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giovedì 25 giugno 2026

SCUOLA, NON CASERMA

 


Lo stesso Vannacci che ha chiesto

 agli studenti di appendere uno

 striscione con scritto 

"L'Italia agli italiani" 

in ogni istituto scolastico

 d'Italia, ha presentato 

il suo programma per la scuola:

 classi divise

 per merito, studenti separati in base al rendimento, 

i più bravi con i più bravi e i meno bravi tra di loro. 

Lo chiama "fattore inclusivo." La FISH, la Federazione Italiana per i Dirittidelle Persone con Disabilità, lo ha definito "culturalmente arretrato e pericoloso sul piano sociale", aggiungendo che "la scuola non è una caserma organizzata per ranghi, né un'azienda che massimizza la produttività selezionando i più performanti."

Vannacci evidentemente non sa, o non vuole sapere, una cosa fondamentale: la scuola non è una catena di montaggio in cui si selezionano pezzi conformi e si scartano quelli difettosi; è il luogo in cui si formano i cittadini, non solo i professionisti, e quella formazione passa attraverso la convivenza con la diversità, con la complessità, con l'altro.

Quando un bambino condivide la classe con un compagno che impara in modo diverso, più lentamente o attraverso strade alternative, non perde tempo: impara qualcosa che nessun programma ministeriale può insegnare, vale a dire la pazienza, l'empatia, la capacità di riconoscere i bisogni dell'altro prima dei propri. Queste competenze hanno un nome scientifico, intelligenza emotiva, e decine di ricerche internazionali dimostrano che i bambini cresciuti in classi eterogenee la sviluppano in misura significativamente maggiore rispetto a quelli cresciuti in ambienti omogenei e selettivi.

Un adulto con alta intelligenza emotiva è un professionista migliore, un genitore migliore, un cittadino migliore; è qualcuno capace di lavorare in squadra, di gestire i conflitti, di relazionarsi con il mondo reale, che è fatto di persone diverse, non di classi omogenee selezionate per rendimento.

Vannacci vuole invece una scuola dura e selettiva, come la vita, dice lui. Peccato che la vita vera, quella fuori dai recinti militari, sia fatta esattamente dell'opposto: di differenze, di fragilità, di complessità che non si può separare e catalogare.

Formare un bambino significa prepararlo a tutto questo, non a correre in una gara dove vince solo chi è già partito avvantaggiato.

Vannacci viene dall'esercito, dove i ranghi si decidono per grado e i soldati si dividono per livello.

 Peccato che i bambini non siano soldati, e la scuola non sia una caserma. Ma per chi ha passato la vita a dare ordini, tutto il mondo finisce per assomigliare a un plotone.

È il pensiero di chi trova nella divisione tra forti e deboli una spiegazione comoda e rassicurante; di chi ha bisogno di un nemico identificabile, possibilmente diverso, possibilmente più fragile, su cui scaricare la complessità di un mondo che non riesce a capire fino in fondo.

Il disabile, lo straniero, il diverso, chi non tiene il passo: sempre loro, sempre gli stessi, sempre colpevoli di qualcosa.

Omar Lopecia

Immaginee


giovedì 10 luglio 2025

HO VISTO UN RE

 

-SANDOKAN !-

Italia, 1936. 

Emilio è un bambino fantasioso, con la passione per Sandokan. Un giorno crede di vederlo davvero, quando suo padre, podestà fascista, cattura e rinchiude in una voliera nel giardino di casa sua il principe africano Abraham Imirrù. A Emilio non sembra vero: finalmente potrà conoscere da vicino un eroe, ma suo padre, i suoi colleghi e tutto il suo paese non lo guarda allo stesso modo. 

Il razzismo è dilagante, come la violenza su chi è considerato «diverso».

Cos’è più forte della paura? L’immaginazione. I libri. Questi i cardini di Ho visto un re, storia fantastica contro la xenofobia, ispirata da una storia vera, quella di Nino Longobardi, futuro giornalista, ancora bimbo ai tempi della Campagna d’Africa, che si vede arrivare un prigioniero etiope nel suo paese d’origine. Siamo ai tempi del fascismo e della guerra.

Tra adulti che vivono di illusioni e bimbi che fanno di quell’illusione una realtà immaginaria, alternativa, si snoda il racconto del lungometraggio di Giorgia Farina, che «spariglia» le carte, mettendo al centro lo sguardo di un innocente, rendendo straordinario un ordinario percorso di scoperta e di crescita. Quella di Emilio, ragazzino di 10 anni appassionato dei romanzi di Salgari, che quindi nella sua mente vive a metà tra Mompracem e Roccasecca, suo luogo natìo.

Tutto parte proprio da qui, da questa tranquilla cittadina di provincia, dove nel 1936 la vita scorre pigramente tra slogan mussoliniani, bambini divisi tra Balilla e Piccole italiane, donne relegate al ruolo di mogli e madri e podestà pervasi dalla retorica di regime e dall’entusiasmo generale per la conquista dell’Etiopia, in un fervore coloniale senza precedenti.

