giovedì 25 giugno 2026

SCUOLA, NON CASERMA

 


Lo stesso Vannacci che ha chiesto

 agli studenti di appendere uno

 striscione con scritto 

"L'Italia agli italiani" 

in ogni istituto scolastico

 d'Italia, ha presentato 

il suo programma per la scuola:

 classi divise

 per merito, studenti separati in base al rendimento, 

i più bravi con i più bravi e i meno bravi tra di loro. 

Lo chiama "fattore inclusivo." La FISH, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità, lo ha definito "culturalmente arretrato e pericoloso sul piano sociale", aggiungendo che "la scuola non è una caserma organizzata per ranghi, né un'azienda che massimizza la produttività selezionando i più performanti."

Vannacci evidentemente non sa, o non vuole sapere, una cosa fondamentale: la scuola non è una catena di montaggio in cui si selezionano pezzi conformi e si scartano quelli difettosi; è il luogo in cui si formano i cittadini, non solo i professionisti, e quella formazione passa attraverso la convivenza con la diversità, con la complessità, con l'altro.

Quando un bambino condivide la classe con un compagno che impara in modo diverso, più lentamente o attraverso strade alternative, non perde tempo: impara qualcosa che nessun programma ministeriale può insegnare, vale a dire la pazienza, l'empatia, la capacità di riconoscere i bisogni dell'altro prima dei propri. Queste competenze hanno un nome scientifico, intelligenza emotiva, e decine di ricerche internazionali dimostrano che i bambini cresciuti in classi eterogenee la sviluppano in misura significativamente maggiore rispetto a quelli cresciuti in ambienti omogenei e selettivi.

Un adulto con alta intelligenza emotiva è un professionista migliore, un genitore migliore, un cittadino migliore; è qualcuno capace di lavorare in squadra, di gestire i conflitti, di relazionarsi con il mondo reale, che è fatto di persone diverse, non di classi omogenee selezionate per rendimento.

Vannacci vuole invece una scuola dura e selettiva, come la vita, dice lui. Peccato che la vita vera, quella fuori dai recinti militari, sia fatta esattamente dell'opposto: di differenze, di fragilità, di complessità che non si può separare e catalogare.

Formare un bambino significa prepararlo a tutto questo, non a correre in una gara dove vince solo chi è già partito avvantaggiato.

Vannacci viene dall'esercito, dove i ranghi si decidono per grado e i soldati si dividono per livello.

 Peccato che i bambini non siano soldati, e la scuola non sia una caserma. Ma per chi ha passato la vita a dare ordini, tutto il mondo finisce per assomigliare a un plotone.

È il pensiero di chi trova nella divisione tra forti e deboli una spiegazione comoda e rassicurante; di chi ha bisogno di un nemico identificabile, possibilmente diverso, possibilmente più fragile, su cui scaricare la complessità di un mondo che non riesce a capire fino in fondo.

Il disabile, lo straniero, il diverso, chi non tiene il passo: sempre loro, sempre gli stessi, sempre colpevoli di qualcosa.

Dal Web

Immaginee


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