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domenica 29 marzo 2026

SORELLA MORTE

 


“La libertà 

dei figli di Dio. 

La perfetta letizia 

e la morte

come sorella”

 


Alla presenza del Pontefice la quarta predica di Quaresima tenuta da padre Pasolini in Aula Paolo VI​.

 

di Alessandro Di Bussolo

La riscoperta delle ultime tappe del cammino terreno di san Francesco d’Assisi, che impara «ad accettare la propria fragilità», senza mai separarsi dall’amore di Dio. È il percorso di riflessione offerto dal predicatore della Casa Pontificiapadre Roberto Pasolini, nella sua quarta e ultima meditazione di Quaresima sul tema «La libertà dei figli di Dio. La perfetta letizia e la morte come sorella», tenuta questa mattina, venerdì 27 marzo, in Aula Paolo VI, alla presenza di Leone XIV

Il padre cappuccino ha ricordato che in questi quattro appuntamenti, sul tema «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura», la scelta è stata quella di lasciarsi guidare dalla figura del Poverello «nel cammino di conversione al Vangelo». Il frutto più maturo della sua esperienza sarà infine «la libertà dei figli di Dio». Francesco è diventato santo, ha spiegato, perché ha imparato «a lasciarsi guidare da Dio dentro la concretezza e la povertà della sua esistenza». 

Negli ultimi anni però, ha proseguito il predicatore, il Poverello ha attraversato la «grandissima tentazione» di una crisi profonda: l’Ordine dei Frati Minori «è cresciuto e si è trasformato», e lui «si sente messo da parte, quasi inutile, persino considerato un “idiota”». A frate Leone Francesco racconta la parabola della «vera e perfetta letizia», e gli spiega che «la gioia autentica si manifesta quando il rifiuto, l’umiliazione e l’incomprensione non riescono a toglierci la pace». La letizia vera, ha commentato dunque padre Pasolini, sta nel modo «in cui reagiamo nelle circostanze avverse, quando siamo rifiutati ed esclusi». «La felicità — ha sottolineato — non è proteggersi dalla realtà, ma imparare ad accoglierla anche quando ferisce, senza esserne sopraffatti». E dunque la perfetta letizia è una libertà che «non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola». 

È Gesù, nel Vangelo, a mostrare che «questo modo di vivere — liberi persino di fronte all’odio e alla persecuzione — è la forma compiuta della vita nuova nel suo nome». Lo fa con le Beatitudini, che non sono «un programma di perfezionamento morale, ma la rivelazione di una felicità già all’opera nel cuore della realtà». Esse dicono «che questa vita, così com’è, è già il luogo in cui possiamo assaporare pienezza della vita». «La gioia evangelica — ha chiarito il predicatore — non elimina le ferite, ma le attraversa e le trasforma, aprendoci all’amore più grande, quello che perdona». E in questa adesione al reale «si apre una libertà nuova, capace di non dipendere più dalle condizioni esterne». 

La meditazione ha toccato quindi l’evento delle stimmate di Francesco alla Verna: Dio, ha detto Pasolini, non ha «bisogno del nostro dolore per essere soddisfatto o glorificato», e quando tocca un uomo in profondità «sta trasformando e trasfigurando quello che è già presente nella sua storia, facendolo diventare un segno e una conseguenza dell’amore». Le stimmate sono così «il segno visibile di una trasformazione interiore»: Francesco scende dalla Verna «con il corpo segnato e il cuore libero». Il dolore non scompare, ma non ha più l’ultima parola e «nel fondo del cuore scopriamo di avere una pace che niente e nessuno ci può togliere». 

Nell’inverno della vita, nei mesi che precedono la morte, Francesco «compie il gesto più difficile: impara a mendicare», non il pane, ma «consolazione, vicinanza, tenerezza. Impara a ricevere». Accetta di essere curato in un luogo protetto, il palazzo del vescovo di Assisi. E quando chiama la morte «sorella», questa parola «non è una metafora consolatoria», piuttosto «il frutto di un lungo cammino di riconciliazione». Perché, come dice la Lettera agli Ebrei, il diavolo ci tiene schiavi tutta la vita per paura della morte: «Ma quando l’amore di Cristo riesce a plasmare in noi una vita nuova, quella paura si scioglie lentamente, e la morte cambia volto, trasformandosi nell’ultima e definitiva occasione di conversione». 

Francesco, sentendo la fine vicina, si fa portare alla Porziuncola, il luogo a lui più caro al mondo. Il Poverello, ha ricordato il predicatore, muore da uomo bisognoso, non da eroe cristiano: si fa deporre nudo sulla terra nuda. È il compimento di un’intera esistenza, perché «la spoliazione era stata il filo rosso di tutto il suo cammino». Ha combattuto la buona battaglia della fede: è diventato un figlio di Dio autentico. Per Francesco, ha rimarcato padre Pasolini, «la nudità finale della Porziuncola non è soltanto la coerenza di un cammino ascetico: è la riconciliazione di un uomo con se stesso». Ed è per questo che la Chiesa lo riconosce santo: perché «ha imparato ad accettare la propria fragilità, a vivere come figlio e come fratello, senza più vergognarsi della propria piccolezza». E ha trovato la libertà più grande: «Quella di mettersi a servizio della Chiesa e del mondo con generosità, senza misura, senza calcolo e senza difese». 

Il cammino di Francesco d’Assisi, ha concluso il padre cappuccino, non è un’eccezione riservata a pochi, «ma la forma piena di ciò che il Vangelo promette a ogni battezzato: una vita libera, capace di amare fino alla fine e di attraversare il dolore senza esserne vinta». Un Vangelo che non offre scorciatoie, ma «ci abilita a un cammino di purificazione e di conversione che conduce alla libertà dei Figli di Dio». È compito dei pastori della Chiesa «custodire questa verità senza attenuarla, indicando percorsi che dischiudano le porte verso la piena maturità in Cristo». Nell’Anno giubilare dedicato a san Francesco, a 800 anni dalla sua morte, l’invito di padre Pasolini è stato infine quello di farsi «inquietare dal desiderio che ha guidato ogni passo della sua vita: conoscere Cristo».