L’Africa è un luogo mitico e lontano, terra di conquista e mistero.

La vita del piccolo paese laziale è «accesa» dall’arrivo del «confinato» Abraham Imirrù (Gabriel Gougsa), un ras etiope rinchiuso in una voliera nel giardino della villa del padre di Emilio (Marco Fiore), il podestà Marcello (Edoardo Pesce). È lui il motore del racconto insieme allo sguardo innocente del bambino, che non vede un prigioniero, o uno «scimmione puzzolente», bensì il suo eroe, lì, davanti a sé, in carne e ossa: Sandokan.

Tra federali e fascisti ridotti a macchiette umane, propaganda di regime grossolana, rozza, basata sull’assenza di conoscenza dell’altro, del diverso da noi, la chiave di lettura è nello sguardo puro, senza filtri, di Emilio e del suo amore per la letteratura d’avventura. Così la realtà si trasforma: si apre la gabbia materiale e metaforica delle menti, degli spiriti più ottusi, come quello del podestà razzista e chiuso (l’unico personaggio che non si evolverà per tutto il film) o del federale Trocca, ancora più «prigioniero» del pensiero fascista, «villain», reso da un eccellente Gaetano Bruno, e si è capaci di guardare all’altro come a un nostro simile, un essere umano.

Farina, alternando il registro della commedia e del grottesco, utilizzando la fantasia come grimaldello per scardinare la brutalità del reale, non solo propone una critica alla dittatura fascista, ma, in una visione più ampia, indica quanto chi è ai margini della società in realtà abbia un pensiero libero, lucido e «irridente» sul mondo. I temi del colonialismo, dell’odio razziale, dell’identità sono attraversati sempre con levità, grazie all’immensa meraviglia e al potere dell’immaginazione di Emilio. Tra registro fiabesco e realistico, il film inquadra con accuratezza il periodo storico, rimanendo sui tratti del sognante e del naïf. È interessante, anche per una carezza interiore: all’essere umano è dato evolversi, a patto però di mantenere il cuore aperto, e il resto verrà da sé; non saremo più soli su quel vascello che avanza intrepido verso l’avventura più grande, la versione migliore di noi stessi.

 La Civiltà Cattolica




venerdì 1 luglio 2022

L'IDENTITA' PERDUTA

                                                                            

-        
di Sabrina Corsello*


Vi era un tempo in cui la ricerca della propria identità era considerata parte costitutiva ed integrante di ogni crescita umana. In particolare, era l’adolescenza a segnare il momento di crisi o di passaggio all’età adulta per ogni giovane che inevitabilmente si trovava a dover fare i conti con i modelli genitoriali, le tradizioni e i valori della propria comunità di appartenenza.

Era dunque scontato pensare che ogni percorso di conoscenza di sé dovesse passare da una prioritaria assunzione critica della propria storia e da una rivisitazione dei valori sociali di riferimento. La “legge del padre”, i modelli sociali, la cultura dominante, rappresentavano allora il punto di partenza e al tempo stesso il limite-contenimento del processo di costruzione del proprio Sé.

Per quanto ancora oggi la ricerca della propria identità sia riconosciuta come un’aspirazione di ogni essere umano, tuttavia, ciò che oggi sembra sia venuto meno è lo spazio contenitivo in cui, fino ad un passato recente, si svolgeva questa indagine. Sembra che quel carico di inquietudine esistenziale che da sempre l’ha accompagnata, oggi difficilmente trovi il proprio contenimento all’interno di uno spazio rassicurante e ben definito dall’appartenenza ad una propria comunità. Ciò che è venuto meno non è dunque l’anelito personale alla ricerca di sé, ma l’idea che possa esistere una comunità capace di fornire un modello di riferimento. Ad emergere oggi, infatti, è una concezione individualistica che nella comunità non vede altro che una mera somma di individui i quali, non a caso, appaiono sempre più sradicali, privi di appartenenze e di valori condivisi.

Resa dunque ancora più complessa e problematica, la ricerca di se stessi ha così lasciato il posto ad un’ossessiva, ma ben più rassicurante, cura della propria immagine; le relazioni sociali sono state d’altra parte rimpiazzate dalle più comode connessioni e da un compulsivo collezionismo di contatti. Il nuovo identikit è dunque quello di un individuo che, di fatto, di comunità e di ricerca di bene comune sa ben poco.

Le leggi di un mercato globalizzato hanno spazzato via, infatti, quelli che un tempo erano valori consolidati e obiettivi esistenziali: la famiglia, la certezza del lavoro, il salario dignitoso, per lasciare spazio ai nuovi “valori” della flessibilità e competitività, dello sradicamento e precarietà. Tutti falsi miti di una società individualistica e totalizzante che è capace di subordinare tutto a quella prioritaria ricerca di profitto che sta determinando il passaggio dall’ homo politicus, comunitario e socievole per definizione, all’homo migrans, destinato a circolare come merce, sradicato, senza modelli di riferimento e fuori dal contenimento protettivo di una propria comunità.

