ha invitato gli imprenditori francesi dei settori più colpiti a «sospendere gli investimenti negli Stati Uniti» in attesa di «ogni ulteriore chiarimento». E Robert Habeck, ministro dell’Economia tedesco, in una conferenza stampa ha paragonato l’impatto dell’attacco della Russia all’Ucraina con quello dei dazi degli Stati Uniti, verso i quali, ha detto, è necessaria una reazione compatta e decisa, proprio come nel caso dell’aggressione russa all’Ucraina.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, da parte sua, ha sottolineato l’eccezionale gravità di ciò che sta accadendo: «L’economia globale soffrirà enormemente. L’incertezza aumenterà vertiginosamente e innescherà l’aumento di un ulteriore protezionismo. Le conseguenze saranno terribili per milioni di persone in tutto il mondo».

Ha poi aggiunto che la Commissione, già impegnata a mettere a punto le prime contromisure in risposta ai dazi su acciaio e alluminio, entrati in vigore a marzo, sta ora preparando un nuovo pacchetto per replicare ai nuovi dazi.

Di tono completamente diverso la reazione della nostra premier, il cui commento, pur moderatamente critico, è stato soprattutto rivolto a minimizzare la portata  della svolta statunitense, perfino con un accenno di polemica verso quanti ne denunciavano la gravità: «Penso che la scelta degli Stati Uniti sia una scelta sbagliata, che non favorisce né l’economia europea né quella americana, ma penso anche che non dobbiamo alimentare l’allarmismo che sto sentendo in queste ore (…). Ovviamente abbiamo un altro problema che dobbiamo risolvere, ma non è la catastrofe che, insomma, alcuni stanno raccontando».

Quanto alle possibili contromisure, già nel discorso tenuto al Senato alcuni giorni fa Meloni le aveva in anticipo definite come un pericoloso cedimento alla «tentazione delle rappresaglie, che diventano un circolo vizioso nel quale tutti perdono». Con una strana identificazione tra legittima difesa e rappresaglia, che è un’altra cosa.

Coerentemente con questa prospettiva, nel suo commento all’annuncio di Trump la nostra premier ha osservato che in Europa  siamo chiamati a «scelte che possono essere diverse.

Ad esempio, io non sono convinta che la scelta migliore sia quella di rispondere a dazi con altri dazi, perché l’impatto potrebbe essere maggiore sulla nostra economia rispetto a quello che accade fuori dai nostri confini». E ha concluso: «Il ruolo dell’Italia è portare gli interessi italiani».

Parole che, nella loro cautela, lasciano intravedere la possibilità di una diversificazione della risposta del nostro governo rispetto a quella degli altri paesi europei, rompendo un’unità che più volte è stata invocata come la condizione imprescindibile per una efficace difesa da parte dell’Europa.

La sintonia di Giorgia Meloni con Trump

È una reazione che in realtà riflette la sintonia che la nostra premer ha chiaramente espresso nell’intervista al «Financial Times»: «Io sono conservatrice. Trump è un leader repubblicano. Sicuramente sono più vicina a lui che a molti altri. E capisco un leader che difende i suoi interessi nazionali. Io difendo i miei».

A suo avviso Donald Trump non è un avversario, ma «il primo alleato» di Roma. E le arroganti parole critiche rivolte al Vecchio Continente dal vicepresidente americano J. D. Vance – lo stesso che in una chat ha definito gli europei «parassiti», ricevendo poi peraltro la conferma da parte dello stesso Trump – sono pienamente giustificate, perché l’Europa «si è un po’ persa negli ultimi anni»

Così, nel discorso al Senato del 17 marzo scorso, ha addirittura accusato di malafede chi prende atto della divaricazione che, per evidente scelta di Trump, si è verificata tra  le due sponde dell’Atlantico: «Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e USA, lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica». 

La distanza tra Europa e Stati Uniti non sarebbe nella realtà dei fatti, ma il frutto di una maligna «narrazione»: «Chi per ragioni diverse alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico, non fa che indebolire l’intero Occidente, a beneficio di ben altri attori».

Ma già ai primi di gennaio, nella conferenza stampa d’inizio d’anno, mentre il mondo sbalordito stentava a credere alle minacciose parole con cui il nuovo inquilino della Casa Bianca proclamava il suo progetto nei confronti della Groenlandia e del Canale di Panama, la nostra presidente del Consiglio prendeva le distanze dai critici e ne minimizzava la gravità, esprimendo la sua piena fiducia nel Tycoon: «Mi sento di escludere che gli Stati Uniti nei prossimi anni si metteranno a tentare di annettere con la forza dei territori che interessano: a differenza di alcune letture che leggo, sento, e ascolto su Trump, lo abbiamo già visto presidente degli USA ed è una persona che quando fa una cosa, ragionevolmente la fa per una ragione».

Dopo di allora Trump è più volte tornato sulla questione della Groenlandia, non con le argomentazioni razionali a cui Meloni lo ritiene portato, ma ricorrendo ancora una volta alla minaccia, anche militare: «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale. Dobbiamo averla», ha dichiarato.  «La otterremo al 100%. Ci sono possibilità che gli Stati Uniti la prendano senza la forza militare, ma nulla è escluso».

Per non parlare dell’intento dichiarato e ribadito di risolvere il dramma della guerra di Gaza deportandone gli abitanti e trasformando la Striscia in un resort di lusso.

A questo punto la questione dei dazi diventa solo l’ultimo episodio di una deriva che smentisce tutti gli sforzi della nostra premier di chiudere gli occhi sulla realtà.. Mai come in questo ultimo atto è stato chiaro che il «solco» tra le due sponde dell’Atlantico non è un’invenzione di chi vuole metter in difficoltà il nostro governo, ma un dato di fatto che lo costringe a decidere se essere dalla parte dell’Unione Europea, adottando una linea comune, oppure cercare un negoziato  “a parte”, come chiede a gran voce il nostro vice-premier Salvini, accettando gli eventuali privilegi del vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti, ma correndo il rischio di avere in Europa lo steso ruolo sempre più marginale che ha l’Ungheria di Orbán. 

Dove il problema non è più solo economico, come oggi tutti tendono a dire, ma coinvolge la dimensione politica, culturale ed etica della nostra identità nazionale. Gli italiani sono chiamati a una scelta che va ben oltre gli svantaggi derivanti dai dazi.

Condividiamo la stima della nostra premier per Trump e la sua ragionevolezza? Vogliamo veramente chiudere anche noi gli occhi su quello che il presidente americano sta facendo – e su come lo sta facendo – da quando è al potere? Sono i suoi progetti il futuro che auspichiamo per la  civiltà occidentale?

Oggi non possiamo più sfuggire a questi interrogativi. E dalla risposta che daremo dipende il posto che l’Italia avrà nel mondo.

 www.tuttavia.eu

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