L'Osservatore romano 

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martedì 13 gennaio 2026

FRANCESCO D'ASSISI


San Francesco d’Assisi 

A 800 anni dalla sua morte




- di P. Giuseppe Oddone*

Il contesto storico

Nel 2026 ricorre l'ottavo centenario del "transito" di San Francesco (1226-2026): è questa un’occasione preziosa per riflettere sulla sua importanza storica, religiosa, letteraria. Egli infatti non appartiene solo al Medioevo; egli è un “uomo per tutte le stagioni”, un santo che ha saputo riparare una Chiesa e una società che stavano perdendo il senso dell'essenziale ed anche oggi continua a proporre un modello di vita individuale e sociale ispirato ai valori del Vangelo.

Francesco nasce e vive (1182-1226), come sta avvenendo anche oggi, in un cambiamento di epoca nel passaggio dalla società e dall’economia feudale a quella mercantile dei Comuni. In un mondo che cominciava a misurare tutto sul denaro e sul possesso, egli sceglie la minoritas, il farsi piccolo per servire Dio e i fratelli. Storicamente, il movimento religioso da lui suscitato rappresenta la risposta più alta alla crisi del suo tempo. Non contesta l'autorità con le armi o con l'eresia distruttiva, ma con la forza della sua testimonianza di vita.

Francesco rimane per i giovani del nostro tempo il modello del pensiero critico, inteso come capacità di abitare il proprio tempo senza farsi omologare dalle logiche di potere e consumo.

La testimonianza religiosa

Religiosamente l'importanza di Francesco risiede nella sua radicale conformità a Cristo e nell’amore a tutta la creazione. Dalla spoliazione davanti al vescovo Guido fino alle stimmate ricevute sulla Verna, la sua vita è uno specchio vivente del Vangelo. Egli ha ricordato al mondo che la santità non è astrazione, ma carne: è baciare il lebbroso, è dialogare con il Sultano in piena crociata, è farsi "piccolo" tra i piccoli, è amare l’universo e tutte le creature. Esorta tutti a vedere nella persona più povera il volto di Cristo. Il Cantico delle creature e la sua importanza letteraria. Tralasciando altri aspetti della vita di Francesco, è importante far risaltare la sua importanza anche nella storia della letteratura italiana. E’ proprio una sua poesia, il Cantico delle creature, il primo testo letterario della nostra lingua: ma esso non è solo una poesia; è una specie di manifesto teologico ed antropologico, una riflessione su Dio, sull’uomo, sulla società, su tutta la creazione. Fu scritto nella primavera del 1225, ma le ultime tre strofe furono aggiunte secondo alcune testimonianze nel 1226 poco prima della sua morte.

Il Cantico nasce in un momento di estrema sofferenza. Francesco è quasi cieco, malato, tormentato dalle piaghe e dalle tensioni interne all'Ordine e si è rifugiato in San Damiano presso Chiara e le sorelle. Eppure, proprio nel buio fisico, scaturisce la lode più luminosa. Non è comunque un testo improvvisato: è la testimonianza di una vita tutta spesa nella lode gioiosa rivolta al Signore e nello stupore di fronte alla bellezza del creato.

La creatività poetica e la speranza religiosa non nascono dall'assenza di problemi, ma da uno sguardo costantemente trasfigurato dalla grazia. Ecco il testo completo: Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengon infirmitate et tribulatione. Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.

San Francesco loda Dio con amore e con gratitudine per tutte le creature: notiamo i tre aggettivi iniziali.

È Lui l’Altissimo davanti al quale dobbiamo vivere in atteggiamento di umiltà e di rispetto delle sue opere; prima di tutto per le creature del cielo: il sole che di Lui Altissimo porta significazione, la luna, le stelle, il vento, il sereno, la pioggia. Poi per le creature della madre terra: l’acqua, il fuoco, le piante, le erbe, i fiori, i frutti. Dio è l’Onnipotente creatore e siamo invitati a rispettare le sue “santissime voluntadi” nella vita e nella morte, è Lui l’unico veramente Buono e tutte le creature sono viste nel loro aspetto di bontà e di bellezza: la terra è madre, sorelle la luna, le stelle, l’acqua, la morte corporale; fratelli il vento, il tempo atmosferico, il fuoco, tutti elementi accompagnati da aggettivi che ne esaltano la bellezza e persino il valore morale: l’acqua è umile e casta, il fuoco giocondo, robustoso e forte.

Che valore ha la preposizione “per”, che ritorna per ben dieci volte? È complemento di agente, di causa, di fine, di mezzo? Sicuramente il “per” richiama la formula liturgica “per Dominum nostrum Iesum Christum” con cui ci si rivolge al Padre chiedendo l’intervento di Gesù mediatore. E’ un complemento di mediazione, se così si può chiamare. Il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra, partecipano della mediazione di Cristo, sono a Lui profondamente collegate. Perciò dobbiamo amarle e prendercene cura e non fare del creato un esclusivo oggetto di uso e di dominio.

È significativo che l’amore per la natura sia messo in relazione nella seconda parte con la nostra vicenda umana, con sorella morte, con i fratelli che soffrono, che perdonano, che concludono la vita nella volontà di Dio. L’amore per la natura, creatura di Dio, non è completo se non si estende alla volontà di Dio ed all’amore per tutti i fratelli.

Al Cantico delle creature – e questo ne sottolinea l’importanza – si ispira l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco nel presentare la bellezza ed il rispetto della nostra madre terra: egli afferma che non sono solo i cambiamenti climatici a guastare la bellezza del creato, ma piuttosto la sua profanazione, ossia lo sfruttamento insensato delle risorse naturali, la distruzione delle foreste, l’inquinamento della terra, dell’acqua, e dell’aria, e lo sfruttamento irrazionale del territorio, le monoculture, la perdita della biodiversità, il consumismo ossessivo, la cultura dello scarto. La crudeltà verso la natura e gli animali si trasferisce poi agli uomini. L’autentico amore per il creato fa sì che sia rispettata tutta la scala dei valori nell’amore per il territorio, le piante, gli animali, la vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale.

 La persona umana è segnata dal peccato ed è libera: ha la possibilità di tutte le possibilità, cioè di elevarsi fino a Dio oppure di rifiutarlo e di abbrutirsi nella lontananza da Lui, nell’egoismo, nella rapacità, nel più ossessivo consumismo.