Non c’è dunque da stupirsi se smarrimento, inquietudine e senso di inadeguatezza siano i sentimenti dominanti nelle nuove generazioni, troppo spesso giudicate irresponsabili e disimpegnate, ma raramente ascoltate e comprese nella loro oggettiva, oltre che soggettiva, difficoltà di vivere il proprio travaglio esistenziale senza veri punti di riferimento e avendo dinanzi un futuro che ogni giorno appare sempre più incerto. Non possiamo infatti non considerare che il difficile percorso di autoconsapevolezza oggi è stata reso ancor più complesso da un vero e proprio progetto culturale che mira scientemente a dissolvere ogni forma di identità, percepita come presunta minaccia alla libertà individuale di autodefinirsi e fonte di pericolosi contrapposizioni e conflitti. Se dunque, appena ieri, sarebbe stato impossibile prescindere dal riconoscimento delle appartenenze alla propria famiglia, alla propria Nazione, a un determinato credo religioso, oggi ci si sta spingendo persino verso la rimozione della stessa possibilità di definirsi a partire dal proprio sesso di nascita.

L’ideologia gender, infatti, sta provando a dissolvere la coscienza di genere, trasformando il dato biologico del sesso di nascita in mero fatto culturale che, in nome di una presunta libertà assoluta, deve anch’esso potersi considerare frutto di una scelta esclusivamente individuale. Il genere sessuale non sarebbe più dunque da considerare un dato biologico, cromosomico, perché il nuovo must impone che maschi o femmine non si nasce, ma si diventa. Dal gender si passa così dal cisgender o al transgender, a seconda che ci si riconosca o meno nell’identità di genere attribuita alla nascita, o al queer di chi addirittura rifiuta di dare un nome alla propria identità di genere o al proprio orientamento sessuale. Tutto appare lecito in uno spazio sempre più dominato da un artificio, che ogni giorno di più si manifesta come soppressione e superamento di tutto ciò che è natura.

A ben vedere, ciò che viene messo in discussione è la stessa possibilità di pensare l’esistenza di modelli in una società in cui l’unico paradigma è quello libertario, che non ammette definizione di identità a partire da appartenenze date. L’identità fluida diviene allora l’unica forma di identità possibile in una società che non a caso sceglie di definirsi liquida e che alla comunità di appartenenza preferisce quel melting pot che promuove la commistione di individui di origini, religioni e culture diverse, con la pretesa di voler costruire un’identità universalmente condivisa.

Alla base di questa ideologia vi è la convinzione che non ha senso parlare di anagrafe, di biologia, di cittadinanza, poiché ogni essere umano deve essere lasciato libero di andare a vivere dove ritiene, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino, perché l’unica definizione possibile è quella di essere cittadini del mondo e abitanti della Terra. Non sappiamo se tale progetto diverrà realtà o sia destinato a rimanere mera utopia. Intanto quel che è certo è che questo uomo migrante è tutto fuorché felice di essere costretto a lasciare i confini della propria terra, di dover rinunziare ai propri affetti per vagare in un mondo che è ben distante dall’utopia di pace promessa a chi crede nel one world no borders.

Di fatto ciò cui stiamo assistendo è il profilarsi di un homo vacuus, un uomo vuoto, svuotato di ogni identità ma al tempo stesso potenzialmente capace di assumerle tutte. C’è da chiedersi il perché di questo attacco frontale all’identità. Tra le possibili cause certamente quella del grande equivoco di un’egemonia culturale che ha confuso identità e identitarismo, nazione e nazionalismo, sesso e sessismo. In pratica è come se si fosse deciso di demolire qualcosa di significativo, solo in quanto avrebbe in nuce le potenzialità della sua stessa degenerazione.

C’è inoltre da considerare che la ratio apparente di tale demolizione risiede in un’idea astratta di uguaglianza che sarebbe preclusa e minacciata proprio dalla definizione di identità e di appartenenze precostituite. Paradossalmente, infatti, sarebbe proprio l’esigenza di garantire tolleranza e rispetto a giustificare l’affermazione di uguaglianza intesa come indifferenziazione.

In altre parole, il ragionamento sarebbe questo: se vogliamo essere uguali, dobbiamo rimuovere tutte le differenze che fanno sì che si sia diversi ossia, appunto, le diverse identità. Ma è proprio così? Davvero occorre sopprimere le identità per garantire uguaglianza? Se ci pensiamo bene, realizzare uguaglianza non vuol dire sopprime le differenze, ma far sì che, nonostante le differenze, si abbia tutti pari dignità. Così, ad esempio, non occorre demolire la differenza fra maschio e femmina, negarne le differenze biologiche, perché questi possano ritenersi uguali, ma occorre piuttosto lavorare per una società che sappia dare eguale riconoscimento ed eguale dignità all’uomo e alla donna, pur rispettandone le diverse identità.

 

* Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Palermo, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia politica, presso l’Università degli studi di Pisa. Ha conseguito inoltre il titolo di Mediatrice familiare e comunitaria, presso l’Università Cattolica di Milano.

 

www.tuttavia.eu

 


venerdì 4 febbraio 2022

UNICITA'


 “Forse dovrei parlare di integrazione o diversità ma è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince. 

Quando la verbalizzo sento sempre che tradisco qualcosa che sento, che penso. Trovo che le parole siano come gli amanti, quando non funzionano più sono da sostituire. Ho trovato un termine per sostituirlo, molto convincente. 

Unicità. Mi piace, piace a tutti. Tutti noi siamo capaci di trovare l’unicità dell’altro e tutti pensiamo di essere unici. Per niente. Per comprendere la propria unicità è necessario capire di che cosa è fatta. Capire di che cosa siamo fatti noi. Certamente cose belle: valori, convinzioni, amori, i talenti. Ma i talenti vanno allenati, seguiti. 

Delle proprie convinzioni bisogna avere la responsabilità. Delle proprie forze, bisogna avere cura. Immaginatevi quando si comincia con i dolori che vanno affrontati, le fragilità che vanno accudite. 

Non è facile entrare in contatto con la propria unicità. Come si fa a tenere insieme tutte queste cose? Io un modo ce lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano, quelle belle e quelle che pensiamo siano brutte e si portano in alto. Si sollevano insieme a noi, alla luce del sole, in un grande abbraccio innamorato. E gridiamo: che bellezza! 

Tutte queste cose sono io. Sarà una figata pazzesca. Sarà bellissimo, abbracciare la nostra unicità. E a quel punto io credo che sarà anche più probabile aprirsi all’unicità dell’altro e uscire da questo stato di conflitto che ci allontana. 

Io sono già una persona molto fortunata a essere qui, ma vi chiederei un altro regalo: date un senso alla mia presenza su questo palco: l’ascolto degli altri, delle loro unicità.

Promettetemi che ci doneremo agli altri, che accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano solo delle convenzioni. Facciamo scorrere i pensieri in libertà e senza pregiudizio e senza vergogna.
 
Facciamo scorrere i sentimenti con libertà e liberiamoci dalla prigionia dell'immobilità. Immaginate se il mondo non ruotasse e fisso stesse, se tutto il buio fosse nero pesto”.

Drusilla Foer

martedì 23 novembre 2021

TOLLERANZA E INCLUSIVITA'


La Tolleranza in prospettiva pedagogico-didattica. 

- La via dell’educazione inclusiva -

- Intervento di Paolina Mulè e Alessio Annino, docenti del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, in occasione della Giornata internazionale della Tolleranza

- di  Paolina Mulè e Alessio Annino

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con le delibere nn. 47/124 del 18 dicembre 1992 e 48/126 del 20 dicembre 1993 e 49/213 del 23 dicembre 1994, ha proclamato e sostenuto l’Anno delle Nazioni Unite per la Tolleranza.

Nell’ambito del panorama pedagogico e didattico, misurarsi con la categoria della tolleranza, che deriva dal latino tolerantia, toleràre che significa sopportare, sollevare, rimanda ad un lavoro di analisi che guarda al soggetto-persona e agli orizzonti antropologici, culturali e linguistici in cui il soggetto cresce, si sviluppa, si forma. Poiché l’alterità per definizione è ciò che è altro da me, a fronte di potenziali slittamenti semantici, come tolleranza non si deve intendere in questa sede una concessione bonaria, paternalistica, di un qualche spazio, bensì un pieno riconoscimento delle individualità.

Le questioni relative all’educazione interculturale e all’educazione alla differenza e, quindi, all’inclusione si situano all’interno di questa dialettica, e s’impongono all’attenzione del pedagogista, dell’assistente sociale, del politico, dei docenti nel contesto scuola, della stessa società che vive nel e del confronto con l’alterità, come luogo in cui affiorano posizioni contrapposte, ora di apertura culturale e politica, ora di arroccamento su fondamentalismi, dogmatismi e impliciti culturali.

La ricostruzione storica di una dialettica che oscilla tra identità e diversità, tra soggettività ed alterità, pone in evidenza non solo gli eventi, i fenomeni e i processi ad essa interrelati ma anche, e soprattutto, l’affermazione di una modalità ideologica di intendere, vivere e rappresentare il problema antropologico della diversità, sottolineando altresì l’esistenza di una razionalità totalizzante, unitaria, dogmatica, fondata sui princìpi quali l’ordine, l’unità, la norma. In ragione di ciò, la fenomenologia del razzismo si accompagnerà così a modelli di elaborazione e diffusione quale la paura per lo straniero e per la perdita di identità, da cui avranno origine misure di controllo sociale che sconfineranno nell’epurazione e nello sterminio.