 Rilettura della vita di San Francesco: Dante

La vita e il messaggio di San Francesco continuano a ispirare un po’ tutte le arti: l’architettura, la pittura, la scultura, la musica, il cinema, la poesia. Dante ha dedicato un canto intero del suo Paradiso, l’undicesimo, per esaltare la grandezza di Francesco: lo definisce un principe “tutto serafico in ardore” (Par. XI, 37), una guida destinata dalla Provvidenza divina a ricondurre la Chiesa, sposa di Cristo, verso il suo Diletto “che disposò lei con sangue benedetto” (Par. XI, 33), costruisce una specie di equazione: Cristo sta alla Chiesa come Francesco alla povertà, sovrapponendo la figura di Cristo a quella di Francesco, anche lui “sol oriens” (Cfr. Par. XI, 54), sole primaverile che sorge per far rifiorire la terra, e con una punta polemica indica che la povertà scelta da Francesco come sposa deve essere stile di vita per tutta la Chiesa, tentata dalla mondanità e dalla ricchezza. La figura di Francesco, oltre che dalle nozze con madonna povertà alla presenza del padre e del vescovo, è caratterizzata anche dal suo incessante movimento, da Assisi a Roma per ottenere i due primi “sigilli” o approvazioni al suo movimento religioso, lui “pusillo” sì, cioè umile e guardato addirittura con disprezzo, ma “regalmente” (Par. XI, 91) come un re espone la sua dura regola a Innocenzo III, e come un “archimandrita” (Par. XI, 99) ossia come il primo tra i pastori di anime, davanti al Papa Onorio III ottiene la definitiva approvazione al suo Ordine; dall’Italia va in Egitto per tentare di convertire il Sultano, dall’Egitto rientra nuovamente in Italia all’eremo della Verna, dove “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo” (Par. XI, 106.107), ossia le stigmate che lo configurarono a Cristo. 

Francesco è presentato da Dante assieme a San Domenico come un santo attivo, un “campione”, ossia un lottatore innamorato di Cristo, della Chiesa, della povertà gioiosa alla quale fu fedele fino alla morte, spirando nel suo grembo “e al suo corpo non volle altra bara” (Par. XI, 117) esprimendo ai suoi frati il desiderio di essere sepolto nudo nella nuda terra. Dante vedrà con i suoi occhi Francesco nella mistica rosa del Paradiso, in una posizione di rilievo nella linea di demarcazione dei santi che segnano la distinzione fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento: proprio sotto il trono del grande Giovanni Battista c’è Francesco e sotto di lui San Benedetto e Sant’Agostino e via via altri santi scendendo di giro in giro. Questa visione significa che Dante ritiene Francesco il santo più importante della storia del cristianesimo, più di San Benedetto e di Sant’Agostino.

Rilettura della vita di San Francesco: Giosuè Carducci

Anche il laico ed anticlericale Carducci sentì il fascino di San Francesco ed a lui dedicò questo sonetto dal titolo “San Francesco o Santa Maria degli Angeli”. Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia Questa cupola bella del Vignola Dove incrociando a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! E luglio ferve e il canto d’amor vola Nel pian laborïoso. Oh che una traccia Diami il canto umbro de la tua parola, L’umbro cielo mi dia de la tua faccia! Su l’orizzonte del montan paese, Nel mite solitario alto splendore, Qual del tuo paradiso in su le porte, Ti vegga io dritto con le braccia tese Cantando a Dio — Laudato sia, signore, Per nostra corporal sorella morte!

Il sonetto, inserito nella raccolta Rime Nuove, è un esempio magistrale di come il poeta profano e paganeggiante riesca a cogliere la novità della morte di Francesco, proiettandolo poi risorto e vivo nel paesaggio dell’Umbria. Nella prima quartina egli si rivolge a Francesco, si sintonizza con lui e lo sente come un fratello; rivede nella pianura di Assisi la bella cupola di Santa Maria degli Angeli, nella quale è contenuta la cappella della Porziuncola, ai tempi di Francesco una capanna ove egli volle morire, nudo sulla nuda terra, incrociando nell’agonia le braccia. Lo descrive nello scandalo della sua morte gioiosa. Francesco muore sulla «terra sola», nudo, nella povertà totale: povertà che non è rito, perché è fede; povertà che è umiltà, e non è posa: perché è gioia. Nella seconda quartina il poeta precisa il tempo della sua prima ispirazione. Era il luglio del 1877, precisamente il 22 luglio, quando aveva visitato Assisi, trovandosi a Perugia come commissario per gli esami della licenza liceale di quella città (Epist. XI, 53). L’estate era nel suo pieno calore; nei campi si lavorava e si cantavano canti d’amore. Nelle parole del canto umbro il poeta cerca un eco, una traccia della parola del santo, “la tua parola”, e nel cielo dell’Umbria un riflesso del volto di Lui, “la tua faccia”, la faccia di Francesco morente e risorto. Nelle due terzine si completa la fusione tra il paesaggio umbro e la figura del santo.

 Il paesaggio è riempito dalla sua presenza.

Francesco si staglia alto e diritto con le braccia aperte sull’orizzonte dei monti come alle porte del Paradiso in un mite solitario alto splendore e canta a Dio e lo loda “per nostra corporal sorella morte”. La spiritualità di Francesco si diffonde nella bellezza del paesaggio e nella luce. Francesco non è nel paesaggio, è lui stesso il paesaggio dell’Umbria. È importante tuttavia notare che il Carducci si rivolge a Francesco, l’unico poeta che ha definito la morte “nostra sorella”, e trasformi il trapasso di Francesco in un trionfo di luce, mentre in altre poesie egli descrive abitualmente la morte con sgomento come privazione di amore, di calore, di luce, di parola, di speranza. (Cfr. Pianto antico). La morte di Francesco è tutt’altro: è solare, gioiosa e luminosa, tale da fondersi con la vita, con tutto il mite e dolce splendore dell’Umbria.