Gli eventi sociali, politici, culturali del secondo Novecento del secolo scorso, però, impongono significativamente il bisogno di educare alla differenza per valorizzarla, per promuoverla come elemento di ricchezza che faccia leva sulla logica della curiosità e dell’incontro, portando all’attenzione di molti soggetti istituzionali e dei cives chiamati a partecipare dell’alterità riconosciuta, la  prospettiva dell’educazione all’inclusione come ipotesi di fondazione di una Bildung per la pacifica convivenza, per la cooperazione, per la democrazia. A fronte del riconoscimento del plurale, del molteplice, salvaguardando l’unicità e l’irripetibilità di ciascuno, si è andata delineando la consapevolezza della categoria della differenza non come categoria della normalità ma come condizione esistenziale che caratterizza ciascun soggetto-persona. Un tale ethos si fonda sul presupposto che soggetti-persona e gruppi umani, considerati nella loro unicità, hanno il diritto di acquisire visibilità sociale e peso specifico in sede politica, e che occorre superare la logica perversa del gioco centro-margine, quel gioco che ha permesso la cancellazione, la segregazione, la negazione. Rispetto a questo orizzonte culturale, l’educazione alla differenza e, quindi, all’inclusione si pone come scelta ineludibile.

La prossimità non è riduzione della differenza e costruzione di identità al plurale; piuttosto è scoperta della ricchezza antropologica dell’alterità; è costruzione di orizzonte di co-implicazione e di autentica comprensione. Facile e spontaneo è il percorso che porta all’innalzamento dei muri tra i Noi e i Loro, quando non vi sia una tensione culturale all’emancipazione, che comporta, tra le altre cose, la visione dell’alterità come fonte di confronto; in alcune occasioni è molto più facile allontanare, escludere, rifiutare. Da qui emerge con prepotenza il ruolo nevralgico della scuola e delle fondamentali agenzie della formazione, su tale questione.

La scuola, infatti, può e deve diventare luogo in cui si sperimentano il pluralismo, la pacifica convivenza, la democrazia, l’inclusione a condizione che questa istituzione fuoriesca dal modello istituzionale, culturale e pedagogico monotematico, monolinguistico, etnocentrico e monoculturale. Il pianeta-scuola, soprattutto per quanto riguarda una realtà sociale e culturale come l’Italia contemporanea, in un certo senso vive di contraddizioni continue e di speranze profondissime che si trascinano da decenni, alimentando un paradosso che quotidianamente favorisce la coesistenza di istanze innovatrici, realmente tese allo scambio reciproco, nonché di resistenze etnocentriche quasi ancestrali, legate culturalmente a schemi di netto rifiuto e di completo ostracismo nei confronti di tutto ciò che è nuovo, quindi diverso. In una riflessione pedagogica serrata e continua, l’articolazione appartenenza-consapevolezza-responsabilità-partecipazione diviene essenziale per i processi inclusivi e per la vita democratica di una comunità, e in un’analisi radicale e profonda dei contesti sociali e culturali, essa permette di fissare come obiettivo teleologico quello di ritrovare un proprio baricentro di significato in una liberazione da pregiudizi, schemi sedimentati e modelli.

Partendo dalla base dell’appartenenza etica, passo dopo passo si acquisisce e si sviluppa la responsabilità, per maturare una piena partecipazione civica, e nello stesso tempo emerge la tensione alla ripresa di un dialogo vigoroso per attuare una sistematica affrancazione della cultura, e da una certa cultura gestita ed assorbita passivamente, per affidarle un compito di riformulazione della stessa vita sociale, e avvicinare le aspettative ai bisogni più radicali e contingenti dei soggetti. In questo modo il modello dell’educazione inclusiva diventa la via possibile per determinare il cambiamento di prospettiva nei confronti dei soggetti altri e diversi.

Tale modello prevede procedure complesse, basate via via sull’interazione dei consociati da un lato, e sulle scelte politiche e culturali dall’altro, ed il tutto è concatenato in una serie di comportamenti ed orientamenti educativi e formativi che comportano capacita di lettura critica e consapevolezza dell’appartenenza etica al territorio e della propria identità. In sintesi, ponendosi come centro della formazione alla libera investigazione, al dialogo, al confronto, alla partecipazione, alla co-implicazione, alla valorizzazione della differenza, la scuola può fare emergere e sentire vivi i valori della persona, dell’alterità, della diversità, della pluralità, dell’intersoggettività. In questo modello aperto alla pluralità dei soggetti-persona, dei linguaggi, dei saperi, dei sistemi di rappresentazione sociale, esercita una funzione di primo piano l’attenzione per un pensiero creativo, divergente e dunque lo stesso problema della conoscenza, da non pensarsi in termini di trasmissione culturale ma di autonoma costruzione di modelli conoscitivi.