Nella lettera del 23 luglio 1877 sopra citata, indirizzata a Lidia, la sua musa ispiratrice, tra il serio ed il faceto, il Carducci esprime così i suoi sentimenti verso San Francesco in forma di preghiera: “O santo padre, San Francesco, se voi che foste tanto buono, che convertiste anche il lupo, se voi che amavate gli uccelli e gli alberi e chiamavate sorella la luna, se voi foste vivo e intercedeste per me, chi sa che non mi convertissi anch’io. Voi certo avreste pietà di me e mi vorreste bene come al lupo, e mi chiamereste fratello lupo! E io, povero lupo, verrei quassù e accovacciato sotto questi archi solenni, in cospetto a questa Umbria verde e mite, io penserei visi di madonne e glorie di angeli sfumanti tra le nuvole candide e rosee su quei monti laggiù nel cielo turchino… O serafico padre, se voi foste vivo, io mi confesserei a voi, e poi farei penitenza all’ombra di un pino, presso un’acqua corrente; e poi canteremmo insieme delle laudi… quest’oggi sono in vena serafica”.

È una testimonianza di come Francesco continui a parlare in ogni tempo ai credenti e ai non credenti, suscitando in tutti il desiderio dell’incontro con Dio o la nostalgia di Lui, e continui a illuminare con il suo amore per Dio, per gli uomini, per il creato il significato della nostra vita e soprattutto della nostra morte, ricolma di gioiosa speranza, perché essa conduce alle porte del Paradiso.

*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM

CEI


domenica 5 ottobre 2025

SAN FRANCESCO OGGI

 «Il mondo va dietro a Francesco, perché vede realizzati in lui quei valori ai quali ognuno anela: la libertà, la pace, (con se stessi e con il Creato) la fratellanza e la gioia». Invece vi è una dote del poverello di Assisi «alla quale il mondo non aspira affatto», ma che nella sua vicenda è alla «radice di tutti gli altri valori: l'umiltà».


Lo ha sottolineato il cappuccino Raniero Cantalamessa nella predica alla Curia Romana.

San Francesco conserva ancora oggi intatta tutta la sua affascinante attualità.
> «Finché la persona si commisura con se stessa (ha spiegato il predicatore della Casa Pontificia) o con gli altri o con la società, non si conosce mai: le manca la misura esatta».
> Mentre san Francesco ha compreso che essere umile significa «guardare Dio, prima che se stessi».
>
> Perché proprio il Signore è il modello più alto di umiltà, in quanto «è amore».
> Per sua natura, infatti, l'amore crea «dipendenza e la dipendenza è umiltà».
> Da questo punto di vista, ha proseguito il religioso cappuccino, «la manifestazione visibile dell'umiltà di Dio si ha contemplando Cristo»:
> quando «si mette in ginocchio davanti ai suoi discepoli, per lavare loro i piedi, e possiamo immaginare anche che erano piedi sporchi»; e ancor di più quando, «ridotto alla radicale impotenza sulla Croce, continua ad amare, senza mai condannare».
> Padre Cantalamessa ha insistito sullo stretto legame tra l'umiltà di Dio e l'incarnazione del Figlio.
> Quello stesso legame che Francesco d'Assisi ha saputo cogliere nella scoperta che la virtù dell'umiltà «non consiste principalmente nell'"essere piccoli", perché si può "essere piccoli" senza essere umili», ma «nel "farsi piccoli" p er amore, per innalzare gli altri».
>  Proprio come ha fatto Gesù, che «si è fatto umile, come si è fatto carne».
> E in questo modo, ha detto il predicatore, ha dato un volto nuovo all'umiltà, quello del «servizio»: per diventare «il primo» bisogna «farsi ultimo».
> Questo richiamo, secondo padre Cantalamessa, riguarda in modo particolare la Chiesa.
> Infatti, se Cristo ha servito anche la Chiesa deve servire per amore.
> E invece «per troppo tempo la Chiesa ha mostrato al mondo la verità di Cristo, ma non abbastanza e altrettanto chiaramente l'umiltà di Cristo», grazie alla quale «si placano le ostilità, si smontano i pregiudizi e si apre la via all'accoglimento del Vangelo».> Un esempio di questa virtù dell'umiltà si trova in Maria, che la possedeva «in grado sommo» (ha detto il frate cappuccino) ma non lo sapeva.

> Del resto, il pregio dell'umiltà è proprio quello di esser un «profumo che non sente chi lo emana, ma chi lo riceve; ce l'ha chi non crede di averla, non ce l'ha chi crede di averla».
> Al punto che «solo Gesù può dichiararsi «umile di cuore» ed esserlo veramente, in quanto (ha concluso padre Cantalamessa) «questa è la caratteristica unica e irripetibile dell'umiltà dell'uomo - Dio».


> (L'Osservatore Romano)

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sabato 22 marzo 2025

QUALE PACE ?


In realtà, c’è, fin dall’inizio, l’ambizione della Meloni di fare da “ponte” fra le due sponde dell’Atlantico – fuor di metafora, fra le posizioni trumpiane e quelle delle democrazie europee – di cui però la forza dei fatti ha finora dimostrato in modo evidente il carattere puramente velleitari

 

-         di Giuseppe Savagnone

-          Nelle comunicazioni fatte nei giorni scorsi, in vista del Consiglio europeo, rispettivamente al Senato e alla Camera, Giorgia Meloni ha menzionato con stima due personalità di cui oggi, per motivi diversi, si parla molto.

«Voglio rivolgere un affettuoso saluto al Santo Padre che anche in un momento di prova non ha fatto mancare la sua forza e la sua guida», ha detto al Senato, suscitando una standing ovation che conferma come, almeno nel nostro paese, la figura di questo pontefice sia per tutti, al di là delle divisioni politiche, un punto di riferimento molto importante.

Alla Camera, invece, ha parlato in termini decisamente positivi di Donald Trump, elogiando la sua linea nelle trattative per risolvere la guerra in Ucraina e definendo quanto fatto finora dal presidente americano «un primo significativo passo che deve portare a una pace giusta e duratura».

Non stupisce il richiamo alla «guida» del papa da parte di una persona, come la Meloni, che ha sempre rivendicato la sua adesione al cristianesimo, e non soltanto come scelta strettamente personale, ma come ispiratrice della sua attività pubblica. 

È rimasto celebre il suo grido appassionato, durante il comizio tenuto in Spagna per il partito «Vox»: «Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana». 

E più volte, anche dopo essere andata al governo, la premier ha sottolineato la sua intenzione di tutelare e riaffermare i valori della tradizione cristiana, contro un laicismo “di sinistra” che li snobba e, ancora di più, contro una progressiva “sostituzione etnica” – che rischia di diventare anche religiosa e culturale – determinata dall’ingresso di un numero sempre maggiore di migranti provenienti dal mondo islamico.