Ne consegue che il modello dell’ educazione inclusiva, riferendola ad un processo volto a tutelare il diritto all'istruzione per tutti, indipendentemente dalla diversità di ogni individuo dovuta a disabilità e/o svantaggi psicologici, sociali, economici e culturali, permette alle scuole di creare le condizioni affinché tutti possano sentirsi accolti, in modo tale che ciascuno possa apprendere e partecipare alla vita scolastica e trattare la diversità come parte della normalità, non solo a scuola ma anche nella vita sociale, culturale e professionale. L’educazione inclusiva diventa, quindi, una lotta contro la segregazione, perché quello che è in gioco non è che le persone diverse imparino più o meno stando tra i coetanei, ma che la scuola debba concedere un altro modello educativo dove tutti imparino unitamente a coesistere.

É quindi un’educazione interculturale ed inclusiva che sia capace di educare ad una cittadinanza rapportata con la diversità, che comprenda, difenda e promuova le differenze umane come valore e diritto, e al tempo stesso che sviluppi la convivenza democratica fra le diverse culture dell’aula. L’educazione e la cultura sono gli unici strumenti che possano umanizzare l’essere umano e solo così si potrà produrre progresso umano e civile. In ragione di ciò, nella scuola dell’autonomia ciò è possibile, a patto che si ripensi il profilo culturale e professionale del dirigente scolastico e del docente attraverso un autentico patto formativo tra le due figure, che faccia riacquistare al dirigente scolastico una specifica leadership educativa e all’insegnante una formazione basata su un chiaro equilibrio tra la didattica, la cultura e la governance.

La scuola dell’autonomia deve, quindi, ristabilire il corretto equilibrio tra la governance, la didattica e il progetto culturale per costruire una scuola inclusiva che possa essere al tempo stesso espressione di una scuola democratica, equa, giusta ed efficace, che offra ad ogni studente la possibilità di sviluppare le sue potenzialità inespresse e, nel contempo, una scuola che riesca a valutare e ad orientare i talenti di ogni studente e il merito, inteso come espressione di una responsabile confronto non esageratamente competitivo tra le diversità che si sviluppano nella eterogeneità della classe. Urge quindi una nuova didattica che deve trovare un bilanciamento tra i contenuti, i metodi e il digitale e deve chiarire il senso dell’inclusione.

Università di Catania - Bollettino di Ateneo

 

lunedì 9 agosto 2021

LA NUOVA FORZA DEGLI ITALIANI


Tokyo 2020. Più diversi, più uniti, più vincenti.

     -

-   di Alberto Caprotti, inviato a Tokyo

 

 Trentotto medaglie. Più di Los Angeles, più di Roma. Era un altro mondo quello del 1932, ma era un’altra Italia anche quella del 1960. Piuttosto è questa del 2021 la nazione che nella sua diversità è molto simile a quella che dovrebbe essere, ai Giochi ma anche fuori. Perché ora è più veloce e più azzurra questa Italia che vince, mischiata e scattante, capace di far accadere cose che non puoi nemmeno immaginare.

L’atletica italiana poi è fantascienza pura, bianca e nera, un’alchimia fresca e naturale con i suoi cinque ori tutti insieme, nell’edizione più partecipata della storia ma anche la più sudata, chiusa e indecifrabile. La marcia che si prende tutto, lo sprint sottratto al resto del mondo, il salto mai così alto, la 4x100 addirittura, in un crescendo da stropicciarsi gli occhi. Difficile dire quanto abbia inciso sul boom azzurro il Covid, che comunque da noi ha picchiato più duro che altrove. Difficile valutare se è la pandemia che a livello mondiale ha mescolato il mazzo e distribuito carte nuove, oppure se davvero come sembra c’è una rinascita forte dello sport che negli ultimi anni ci ha regalato solo briciole, e spesso neppure quelle.

Resta il fatto che al di là delle medaglie, sono tanti gli azzurri che hanno superato i loro primati, personali e di squadra. E questo annulla i confronti con il resto del mondo che corre e salta e restituisce allo sport italiano meriti oltre qualunque considerazione. Solo una vale comunque: che intercultura e meticciato pagano, aggiungono e non tolgono, regalano traguardi mai visti prima. Mischiati siamo più forti, l’Italia si "stringe a coorte" allargandosi, lo sport è l’esempio e la strada.

Così, come chi le ha vissute 61 anni fa sa esattamente cosa stesse facendo il pomeriggio in cui Livio Berruti vinse i 200 metri col record del mondo, è certo che molti ricorderanno a lungo cosa facevano la mattina in cui Tamberi e Jacobs si sono abbracciati allo stadio olimpico di Tokyo. O il giorno in cui due ragazzi dalla pelle bianca e due dalla pelle scura vincevano la staffetta più veloce: 4 italiani, niente di più, niente di meno.