Ma anche il riferimento al presidente degli Stati Uniti non ha nulla di sorprendente. Non sono un mistero la simpatia e la stima di Trump nei confronti della nostra premier, che è stata l’unica leader europea ad essere invitata alla cerimonia dell’insediamento del nuovo inquino della Casa Bianca e che già prima era volata appositamente a trovarlo per chiedergli l’autorizzazione al rilascio del tecnico iraniano accusato dalla CIA di terrorismo, nello scambio con Cecilia Sala. 

L’ambizione frustrata di Meloni di fare da “ponte”

Anche nei successivi sviluppi, che hanno visto il presidente americano assumere posizioni in assoluto contrasto con il diritto internazionale e ispirate, esplicitamente, al criterio della legge del più forte – come quelle nei confronti della Danimarca e di Panama, minacciati addirittura di un’aggressione militare in nome dell’interesse degli Stati Uniti a parti del loro territorio – , Giorgia Meloni ha ostinatamente rifiutato di prendere una posizione critica. 

Resistendo anche quando la minaccia, su un piano politico ed economico, si è rivolta contro l’Europa, esclusa dalla trattativa sull’Ucraina e colpita da dazi pesantissimi, che hanno coinvolto loro malgrado i governi europei in una vera e propria guerra doganale.

L’argomento portato dalla nostra premier per giustificare il suo silenzio tombale è l’esigenza di mantenere la possibilità di un dialogo con gli Stati Uniti. Un’esigenza, peraltro, condivisa da tutti gli altri governi europei, senza che questo impedisca loro di esprimere verso la nuova linea della politica americana una chiara posizione critica. 

Al fondo, in realtà, c’è, fin dall’inizio, l’ambizione della Meloni di fare da “ponte” fra le due sponde dell’Atlantico – fuor di metafora, fra le posizioni trumpiane e quelle delle democrazie europee – di cui però la forza dei fatti ha finora dimostrato in modo evidente il carattere puramente velleitario.

Tanto più che il presidente americano, al di là degli elogi, non sembra tenere in grande considerazione la nostra premier e, per il suo dialogo con l’Europa, ha preferito incontrare quello inglese Starmer e quello francese Macron.  

Alla Meloni non è rimasto che aggregarsi a malincuore alle riunioni indette dallo stesso Macron, suo storico rivale. E, alla fine, invece di unire i due campi contrapposti, ha finito per essere costretta a saltellare continuamente dall’uno all’altro aderendo una volta alluno, un’altra a quello opposto e rimanendo marginale in entrambi. 

Da un lato, è costretta, anche per motivi economici, a restare legata al carro europeo, come dimostrano anche la recente adesione al programma di riarmo e la partecipazione all’incontro di Londra dei paesi “volenterosi” intenzionati a creare una forza d’interposizione tra Russia e Ucraina (sia pure ribadendo l’intenzione dell’Italia di non inviare soldati italiani). 

Ma contemporaneamente si sono moltiplicati i segnali di adesione alla linea di Trump. Clamorosa la scelta dell’Italia di non firmare la protesta che tutti gli altri i governi occidentali hanno opposto alle sanzioni decise dal presidente americano contro la Corte Penale Internazionale, rea di aver emesso un mandato di cattura nei confronti del premier israeliano Netanyahu, amico del presidente americano. 

E, più recentemente, quella di non formare il documento del parlamento dell’UE in cui si criticava il modo in cui gli Stati Uniti stanno gestendo le trattative di pace in Ucraina.

Così come è stata molto significativa anche la decisione della Meloni di partecipare al convegno degli ultraconservatori organizzato in America dai seguaci di Trump, anche dopo che il suo ispiratore, Steve Bannon, aveva concluso il proprio intervento facendo il saluto nazista. 

Decisione la cui gravità è evidenziata dal contemporaneo rifiuto opposto invece, dopo quel gesto, dal leader dell’estrema destra francese, Bardella, indignato da questo esplicito riferimento a un passato che dovremmo tutti ricordare con orrore.

La pace di Trump e quella di Papa Francesco

L’apprezzamento senza riserve dell’operato del presidente americano nella questione Ucraina, espresso ora alla Camera, conferma questa linea. Il problema che si pone, a questo punto, è la compatibilità di queste prese di posizione pro-Trump con il riconoscimento della «guida» di Papa Francesco.

Perché è vero che il nuovo ospite della Casa Bianca ha ripreso con estrema decisione un tema che il pontefice da almeno tre anni continua a mette in primo piano nel suo magistero, quello della pace, ma proprio su questo punto sono evidenti le abissali differenze che separano le due prospettive. 

La pace di Trump

La pace di Trump è fondata sulla violenza nei confronti del più debole e ha uno sfondo dichiaratamente utilitaristico per il “pacificatore”. La «pace giusta» proposta dal presidente americano per l’Ucraina, con l’incondizionata approvazione della Meloni, si basa sull’esplicito ricatto per cui il popolo ucraino, dopo anni di sofferenze per difendere la propria autonomia, può salvarsi all’invasione militare russa solo accettando la colonizzazione – da parte dell’America – del proprio sistema minerario e delle proprie principali fonti energetiche. 

Accettando per di più che il proprio presidente venga estromesso dal tavolo delle trattative in cui è ricevuto con tutti gli onori il governo aggressore, e pubblicamente umiliato a livello mondiale con un trattamento che si riserverebbe neppure all’ultimo dei servi. Per non parlare del clamoroso capovolgimento della verità storica, per cui l’iniziativa della guerra è stata da Trump attribuita proprio all’Ucraina. 

Così la soluzione della guerra di Gaza sarebbe la deportazione in massa dei due milioni di palestinesi risiedenti nella Striscia per creare là un resort di lusso, cancellando con una conferenza stampa di 40 minuti tutte le regole del diritto internazionale, che definiscono la “pulizia etnica” un crimine contro l’umanità.

Senza una parola di critica – né tanto meno uno stop – ai metodi dell’esercito israeliano, che hanno meritato al premier dello Stato ebraico la condanna della Corte Pena Internazionale per i crimini commessi contro i civili.

La pace di Francesco

Non è questa la pace che Papa Francesco ha sempre invocato. Essa non è basata sull’arbitrio del più forte, ma sulla fraternità tra i popoli. E non è funzionale agli interessi economici del neocapitalismo, ma alla crescita delle persone. In ultima istanza, quella a cui il papa richiama si ispira a quel vangelo che, ad ogni pagina, è in radicale contraddizione con la logica a cui si ispirano le parole e i comportamenti di Trump.

Il test delle politiche verso i migranti

Un test particolarmente significativo di questa divergenza insanabile è l’atteggiamento verso i migranti. Già in campagna elettorale Trump aveva preannunciato «la più grande deportazione della storia», riguardante undici milioni di persone. 

Le immagini agghiaccianti, diffuse con orgoglio dalla stessa Casa Bianca e che ora stanno facendo il giro del mondo, raffiguranti colonne di poveracci incatenati e umiliati, trascinati verso gli aerei che devono portarli fuori del paese dove hanno cercato di ricostruire la loro vita, confermano che parlava sul serio. 

Non si va lontano dal vero se si riconosce in questa politica quella che la Meloni cerca di realizzare, sia pure ancora senza pieno successo, con il progetto Albania e in genere con tutta la sua politica migratoria.

Ricevendo sempre più consenso in un’Europa che ha smarrito le sue radici cristiane e non riesce a trovarne neppure di umane. E che, nell’illusione di difendere la propria identità, conferma, con questa paura dell’ “altro,” di non averne nessuna. In questo – solo in questo – hanno ragione i politici e i giornali di destra: l’Italia è un modello.

Papa Francesco ha innumerevoli volte denunziato questa politica come radicalmente anticristiana, arrivando a definirla «grave peccato». Né poteva fare altrimenti, perché il vangelo fa dell’accoglienza dello straniero bisognoso un criterio fondamentale per distinguere chi è con Cristo e chi non lo è. 

Il Signore addirittura arriva a identificarsi col migrante. «Fui forestiero e mi avete accolto» (Mt 25). Nell’ottica di un cristiano, quello che Trump e la Meloni stanno facendo è perseguitare Gesù stesso.

Yo soy

Ritornano le appassionate parole della nostra premier: «Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana». Sulle due prime affermazioni nessun dubbio.  Ma la terza rischia di essere, alla luce di quanto detto, solo uno slogan elettorale. 

Come un puro gioco retorico appare il riferimento a Francesco come «guida» a cui l’Italia – almeno quella istituzionale – si ispira. La cruda verità è che il nostro governo, e in particolare la sua premier, vanno nella direzione opposta a quella che da sempre la Chiesa propone nel suo insegnamento sociale e che Papa Francesco non si stanca di ribadire.

Il tentavo di mascherare questo dato innegabile si può spiegare con motivazioni di tipo elettoralistico, ma non giova alla serietà del discorso pubblico. Meloni deve scegliere se stare con il vangelo e con Papa Francesco, oppure con Trump.

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martedì 1 ottobre 2024

SPERARE E' ANCORA POSSIBILE


UNA LUCE 
OLTRE 

IL BUIO

 DEL NOSTRO

 TEMPO


Pubblichiamo un estratto del libro «Sperare è ancora possibile. Il messaggio di san Francesco, una luce oltre il buio del nostro tempo» (Edizioni Piemme) di Roberto Repole, a cura di Domenico Agasso, in uscita l’1 ottobre.

La lezione francescana è di grande sprone ad affrontare la nostra epoca, che registra mutamenti inaspettati anche solo rispetto a qualche decennio fa. Il primo grande stimolo che ci viene dal santo di Assisi è a non fuggire questo mondo, ad abitarlo appieno e a vedere con lucidità quanto sta accadendo, senza negarsi nulla. Qualcosa che è valido per i cristiani, ovviamente, ma che può essere utile per qualunque donna e uomo voglia mantenere lucidità. Ci sono infatti rimozioni o negazioni del reale di cui tutti, pur in modi diversi e a volte antitetici, si può essere vittime.

Pensando specificamente a ciò che è chiamata a fare la comunità dei credenti in Cristo, si può prospettare anzitutto la capacità di leggere anche questo tempo come abitato da Cristo, vivo nello Spirito. Nella misura in cui si considera Cristo come principio, fine e centro del mondo e della storia, non si può ritenere che esista un'epoca disabitata da Lui. Anche l'attuale cambiamento d'epoca avviene sotto lo sguardo e la presenza di Cristo vivente.

Con Francesco e come lui, possiamo trovare perciò nella Scrittura la luce per orientarci in una società in rapido mutamento e per trasformare le problematiche e le crisi in opportunità di crescita.

E questo può valere anche per le persone che più faticano ad affrontare il presente, per esempio gli anziani, che spesso si sentono spaesati di fronte alle alterazioni socio-politico-religiose degli ultimi decenni. Che cosa bisogna vedere e su che cosa deve essere operato il discernimento alla luce della fede? È difficile rispondere sinteticamente, anche perché la contemporaneità è caratterizzata da una grande "complessità". Si può tuttavia tentare di leggere alcuni macrofenomeni da riconoscere e abitare: sia a livello socio-culturale, sia sul piano specificamente religioso.

Un primo fenomeno che sembra caratterizzare nel profondo la cultura del nostro tempo e incidere sul nostro modo di guardare alla vita e di compiere le nostre scelte, soprattutto in Occidente, è il nichilismo. Può sembrare un termine difficile e per addetti ai lavori. Non lo è, quando se ne colgano gli effetti più pratici e immediati. Prendiamo – a titolo di esempio – il fenomeno dilagante dei talk show televisivi o quello delle discussioni sul web e nei social network. Nei programmi televisivi o radiofonici, quando si affrontano temi importanti, è divenuta prassi comune far discutere fra loro persone diverse, alcune delle quali sono davvero competenti, mentre altre non hanno una particolare conoscenza di quanto si sta trattando. Vengono invitate, queste seconde, solo perché sono personaggi noti al mondo mediatico. Questo meccanismo produce effetti distorti: le posizioni di coloro che intervengono appaiono tutte equivalenti fra loro, a prescindere dalla competenza di chi parla. Con molta difficoltà, una posizione riesce ad assumere un valore qualitativamente diverso, anche se si tratta della posizione di chi è realmente esperto.