Forse dimenticherà invece – ed è un peccato – che l’Italia a questi Giochi ha rischiato di venirci senza inno e senza bandiera, perché a bisticciare con la politica siamo sempre bravissimi. E magari ricorderà con rammarico anche che i prossimi, fra tre anni, con un movimento sportivo così bello e forte, dovrà andare a disputarli a Parigi quando aveva l’opportunità di fabbricarseli in casa. Roma 2024, l’Olimpiade non l’ha voluta. Così è, anche se a qualcuno non pare.

 www.avvenire.it

 

 

 

martedì 4 maggio 2021

LA DIVERSITA' CI ARRICCHISCE


 VERSO UN NOI SEMPRE PIU' GRANDE


   MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA 107ma GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2021

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da  Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato
che nei Cieli si sprigiona una gioia grande
quando qualcuno che era perduto
viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato
viene riaccolto nel nostro noi,
che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù
e a tutte le persone di buona volontà
la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza
che ricolloca chiunque sia in esilio
nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare,
così come Tu l’hai creata,la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo

 Francesco


MESSAGGIO PONTIFICIO



giovedì 29 aprile 2021

EDGAR MORIN. IL FILOSOFO DELLA COMPLESSITA'


Nel centenario della sua nascita


                                                                          -         di Emmanuel Banywesize Mukambilwa,

 Professore di Epistemologia Facoltà di Arti e Scienze Umane Università di Lubumbashi (RD Congo)

 

 In questo anno 2021, che segna il centesimo compleanno di Edgar Morin[1], è importante rivisitare la sua[2] opera  per evidenziare la sua attualità e il suo impegno epistemologico ed etico. Si tratta di contribuire alla celebrazione mondiale di un grande pensatore, un umanista che ha attraversato il XX secolo e il cui complesso pensiero è costruito a partire da esperienze vissute, progressi e crisi della scienza, della filosofia, delle società e dell'umanità. Questo scritto vuole soprattutto mostrare che Morin influenza e feconda la ricerca scientifica e filosofica nel mondo, promuove un universo dell'incontro il cui orizzonte è l'umanesimo uni-diversale, cioè un umanesimo che riconosce e promuove l'essere umano nella sua unità e diversità (pluralità). Infatti, parafrasando Edgar Morin, l'unità è il tesoro della diversità umana, così come la diversità è il tesoro dell'unità umana[3].

La matrice di questo universo è certamente l'epistemologia della complessità. La sfida di questa epistemologia, non cartesiana, è quella di collegare la conoscenza, di elevare la complessità della conoscenza e della scienza e, inoltre, di complessificare la ragione, che è stata a lungo rinchiusa nei binari riduttivi ed esclusivi istituiti dai principi epistemologici e metodologici del paradigma della semplicità. Sappiamo che ogni cultura riproduce il suo paradigma nelle sue attività cognitive e sociopolitiche. La modernità occidentale ha favorito il paradigma della semplicità che, nel tempo, ha contribuito a installare e legittimare posture disgiuntive e riduttive nel cuore delle pratiche epistemiche e sociali. Questo paradigma ha generato una conoscenza frammentata, riduttiva e persino discriminatoria, le cui conseguenze dannose possono essere viste nel rapporto tra gli esseri umani e il mondo e tra gli stessi esseri umani.


Se la ricerca del semplice è stato a lungo l'ideale epistemologico della scienza, d'ora in poi  (Gaston Bachelard ha avuto il merito di delinearlo in Le nouvel esprit scientifique -1934), la complessità costituisce la sfida del pensiero scientifico e  ......

MORIN - COMPLESSITA'





lunedì 5 ottobre 2020

LA DIVERSITÀ' CON-VIVENTE


 Avere a cuore il dialogo fraterno non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza,  ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri.

di Mauro Leonardi

 Papa Francesco ha firmato sulla tomba di san Francesco la sua nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale.

Il mondo attende una direzione. L’intero pianeta soffre una pandemia che mette tutti i Paesi in difficoltà e per questo cerca nel pontefice chi lo aiuti a passare dalla fraternità del dolore a quella dell’amore. Abbiamo bisogno di chi ci aiuti a trovare un senso, in mezzo a tante leadership culturali e politiche che proprio in queste occasioni si dimostrano quanto mai inadeguate a rispondere alla nostra domanda più vera, quella di saper affrontare la tempesta essendo fino in fondo noi stessi. Se ne esce soltanto assieme: ecco perché l’idea della fraternità è quella necessaria.

Esistono però fratelli che si trattano con cortesia, ma sono distanti, freddi, non hanno a cuore la loro relazione. Per vivere la fratellanza e l’amicizia sociale dobbiamo dialogare ma, se dobbiamo dialogare, il dialogo deve essere vero. I buoni sentimenti non bastano. C’è bisogno che intervenga anche la ragione.

Non basta il negativo: “non litighiamo”, “non usiamo violenza”. Cosa significa davvero convivere pacificamente? Cos’è questa con–vivenza, questo “vivere insieme”? Il rischio dell’indifferentismo, cioè del “tutti differenti tutti uguali”, è gravissimo perché l’espressione “tutti differenti tutti uguali” dice che la diversità è insignificante, indifferente, ovvero che la differenza non vale più, non ha nessun significato. Ma, se così fosse, questo sarebbe un enorme problema, perché ciascuno di noi ha bisogno di definire la propria diversità, dal momento che la nostra identità viene definita in quanto differente da quella degli altri: la relazione è possibile solo fra diversi.