 Nel caso di internet il fenomeno risulta ancora più evidente. Si può porre qualunque domanda ai motori di ricerca; ed essi ci rimandano a una infinita serie di siti e di informazioni diversi tra loro per qualità, serietà e verità delle posizioni sostenute. Quali sono le informazioni corrette? Difficile stabilirlo. Non è certo un caso che in questi ultimi anni si siano formati gruppi di persone che portano avanti tesi complottiste oppure mettono in discussione verità consolidate in questioni che riguardano la medicina o altre verità scientifiche. Tali gruppi si sono alimentati dalle notizie che circolano, qua e là, in rete; e hanno contribuito alla confusione offrendo ulteriori notizie, della cui verità scientifica si può spesso dubitare.

Non si vuole certo negare la bontà e la bellezza dei nuovi mezzi di comunicazione. Quando si dice che con internet è avvenuta una certa democratizzazione dell'informazione si afferma qualcosa di reale: l'informazione non è più appannaggio di pochi operatori. Ci vorrà probabilmente tempo e pazienza per consentire alla società civile di formarsi uno spirito critico rispetto a quanto trova su internet, così come nel passato accadde rispetto ai contenuti di libri e giornali. È tuttavia palese che i fenomeni descritti finiscono con l'affermare una sorta di "tesi metafisica": l'idea che, alla fine, una verità valida per tutti non esiste, né è il caso di cercarla e di averne passione.

Questa idea si riscontra anche nei modi di dire e di pensare più comuni: come quando ci si dice che ognuno ha la sua verità e ha il diritto di pensare quello che vuole; o come quando, nel confronto tra religioni, si dice che una vale l'altra, senza entrare nel merito di quali credenze vi si professano.

Ecco, in questo senso viviamo ormai in un contesto nichilista. Non certo perché si professa in maniera tragica la prospettiva del nulla rispetto a una prospettiva dell'essere, ma perché si respira un modo di pensare per il quale non c'è nulla che valga davvero, ogni idea è solo un'opinione tra le altre, gli atteggiamenti sono tutti insindacabili e ingiudicabili, una verità non vale la pena di ricercarla e, più ancora, una verità non esiste.

Alzogliocchiversoilcielo


giovedì 10 agosto 2023

CHIARI COME CHIARA


 LA CHIAREZZA DI CHIARA


-         di Antonio Tarallo

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Chiara, chiarore, chiarezza: tutte parole che riconducono la mente a un solo concetto, la luce.

E se c’è luce, c’è verità.

Quante volte utilizziamo, nel nostro parlare abituale, frasi del genere: “questo è chiaro!”, oppure “grazie per la chiarezza della tua esposizione”, o anche “tutto si è palesato ai nostri occhi chiaramente”.

Che bella la chiarezza!

Forse, non ci pensiamo poi così tanto a quanto sia importante una dote del genere.

Eppure, se non c’è “chiarezza” il messaggio - qualsiasi messaggio che si voglia dare, ad esempio, ad un interlocutore - non arriva, non “passa” diremmo.

E, invece, grazie solo alla “chiarezza” è possibile il dialogo: semplice strumento della comunicazione.

E di comunicazione, se ne intendeva parecchio la nostra Chiara di Assisi, donna moderna, donna oltre il proprio tempo, per diversi aspetti.

E soprattutto una donna “chiara” con tutti, a cominciare da sé stessa.

Che non è, poi, cosa semplice, lo sappiamo bene.

È stata “chiara” con la sua famiglia, senza nessun compromesso.

Sentita la chiamata, si oppone alla famiglia che vede per lei la vita di ogni ragazza “di buona famiglia” dell’epoca.

Chiara cerca di far capire ai genitori il suo disegno di vita o, meglio, il disegno che aveva Dio per lei.

La sera della Domenica delle Palme del 1211 (o 1212) la bella ragazza appena diciottenne fugge dalla sua casa in Assisi e corre alla Porziuncola, dove l’attendono Francesco e il gruppo dei suoi frati minori.

Le fanno indossare un saio da penitente, le tagliano i capelli e poi la ricoverano in due successivi monasteri benedettini, a Bastia e a Sant’Angelo.

Chiara è stata “chiara” fin da subito: la chiamata al servizio di Dio non poteva, certo, attendere.

È stata “chiara” con Francesco.

Chiara non fugge di casa “per andare dalle monache”, ossia per entrare in una comunità già prestabilita: vuole dare vita a una famiglia di claustrali radicalmente povere, come singole e come monastero, viventi del loro lavoro e di qualche aiuto dei frati minori, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, al servizio di tutti.

E con San Francesco è “chiara”: da lui, ottiene una prima regola per il nuovo ordine religioso, fondato sulla povertà.

Francesco - è vero - consiglia, Francesco ispira, Francesco l’aiuta ma è lei a decidere, bisogna pur sempre specificarlo.

Grazie a quella sua decisione - in un certo modo - preannuncia la forte iniziativa femminile che il suo secolo e il successivo vedranno svilupparsi nella Chiesa.

E’ “chiara” con il suo tempo.

È “chiara” anche quando scrive ad Agnese, la beata Agnese di Praga: “Sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella del Signor mio Gesù Cristo, insignita dello smagliante stendardo della inviolabile verginità e della santissima povertà, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero”.

“Riempitevi di coraggio”: non usa “mezze misure” in questa lettera, arrivando subito al “punto”.

A ciò che più gli preme: infondere coraggio ad Agnese.

Oppure, come scrive nella sua seconda lettera: “Memore del tuo proposito, come un’altra Rachele, tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza.

I risultati raggiunti, conservali; ciò che fai, fallo bene; non arrestarti; ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata”.

Un periodare così “chiaro”, un’espressione così lineare, è davvero sorprendente. In queste parole c’è tutta la “chiarezza” della determinazione di Santa Chiara: raccomanda sì queste parole ad Agnese, ma è come se le scrivesse per sè stessa, in fondo.

E lo fa, con proverbiale “chiarezza”.

Chiara

 

mercoledì 7 aprile 2021

IL PAPA AI GIOVANI: DIO HA SETE DI VOI !


 Pubblichiamo l’introduzione di Francesco al libro scritto dal cardinale Raniero Cantalamessa che racconta la tradizione di frate Pacifico, cantastorie che seguì il Poverello di Assisi


PAPA FRANCESCO

 Questo libro è stato voluto per te, mio giovane fratello in ricerca, e io vorrei introdurti alla sua lettura consegnandoti in dono parole colme della grande stima e fiducia che ripongo in te e in tutti i giovani.

Forse ti sarà capitato di aprire i Vangeli e ascoltare quello che Gesù disse un giorno nel famoso discorso della Montagna: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7,7-8). Sono parole forti, cariche di una grande e impegnativa promessa, ma, potremmo domandarci: vanno prese sul serio? Davvero se io chiedo al Signore egli ascolterà la mia richiesta, se lo cerco lo troverò, se busso egli mi aprirà? Tu potresti obiettarmi: non è forse vero che a volte l'esperienza sembra smentire questa promessa? Che molti chiedono e non ottengono, che cercano e non trovano, che bussano alle porte del cielo e da dietro non si ode che silenzio? Allora ci si può fidare o no di queste parole? Non saranno anch' esse, come le molte altre che sento intorno a me, fonte di illusione e quindi di delusione?

Comprendo i tuoi dubbi e apprezzo le tue domande - guai se non ne avessi! - , essi interrogano anche me e mi richiamano alla mente un altro passo della Scrittura che, accostato alle parole di Gesù, mi sembra le illumini in tutta la loro profondità. Nel libro di Geremia, il Signore dice per mezzo del profeta: «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi» (Ger 29,13-14). Dio si lascia trovare, sì, ma solo dall'uomo che lo cerca con tutto il cuore.

Apri i Vangeli, leggi degli incontri di Gesù con le persone che andavano a lui e vedrai come per alcuni di loro le sue promesse si sono realizzate. Sono quelli per cui trovare una risposta era divenuto questione essenziale. Il Signore si lasciò trovare dall'insistenza della vedova importuna, dalla sete di verità di Nicodemo, dalla fede del centurione, dal grido della vedova di Nain, dal pentimento sincero della peccatrice, dal desiderio di salute del lebbroso, dalla nostalgia della luce di Bartimeo. Ognuna di queste figure avrebbe potuto proferire con pieno diritto le parole del salmo 63: «Di te [Signore] ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz' acqua».

Chi cerca trova se cerca con tutto il cuore, se per lui il Signore diventa vitale come l'acqua per il deserto, come la terra per un seme, come il sole per un fiore. E questo, se ci pensi bene, è molto bello e molto rispettoso della nostra libertà: la fede non si dà in maniera automatica, come un dono indifferente dalla tua partecipazione, ma ti chiede di coinvolgerti in prima persona e con tutto te stesso. È un dono che vuole essere desiderato. È, in sostanza, l'Amore che vuole essere amato.

Forse tu hai cercato il Signore e non lo hai trovato, ma permetti anche a me di consegnarti una domanda: quanto era forte il tuo desiderio di Lui? Cercalo con tutto lo slancio del tuo cuore, prega, domanda, invoca, grida, ed egli, come ha promesso, si farà trovare. Il re dei versi, la cui storia leggerai nelle pagine che seguono, amava la vita e, come ogni giovane, desiderava viverla appieno. Era uno tra i più famosi cantori del suo tempo e nel suo impetuoso desiderio di pienezza cercava senza saperlo Colui che solo può riempire il cuore dell'uomo. Cercava e fu trovato.

Questo ci mostra una verità ancora più profonda: il Signore desidera che tu lo cerchi perché egli possa trovarti. Deus sitit sitiri disse san Gregorio di Nazianzo, cioè, Dio ha sete che si abbia sete di Lui, perché trovandoci così disposti egli possa finalmente incontrarci. Egli che ci invita a bussare, in realtà si presenta per primo alla porta del nostro cuore: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).

E se oggi bussasse alla tua porta? Il re dei versi incontrò frate Francesco un giorno nel monastero di Colpersito a San Severino Marche; fu trafitto dalla sua parola e una scintilla nuova si accese dentro di lui. Avvenne, forse, per lui, quello che avvenne per san Paolo sulla via di Damasco: che la luce di Dio «rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Egli vide Francesco nello splendore della sua santità e in lui intravide la bellezza del volto di Dio. Quello che aveva sempre cercato ora finalmente lo trovava, e lo trovava grazie a un uomo santo. E, come per san Paolo, quelle cose che per lui erano guadagni le considerò una perdita, una spazzatura, dinanzi alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù (cf. Fil 3,7-9).

Subito ruppe ogni indugio: «Che bisogno c'è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini e rendimi al grande Imperatore!».

Quando il Signore chiama a sé non vuole compromessi o tentennamenti da parte nostra, ma una risposta radicale. Gesù direbbe: «Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8,22). In quel giorno nacque un uomo nuovo, non più Guglielmo da Lisciano, il re dei versi, ma fra Pacifico, un uomo abitato da una pace nuova prima sconosciuta. Da quel giorno divenne tutto di Dio, consacrato interamente a lui, uno dei compagni più intimi di san Francesco, testimone della bellezza della fede.

Perciò, mio caro giovane, mentre ringrazio il carissimo padre Raniero per il nuovo dono che fa alla Chiesa con le preziose e sapienti pagine di questo libro, con la certezza che faranno tanto bene a chi le leggerà, auguro a te una proficua lettura, e ricorda: Dio non ha smesso di chiamare, anzi, forse oggi più di ieri fa sentire la sua voce. Se solo abbassi altri volumi e alzi quello dei tuoi più grandi desideri, la sentirai chiara e nitida dentro di te e intorno a te. Il Signore non si stanca di venirci incontro, di cercarci come il pastore cerca la pecora perduta, come la donna di casa cerca la moneta dispersa, come il Padre cerca i suoi figli. Egli continua a chiamare e attende con pazienza da noi la stessa risposta di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Se avrai il coraggio di lasciare le tue sicurezze e aprirti a Lui si schiuderà per te un mondo nuovo e tu, a tua volta, diverrai luce per gli altri uomini.

Grazie del tuo ascolto. Invoco su di te il Santo Spirito di Dio e anche tu, se puoi, non dimenticarti di pregare per me.

Tuo Papa Francesco

 

IL LIBRO:

Raniero Cantalamessa

Francesco il giullare di Dio

Edizioni Francescane Italiane