Avere a cuore il dialogo fraterno, quindi, non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza – affermazione che, tra l’altro, sarebbe una gravissima menzogna –, ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri. Significa porre in essere delle relazioni in cui da una parte si mantiene la diversità e dall’altra, nello stesso tempo, si alimenta, attraverso questa diversità, una relazione di piena convivenza interculturale e interreligiosa.

È trovare ciò che accomuna nel “fra”, nell’ “inter”. Può sembrare una novità e invece è ciò che è già accaduto storicamente moltissime volte. È avvenuto tra cristiani e musulmani nei numerosi secoli e nelle tante nazioni in cui cristiani e musulmani convivevano pacificamente insieme, è accaduto tra cristiani di diverse confessioni dopo gli anni in cui i loro rapporti erano stati di “guerra religiosa”: inter– religiosità è lo sforzo per trovare degli spazi comuni in cui coltivare gli stessi valori – quello della pace o della responsabilità per la “casa comune” – anche se a partire da sensibilità diverse, da modi di vedere diversi.

Siamo fratelli: l’uno per l’altro e tutti insieme verso un nuovo inizio. Fratelli, in volontaria rivolta dell’uomo di fronte al male che insidia il mondo e che deriva dalle nostre fragilità. Parafrasando Ungaretti possiamo ricordare come il riconoscersi fratelli sia da sempre un modo per l’uomo di reagire al dolore, al pericolo, all’incertezza. Il Papa lo sa bene e per questo ha pensato di centrare la sua nuova Enciclica sulla fraternità, sul bisogno di trovare una radice comune per essere più forti del destino che mai come oggi pare avverso. Come i pesci più piccoli si radunano in branco per fingere di essere una creatura marina enorme che mette in fuga i predatori, così l’uomo riconoscendo una comune fraternità trova un senso nel dolore proprio quando è condiviso, portato insieme.

E, se siamo fratelli, siamo anche figli. Maria, dal Presepe di cui san Francesco è stato profeta, ci insegna l’importanza di sentirci figli e ci offre una maternità che non solo offre Dio, ma custodisce libero il creato: pastori, gente venuta da lontano, mercanti, artigiani, centurioni: persino oche, pecore e bovini, trovano riparo in Maria, nuova arca dell’alleanza.

 

www.avvenire.it


 

 

 

martedì 14 luglio 2020

FRANCESCO E IL LUPO. STRATEGIE PER UNA SOCIETÀ INCLUSIVA


L’incontro di Francesco d’Assisi con il lupo di Gubbio descritto nei Fioretti – in cui Francesco ammansisce un lupo feroce che spaventava la città – costituisce uno tra gli episodi più famosi della vita del Santo, sicuramente uno di quei momenti emblematici che hanno formato il nostro immaginario collettivo insieme alla predica agli uccelli. Oggi più che mai, questi due racconti toccano profondamente la nostra sensibilità, così attenta alla questione ecologica. Non a caso San Francesco è un modello attualissimo per la sua speciale capacità nel ristabilire rapporti equilibrati e integrati tra l’uomo e la natura.
Questa lettura contemporanea rischia di distrarci dal nucleo fondamentale della vicenda del lupo di Gubbio, che è essenzialmente politico: non si tratta, infatti, di aver pietà del lupo in quanto tale, ma in quanto escluso dalla città. La domanda sollevata dalla storia è solo apparentemente semplice: come integrare il diverso e l’escluso all’interno dei rapporti cittadini? È possibile e giusto effettuare una tale operazione con un lupo o l’unica soluzione di questa contrapposizione è la scelta oppositiva guidata dalla violenza?
Padre Pietro Maranesi rilegge la parabola di Francesco e il lupo evidenziando l’importanza del ruolo svolto dal “mediatore politico” nel suo tentativo di far superare al gruppo sociale le tensioni che normalmente nascono all’arrivo del “diverso”, giudicato come pericoloso per la tenuta del sistema socio-economico. E ci insegna che un buon mediatore politico è capace non solo di gestire le paure, in modo che non sfocino nella violenza, ma addirittura di trasformare quella novità in opportunità di vita a vantaggio dell’intera città.


Pietro Maranesi, frate cappuccino, è docente di dogmatica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Assisi e di studi francescani presso l’Istituto Teologico di Assisi e all’Antonianum di Roma.
È autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam: la conversione di frate Francesco (Porziuncola, 2007), La clausura di Chiara d’Assisi (Porziuncola, 2012), Figure del male. Questioni aperte sul “diabolo” (Cittadella 2017), La verità di Nicodemo (Cittadella, 2019) e Caro Leone ti scrivo (Messaggero 2020).


Francesco d'Assisi e il lupo di Gubbio


di Pietro Maranesi 

Editore: Aboca Edizioni  € 12

Anno edizione: 2020
In commercio dal: 16 luglio 2020
  • EAN: 9788855230322